Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


sabato 27 ottobre 2012

SPAGNA - Nelle mani dei nonni

Molte famiglie spagnole colpite dalla crisi sopravvivono solo grazie all’aiuto degli anziani, che offrono un vero e proprio welfare parallelo e gratuito. E trovano anche il tempo di manifestare contro l’austerity.

 Sandrine Morel 26 ottobre 2012 LE MONDE PARIGI

Gli occhiali da vista le oscillano appesi al collo mentre Pilar Goytre, 65 anni, corre dietro al nipotino di due. La nonna gli prende la mano prima che si avvicini troppo alle macchine e riprende la sua strada in direzione del parco giochi del fiume Manzanares. Tutti i venerdì questa nonna dinamica, capelli biondi leggermente grigi tagliati corti, viene a cercare Mario all'uscita del nido di Puerta del Angel, un quartiere popolare della zona sud-occidentale di Madrid. Davanti al cancello altre abuelas (nonne) come lei aspettano.

Secondo un'inchiesta del ministero della sanità e delle politiche sociali quasi metà dei nonni spagnoli si occupa quotidianamente dei loro nipoti e sono quasi il 70 per cento a occuparsene durante le vacanze scolastiche. In Spagna i nonni hanno sempre avuto un ruolo centrale, ma con la crisi il loro aiuto è diventato sempre più necessario. Uno studio del Consiglio economico e sociale spagnolo (Ces), che riunisce i partner sociali, stima in 422.600 (su 17 milioni) il numero di famiglie che nel 2011 vive grazie alla pensione dei nonni. Una percentuale del 21 per cento superiore rispetto all'anno precedente.

Pilar, pensionata da marzo, fa 45 minuti di metropolitana per occuparsi di Mario, fino al ritorno di suo figlio Miguel e della nuora Virginia. A 37 anni sono entrambi mileuristas (guadagnano mille euro al mese). Lui lavora in un'agenzia di viaggi, lei è agente per il controllo qualità in un laboratorio, e non possono di certo permettersi una bambinaia a tempo pieno. Ma Pilar non si lamenta: "Amo i miei nipotini", afferma la donna tendendo un biscotto a forma di dinosauro al piccolo Mario.

In Spagna più di 17 milioni di famiglie hanno tutti i loro membri disoccupati e dall'inizio della crisi quasi 300mila famiglie hanno perso la casa. Ma in questa condizioni come fa il paese a non esplodere? Gli economisti e i sociologi danno tutti la stessa risposta: "L'importanza dell'economia sotterranea", che rappresenterebbe fra il 20 e il 25 per cento del Pil nazionale. Ma soprattutto "la solidarietà familiare", vera e propria rete di protezione in caso di brutte sorprese.

Questo termine non riesce a rendere l'importanza enorme del ruolo svolto dai nonni nella crisi attuale. Elementi essenziali della società, i nonni riescono ad attenuare le carenze del sistema sociale, a cominciare dalla mancanza di posti negli asili nido pubblici o i loro orari spesso incompatibili con una vita professionale. Inoltre sono disposti a ospitare chi ha perso la propria casa, sostituirsi alle indennità di disoccupazione quando non sono più pagate e finanziare le vacanze.

Tuttavia la crisi li colpisce due volte. In primo luogo come tutti i cittadini subiscono la politica di rigore del governo spagnolo (le loro pensioni sono state bloccate nel 2011 e rivalorizzate solo dell'1 per cento nel 2012, molto meno dell'inflazione vicina al 3 per cento), inoltre adesso devono pagare anche una parte dei medicinali, finora gratuiti per i pensionati. In secondo luogo gli anziani soffrono anche in qualità di genitori, poiché la crisi colpisce i loro figli e la loro famiglia, che spesso finiscono per dipendere da loro economicamente e moralmente.

"Sono convinta che la generazione dei miei figli non vivrà bene come abbiamo vissuto noi", si rammarica Pilar, addolorata di vedere il proprio paese "arretrare". Questa donna ha deciso di lottare contro le conseguenze della crisi "aiutando la (sua) famiglia, ma anche scendendo in piazza". Come molti altri abuelos, Pilar è in prima fila nelle manifestazioni contro le ingiustizie sociali e i tagli di bilancio nel settore dell'istruzione e della sanità. Fa parte degli Yayoflautas, termine che indica la sezione terza età degli "indignados", i veterani di questo movimento di contestazione nato nella primavera del 2011. In castigliano yayo significa nonno, flautas (flauti) fa invece riferimento al termine peggiorativo perroflautas (cane-flauti) utilizzato dall'ex presidente della regione di Madrid Esperanza Aguirre per indicare gli "indignados", associati agli hippie che suonano il flauto accanto al loro cane.

