Gli elettori irlandesi hanno approvato il referendum sulla ratifica del
trattato fiscale. Non si tratta di una fiducia incondizionata, ma del calcolo
di una nazione a cui non era stata lasciata alternativa.
4 giugno 2012 IRISH INDEPENDENT Dublino
I
nostri padroni in Europa e i nostri amministratori a Dublino farebbero meglio a
non interpretare troppo liberamente la nostra poco convinta resa di venerdì
scorso. Lungi dall’essere un voto di fiducia nell’Europa – o nel governo, per
quel che conta – il risentito “sì” che l’astiosa popolazione irlandese ha
finito col dare al referendum è in realtà frutto di pura disperazione.
Il
31 maggio dunque, gli elettori provati e angosciati hanno dato il loro
“consenso formale” alla ratifica del trattato fiscale. Pochi, tuttavia,
potranno affermare che sia possibile accordare “pieno consenso” a un trattato
di questo tipo sotto la minaccia di un’“immediata e terribile” austerità.
In
retrospettiva, forse era troppo utopistico sperare di poter essere noi il
topolino che ruggisce contro le fallite politiche di austerity. Gli esperti dei
mercati delle obbligazioni avevano già scommesso che l’Irlanda – quel cagnolino
subordinato all’Ue, sempre pronto a sfoggiare un sorrisino accattivante o a
fare allegri lazzi in cambio di uno scherzo sulla feta – avrebbe detto di sì, e
chi tiene il banco non perde mai.
Malgrado
tutte le nostre auto-mistificazioni sul fatto di essere una nazione ribelle,
quando si arriva al conflitto diretto tra cuore e cervello la nostra capacità
di succhiarci tutti insieme il pollice e di usare la testa – che fin dal 1913
ispirò il poeta nazionale W.B. Yeats a scrivere il suo disperato grido
“L’Irlanda romantica è morta e sepolta” – è una delle nostre caratteristiche
più peculiari.
In
tempi diversi, più conservatori, una dei luoghi comuni irlandesi era
rappresentato dalla ragazza “sfortunata”, che a causa di un eccesso passionale
“si cacciava nei pasticci”, scompariva per un inspiegabile lasso di tempo, e
poi tornava per essere presa di mira per il resto della sua vita da sguardi
indagatori e occhiate furtive. Naturalmente, non si prestava invece attenzione
alcuna a colui che era stato causa di tanti guai, che sedeva in prima fila in
chiesa tutte le domeniche.
Dopo
tutti i nostri “guai”, l’Irlanda per adesso è nuovamente nel cuore incolore di
un’Unione Europea che pare aver dimenticato che il prudente banchiere prussiano
in grisaglia di lana ha avuto non poca parte nel “peccato” fiscale irlandese.
Purtroppo,
malgrado “il rispetto e l’apprezzamento” da vera mecenate della signora Merkel,
il voto di venerdì scorso è servito a confermare soltanto che a prescindere da
quello che era “l’Irlanda romantica”, l’Irlanda indipendente è bell’e morta e
sepolta.
La pala di Kenny
Un
impresario politico delle pompe funebri di nome Enda Kenny [il capo del governo
irlandese] se ne sta sulla fossa con la pala in mano, temendo che possiamo
indietreggiare dalla nostra etica nazionalesecondo cui dobbiamo vivere soltanto
per “pregare e risparmiare”. Il governo ha superato questa rischiosa prova
uscendone relativamente incolume.
Il
futuro, in ogni caso, non sarà facile. All’indomani del suo trionfo elettorale,
è risaputo che Kenny ha fatto notare che una delle nostre caratteristiche più
peculiari è che a “Paddy” [l’irlandese medio] piace conoscere la “storiella” e
la storiella che il governo ha rifilato la settimana scorsa a un perplesso
Paddy è che un “sì” avrebbe significato “investimenti, stabilità, ripresa e
un’Irlanda che lavora”.
Tuttavia,
se in questo caso Paddy ha accettato – più che creduto – la storiella propinata
da Enda, adesso Kenny e l’Europa faranno bene a mantenere quanto promesso.
Altrimenti, la prossima volta, Paddy potrebbe anche non cascarci più. (Traduzione di Anna Bissanti)

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