Pensare Globale e Agire Locale

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martedì 12 giugno 2012

UE - Il paradosso tedesco


 Continua l’atteggiamento insopportabile della signora Angela Merkel che sta cercando in tutti i modi di ridimensionare le attese sul vertice dell’Unione Europea del prossimo fine giugno.

 La casalinga di Berlino continua a prenderci in giro perché chiede più Europa politica e federale, quella  la cui costruzione richiede almeno qualche anno, ma non da risposta sulle cose più urgenti da fare per mettere in sicurezza l’euro.

 Ad esempio, non basta dire che la Grecia deve rimanere nell’euro, bisogna dire agli elettori greci che l’Unione è disposta a rivedere le loro scadenze e i tassi praticati sui loro debiti.

 In una situazione così grave non basta indicare programmi rigorosi sulle politiche fiscali e di bilancio ma è necessario accordare alla Banca Centrale Europea maggiori poteri per renderla simile alle altre banche centrali come quella americana, quella inglese o quella giapponese.

 Comunque la linea di credito accordata alla Spagna per ricapitalizzare le proprie banche è indubbiamente un passo avanti ma ora va detto, prima delle elezioni, al popolo greco che anche per loro ci sarà la stessa indulgenza dimostrata alla Spagna.

 Il 70% del popolo greco vuole rimanere nell’euro e questo conviene a loro ma soprattutto conviene a noi perché la loro fuoriuscita avrebbe costi enormi e conseguenze non prevedibili sui mercati.

 Al cancelliere tedesco diciamo che quando la gente è giunta al punto di ritirare i propri depositi in banca e di convertirli in altre valute, come accade da mesi in Grecia, in Spagna e anche in Italia, è segno che non c’è più spazio per tatticismi e per furbizie perché non c’è più un solo minuto da perdere.

 Le cose da fare subito sono l’estensione del mandato della BCE, un sistema di vigilanza europeo sulle banche, la garanzia sui depositi bancari, la immediata messa a disposizione dei fondi strutturali non utilizzati, Project Bond e il taglio dei tassi di riferimento da parte della Banca Centrale di almeno mezzo punto.

 Tutto il resto di quanto contenuto nel piano tedesco va fatto dopo, quando i mercati saranno più tranquilli.

 In questo momento non si può chiedere un ulteriore irrigidimento sulla disciplina di bilancio ma, al contrario, per i prossimi due o tre anni vanno tolte dal calcolo del deficit alcune spese per investimenti in settori strategici.

 La cancelliera sa che non ha più spazi di manovra perché, se vuole una maggioranza dei due terzi nel suo Parlamento per approvare il Fiscal Compact, ha bisogno dei voti dei socialdemocratici tedeschi che già si sono pronunciati varando un bellissimo documento per una modifica dello schema di trattato per renderlo adatto alla crescita economica e ciò è esattamente il contrario della proposta di Angela Merkel.

 Il documento dei socialdemocratici, di cui parleremo nei prossimi giorni, sarà presentato il 28 giugno, in coincidenza con il vertice dell’Unione Europea e vuole dimostrare che non tutti i tedeschi la pensano come il loro cancelliere e che, se non ci sarà una proposta di trattato meno rigida e più favorevole alla crescita, loro sono pronti a bocciarla.

 Quindi la leader tedesca si trova in questa fase doppiamente isolata: da una parte l’atteggiamento sempre più duro di Stati Uniti, Francia, Italia e della stessa Cina, che alcuni giorni fa ha abbassato i tassi, e dall’altra una situazione interna sempre più insostenibile con un atteggiamento delle opposizioni che si salda con un forte malcontento esistente nella stessa sua maggioranza.

 Pertanto il paradosso tedesco, che abbiamo appena descritto, non è altro che un maldestro tentativo di guadagnare ancora tempo, tempo che non c’è più.

 Dirsi disposto e costruire l’Europa politica chiedendo in questa fase ulteriori cessioni di sovranità in cambio del nulla e, contemporaneamente, non fare quello che è necessario da subito per evitare il collasso del sistema esistente è, secondo me, l’ultimo furbesco tentativo della signora Merkel che pensa, per questa via, di giocarsi ancora qualche carta per le prossime elezioni del 2013.

 Questo goffo tentativo, non solo segna la fine del suo percorso politico, ma accentua l’isolamento in cui si è cacciata, e questo in un momento in cui Hollande conquista la maggioranza dei seggi nel suo Parlamento, a quanto pare, già dal primo turno delle elezioni francesi.

 Per quanto riguarda l’Italia ci aspettiamo, da parte del Presidente del Consiglio, un atteggiamento molto deciso con il completo abbandono della sua naturale propensione alle mediazioni.

 Inoltre, considerato che con il finanziamento della Spagna per molti mesi non ci saranno più le risorse per aiutare l’Italia, ciò deve evidenziargli, in via definitiva, la necessità del nostro Paese di fare da solo.

 Tagliare la spesa, non aumentare l’IVA e proseguire nelle riforme, reperendo risorse per gli stimoli all’economia, è un sentiero stretto ma l’unico da percorrere.

 È ormai non più rinviabile il varo di un fondo patrimoniale dove far confluire gli asset delle aziende di Stato e un pacchetto di immobili pubblici compresi quelli di Comuni, Province e Regioni.

 Tutto questo per essere in grado di collocare sul mercato interno titoli privilegiati riservati esclusivamente ai risparmiatori italiani.

 Contemporaneamente altri titoli privilegiati potranno essere girati a banche, fondi pensione e assicurazioni in cambio di titoli di Stato, in loro possesso, in scadenza.

 Questo al fine di non tornare ad aste in cui i titoli vengono collocati a tassi crescenti e con una domanda sempre più in calo.

 Insomma bisogna riportare il debito nelle mani degli italiani abbassando contemporaneamente i tassi di rendimento e liberando risorse destinate al servizio del pagamento degli interessi sul debito, servizio sempre più oneroso e, per alcuni versi, insostenibile.

Tommaso Sessa

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