Pensare Globale e Agire Locale

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martedì 19 febbraio 2013

ITALIA - VERSO IL VOTO: Le promesse elettorali dei leader politici

Dall'Imu del Cav all'Irpef di Monti. Fino al reddito di cittadinanza di Grillo. Gli annunci della campagna 2013.

di Paola Alagia

Come ogni campagna elettorale che si rispetti, anche questa ha la sua buona dose di annunci. Tutti i leader politici, candidati premier e facenti funzione (Beppe Grillo e Silvio Berlusconi di fatto non sarebbero in corsa per la premiership) si sono finora sperticati, infatti, in slogan altisonanti. Per lo più promesse da marinaio, ma pur sempre buone per raccogliere consensi.
Sta di fatto che a questo esercizio di captatio benevolentiae nessuno si sottrae. E non importa se il rischio, anzi la certezza matematica, è quella di essere smentiti alla prova dei fatti. È la campagna elettorale.

Berlusconi: dall'abolizione dell'Imu alla non pignorabilità della prima casa


Il primato in questo campo se l’aggiudica Silvio Berlusconi. D’altronde è risaputo che nella fase che precede le consultazioni, l’uomo di Arcore non conosce rivali. In fondo, è cosi dai tempi del contratto con gli italiani firmato davanti alle telecamere di Porta a Porta nel 2001. E anche in vista del voto del 24 e 25 febbraio non si è smentito.
IL SOGNO DEL PONTE SULLO STRETTO. L’ultimo annuncio berlusconiano è la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina («Ho un sogno, prima di morire: passare sul Ponte sullo Stretto»). In realtà, una vecchia promessa che, come da copione, è rimasta sulla carta. Non per colpa del Pdl, naturalmente. «Noi abbiamo lavorato per anni per questo obiettivo, abbiamo completato la fase di progettazione, le opere preliminari sono già cominciate ma prima il governo Prodi, poi il governo Monti, hanno bloccato tutto», ha chiarito il Cavaliere lo scorso 16 febbraio da Palermo.
LA PROPOSTA CHOC. La proposta choc della campagna elettorale 2013 targata Berlusconi, tuttavia, rimane l’abolizione dell’Imu sulla prima casa e la restituzione di quella già pagata entro dicembre. Una linea programmatica lanciata dal leader Pdl il 3 febbraio scorso intervenendo alla Fiera di Milano: «Daremo indietro una tassa iniqua e ingiusta e lo faremo subito, in un mese tutti riavranno ciò che hanno pagato nel 2012».
I 4 MILIONI DI POSTI DI LAVORO. Da parte dell’ex premier, però, non poteva mancare un altro storico cavallo di battaglia e cioè l’occupazione. Se in passato ha fallito nella creazione di 1 milione di posti di lavoro, questa volta il Cav ha deciso di alzare la posta. Il 7 febbraio in un messaggio ai giovani su Rai Web Radio ha annunciato: «Nel primo Consiglio dei ministri approveremo un decreto che consentirà alle nostre imprese di assumere un nuovo collaboratore senza pagare né contributi né tasse per i primi anni. Se ogni impresa assumesse anche solo un giovane avremmo creato 4 milioni di nuovi posti di lavoro ».

Cosa non si fa pur di attrarre consensi. E così il Cavaliere ha rispolverato persino il tema del condono che a sentire lui «porta nelle casse dell'erario molti miliardi». «Datemi la maggioranza assoluta», ha detto ospite della trasmissione Leader di Lucia Annunziata lo scorso 8 febbraio, «e io vi garantisco il condono tombale».
CONTRO IL «MOSTRO» DI EQUITALIA. Nel programma elettorale del Pdl, naturalmente, c’è spazio per riforme strutturali co­me il dimezzamento dei parla­mentari, l’azzeramento dei fi­nanziamenti pubblici ai partiti e le misure per rilanciare la crescita, ma gli assi nella manica su cui punta Berlusconi sono altri e la lotta contro il «mostro» di Equitalia è tra questi. Anche perché la sua offensiva, insieme con quella dell’Agenzia delle Entrate «si è fatta esasperante».
A una settimana esatta dal voto, quindi, Berlusconi dal Lingotto di Torino ha sviscerato la sua riforma: «Diciamo sì alla lotta all'evasione, ma deve essere una lotta giusta e liberale per cui serve una drastica revisione di Equitalia».
E, dulcis in fundo, non poteva mancare la promessa sull’impignorabilità della prima casa.

