Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


martedì 19 febbraio 2013

SPAGNA - Rabbia anti-austerity


Dopo i medici, la protesta di Iberia. Il governo fa pagare ai lavoratori il deficit delle banche. E la ripresa è ancora lontana.
di Marco Todarello
Martedì, 19 Febbraio 2013 - A Madrid non passa un giorno senza che le bandiere e gli slogan rabbiosi dei lavoratori riempiano le piazze e le strade del centro.
Quei passi che gli indignados, per primi, iniziarono a percorrere nel 2011, sono gli stessi che poi hanno animato le proteste dei professori, degli imprenditori, dei minatori, e oggi quelle dei medici e dei dipendenti della compagnia nazionale Iberia.
Lavoratori del settore pubblico e del privato uniti dai pesanti sacrifici imposti dalle misure di austerità varate dal governo conservatore di Mariano Rajoy e dall’emorragia di posti di lavoro che si aggrava al posto che diminuire.
LA PROTESTA DEI LAVORATORI IBERIA. Gli ultimi a incendiare la piazza sono stati i piloti, le hostess e il personale di terra della compagnia aerea di bandiera della Spagna: il 18 febbraio in 3 mila hanno occupato il terminal T4 dell’aeroporto Barajas di Madrid, nel primo giorno di uno sciopero destinato a portare alla cancellazione, solo nella prima settimana, di 1.200 voli.
Il confronto tra i lavoratori e la Iag (International airlines group) - nata dalla fusione tra British Airways e Iberia, nel 2010 - si è radicalizzato quando la società ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede 3.800 licenziamenti, il 19% del totale dei dipendenti, con un indennizzo corrispondente a soli 20 giorni per anno lavorato.
ALLARME PER LO SMANTELLAMENTO. La Iag difende il piano, considerato inevitabile in seguito al forte aumento delle perdite (nel 2012 circa 262 milioni di euro), mentre per il sindacato Ugt, che ha proposto di fare la sua parte con riduzioni salariali e un patto per la produttività, il vero obiettivo dell’amministrazione è un «piano di smantellamento della società».

I medici contro i tagli alla sanità pubblica

In questa Spagna in mobilitazione permanente, domenica 17 era stata la volta dei medici e degli infermieri: una «marea blanca» di almeno 300 mila persone, come il colore dei loro camici, è scesa in piazza in 15 città per manifestare contro i tagli da 7,6 miliardi di euro alla spesa sanitaria previsti dalla legge di bilancio 2013 e contro l'esternalizzazione dei servizi imposta da alcune amministrazioni regionali a causa dei rigidi obiettivi di deficit chiesti da Madrid per il 2012.
Di fatto una privatizzazione, che secondo i sindacati è destinata a portare a un rincaro dei servizi sanitari e a un ulteriore taglio di posti di lavoro, come quella prevista dalla comunidad autónoma di Madrid, che decreta la privatizzazione di sette ospedali pubblici e di 27 ambulatori: l’approvazione del piano è stata l’occasione per la manifestazione del 17 febbraio, la settima organizzata nell’ultimo anno dai lavoratori della sanità pubblica.
SI PAGA IL DEBITO DELLE BANCHE. L’accusa dei medici - che si dicono decisi ad andare avanti con il braccio di ferro nelle piazze, fino a quando il governo non decida di ritirare i piani di privatizzazione - condivisa dai lavoratori di altri settori pubblici, è che il governo faccia pesare sulle spalle dei dipendenti dello Stato i costi del salvataggio delle banche o dei diktat dell’Unione europea. E i numeri sembrano dare loro ragione: nel 2012 la Spagna ha ricevuto dall’Ue un prestito di 40 miliardi di euro, prima rata dei 100 richiesti per salvare le proprie banche in crisi –Bfa-Bankia, Catalunya Banc, Ncg Banco, Banco de Valencia - e che pesano su un debito pubblico di 882,3 miliardi di euro, il più alto dal 1910, 146 miliardi in più solo del 2011.
POCA FIDUCIA SULLA RIPRESA. Il quadro rende difficile ogni fiduciosa ipotesi sulla ripresa della crescita e dell’occupazione, aggravato dai dati raccolti dallo stesso ministero del Lavoro: nel 2012 la disoccupazione è aumentata del 13,2%, il licenziamento per cause oggettive è aumentato del 49% e del 66% il ricorso alla cassa integrazione da parte delle aziende.

Un bel colpo per il ministro dell’Economia Luis De Guindos, che proprio nei giorni scorsi difendeva la sua riforma del lavoro, a un anno dall’approvazione, sostenendo che bisogna aspettare ancora per vederne gli effetti positivi.

Il boom di suicidi per i pignoramenti degli alloggi

drammi però sono ovunque. L’altra emergenza di un Paese che appare sempre più naufrago sono i suicidi: solo nell’ultimo mese cinque persone si sono tolte al vita a causa dei pignoramenti degli alloggi dovuti all’ insolvenza dei mutui ipotecari, che in Spagna obbliga il mutuatario a estinguere il debito con la banca anche dopo lo sfratto.
Davanti a una situazione di tale gravità, il governo dei popolari si è visto costretto a prendere in considerazione la proposta di legge presentata al parlamento con 1,5 milioni di firme dalla piattaforma Stop a los desahucios (Stop agli sfratti), che propone un alleggerimento dei vincoli per i cittadini impossibilitati a pagare il mutuo.
Un segnale di comprensione, da parte del governo Rajoy, che però assomiglia molto a un segnale di debolezza, nel peggior momento per i popolari da quando sono tornati alla guida del Paese, nel novembre 2011.
Anche perché il partito al governo si trova ora coinvolto fino al collo in uno scandalo che è finito per aumentare ancora la sfiducia dei cittadini in un esecutivo da molti considerato incapace di guidare il Paese fuori dalla crisi.
SOLDI NERI AL TESORIERE DEL PP. Lo scandalo riguarda l'ex tesoriere del Partido popular (Pp) Luis Barcenas - indagato per corruzione e intestatario di conti segreti in Svizzera per un totale di 22 milioni di euro - che il partito ha continuato a stipendiare anche dopo la sua espulsione nel 2010.
I giudici e i partiti di opposizione ritengono che quei soldi fossero fondi neri con cui il Pp elargiva paghe extra ai dirigenti del partito, incluso Mariano Rajoy, che nei giorni scorsi si è visto costretto a rendere pubbliche le sue buste paga dal 2008 a oggi (47 mila euro netti nel 2012).
In seguito alla scandalo Barcenas, il 13 febbraio il Psoe (Partito socialista spagnolo) ha chiesto per la prima volta al Congreso le dimissioni di Rajoy. C’è da scommettere che non sarà l’ultima.
Martedì, 19 Febbraio 2013 