Ma gli yayoflautas non hanno l'aria da hippie. Capelli grigi, occhiali fini e volto segnato dalle rughe, sono una trentina in piazza Puerta del Sol a manifestare, come tutti i lunedì alle sette di sera, contro la politica del governo di Mariano Rajoy. Martos Ruiz-Gimenez, 74 anni, porta un cartello appeso al collo: "Chi semina indignazione raccoglie rivoluzione". Con orgoglio questo nonno dal volto rotondo e dagli occhi vispi sotto un berretto bianco, precisa: "È stata mia nipote a scriverlo". Con la sua modesta pensione di 700 euro al mese, Martos fa vivere la moglie e una nipote Marta, 29 anni, che ha ripreso gli studi in biologia e che preferisce abitare da lui piuttosto che con i suoi genitori divorziati.

Dal 2008 Martos ospita a casa (che ha "fortunatamente" finito di pagare) anche suo figlio Marcos, 44 anni. Lavoratore autonomo nella fabbricazione di persiane, un settore redditizio nel periodo del boom edilizio ma molto meno oggi, Marcos non può più permettersi di pagare un appartamento tutto per sé. "Non mi chieda come riesca ad arrivare alla fine del mese. È mia moglie che tiene i conti e a me non dà neanche un euro", afferma il nonno ridendo, prima di tornare a manifestare.

Traduzione di Andrea De Ritis

venerdì 26 ottobre 2012

UE - L’Europa vista da Boca Raton

A parte qualche stato menzionato di sfuggita e il solito riferimento al "fare la fine della Grecia", gli spettatori dell'ultimo dibattito televisivo tra Obama e Romney avrebbero potuto tranquillamente "scordarsi che l'Europa esiste", scrive Slate.

Tra gli argomenti affrontati dai due candidati "la crisi dell'euro non c'era, nonostante l'amministrazione Obama tema che i problemi dei debiti sovrani possano ostacolare la sua rielezione, e nonostante la pressione transatlantica, soprattutto sui tedeschi, perché si affronti finalmente la crisi", commenta il Guardian. Perché? Secondo Il Foglio

l'Europa da tempo non è una priorità per Washington. Da alleato di ferro è diventata un peso, il simbolo del fallimento finanziario e del declino […]. Bruxelles […] è l'alleato inaffidabile che fa perdere tempo e che destabilizza l'economia del pianeta. Un modello negativo e superato, strategicamente irrilevante per gli interessi della grande potenza.

Un'analisi un po' troppo pessimistica, dato la scarsa rappresentatività dei dibattiti di questo tipo rispetto alle reale gerarchia degli interessi di Washington. La politica estera non è certo al primo posto tra le preoccupazioni degli elettori degli swing states americani, a meno che non si parli di guerre e Medio Oriente, che infatti ha monopolizzato il dibattito. L'Europa poi è una questione particolarmente intricata, che mal si presta a essere semplificata in catchphrase da far riverberare sui titoli del giorno dopo. Ma per Libération il fatto che gli americani si siano scordati di noi dovrebbe piuttosto darci sollievo:

Secondo molti diplomatici europei c'è da essere contenti che l'Europa sia scomparsa dai radar americani. Almeno la crisi dell'euro non è più brandita da Obama come la maggior fonte dei problemi economici dell'America e Romney ha smesso di fare del "socialismo europeo" il suo principale spauracchio di campagna. La discutibile conclusione di un eminente diplomatico europeo a Washington: di questi tempi meno si parla di noi negli Stati Uniti e meglio è.