Bersani punta diritto al conflitto di interessi


Pure il leader del centrosinistra, Pier Luigi Bersani, però, si è sbilanciato in promesse precise. Tutte da realizzare nei primi mesi di insediamento al governo. La cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia è stato il primo cavallo di battaglia del segretario democrat. Una sfida lanciata già a ottobre scorso in vista delle primarie del centrosinistra.
PIÙ DIRITTI CIVILI. A questa, poi, nel corso della campagna elettorale si sono aggiunti altri annunci. Gli ultimi, del 16 febbraio scorso, scritti nero su bianco nel messaggio inviato all’incontro Cambia Italia, promosso da Arcigay e altre associazioni per i diritti di omosessuali e transessuali. Entro sei mesi dall’insediamento, insomma, Bersani promette una legge sull’omofobia e nel giro di un anno una sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso.
PIER RILANCIA SULL'IMU. Non c’è che dire, pure Bersani si è lasciato contagiare dalla partita sull’Imu. La sua proposta, però, non tocca i livelli berlusconiani (l’ex ministro dello Sviluppo economico, infatti, punta la una rimodulazione Imu con franchigia alzata a 500 euro e recupero dei 2,5 miliardi persi attraverso una maggiore tassazione degli immobili di valore superiore a 1,5 milioni).
Anche il leader democratico, comunque, ha la sua proposta choc. L’ha lanciata lo scorso 6 febbraio: il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione alle imprese per l’ammontare di 50 miliardi in cinque anni attraverso titoli di Stato.
FALSO IN BILANCIO NEL MIRINO. Tra le priorità (e non sono poche), tuttavia, il leader di Largo del Nazareno ne pone almeno altre due e cioè il falso in bilancio e il conflitto d’interessi. Ma, poi, come ha ribadito nel corso della conferenza di programma della Cgil, il 25 gennaio, «il tema del lavoro deve essere al centro della prossima legislatura».
C’è l’imbarazzo della scelta, quindi, se si considera che tra i primi atti promessi c’è pure «un’immediata rivisitazione del patto di stabilità per fare un grande piano di piccole opere sul tema delle scuole da sistemare, dell’ambiente, della mobilità urbana e difesa del territorio».
NO ALLE LEGGI AD PERSONAM. E che dire della cancellazione di tutte le leggi ad personam? Di sicuro uno slogan che in campagna elettorale funziona e, infatti, Bersani se l’è giocato il 15 gennaio a Ballarò. «Cancelleremo le leggi ad personam», ha detto il candidato del centrosinistra. «Ce n’è un certo tot, la Cirielli va cancellata, la Gasparri da modificare… Insomma ce n’è un po’, finché c’è la persona».

Monti: giù Irpef e dimezzamento Irap


Abbandonato lo stile british e la sobrietà bocconiana, il premier uscente Mario Monti sta dimostrando giorno dopo giorno di trovarsi a suo agio nei panni del politico. E le promesse non mancano. All’improvviso, dunque, tutto ciò che è stato proibitivo nei 13 mesi del suo mandato a Palazzo Chigi diventa fattibile dopo il 25 febbraio. Sia che si tratti della rimodulazione dell’Imu (neppure Monti ha resistito al richiamo) sia che si tratti della riduzione delle aliquote Irpef medio basse da 15 miliardi o del dimezzamento dell’Irap per il settore privato entro il 2017.
IL PROGETTO DI DISMISSIONI. Quanto è fattibile un simile programma? A sentire Monti, le risorse andranno recuperate dalla dismissione di 130 miliardi di immobili pubblici nei prossimi cinque anni. Non proprio un'impresa da poco. Come, del resto, il famigerato accordo con la Svizzera sbandierato da Berlusconi.
Insomma anche il Prof sembra disposto a tutto per guadagnare consensi. La legge anticorruzione, motivo di vanto di Mario Monti nei mesi scorsi, per esempio, ora va «ampliata»: «Bisogna mettere altre cose come le norme sulla prescrizione e il falso in bilancio», ha detto il premier da Nola il primo febbraio.