ITALIA - IL DIBATTITO: «Grillo ci porta fuori dal sistema democratico» Così il leader Pd Bersani da Mentana. Seguito da Monti e il Cav.


Mercoledì, 20 Febbraio 2013 - Stesso studio, ma rigorosamente da soli. Così si è svolto la sera del 19 febbraio il confronto televisivo tra Pier Luigi Bersani, Silvio Berlusconi e Mario Monti da Bersaglio Pubblico, programma in onda su La7. «Sembra di stare dal dentista», ha detto il presentatore Enrico Mentana.
Ad aprire le danze è il segretario del Pd che, ancora una volta, si è detto disponibile al «confronto con gli altri leader, tutti insieme però». Di tutt'altro avviso Berlusconi: «Sarebbe una fiera inutile, i confronti si fanno tra chi ha la possibilità di vincere e in queste elezioni siamo io e Bersani».
Anche il Prof non è mosso dalle sue posizioni: «Quello a tre mi sembrava più significativo ma io credo che sia un atto di onestà comparare le opinioni».
IL NODO LA7. Il primo tema di confronto per i tre leader è la vendita della rete La7 a Urbano Cairo, argomento oggetto di polemiche per tutto il giorno: «Un governo deve verificare eventuali conflitti d'interesse» ha messo in chiaro Bersani.
Silvio Berlusconi, il secondo ad essere intervistato ha invece fatto i suoi auguri a Cairo e augurandosi che con il cambio di proprietà La7 gli diventi 'piu' amicà visto che «è sempre stata ostile nei miei confronti».
«In Italia la normativa sul conflitto d'interessi deve essere rafforzata», ha messo in chiaro Monti precisando di non conoscere Cairo: «Non so se l'ho incontrato a qualche convegno». Bersani, ma anche Berlusconi e Monti, hanno alzato i toni quando si è parlato di Beppe Grillo (unico punto di contatto nel confronto a distanza): «Ci porta fuori dal sistema democratico», ha scandito il leader democrat mentre il Cavaliere ha detto di temere gli assegni in bianco al comico genovese: «Mi preoccupa il consenso a scatola chiusa» al MoVimento 5 Stelle anche perché lì dentro ci sono estremismi e «lui non li controlla».
Il premier uscente, invece, ha invitato gli elettori di Grillo a «fare una riflessione in più e magari scegliere un anziano e grigio professore» che alla protesta affianca anche le soluzioni. Bersani e Berlusconi hanno duettato anche sull'abolizione dell'Imu che il Cavaliere ha promesso di proporre nel primo Consiglio dei ministri.
RICOMPORRE FRATTURA. Se il segretario democrat l'ha buttata sul sociale (tra le prime cose del suo governo l'invito a Palazzo Chigi della Caritas, dei comuni e l'Arci «per informare gli italiani»), il leader Pdl insiste nel voler ricomporre la «frattura» tra Stato e cittadino anche con la «modifica dei poteri di Equitalia».
Uno scambio di battute cui non si è sottratto nemmeno Monti che a Berlusconi ha spiegato: «Parolacce come Imu ed Equitalia sono state introdotte non dal mio povero governo ma da quello precedente». Ma per il leader Pdl poco importa visto che Monti «non è sostanza, è apparenza». E, soprattutto, «non capisce di economia». «Se mi da fastidio che Berlusconi dice che non capisco nulla di economia?», è la replica del leader di Scelta Civica: «No. Dipende sempre la fonte che lo dice..», ha precisato il professore spiegando che se «fosse un premio Nobel a dirlo mi darebbe un pochino più fastidio».

ITALIA - Altra tangentopoli? Forse, ma questa volta non la beviamo tutta!

Gli immacolati di ieri sono inquisiti oggi. E si percepisce che le inchieste non hanno lo stesso andamento e non vengono raccontate allo stesso modo dai giornali con proprietari “impuri”. E come nascono le notizie di reato sui grandi appalti internazionali?

A parte quei quattro grulli che a Siena hanno atteso l’ex presidente MPS e ABI, Giuseppe Mussari con le loro offese e relativo lancio di monetine, il tintinnare di manette che accompagna la campagna elettorale è fortunatamente ben diverso rispetto alla Tangentopoli dei primi anni novanta.

Non c’è, questa volta, il clima da stadio che accompagnava la notizia del nuovo arresto di un potente: una vera e propria “ola” con il pubblico esultante che si alzava in piedi per sedersi, poi, in attesa del prossimo giro. La gente sembra più riflessiva e meno incline a dare credito incondizionato ai magistrati e alle manette facili. A spiegare questo diverso atteggiamento degli italiani concorrono molti fattori.

Innanzitutto il bilancio di quella stagione che scardinò gli equilibri politici che avevano dominato il Paese per quasi mezzo secolo. Dopo venti anni siamo caduti molto più in basso. Abbiamo avuto un sistema ed una classe politica al confronto dei quali la stagione precedente era oro purissimo.

