Con l’esaurirsi delle alternative, l’unione politica e
fiscale sembra sempre più probabile. I piani per realizzarla potrebbero
emergere già al vertice del 28 e 29 giugno.
Ian Traynor 5
giugno 2012 THE GUARDIAN Londra
Ecco un indice della velocità con la quale si sta
evolvendo la politica della crisi dell’euro: soltanto due settimane fa
l’attenzione generale era puntata in modo quasi eccessivo sul nuovo presidente
francese François Hollande, che giurava a Parigi nelle vesti di Monsieur
Crescita per poi precipitarsi verso la sua prima missione, sfidare Frau
Austerity d’Europa, la cancelliera Angela Merkel.
“Occorrono nuove soluzioni. Ormai è tutto sul tavolo”,
aveva assicurato Hollande, lasciando intendere che avrebbe costretto Merkel a
togliere la pinza dal naso e a prendere in considerazione quelle cose che a
Berlino risultano sgradite perché emanano cattivo odore – prima di tutto gli
eurobond – aggiungendo che la Germania avrebbe potuto risolvere la crisi in un
colpo solo accettando di garantire il debito di Spagna, Grecia, Italia e via dicendo.
Impossibile.
Sabato scorso il braccio di ferro “crescita contro
austerity” aveva già fatto un passo indietro, quando Merkel ha cambiato le
carte in tavola a Hollande. È infatti arrivato il suo turno di dichiarare che
non devono esserci tabù nell’affrontare le opzioni più difficili con le quali
sono alle prese i leader europei mentre aspettano di vedere che cosa accadrà in
Grecia e in Spagna, e pianificare le loro prossime mosse nell’importante
vertice di fine mese che si profila sempre più decisivo.
È sembrato che Merkel non alludesse soltanto al bluff
di Hollande, ma a quello della Francia intera. Annunciando che non può esserci
disaccordo sull’elenco delle priorità della zona euro, ha inteso mettere sul
tavolo misure radicali e federaliste che comportano una perdita graduale della
sovranità nazionale per ciò che compete le politiche di bilancio, fiscali,
sociali, delle pensioni e del mercato del lavoro, finalizzata a forgiare una
nuova unione politica europea entro i prossimi cinque-dieci anni.
Rieccoci quindi agli Use, gli Stati Uniti d’Europa,
quanto meno per ciò che concerne la zona euro. Una simile “unione politica”, in
virtù della quale ogni paese membro cederebbe i propri poteri fondamentali a
Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo, è sempre stata lontanissima da quello che
i francesi erano disposti a prendere in considerazione.
Berlino invece adesso sta lanciando un messaggio
chiaro: se deve accollarsi la colpa di quelli che considera i fallimenti
altrui, dovranno esserci azioni graduali ma incisive per l’integrazione, per
procedere in direzione di un’unione bancaria, fiscale e in definitiva l’unione
politica di tutta l’eurozona. Si tratta di un concetto controverso che Merkel
non ha sempre appoggiato. Ora che la crisi si è fatta incandescente, tuttavia,
pare proprio che non le resti alternativa.
Nelle prossime tre settimane assisteremo a un’attività
frenetica volta a perseguire questo obiettivo. Saranno tre settimane in cui il
quartetto di “risolutori” dell’Ue correrà da una capitale all’altra per tastare
il terreno. Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo; Mario Draghi,
capo della Banca centrale europea; Jean-Claude Juncker, leader dell’eurogruppo,
e José Manuel Barroso, capo della Commissione europea, dovranno infatti portare
al summit del 28 e 29 giugno dell’Ue un piano di integrazione della zona euro.
Tutti e quattro sono decisi federalisti europei.
Prima del vertice si svolgeranno le fatidiche elezioni
in Grecia e quelle del parlamento francese, e sembra che il tempo stia volgendo
al termine anche per il settore bancario spagnolo. Il ministro delle finanze di
Madrid, Luis de Guindos, dice che il destino dell’euro sarà deciso nel corso di
queste settimane in Spagna e in Italia.
Il cambiamento radicale nell’integrazione su cui si
sta rimuginando non salverà la Grecia, non sanerà le banche spagnole, non farà
uscire l’Italia dalla crisi né porrà rimedio in tempi brevi alla crisi
dell’euro.
I leader forse sono rimasti a corto di tempo, hanno
esaurito le riserve di politica del rischio calcolato e gli appelli dell’ultimo
momento che hanno caratterizzato la cosiddetta “gestione della crisi” negli
ultimi 30 mesi. Sperano, tuttavia, che presentando una strategia a medio
termine per un’unione politica e fiscale nella zona euro finiranno col persuadere
i mercati finanziari di essere effettivamente decisi a salvare l’euro, che la
valuta è ormai irreversibile, e che prima o poi il fuoco della crisi si
spegnerà.
Un altro trattato
L’impatto di questo “progetto” – se mai dovesse
decollare – sarà enorme. Logicamente, servirà un nuovo trattato europeo. E
metterlo a punto sarà complicato. Probabilmente, poi, servirà anche una nuova
Costituzione tedesca, che potrebbe rivelarsi un passo eccessivo.
Il “deficit democratico” di cui tanto si parla si
allargherà in modo esponenziale senza una revisione radicale dei presupposti
elettorali del governo della zona euro. Che motivo ci sarebbe a votare un
governo in Slovenia, per esempio, se in un’unione politica dell’eurozona le
politiche fiscali, di spesa, delle pensioni e del lavoro fossero decise a
Bruxelles?
Emergerebbe così un’Europa a due velocità, ancora più
arroccata, nella quale le decisioni più importanti sarebbero prese all’interno
della zona euro e non nell’Ue a ventisette o ventotto.
Il divario tra il Regno Unito e lo zoccolo duro
dell’Europa potrebbe diventare incolmabile e alimentare il rancore reciproco,
ponendo fine al travagliato rapporto tra Londra e Bruxelles, anche se l’“unione
politica” è proprio ciò che David Cameron e George Osborne stanno sostenendo,
definendola una “conseguenza logica inesorabile” legata al fatto di condividere
una medesima valuta.
Arrivati ormai al terzo anno consecutivo di
confusione, i leader europei si trovano davanti una scelta quanto mai
complicata: la morte dell’euro o la nascita di una nuova federazione europea. (Traduzione
di Anna Bissanti)
Istituzioni
Un piano in quattro punti
“Il
piano segreto per una nuova Europa”: l’edizione domenicale di Die Welt rivela
il progetto dei capi delle istituzioni europee. Secondo le fonti del quotidiano
berlinese i presidenti del Consiglio europeo, della Commissione e
dell’Eurogruppo – Herman van Rompuy, José Manuel Barroso e Jean-Claude Juncker
– stanno lavorando a un piano che sarà discusso in occasione del Consiglio
europeo del 28 e 29 giugno, basato su quattro grandi temi: “riforme
strutturali, unione bancaria, unione fiscale e unione politica. […] Se i 27
riusciranno a mettersi d’accordo, il risultato sarà un’Europa nuova di zecca”.
A
preoccupare il governo tedesco è soprattutto l’unione fiscale, scrive Die Welt. Con questo termine a Berlino si intende una
politica di rigore rafforzata, ovvero uno sviluppo supplementare del trattato
fiscale, mentre l’unione fiscale prevista nel piano implica una responsabilità
comune per i debiti nazionali e dunque quegli eurobond che la Germania ha
sempre rifiutato.

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