Grillo insiste sul referendum per la permanenza nell'euro


Parole, parole, parole. Tra chi ne ha da vendere parecchie non manca Beppe Grillo. Il leader del Movimento 5 stelle cavalca senza sosta il vento favorevole del momento. E così è tutto un fiorire di proposte «hard».
A cominciare dal «politometro» per valutare il livello di arricchimento dei politici nel corso degli anni. È uno slogan che riecheggia spesso nelle tappe dello tsunami tour del comico genovese. Come a piazza Castello a Torino e il 21 gennaio scorso a Salerno.

Berlusconi, insomma, non è il solo a saper muovere le corde giuste per attirare consensi. Anche il blogger ha i suoi assi nella manica. E il referendum sull’euro è uno di questi: un refrain che Grillo ripete da mesi e che, naturalmente, a una settimana dalle consultazioni politiche ha prontamente rimesso in pista.
Non si tratta di una promessa vera e propria ma ciò che conta in certi casi, e il comico ligure lo sa bene, è l’effetto annuncio. E allora via, a squarciagola sul palco: «Serve un referendum tra il popolo italiano per decidere se stare nell'euro».
IL REDDITO DI CITTADINANZA. Nella lunga teoria di promesse grilline rientra, inoltre, il reddito di cittadinanza. «Per chi perde il lavoro, per gli esodati, dare loro 900, 1.000 euro al mese per tre anni. Cosi c'è un po' di tempo per gestire le situazioni e non si muore da soli in un angolo».
Problemi di copertura, a sentire Grillo, non ce ne sono: «I soldi li prendiamo chiedendo indietro il finanziamento ai partiti, i finanziamenti ai giornali. Via i vitalizi, via i doppi incarichi». Più facile di così, verrebbe da dire…

Ingroia e le riforme del sistema giustizia


Ad Antonio Ingroia, leader di Rivoluzione civile, va riconosciuto il merito di non uscire mai dal seminato. Il suo pallino era e rimane la giustizia. E così le promesse del pm in aspettativa si articolano tutte intorno a questo tema.
Va da sé che per attirare investitori bisogna fare «una riforma del processo penale e del processo civile che abbia come priorità quella dei tempi», ha detto Ingroia il 14 febbraio a Radio24. Non che in materia giudiziaria, però, al magistrato palermitano manchino proposte choc, a cominciare dal grado unico di giudizio per combattere la mafia.
SCIVOLONI IN ECONOMIA. I problemi per Ingroia subentrano, casomai, quando il discorso si sposta su questioni i più specificamente economiche. L’11 febbraio, per esempio, il leder di Rc ha lanciato da Milano l’idea di un istituto di credito pubblico che possa concedere prestiti a medio e lungo termine con un tasso di interesse al 2% alle imprese. Peccato che, per certi versi, la Cassa depositi e prestiti serva proprio a questo. Mettiamola così: almeno la proposta Ingroia non è destinata a rimanere sulla carta non fosse altro perché già realizzata.