Abbiamo poi potuto toccare con mano quanto mirate e parziali fossero state le inchieste dei vari pool che si adoprarono, senza freni per la liquefazione della politica, nella caccia e messa all’indice di ladri veri e presunti. I discorsi, si dice dalle nostre parti, stanno in poco posto. O, se preferite, le chiacchiere stanno a zero. Venti anni fa le inchieste lasciarono intatte alcune forze politiche. Era talmente evidente l’intento selettivo di quelle inchieste, che i presunti ladri che ci consegnano le inchieste in corso appartengono in massima parte a quei partiti che allora la fecero franca: PDS e Sinistra DC (confluiti nel PD), la Lega, gli eredi del MSI. In compagnia, tutti costoro, del “nuovo” originato dalle inchieste: i berlusconiani (prima di Forza Italia, poi del PDL) e i seguaci del “leggendario” eroe di Mani Pulite, aduso a sfidare parimenti sintassi e decenza e approdato in politica per mettere all’incasso la popolarità discutibilmente conquistata.

Fortunatamente oggi tutti questi elementi condizionano il giudizio su ciò che sta avvenendo. E aiutano a porre attenzione a particolari che venti anni fa vennero sopraffatti dal formidabile schieramento di forze e di interessi che contribuì al Big Bang della prima repubblica.

Intanto: il comportamento non omogeneo dei magistrati e dei giornali. Ci sono inchieste che corrono e altre nelle quali chi mena la danza impone un singolare “andamento lento”. Ci sono inchieste caratterizzate da encomiabile e doveroso riserbo nel rispetto delle garanzie ed altre delle quali tutto viene messo in piazza e si può leggere sui giornali non sempre legittimamente.

Proprio i giornali ed i loro editori meritano di essere tenuti sotto osservazione. Le inchieste coinvolgono le più grandi aziende italiane, dunque quelle che attirano i maggiori appetiti anche dall’estero. In questa occasione si percepisce tutta l’assurdità di non avere mai affrontato seriamente il colossale problema del conflitto di interessi in Italia. Non lo ha fatto Berlusconi, non Bersani e meno che mai Monti con il suo governo che di conflitti se ne trascinava in quantità industriale. Una legge decente per regolamentarlo dovrebbe occuparsi non solo di Berlusconi ma di tutta la cupola della nostra Finanza e delle maggiori imprese, con le loro partecipazioni incestuose e proprietà di organi di informazione. Per questo una legge così, mille volte promessa, non è mai stata seriamente nemmeno discussa.

Ma non sarebbe male, oggi, allargare l’orizzonte fuori dai nostri confini. Grandissime aziende controllate dalla mano pubblica sono accusate di corruzione internazionale, cioè di avere versato, all’estero, tangenti per ottenere appalti. A parte l’esile confine che separa il concetto di tangente da quello di provvigione per mediazioni, è giusto perseguire i reati ove esistenti. E lasciare lavorare i magistrati senza interferenze. Ma su un aspetto è da pretendere chiarezza, senza minare l’autonomia delle toghe: la cosidetta notizia di reato. Come nascono le inchieste che mettono fuori gioco, per i grandi appalti internazionali, le nostre più grandi imprese? Possiamo escludere l’azione dei servizi di qualche paese amico? La storiella di qualche lettera anonima o di qualche pentito di turno, francamente non è più spendibile.

Infine, da tutte queste inchieste emerge nuovamente una delle più grandi anomalie del nostro sistema giustizia: l’abuso aberrante della custodia cautelare. Senza gli arresti il più delle volte ingiustificati, il clamore non sarebbe così devastante (per l’interesse pubblico). Pericolo di fuga, reiterazione del reato, inquinamento delle prove, dovrebbero essere reali, non individuabili per teoremi. E, invece, la custodia cautelare è quasi l’unica pena certa che il sistema riesca a comminare. Peccato che sia illegittima (in quanto pena).

Nicola Cariglia

IRAN - Statue di Buddha bandite da luoghi pubblici

Sono simboli di "invasione culturale"

18 feb.  - Le statue del Buddha sono divenute le ultime in termini di tempo ad essere bandite dai luoghi pubblici in Iran. Ne dà notizia il sito di al Arabiya sostenendo che sono state depennate dalla lista di ciò che è lecito esporre in pubblico, per la loro influenza occidentale o stranieri. In particolare, scrive l'emittente araba, le statue del Buddha sono state definite anch'esse simboli di "invasione culturale", da un funzionario della Protezione dell'eredità culturale iraniana, Saeed Jaben Ansari, citato da un quotidiano indipendente iraniano. Con la messa al bando dei Buddha, il cui scopo è di bloccare la diffusione del buddismo, è la prima volta che il governo di Teheran dichiara guerra ad un un simbolo orientale.

Un anno fa anche i Simpson erano finiti nel mirino del governo iraniano, che li aveva banditi dal Paese nell'ambito di una campagna contro i valori e i simboli della cultura occidentale. Nella stessa occasione, Superman e Spiderman furono promossi in quanto, considerati eroi degli "oppressi". La prima a fare le spese di questa campagna contro era stata la bambola Barbie nel 1996 : fu definita "un cavallo di Troia" che fornisce alle bambine modelli femminili "sbagliati".

ITALIA - VERSO IL VOTO: Le promesse elettorali dei leader politici

Dall'Imu del Cav all'Irpef di Monti. Fino al reddito di cittadinanza di Grillo. Gli annunci della campagna 2013.

di Paola Alagia

Come ogni campagna elettorale che si rispetti, anche questa ha la sua buona dose di annunci. Tutti i leader politici, candidati premier e facenti funzione (Beppe Grillo e Silvio Berlusconi di fatto non sarebbero in corsa per la premiership) si sono finora sperticati, infatti, in slogan altisonanti. Per lo più promesse da marinaio, ma pur sempre buone per raccogliere consensi.
Sta di fatto che a questo esercizio di captatio benevolentiae nessuno si sottrae. E non importa se il rischio, anzi la certezza matematica, è quella di essere smentiti alla prova dei fatti. È la campagna elettorale.

