Il destino di Madrid avrebbe dovuto essere deciso dopo
le elezioni greche del 17 giugno. Ma di fronte al precipitare degli eventi i
tempi stanno accelerando drammaticamente.
Manel Pérez 6
giugno 2012 LA VANGUARDIA Barcellona
Il clima politico che circonda la crisi dell’euro
negli ultimi giorni è cambiato in modo quasi impercettibile. Da un vago
consenso sul concetto che la Spagna, nell’occhio del ciclone, non poteva
aspettarsi nulla prima del 17 giugno – data in cui si terranno le seconde
elezioni in Grecia, dopo che le prime non hanno portato alla formazione di un
nuovo governo – si è passati a qualcosa di diverso: “Bisogna fare qualcosa,
qualsiasi cosa, prima di quella data”. Panico o semplice previsione?
Il segno più evidente di questo nuovo clima è stata la
videoconferenza del 5 giugno tra i ministri delle finanze del G7, evento
alquanto insolito e che in genere finora preludeva sempre a un’azione
concertata da parte delle principali banche centrali. Ed è proprio questo che
potrebbe infatti accadere al meeting del board della Banca centrale europea, la
grande speranza per coloro che auspicano un’azione immediata a difesa della
valuta unica.
Sulla Spagna convergono due trend. Il primo è
l’assoluta e crescente sfiducia dei mercati nella sostenibilità
dell’indebitamento pubblico, statale e privato (bancario) della Spagna. Il
secondo è una vaga sensazione che la zona euro – che ai fini di ciò di cui
stiamo parlando significa per lo più Germania, di questi tempi – potrebbe
essere disposta a intervenire per scongiurare il disastro che seguirebbe il
crollo della Spagna. I mercati azionari e valutari per tutto il giorno sono andati
al rialzo e al ribasso in modo altalenante, a seconda delle voci sul prevalere
dell’uno o dell’altro trend.
È arrivato il momento di raccogliere i cocci. Luis de
Guindos, ministro delle finanze spagnolo, vuole che il settore bancario del suo
paese sia in grado di ottenere i soldi europei senza che si arrivi al bailout.
Se ciò accadesse, vorrebbe dire la fine politica del governo di Mariano Rajoy e
un enorme sacrificio per il popolo spagnolo, che sarebbe sottoposto ai dettami
dei creditori.
Più di ogni altra cosa, un bailout vorrebbe dire che
il paese sarebbe escluso dai mercati. L’unica fonte di nuovi finanziamenti per
coprire gli interessi dei buoni sarebbe a quel punto il fondo di soccorso
europeo, che imporrebbe al governo spagnolo tutte le decisioni economiche,
senza possibilità di appello.
Il governo si ritroverebbe con mani e piedi legati. I
principali azionisti di quel fondo sono infatti quegli stessi paesi dove hanno
sede le banche che hanno prestato somme incalcolabili alle loro controparti spagnole
e allo stesso stato spagnolo. Come vediamo accadere oggi in Grecia, il bailout
– uno dei termini più eufemistici introdotti dalla crisi dell’euro – equivale a
essere strangolati.
È risaputo infatti che Atene non vede neppure un euro
dei presunti soldi del bailout, perché vanno a finire tutti direttamente ai
creditori, che in questo caso sono il Fondo monetario internazionale, la Bce e
la Commissione europea.
Pacchetto completo
Dal punto di vista del creditore, tuttavia, le cose
assumono tutt’altro aspetto. Autorizzare un bailout parziale soltanto delle
banche nei guai potrebbe essere il primo passo verso la conclusione di
trattative bilaterali sui debiti di quegli enti nei confronti dei loro
creditori, senza poter garantire la riscossione con la stessa certezza che ci
sarebbe qualora l’intero territorio fosse stato messo adeguatamente in
sicurezza – vedi il paese che è stato salvato con un’iniezione di capitali.
A dar retta a quello che il governo spagnolo sta
suggerendo e che i leader tedeschi dicono ufficialmente, la Germania sta
aiutando la Spagna. Ma stando alla stampa internazionale Angela Merkel e il suo
ministro Wolfgang Schäuble sono le persone più interessate a far sì che Madrid
accetti il pacchetto completo: un intervento vero e proprio di bailout. Anche
Obama, Hollande e Barroso sono nell’elenco di coloro che stanno sollecitando
Berlino a fare un gesto decisivo.
Il 5 giugno Cristóbal Montoro, ministro spagnolo del
bilancio, ha riassunto la situazione del governo spagnolo con una battuta – “I
men in black (rappresentanti della troika) non verranno”, un modo tutto sommato
divertente per respingere l’intervento di salvataggio – ma ha anche dovuto
ammettere che per salvare le banche serve denaro. “Il problema è dove
trovarlo”, ha detto.
Quest’ultima frase probabilmente serve a farci
comprendere meglio quel cambiamento di clima di cui si parlava all’inizio. La
Spagna riesce soltanto a malapena a continuare ad accedere ai mercati, e senza
aiuto dalla Bce e dalla zona euro, non riuscirà a fare molto di più.(Traduzione
di Anna Bissanti)
In Europa
Nel segno della paura
“Madrid
stringe i denti e si difende dal “pacchetto di salvataggio”, scrive il settimanale polacco Tygodnik
Powszechny. Gli irlandesi, già
beneficiari degli aiuti economici internazionali, hanno appena approvato il
trattato fiscale attraverso un referendum, ma soltanto perché “hanno paura del
futuro e di essere abbandonati”.
Spagna
e Irlanda sono unite dalla paura, che di questi tempi è il sentimento dominante
in Europa. Un sentimento che si annida da qualche parte tra lo stomaco e il
cuore, e ogni tanto mozza il respiro. Lo avvertono i greci come gli spagnoli, i
britannici e i polacchi. Persino i tedeschi – schiacciati dal fardello della
responsabilità di dover salvare l’Europa intera dalla crisi – hanno
apparentemente perso il loro gene della felicità, e cominciano a sentire
l’angoscia.
La
paura ha spinto gli irlandesi a stringere la cinghia per gli ultimi 4 anni, e
anche se non ce la fanno più “non vedono altro modo per uscire dalla crisi”,
sottolinea il settimanale cattolico. Nel frattempo il primo ministro spagnolo
Mariano Rajoy
si
ostina a dire che Madrid non ha bisogno di un aiuto internazionale, e combatte
disperatamente per salvare la credibilità del suo paese. Ma le sue
rassicurazioni appaiono sempre meno convincenti.
Anche
se il governo spagnolo riuscisse a salvare Bankia, Tygodnik Powszechny si
domanda dove potrebbe trovare “fino a 100 miliardi di euro” per salvare
l’intero sistema bancario.
La
paura di ciò che è accaduto in Spagna ha già superato i confini della penisola
iberica. Dopotutto l’economia spagnola è grande quasi il doppio di quelle di
Grecia, Portogallo e Irlanda messe assieme.

Nessun commento:
Posta un commento