Giannino: taglio della spesa di cinque punti in cinque anni


Chi invece padroneggia bene la materia economica è Oscar Giannino, leader del movimento Fare per fermare il declino (scaricato dall’economista Luigi Zingales per via del falso master). Ciò non toglie che nella corsa per il voto il giornalista non abbia fatto incetta di slogan. Uno su tutti quello del taglio della spesa di cinque punti in cinque anni.
OBIETTIVO TRASPARENZA. Su altri fronti, come la battaglia per la trasparenza, invece, Giannino ha scoperto una certa sintonia con Grillo. «Faremo fronte comune con il Movimento 5 stelle su certi argomenti», ha detto il 17 febbraio da Firenze citando tra i temi «l’abbattimento dei tetti del referendum per renderli validi in ogni caso». È solo strategia elettorale?
Di una cosa il leader dei turboliberisti comunque va fiero: «Non abbiamo messo amici e parenti tra i candidati», come ha sottolineato all’antimeeting di Milano di tre giorni fa. «Questo è l’inizio di un lungo cammino e noi dovremo essere fedeli a questo principio».
Più che una promessa, sembra un auspicio, ma va bene lo stesso. Tanto al 25 febbraio manca poco.

sabato 29 dicembre 2012

ITALIA DO UT DES - Chiesa, le indulgenze di Monti

Dal fronte anti Vendola ai 17 milioni per gli ospedali cattolici. Dietro l'endorsement, le attenzioni di Monti per il Vaticano.Che ne benedice l’ascesa politica e “ospita” il suo vertice con i centristi.

di Marco Mostallino

Venerdì, 28 Dicembre 2012 - Loden verde e moglie a braccetto, ogni domenica mattina il premier si fa ritrarre da fotografi e tivù mentre esce da messa. Questo quadretto che unisce Dio, patria e famiglia è come un’icona miracolosa: ha compiuto il prodigio di unire persino i due partiti rivali della Chiesa, quello guidato dal segretario di Stato Tarcisio Bertone e l’altro, la Cei, con a capo Angelo Bagnasco.
Prima l’editoriale di Famiglia Cristiana, poi l’altro dell’Osservatore Romano, entrambi nella stessa direzione: Vaticano e vescovi in campagna elettorale sosterranno Mario Monti e il suo calderone di liste. Ma si tratta di un endorsement totalmente disinteressato?
Di certo c'è che il Prof in questo suo anno a capo del governo ha cercato, spesso, di tendere una mano al Vaticano.

Il fronte anti Vendola


Casini, Olivero, Riccardi: questi “crociati” di Mario Monti sono considerati preziosi dal Vaticano e dalla Cei, perché considerati in grado di opporsi alle riforme che il leader di Sel, Nichi Vendola, vorrebbe attuare nella prossima legislatura: legge contro l’omofobia, adozioni alle coppie gay, fecondazione artificiale più facile, norme che tutelino maggiormente le donne da violenze e abusi soprattutto in famiglia (vedi il caso del prete di Lerici che, dopo aver accusato le donne stuprate di “cercarsela”, non è stato punito dalla Diocesi).

La campagna sull'Imu


È vero che con in Professore ora anche la Chiesa dovrà pagare l’Imu per una parte dei suoi immobili, ma in Vaticano considerano la partita ancora aperta. Tanto che ora la Chiesa sostiene un paradossale fronte anti-Imu, che trova nell’appoggio aperto a Monti del costruttore Caltagirone il suo campione: il re dei palazzinari romani è suocero (in seconde nozze) di Pier Ferdinando Casini, da sempre contrario all’Imu alla Chiesa ma anche nemico di una tassa che certamente non aiuta gli affari immobiliari di Caltagirone e dei suoi 'colleghi' costruttori, spesso i veri poteri forti delle città italiane, capaci di condizionare le scelte urbanistiche di moltissimi sindaci, dal Nord al Sud del Paese.

Le 'mance' approvate in Finanziaria


«Non chiamatela più Finanziaria, è una legge di stabilità» aveva detto Monti per segnare una presunta discontinuità col passato fatto di soldi a pioggia. Invece, l’ultima manovra dell’esecutivo si è trasformata nella più democristiana legge di spesa che si potesse immaginare. Mance per gli amici e i possibili alleati: come i 5 milioni per l’ospedale Gaslini di Genova, caro al “ligure” Bagnasco, e i 12 al Bambin Gesù di Roma, uno dei centri di potere sanitario cattolico nella Capitale.