Berlusconi: dall'abolizione dell'Imu alla non pignorabilità della prima casa


Il primato in questo campo se l’aggiudica Silvio Berlusconi. D’altronde è risaputo che nella fase che precede le consultazioni, l’uomo di Arcore non conosce rivali. In fondo, è cosi dai tempi del contratto con gli italiani firmato davanti alle telecamere di Porta a Porta nel 2001. E anche in vista del voto del 24 e 25 febbraio non si è smentito.
IL SOGNO DEL PONTE SULLO STRETTO. L’ultimo annuncio berlusconiano è la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina («Ho un sogno, prima di morire: passare sul Ponte sullo Stretto»). In realtà, una vecchia promessa che, come da copione, è rimasta sulla carta. Non per colpa del Pdl, naturalmente. «Noi abbiamo lavorato per anni per questo obiettivo, abbiamo completato la fase di progettazione, le opere preliminari sono già cominciate ma prima il governo Prodi, poi il governo Monti, hanno bloccato tutto», ha chiarito il Cavaliere lo scorso 16 febbraio da Palermo.
LA PROPOSTA CHOC. La proposta choc della campagna elettorale 2013 targata Berlusconi, tuttavia, rimane l’abolizione dell’Imu sulla prima casa e la restituzione di quella già pagata entro dicembre. Una linea programmatica lanciata dal leader Pdl il 3 febbraio scorso intervenendo alla Fiera di Milano: «Daremo indietro una tassa iniqua e ingiusta e lo faremo subito, in un mese tutti riavranno ciò che hanno pagato nel 2012».
I 4 MILIONI DI POSTI DI LAVORO. Da parte dell’ex premier, però, non poteva mancare un altro storico cavallo di battaglia e cioè l’occupazione. Se in passato ha fallito nella creazione di 1 milione di posti di lavoro, questa volta il Cav ha deciso di alzare la posta. Il 7 febbraio in un messaggio ai giovani su Rai Web Radio ha annunciato: «Nel primo Consiglio dei ministri approveremo un decreto che consentirà alle nostre imprese di assumere un nuovo collaboratore senza pagare né contributi né tasse per i primi anni. Se ogni impresa assumesse anche solo un giovane avremmo creato 4 milioni di nuovi posti di lavoro ».

Cosa non si fa pur di attrarre consensi. E così il Cavaliere ha rispolverato persino il tema del condono che a sentire lui «porta nelle casse dell'erario molti miliardi». «Datemi la maggioranza assoluta», ha detto ospite della trasmissione Leader di Lucia Annunziata lo scorso 8 febbraio, «e io vi garantisco il condono tombale».
CONTRO IL «MOSTRO» DI EQUITALIA. Nel programma elettorale del Pdl, naturalmente, c’è spazio per riforme strutturali co­me il dimezzamento dei parla­mentari, l’azzeramento dei fi­nanziamenti pubblici ai partiti e le misure per rilanciare la crescita, ma gli assi nella manica su cui punta Berlusconi sono altri e la lotta contro il «mostro» di Equitalia è tra questi. Anche perché la sua offensiva, insieme con quella dell’Agenzia delle Entrate «si è fatta esasperante».
A una settimana esatta dal voto, quindi, Berlusconi dal Lingotto di Torino ha sviscerato la sua riforma: «Diciamo sì alla lotta all'evasione, ma deve essere una lotta giusta e liberale per cui serve una drastica revisione di Equitalia».
E, dulcis in fundo, non poteva mancare la promessa sull’impignorabilità della prima casa.

Bersani punta diritto al conflitto di interessi


Pure il leader del centrosinistra, Pier Luigi Bersani, però, si è sbilanciato in promesse precise. Tutte da realizzare nei primi mesi di insediamento al governo. La cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia è stato il primo cavallo di battaglia del segretario democrat. Una sfida lanciata già a ottobre scorso in vista delle primarie del centrosinistra.
PIÙ DIRITTI CIVILI. A questa, poi, nel corso della campagna elettorale si sono aggiunti altri annunci. Gli ultimi, del 16 febbraio scorso, scritti nero su bianco nel messaggio inviato all’incontro Cambia Italia, promosso da Arcigay e altre associazioni per i diritti di omosessuali e transessuali. Entro sei mesi dall’insediamento, insomma, Bersani promette una legge sull’omofobia e nel giro di un anno una sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso.
PIER RILANCIA SULL'IMU. Non c’è che dire, pure Bersani si è lasciato contagiare dalla partita sull’Imu. La sua proposta, però, non tocca i livelli berlusconiani (l’ex ministro dello Sviluppo economico, infatti, punta la una rimodulazione Imu con franchigia alzata a 500 euro e recupero dei 2,5 miliardi persi attraverso una maggiore tassazione degli immobili di valore superiore a 1,5 milioni).
Anche il leader democratico, comunque, ha la sua proposta choc. L’ha lanciata lo scorso 6 febbraio: il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione alle imprese per l’ammontare di 50 miliardi in cinque anni attraverso titoli di Stato.
FALSO IN BILANCIO NEL MIRINO. Tra le priorità (e non sono poche), tuttavia, il leader di Largo del Nazareno ne pone almeno altre due e cioè il falso in bilancio e il conflitto d’interessi. Ma, poi, come ha ribadito nel corso della conferenza di programma della Cgil, il 25 gennaio, «il tema del lavoro deve essere al centro della prossima legislatura».
C’è l’imbarazzo della scelta, quindi, se si considera che tra i primi atti promessi c’è pure «un’immediata rivisitazione del patto di stabilità per fare un grande piano di piccole opere sul tema delle scuole da sistemare, dell’ambiente, della mobilità urbana e difesa del territorio».
NO ALLE LEGGI AD PERSONAM. E che dire della cancellazione di tutte le leggi ad personam? Di sicuro uno slogan che in campagna elettorale funziona e, infatti, Bersani se l’è giocato il 15 gennaio a Ballarò. «Cancelleremo le leggi ad personam», ha detto il candidato del centrosinistra. «Ce n’è un certo tot, la Cirielli va cancellata, la Gasparri da modificare… Insomma ce n’è un po’, finché c’è la persona».