L'obolo alla scuola cattolica


Mentre le scuole pubbliche sono alla bancarotta, con soffitti che crollano ferendo gli alunni (ultimo caso in una elementare di Ciampino), il Governo Monti ha tolto altri 157 milioni di euro agli istituti statali per versarne 278 nella bocca sempre aperta di quelle cattoliche. Una mossa che ora si legge in chiave elettorale.

I “campioni della fede”


Monti dal canto suo ha compiuto due abili mosse politiche, inserendo tra i suoi candidati il leader della Comunità di Sant’Egidio, nonché ministro, Andrea Riccardi, e Andrea Olivero, presidente delle Acli che, dopo il sostegno passato a Romano Prodi, negli ultimi anni davano ormai aperto sostegno a Silvio Berlusconi.
E poi c’è Comunione e liberazione con la potentissima Compagnia delle Opere, una rete di aziende che vivono soprattutto di appalti pubblici, locali e nazionali. I ciellini avevano in Roberto Formigoni e Silvio Berlusconi i santi patroni, capaci di garantire loro affari multimilionari. Ma dopo l’imbolsimento del Cavaliere e la bufera giudiziaria sul “Celeste”, ormai Cl si è riposizionata al sostegno di Monti: chi prospera grazie al denaro pubblico non può certo permettersi di appoggiare dei perdenti e di stare a lungo lontano dal potere.

La campagna mediatica


Così, ora la Chiesa affila le sue armi mediatiche. In primis Famiglia Cristiana, la corazzata che diffonde ogni settimana oltre 900 mila copie e che sfiora i i 3,5 milioni di lettori, più delle persone che hanno partecipato alle primarie del Pd, per dare un metro della forza che la rivista cattolica può mettere in campo.
Poi l’Osservatore Romano, bollettino vaticano, e L’Avvenire, quotidiano della Cei: due giornali spesso su posizioni politiche diverse, ma che ora troveranno finalmente un unico candidato da sostenere insieme. Poi l’immensa rete di settimanali diocesani e tivù di diocesi e parrocchie: prese una per una piccole realtà, ma se messe insieme in grado di influenzare le scelte, o almeno le idee, di molti milioni di cittadini di ogni età, i quali vedono ancora nel prete o nel vescovo un riferimento anche per le decisioni da prendere nel segreto dell’urna.

martedì 10 luglio 2012

ITALIA - Governo/Monti-bis agita Pd-Pdl, Napolitano teme melina riforme

Fra i democratici dibattito su preferenze. Letta: Via Porcellum
Roma, 10 lug. - L'ipotesi di un Monti-bis ufficialmente viene derubricata a 'fanta-politica' sia dal Pd che dal Pdl, entrambi i principali partiti fanno finta di niente rispetto alle voci che sono tornate a circolare con sempre maggiore insistenza da una decina di giorni, ma le indiscrezioni che oggi apparivano sui due principali quotidiani italiani lasciano pochi dubbi sul fatto che la partita sia tutta da giocare. Peraltro, se si abbandona l'ufficialità e si cerca di sondare gli umori nei due partiti garantendo l'anonimato, il quadro che esce è assai più indefinito di quello che vorrebbe il Pd pronto a correre verso palazzo Chigi e il centrodestra nel ruolo di sparring partner. Molto dipende anche dalla legge elettorale, tema sul quale non a caso è arrivato oggi il monito del Capo dello Stato, sempre più preoccupato della 'melina' che i partiti stanno facendo sull'argomento. Gianfranco Fini ha ufficialmente ipotizzato l'idea di un bis del Professore, sostenuto da una larga coalizione. Ma il progetto viene portato avanti con pazienza anche dall'ala 'moderata' del Pdl, quella di Franco Frattini e Giuseppe Pisanu. E se la cosa diventasse concreta, si aprirebbe una riflessione anche nel Pd.

Al momento, i democratici sono fermi sulla linea uscita dalla direzione di giugno, Pier Luigi Bersani candidato premier e alleanza tra un "centrosinistra di governo", ovvero senza Antonio Di Pietro, e i moderati, oltre ovviamente alle 'liste civiche'. Nessuno mette in discussione questa linea. Un parlamentare Pd 'montiano', però, fa capire che la questione è più complicata: "Fino a quando non si capirà con quale legge elettorale si vota i 'montiani' del Pd non faranno di più che arginare qualche uscita di Fassina o Damiano (l'ala 'sinistra' del partito, ndr). E, d'altro canto, se si vota con il 'Porcellum' le possibilità di un 'Monti-bis' sono vicine allo zero'". Un ragionamento che darebbe forza ai sospetti del Colle sulla reale volontà dei partiti di fare la riforma elettorale. E' vero che Bersani oggi si è detto "d'accordissimo" con Napolitano e ha ribadito che il Pd è "pronto" a fare la riforma. Ma il veto sulle preferenze pronunciato da Anna Finocchiaro, d'accordo con il segretario, non aiuta certo la trattativa e, peraltro, non piace nemmeno all'ala ex Margherita del partito, che teme di essere penalizzata dagli ex Ds con la legge attuale. E il vice-segretario Enrico Letta, su Twitter, ha fatto capire come la pensa: "Il cambio del Porcellum è prioritario rispetto a qualunque bandiera di partito. Bene appello Napolitano. Si vada subito in Aula e si decida".

In realtà, anche nel Pdl non è ancora emersa una posizione chiara. Gli ex An sono in costante pressing sulla segreteria per evitare un meccanismo elettorale che li consegni all'irrilevanza, tanto che da settimane minacciano una scissione in caso di proporzionale puro. L'ala più montiana, capitanata da Pisanu e Frattini - ma vicina ai quarantenni dell'ex FI e quindi anche ad Alfano - non si opporrebbe invece a un sistema elettorale capace di ritagliare un ruolo al Pdl anche in caso di Monti bis. Berlusconi, dal canto suo, sa che restando in campo difficilmente permetterà al Pdl di contribuire alla fase due del montismo. Per questo manda avanti gli ambasciatori, ma tiene vivo il 'piano B', lasciando intendere di essere pronto a una sua eventuale ricandidatura. La sintesi, complicata, prova a farla il segretario in una lunga nota dalla quale - tanto sono le ipotesi avanzate, dalle preferenze ai collegi, dal sistema spagnolo a quello francese - difficilmente si intuisce la linea prescelta.

domenica 24 giugno 2012

UE - Merkel, addio diplomazia soft

A Roma Angela contro Monti e Hollande.
di Marcello Pirovano

Terminator Angela è stata la più fedele alla nuova linea, quella della diplomazia che va a farsi benedire in tempo di crisi: accuse precise, fuori dai denti, alla faccia della cortesia istituzionale tra potenti del mondo.
Non avrà avuto l'occhio bionico che il settimanale britannico New Statesman le ha cucito addosso nella caricatura di copertina, ma intanto la cancelliera tedesca Merkel è stata l'emblema della comunicazione schietta nell'era del default anche durante il quadrilatero romano in compagnia di monti-hollande-raioy, capi di governo di Italia-Francia-Spagna.
«REGOLE NON RISPETTATE». La stampa inglese l'ha definita «il leader più pericoloso d'Europa, nonché il politico tedesco più insidioso dopo Adolf Hitler».
Lei, senza baffetti, ma ugualmente rigida, ha fissato negli occhi i cronisti presenti nella Capitale e ha sparato: «In Europa serve coesione e solidità, ma anche un rigido controllo perché troppo spesso in passato non è stato rispettato il Patto di stabilità che già era in vigore. Non perché non avevamo delle norme, sia chiaro, ma perché è stata persa la fiducia e non abbiamo rispettato le regole».
Capito? Senza disciplina, il burrone della recessione è lì a un passo.
LA FRECCIATINA DEL PROF: «VOI I PRIMI». Monti non si è scompigliato e la risposta velenosa l'ha rifilata. Così il Prof ha smarrito per un attimo il tipico aplomb: «Nel 2003 Francia e Germania, non Portogallo e Grecia, furono autorizzate a deragliare dalle regole europee. Abbiamo speso 10 anni per ricostruire una credibilità europea; ecco l'importanza delle regole».
Insomma avete cominciato voi. No, voi.