Monti: giù Irpef e dimezzamento Irap


Abbandonato lo stile british e la sobrietà bocconiana, il premier uscente Mario Monti sta dimostrando giorno dopo giorno di trovarsi a suo agio nei panni del politico. E le promesse non mancano. All’improvviso, dunque, tutto ciò che è stato proibitivo nei 13 mesi del suo mandato a Palazzo Chigi diventa fattibile dopo il 25 febbraio. Sia che si tratti della rimodulazione dell’Imu (neppure Monti ha resistito al richiamo) sia che si tratti della riduzione delle aliquote Irpef medio basse da 15 miliardi o del dimezzamento dell’Irap per il settore privato entro il 2017.
IL PROGETTO DI DISMISSIONI. Quanto è fattibile un simile programma? A sentire Monti, le risorse andranno recuperate dalla dismissione di 130 miliardi di immobili pubblici nei prossimi cinque anni. Non proprio un'impresa da poco. Come, del resto, il famigerato accordo con la Svizzera sbandierato da Berlusconi.
Insomma anche il Prof sembra disposto a tutto per guadagnare consensi. La legge anticorruzione, motivo di vanto di Mario Monti nei mesi scorsi, per esempio, ora va «ampliata»: «Bisogna mettere altre cose come le norme sulla prescrizione e il falso in bilancio», ha detto il premier da Nola il primo febbraio.

Grillo insiste sul referendum per la permanenza nell'euro


Parole, parole, parole. Tra chi ne ha da vendere parecchie non manca Beppe Grillo. Il leader del Movimento 5 stelle cavalca senza sosta il vento favorevole del momento. E così è tutto un fiorire di proposte «hard».
A cominciare dal «politometro» per valutare il livello di arricchimento dei politici nel corso degli anni. È uno slogan che riecheggia spesso nelle tappe dello tsunami tour del comico genovese. Come a piazza Castello a Torino e il 21 gennaio scorso a Salerno.

Berlusconi, insomma, non è il solo a saper muovere le corde giuste per attirare consensi. Anche il blogger ha i suoi assi nella manica. E il referendum sull’euro è uno di questi: un refrain che Grillo ripete da mesi e che, naturalmente, a una settimana dalle consultazioni politiche ha prontamente rimesso in pista.
Non si tratta di una promessa vera e propria ma ciò che conta in certi casi, e il comico ligure lo sa bene, è l’effetto annuncio. E allora via, a squarciagola sul palco: «Serve un referendum tra il popolo italiano per decidere se stare nell'euro».
IL REDDITO DI CITTADINANZA. Nella lunga teoria di promesse grilline rientra, inoltre, il reddito di cittadinanza. «Per chi perde il lavoro, per gli esodati, dare loro 900, 1.000 euro al mese per tre anni. Cosi c'è un po' di tempo per gestire le situazioni e non si muore da soli in un angolo».
Problemi di copertura, a sentire Grillo, non ce ne sono: «I soldi li prendiamo chiedendo indietro il finanziamento ai partiti, i finanziamenti ai giornali. Via i vitalizi, via i doppi incarichi». Più facile di così, verrebbe da dire…

Ingroia e le riforme del sistema giustizia


Ad Antonio Ingroia, leader di Rivoluzione civile, va riconosciuto il merito di non uscire mai dal seminato. Il suo pallino era e rimane la giustizia. E così le promesse del pm in aspettativa si articolano tutte intorno a questo tema.
Va da sé che per attirare investitori bisogna fare «una riforma del processo penale e del processo civile che abbia come priorità quella dei tempi», ha detto Ingroia il 14 febbraio a Radio24. Non che in materia giudiziaria, però, al magistrato palermitano manchino proposte choc, a cominciare dal grado unico di giudizio per combattere la mafia.
SCIVOLONI IN ECONOMIA. I problemi per Ingroia subentrano, casomai, quando il discorso si sposta su questioni i più specificamente economiche. L’11 febbraio, per esempio, il leder di Rc ha lanciato da Milano l’idea di un istituto di credito pubblico che possa concedere prestiti a medio e lungo termine con un tasso di interesse al 2% alle imprese. Peccato che, per certi versi, la Cassa depositi e prestiti serva proprio a questo. Mettiamola così: almeno la proposta Ingroia non è destinata a rimanere sulla carta non fosse altro perché già realizzata.

Giannino: taglio della spesa di cinque punti in cinque anni


Chi invece padroneggia bene la materia economica è Oscar Giannino, leader del movimento Fare per fermare il declino (scaricato dall’economista Luigi Zingales per via del falso master). Ciò non toglie che nella corsa per il voto il giornalista non abbia fatto incetta di slogan. Uno su tutti quello del taglio della spesa di cinque punti in cinque anni.
OBIETTIVO TRASPARENZA. Su altri fronti, come la battaglia per la trasparenza, invece, Giannino ha scoperto una certa sintonia con Grillo. «Faremo fronte comune con il Movimento 5 stelle su certi argomenti», ha detto il 17 febbraio da Firenze citando tra i temi «l’abbattimento dei tetti del referendum per renderli validi in ogni caso». È solo strategia elettorale?
Di una cosa il leader dei turboliberisti comunque va fiero: «Non abbiamo messo amici e parenti tra i candidati», come ha sottolineato all’antimeeting di Milano di tre giorni fa. «Questo è l’inizio di un lungo cammino e noi dovremo essere fedeli a questo principio».
Più che una promessa, sembra un auspicio, ma va bene lo stesso. Tanto al 25 febbraio manca poco.

martedì 12 febbraio 2013

PRIMAVERA ARABA: RISULTATI ATTUALI.


TUNISIA: Una giovane tunisina affronta coraggiosamente un gruppo di islamici che vengono a imporgli il velo: Lei sale su una macchina e dice loro: «Questa è la Tunisia, un paese con più di 3000 anni di storia! , voi non siete che degli intrusi, dei parvenus della storia, i discendenti del sanguinario Okba Ibn Nafu .. La Tunisia non sarà l’ Afghanistan ".
La rivoluzione continua ...