Tutto nacque dallo screzio Obama-Barroso. Ora si può dire tutto


La comunicazione politica 2012 è diventata diretta: durante un G20 di potenti serpenti  tutti-contro-tutti hanno inaugurato la moda dei rapporti franchi il presidente americano Barack Obama e il numero 1 della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso.

LEZIONI DA NESSUNO. «Il mondo è molto preoccupato per una crescita economica troppo lenta che dall'Europa contagia gli Stati Uniti», disse il primo.
«Non siamo qui per prendere lezioni di democrazia o di gestione dell'economia», rispose piccato il secondo.
Nemmeno se la predica viene dal responsabile della più grande realtà finanziaria del pianeta.
Quindi l'ultima puntata, con i botta e risposta al vetriolo trasferiti anche a Villa Madama, il 22 giugno.
EUROBOND, GELO MERKEL-HOLLANDE. Appena Frau Merkel ha accennato l’ipotesi eurobond, con l'espressione resa ancor più severa per via di una traduttrice dal tono incattivito, il presidente francese Francois Hollande l'ha frenata bruscamente: «Gli eurobond devono rimanere una prospettiva, e non a 10 anni». Punto.
Al diavolo i giri di parole, il politichese, il detto-non-detto.
PERSINO SUI VESTITI. Lo spread tra ciò che si pensa e quello che si dichiara è sempre più vicino allo zero. Persino un ex alleato ingrato, Nicolas Sarkozy, aveva esternato considerazioni senza peli sulla lingua. E non parlava nemmeno di crisi dell'eurozona: «La Merkel non è brutta, è che si veste malissimo», fu il commento. Per fortuna non si lanciò in considerazioni sul fondoschiena 'importante'.
RILASSATI? NEMMENO SU ROMA. Ma su qualcosa si saranno ammorbiditi, questi leader europei? Almeno sulla bellezza avvolgente di Roma, se non altro per ruffianeria da ospiti al vertice.
Il premier spagnolo Rajoy ha parlato di «città più bella del mondo», ma Hollande ha subito replicato: «Questo è discutibile» (pensava alla 'sua' Parigi?). Poi la Merkel, immancabile: «Comunque sicuramente è molto bella».
Si è intenerita, almeno qui. Ma il siparietto non ha smorzato la tensione: da quando di mezzo c'è lo spauracchio-crac finanziario, i potenti del continente non se le mandano più a dire.

domenica 20 maggio 2012

G8: L'Ue dice addio all'austerity

Intesa tra Obama, Monti e Hollande sulla crescita. L'Eliseo pronto a rilanciare sugli Eurobond.

di Gabriele Perrone
Sabato, 19 Maggio 2012 - La partita del G8 è stata nettamente vinta dal trio composto da Barack Obama, Mario Monti e François Hollande. Il 19 maggio a Camp David è stato certificato l’imperativo di “promuovere la crescita e l’occupazione”, che ha prevalso sul pur necessario rigore nei conti.
Ne è uscita sconfitta, così, la cancelliera tedesca Angela Merkel, sempre più sola nel mantenere la sua vecchia linea di austerity. È sfida aperta da parte del neopresidente francese, che al vertice straordinario dell'Eurgruppo del 23 maggio a Bruxelles ha intenzione di proporre l'introduzioneduzione degli Eurobond.
«APPROCCIO COMUNE». «Con Hollande e Monti si apre l'opportunità di un approccio comune per risolvere la crisi e i problemi dell'Eurozona», hanno fatto sapere dalla Casa Bianca, dove Obama può tornare consapevole di aver fatto il possibile per convincere l'Ue a varare misure concrete per la crescita, che devono andare di pari passo alla lotta contro i deficit.
OBAMA ESORTA L'EUROPA. Il presidente americano, preoccupato per il rischio-contagio della crisi europea in vista delle presidenziali Usa di novembre, ha ammesso che «c'è ancora molto da fare», ma ha esortato i leader del Vecchio Continente a risolvere la loro crisi «in maniera credibile e tempestiva», adottando un approccio che non privilegi l'aspetto dei tagli ma, al contrario, punti sulla crescita.
GRECIA NELL'EURO. L'auspicio è quello di una zona euro «forte e unita» che comprenda anche la Grecia, a condizione (parole di Frau Merkel) che Atene «rispetti gli obblighi del memorandum».

Monti: «Piste concrete per la crescita»

Dal vertice è emersa inoltre, come spiegato da fonti dell'Eliseo, «una convergenza molto forte tra François Hollande e Mario Monti su come promuovere la crescita per uscire dalla crisi».
Proprio il fattore crescita, ha assicurato il premier italiano, è previsto centrale nel vertice straordinario del 23 maggio a Bruxelles, dove vanno discusse “piste concrete” come gli eurobond e i project bond.
TRILATERALE CON MERKEL E HOLLANDE. In vista del Consiglio Ue di fine giugno, Monti ha anche annunciato un summit trilaterale a Roma con Merkel e Hollande per «concertare» le diverse posizioni.
Sono rimaste aperte alcune questioni interne all'Europa, come il fiscal compact (che Hollande vorrebbe rinegoziare) e la tassa sulle transizioni finanziarie, la Tobin Tax, su cui c'è il veto di Londra. I leader del G8 non hanno invece discusso della ricapitalizzazione delle banche spagnole.
«ATENE RISPETTI GLI IMPEGNI». E ovviamente c'è il capitolo Grecia, sul quale c'è interesse che «resti nell'Eurozona, rispettando gli impegni presi». Ma non c'è stato nessun accenno al tanto temuto piano “segreto” per l’uscita di Atene dall’euro..
La necessità primaria è che l'unione monetaria europea si doti di strumenti credibili per contrastare la crisi del debito sovrano, attraverso «riforme strutturali che aumentino la produttività e la domanda e investimenti in educazione e in infrastrutture moderne».

Cameron: «Serve un piano d'emergenza»

Il premier britannico David Cameron ha invece sottolineato la «crescente sensazione di urgenza sul fatto che serva un piano di emergenza».
Secondo Cameron, la crisi di Eurolandia e il prezzo del petrolio «sono le due maggiori minacce per tutte le nostre economie».
DALL'IRAN ALLA SIRIA. Proprio sul fronte dei rifornimenti petroliferi, il leader si sono detti pronti ad adottare «misure adeguate» se dovessero palesarsi problemi di approvvigionamento in seguito alla crisi con l'Iran e l'entrata in vigore delle sanzioni internazionali.
Un accenno nel documento anche allo spargimento di sangue in Siria, con i Grandi che hanno ribadito compatti la necessità di intraprendere rapidamente un processo di transizione politica e pacifica per mettere fine alle violenze.
MERKEL SCONFITTA ANCHE NEL CALCIO. Infine una nota di colore-sportiva: in serata Cameron e Merkel hanno guardato insieme alla tivù la finale di Champions League tra il Chelsea e il Bayern Monaco, dovegli inglesi hanno battuto i tedeschi ai rigori. Per la cancelliera, definita molto arrabbiata dai testimoni al termine della partita, quello di Camp David non sembra proprio un G8 da ricordare in tutti i sensi.