Egitto - L'11 febbraio ricorre il secondo anniversario della caduta del regime di Hosni Mubarak, dando vita ad un governo che ha adottato una costituzione ispirata alla Sharia, e vari movimenti hanno indetto cortei di protesta verso piazza Tahrir. «Prima Mubarak, poi il potere militare e ora il potere dei Fratelli musulmani: la repressione persiste, la povertà continua e i tentativi di fare fallire la rivoluzione rimangono», si è potuto leggere in comunicato diffuso dagli organizzatori delle marce, fra i quali il partito al Dostour di Mohamed el Baradei, e movimenti rivoluzionari come Kefaya (cioè: «È abbastanza») e l'Unione dei giovani di Maspero. “Le donne in piazza solo per essere violentate”. Un telepredicatore salafita egiziano intanto ha accusato i manifestanti di essere «al 90%» donne copte o vedove che vanno in piazza «per essere violentate» ed è stato denunciato da attivisti copti, fra i quali Naguib Gobrail, capo dell'Unione egiziana per i diritti umani, per blasfemia e diffamazione, incitamento alle molestie sessuali e attacco alla pace sociale.
Durante una trasmissione della sua catena tivù Umma Ahmed Abdallah, conosciuto come Abu Islam, ha affermato che le manifestanti sono «puttane e senza morale», e che quelle non velate sono diavolesse.

TUNISIA – Chokri Belaid, parlamentare laico, viene assassinato in strada in un chiaro attentato politico. Moglie e figlie alle esequie: è polemica. La presenza della moglie Bassma e delle due figlie di Chokri Belaid ai funerali dell'esponente politico assassinato, in qunto il Corano lo vieti non consentendo alle donne di partecipare al rito dell'inumazione, ha scatenato in Tunisia una violentissima polemica politica tra il ministero degli Affari religiosi ed Hamma Hammami, leader del Fronte popolare, di cui l'ucciso era un esponente. In una nota, in cui stigmatizzava gli incidenti nel corso dei funerali, il ministero ha parlato di palesi violazioni delle prescrizione, riferendosi al fatto che la vedova e le figlie di Belaid abbiano partecipato all'inumazione. Prescrizione che è limitata solo all'inumazione e che decade a partire dall'indomani del rito.
Il Fronte popolare contro il ministro Khademi.  Hammami, che oltre a essere compagno di partito di Belaid era un suo amico da moltissimi anni, rivolgendosi al ministro degli Affari religiosi, Noureddine Khademi, che ha ispirato la nota, gli ha chiesto polemicamente se la sua indignazione è stata provocata dal fatto che «una figlia ha assistito ai funerali del padre, che una sorella abbia partecipato ai funerali del fratello. Signor ministro, è stato più sconvolgente vedere delle donne al cimitero che non il fatto che è stato assassinato un essere umano, che gli scontri al cimitero o le minacce di profanare il cadavere?».

Dopo questa dichiarazione venerdì sera, 8 febbraio, mentre stava tornando a casa dopo avere assistito ai funerali di Belaid, è sfuggito grazie alla sua scorta a un tentativo di aggressione da parte di salafiti.

LIBIA - «Non c' è alcun dubbio, la legge della nuova Libia renderà legale la possibilità per qualsiasi cittadino di avere sino a quattro mogli come permette il Corano. Ci adopereremo perché la Sharia (la legge islamica, ndr ) divenga fonte primaria della nuova Costituzione. Siamo uno Stato musulmano e non vedo cosa vi sia di strano. Così Mustafa Abdel Jalil spiega al Corriere la sua visione per la Libia del futuro. Ex ministro della Giustizia di Gheddafi, poi sostenitore della prima ora dei moti rivoluzionari.

L' aria determinata con cui avvalla la poligamia in nome di Allah, la critica all' interesse bancario liberista, la rivendicazione dell' identità islamica nazionale, sollevano forti critiche tra gli ambienti laici del Paese. «Jalil cerca il sostegno dei gruppi legati ai Fratelli musulmani, usa la religione come argomento populista per restare in sella», è una delle accuse più diffuse. Gli stessi «circoli degli avvocati», che furono il motore primo delle sommosse tra le classi dirigenti e filo-occidentali di Bengasi, si dicono «delusi, traditi, scoraggiati»

E noi allora abbiamo applaudito, ed ora abbiamo abbandonato.

lunedì 11 febbraio 2013

CITTA' DEL VATICANO - Ecco i precedenti dei pontefici dimissionari.

Prima di tutto la differenza dei termini : un Papa abdica non si dimette. Perché le dimissioni sono previste quando c’è di mezzo un contratto di lavoro.

L’abdicazione, dal latino “abdicatio” è una rinuncia ad una carica, ed è un termine usato solo per gli atti dei Re, Imperatori e dei Papi appunto. E nessuno la può discutere o rifiutare, come invece può accadere come nel caso delle dimissioni.

Detto questo, nella storia l’abdicazione di un Papa dal trono di Cristo non è un fatto molto frequente, anzi rarissimo perché è una carica a vita e la prassi prevede che solo alla morte del Pontefice in carica si provveda con un conclave all’elezione del successore. Comunque ecco quelli che sono i casi conosciuti nella storia.

Clemente I  (in carica dal 88 al 97 dC): vescovo di Roma fu arrestato e mandato in esilio e non volendo che la Chiesa ed i fedeli rimanessero senza la loro guida, fece in modo che al soglio pontificio venisse eletto Evaristo.

Ponziano, santo (230 - 235) - Il vescovo Ponziano (allora non c’era ancora il titolo di papa) fu comandato “ad metalla” cioè al lavoro forzato nelle miniere in Sardegna ove poi morì per gli stenti della prigionia ed egli, già al momento del suo forzato allontanamento da Roma, aveva rinunciato formalmente al proprio incarico, invitando la comunità ad eleggergli un successore.

Papa Silverio (dal 536 al 537 dC) costretto ad abdicare in favore di Papa Vigilio

Giovanni XVIII, Giovanni Fasano (1009 circa) - Era diventato papa per volontà di Giovanni Crescenzio III (uno dei capi delle fazioni nobiliari romane che da anni si arrogavano il diritto di imporre ai romani ed al clero il nominativo del papa da eleggere). Non è però proprio certo che sia stato dimissionario.

Benedetto IX, Teofilatto dei conti di Tuscolo (1032 - 1045) - Gli fu affidato il papato dal padre Alberico, capo della fazione dei Tuscolo, che consideravano il papato come una eredità familiare. Nel 1044 a Roma scoppiò una sommossa contro lo strapotere dei Tuscolo. Benedetto IX venne detronizzato e gli si contrappose Silvestro III, che però venne a sua volta cacciato via; Benedetto IX venne reintegrato, ma cedette la tiara per denaro al suo padrino di battesimo, l’arciprete Giovanni Graziano. Inoltre lo stesso Enrico III fece dichiarare deposti in contemporanea tre papi: Benedetto IX, Silvestro III e Gregorio VI.

Celestino V Santo, Pietro da Morrone (1294) - Fu un uomo di grande santità, eremita per molti anni, ma che non aveva esperienza di governo. Fu succube di Carlo II d’Angiò (detto lo Zoppo) e trasferì la sede apostolica a Napoli. Abdicò dopo cinque mesi di pontificato e chiese di poter tornare nel suo eremo. Ma il suo successore Bonifacio VIII lo tenne rinchiuso nella rocca di Fumone in provincia di Frosinone fino alla morte (1296). Secondo una voce popolare assai diffusa, Bonifacio VIII - temendo uno scisma che i suoi oppositori avrebbero potuto provocare - lo avrebbe fatto strangolare.

Gregorio XII, Angelo Correr (1406 - 1415) - Fu eletto all’età di ottanta anni. Ebbe un papato tormentato dalla presenza di più antipapi. Si dimise all’età di novanta anni, ma restò nella carica di cardinale vescovo. Si era in quel periodo che gli storici chiamano “lo scisma d’occidente” la cui confusione portò alla presenza di tre Papi: Gregorio XII – Papa di Roma, Benedetto XIII – Papa di Avignone e l’antipapa Giovanni XXIII

ITALIA - La scelta del Psi condivisa e osteggiata


I partiti nascono per rappresentare i cittadini in Parlamento e trasformare un’idea di società in legge.
La scelta del Psi è stata condivisa e osteggiata.
Intini, Martelli, Covatta, Amato, Acquaviva e parte eccellente della cultura socialista ha giudicato la strada imboccata l’unica possibile; altri no.
Tre casi. Tipologie diverse di opinioni contrarie e di giudizi sprezzanti.
Beppe Tamburrano si lamenta perché non troverà il piccolo partito socialista. Proprio lui che, abbandonato da tempo il Psi, aveva steso con Cesare Salvi e vecchi dirigenti comunisti un manifesto politico inneggiante alla sinistra massimalista.
Rino Formica, invece, aveva confidato in Tremonti. Un partito nuovo, il rilancio dell’Avanti-Critica Sociale contro l’Avanti on line del PSI e promesse illimitate.
Tremonti, l’ex ministro di Berlusconi, è diventato la spalla di Maroni e corre con il centro-destra. Domandate a Rino: dov’è la novità?
Il terzo caso non ha un nome. Si tratta perlopiù di ex, compagni fino al 1993/94, che hanno scelto strade diverse, spesso politicamente alternative. Un coacervo di sentimenti, anticomunismo e reducismo in testa, conditi con la dimenticanza di ciò che è avvenuto e di ciò che dopo, subito dopo, è stato il partito erede del Psi. E che, quanto alle responsabilità, sono di manica larga nel non riconoscere le loro.
Non vanno associati a questi tre casi i compagni critici che hanno combattuto nella nostra medesima trincea. Ce ne fossero.
Morale: più che dai nemici esterni i socialisti debbono guardarsi da loro stessi. Litigiosi, poco solidali e mai propensi a convertirsi alla penitenza, uno stato di riflessione che anche la laicità non esclude affatto.
Barone Rosso - Avantionline

CITTA’ DEL VATICANO - Il Papa lascia: non ho più forze. Lombardi: colti di sorpresa

Le dimissioni dal 28 febbraio. Sede vacante dal 20 del mese. Già convocato il Conclave per eleggere successore

Roma, 11 feb. - Il Papa Benedetto XVI lascia. "Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio". Lo ha affermato Papa Benedetto XVI nel discorso pronunciato al Concistoro ordinario pubblico per la canonizzazione di alcuni beati nel quale ha annunciato le sue dimissioni.

"Il Papa ci ha presi un po di sorpresa". Così il portavoce Vaticano, Federico Lombardi, in merito all'annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI. I cardinali hanno ascoltato il Papa "con il fiato sospeso, credo che la massima parte dei presenti non avesse informazione precedente di quell che il Papa stava per annunciare". " I cardinali hanno ascoltato il Papa "con il fiato sospeso, credo che la massima parte dei presenti non avesse informazione precedente di quell che il Papa stava per annunciare".

Il Papa lascerà a partire dal prossimo 28 febbraio. "Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino", ha aggiunto. Il Pontefice ha già convocato il conclave per la scelta del suo successore.

La sede di San Pietro sarà "vacante dalle 20 del 28 febbraio", quando Benedetto XVi lascerà il suo incarico, come ha annunciato lui stesso stamattina ai cardinali presenti per il Concistoro ordinario pubblico per la canonizzazione di alcuni Beati. "Ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro - ha detto il Papa - di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice".


Le dimissioni del Papa, reazioni dall'estero e della politica


Hollande: decisione rispettabile. Monti: molto scosso. Bersani: notizia storica. Casini: uomo straordinario


Roma, 11 feb. - Tante le reazioni del mondo della politica nazionale e internazionale alla decisione del Papa di lasciare il Pontificato dal 28 febbraio. Il presidente francese Francois Hollande ha definito "assolutamente rispettabile" la decisione del Papa di dimettersi. "Non ho nessun commento particolare su questa decisione assolutamente rispettabile che porterà alla nomina di un nuovo Papa", ha detto Hollande a margine di una sua visita a una banlieue parigina. "La Repubblica saluta il Papa, che ha preso questa decisione", ha aggiunto. Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha detto di essere " molto scosso" dalla notizia inattesa sul possibile abbandono del pontificato il 28 febbraio da parte di papa Benedetto XVI. "Ho sentito questa notizia qualche minuto fa" ha detto al suo arrivo nella sede di Assoedilizia a Milano.

"E' una notizia di portata storica", ha commentato dal canto suo Pier Luigi Bersani. Secondo Bersani tale decisione "viene presa non certo per debolezza", "è un grande teologo che ha messo la teologia al servizio della Chiesa". Dunque, ha aggiunto, "è un gesto di impostazione, di novità per il futuro". Il segretario del Pdl Angelino Alfano ha voluto pubblicamente "riconoscere la grandezza di un pontificato e di un Papa che ha saputo vedere la crisi antropologica prima ancora di quella economica".

Esprimiamo - ha detto Alfano su Benedetto XVI a margine di una conferenza stampa a Roma- gratitudine profonda per ciò che ha fatto". Le dimissioni di papa Ratzinger sono "un gesto rivoluzionario" che dimostra "la forza della Chiesa", a giudizio di Pier Ferdinando Casini . Per il leader dell'Udc Benedetto XVI è "un uomo straordinario forse fragile nel fisico, ma che ha dimostrato di avere una spiritualità eccezionale".

"E' un fatto storico, è un atto di responsabilità che va rispettato". E' quanto affermato Antonio Ingroia, candidato premier di Rivoluzione civile rispondendo ai cronisti che gli chiedevano un commento a caldo sulle dimissioni del Pontefice. Ingroia ha premesso che si tratta di una decisione che "mi coglie un po di sorpresa e che è difficile da commentare".

Dimissioni Papa inondano il web tra profezia di Malachia e ironia


Su Twitter è subito trending topic: "Ora Berlusconi Papa?"


Roma, 11 feb. - A pochi secondi dall'annuncio di Papa Benedetto XVI delle sue dimissioni a partire dal 28 febbraio sul web si sono scatenati commenti e reazioni di stupore sul web e le parole #Papa, #Pontificato, #Benedetto XVI e #Pontificato dal 28, sono diventate rapidamente trendic topic, principali argomenti di discussione su Twitter.

Tra reazioni di sorpresa, semplici "retweet" della notizia e domande sulle motivazioni che avrebbero spinto il Pontefice a questa decisione, in molti hanno fatto riferimento alla profezia di Malachia e della monaca di Dresda, secondo cui Benedetto XVI potrebbe essere l'ultimo Papa della storia.

C'è poi chi ha fatto ironia sull'annuncio senza precedenti, parlando di "fosco presagio sulle prossime elezioni", chi invece ha ipotizzato come successore Napolitano o Monti, o Berlusconi, chiedendosi se preferirà candidarsi a Papa, e chi ha chiamato in causa Nanni Moretti con il finale del suo film "Habemus Papam". Infine qualcuno ha tirato in ballo Sanremo: "Il Papa si dimette. La Littizzetto dovrà riscrivere tutte le battute per Sanremo".

IRLANDA - Maddalene irlandesi, le sopravvissute chiedono i danni per le torture

Le donne recluse e seviziate nelle tristemente famose lavanderie gestite dalla Chiesa, minacciano lo sciopero della fame se il governo non le risarcirà per gli abusi subiti.

Le anziane sopravvissute che lavoravano nelle famose Maddalene irlandesi minacciano uno sciopero della fame se il governo del loro Paese non istituirà un progetto di risarcimenti economici per tutte le donne che vi erano detenute. La coalizione tra laburisti e Fine Gael riceverà martedi un rapporto che stabilisce le responsabilità dello Stato irlandese in un sistema che il Comitato contro le torture dell'Onu ha descritto come di tipo schiavista.

Le giovani donne ritenute moralmente discutibili, soprattutto le ragazze madri, venivano obbligate dai tribunali a lavorare senza retribuzione nelle lavanderie gestite dalle suore della Chiesa cattolica. Le Maddalene operarono in gran segreto dai primi anni Venti fino al 1996 quando furono chiuse dopo un pubblico scandalo che portò alla luce la loro esistenza oltre ad abusi e sevizie di ogni tipo perpetrate da parte delle suore stesse su 30 mila donne. Steven O'Riordan, portavoce dell'associazione Magdalene Survivors Together, ha avvertito che alcune donne intraprenderanno uno sciopero della fame se il governo non verrà incontro alle loro richieste. «C'è una certa probabilità che tale minaccia diventi realtà. Alcune donne hanno riferito di non aver ricevuto un risarcimento appropriato da parte di uno Stato responsabile di averle abbandonate alla mercè di queste istituzioni. Molte di loro affermano di trovarsi ormai in un'età in cui non hanno niente da perdere se il governo non offrirà loro una qualche sorta di indennizzo per quello che è accaduto», ha dichiarato O'Riordan.

Nel 2011 il Comitato contro le torture dell'Onu aveva richiesto al governo irlandese di avviare un'indagine sul trattamento subito da migliaia di donne e ragazze. Secondo le stime, oltre 30 mila donne sono passate dalle lavanderie dove dovevano lavare vestiti e biancheria dell'esercito irlandese senza alcuna retribuzione. Il rapporto del prossimo martedi è stato voluto dal senatore Martin McAleese, marito della precedente presidente della Repubblica Mary McAlee.
Gli ordini della Chiesa cattolica che gestivano le lavanderie sono the Sisters of Our Lady of Charity, the Congregation of the Sisters of Mercy, the Religious Sisters of Charity, the Sisters of the Good Shepherd.

Henry McDonald
Articolo originale su The Guardian, traduzione di Belinda Malaspina