SPAGNA - Il separatismo avanza anche nei Paesi Baschi

22 ottobre 2012 El País, El Mundo

“Il crollo socialista dà respiro a Rajoy e spinge i Paesi Baschi verso la sovranità”: così El País riassume i risultati delle elezioni regionali del 21 ottobre in Galizia e nei Paesi Baschi. Il Partito popolare (Pp) del primo ministro Rajoy conserva la maggioranza assoluta in Galizia, mentre nei Paesi Baschi domina il Partito nazionalista basco (Pnv), seguìto dagli indipendentisti di Eh-Bildu. I due partiti controllano complessivamente i due terzi dell’assemblea regionale, basca. Secondo il quotidiano madrileno “Rajoy respira in Galizia”, ma la principale preoccupazione del primo ministro è la radicalizzazione nazionalista [nei Paesi Baschi]. A cinque settimane dalle elezioni catalane, con una sfida indipendentista sul tavolo, Rajoy deve trarre conclusioni che vanno al di là dei risultati delle elezioni regionali. Sullo sfondo della tornata elettorale c’è infatti una grave emergenza economica, con la Spagna in piena recessione e la minaccia di un salvataggio esterno, mentre diverse regioni sono obbligate a sollecitare l’aiuto finanziario del governo centrale, la disoccupazione galoppa e si annuncia un autunno sociale agitato che arriverà al culmine con lo sciopero generale del 14 novembre.

D’altra parte El Mundo sottolinea che i risultati in Galizia permetteranno [a Rajoy] di sostenere che anche se la sua politica di aggiustamento e il mancato rispetto delle promesse elettorali sono puniti nei sondaggi, non lo sono altrettanto dalle urne.

Tuttavia il quotidiano aggiunge che il risultato del voto basco non potrà non pesare sul prossimo appuntamento elettorale, previsto per il 25 novembre in Catalogna.

Il migliore risultato nella storia del blocco sovranista […] è una buona notizia per [il presidente della regione] Artur Mas, che potrà provare ad allearsi con gli indipendentisti baschi e spingere verso una politica dei fatti compiuti per destabilizzare definitivamente la Spagna.

UE - Premio Sakharov assegnato a due iraniani

Uno è il regista Jafar Panahi, l'altra è l'avvocato Nasrin Sotudeh.

Venerdì, 26 Ottobre 2012 - Il premio Sakharov per la libertà di pensiero è andato a un uomo e una donna iraniani.
Il regista Jafar Panahi e l'avvocato Nasrin Sotudeh difendono infatti i diritti umani nel loro Paese.
La decisione è stata presa all'unanimità in una riunione dei capigruppo parlamentari Ue, la 'Conferenza dei Presidenti'.
Ogni anno il riconoscimento viene assegnato a personalità distintesi nella difesa di dirittti e libertà.
PUSSY RIOT TRA FINALISTI. Nella lista dei candidati arrivati in finale c'erano anche il gruppo russo Pussy Riot e il bielorusso Ales Bialiatski, attivista per la difesa dei diritti umani attualmente in carcere.
Jafar Panahi, che nel 2000 vinse il Leonde d'Oro a Venezia con il film Il Cerchio (Dayereh), e Nasrin Sotudeh stanno scontando una condanna a sei anni per aver partecipato ai moviumenti di protesta contro il regime di Teheran dell'estate 2010.
SCHULZ: «CHIARO SEGNALE A TEHERAN». Il presidente del parlamento europeo Martin Schulz ha dichiarato al momento della proclamazione ufficiale a Strasburgo: «È una chiara condanna al regime di Teheran, esprime solidarietà e ammirazione per una donna e un uomo che non si piegano alle intimidazioni in Iran. Qui la lotta per la libertà, per la dignità umana, per la libertà d'espressione e la giustizia viene considerata, nei tribunali, un attacco alla sicurezza nazionale'.».
L'annuncio è stato inoltre accolto con una standing ovation dai deputati.
Schulz ha anche spiegato che è la prima volta che il premio viene assegnato all'unanimità dal 1994, da quando lui è entrato nel parlamento Ue.

La consegna del premio è stata fissata per il 12 dicembre a Strasburgo


Parlando della Sotudeh ha aggiunto: «si è messa in prima linea per difendere attivisti dei diritti umani, giornalisti e attivisti dell'opposizione».
E di Panahi ha detto che si tratta di un regista capace di «ritratti vivaci di un Paese complesso, ricco, bellissimo e dei suoi abitanti».
Ma, come ogni buon ritrattista, sarebbe stato in grado di sottolineare «non soltanto gli aspetti più belli, ma anche i problemi della vita iraniana e la dura realtà che esiste in quel Paese».
Il politico ha concluso facendo un appello a Teheran perché permetta ai due vincitori di essere presenti alla cerimonia di consegna prevista per il 12 dicembre durante la plenaria a Strasburgo.
MISSIONE DELLA SINISTRA A TEHERAN. Il 27 ottobre, una missione di parlamentari Ue di Sinistra del Parlamento europeo parte per Teheran per cercare di aprire un dialogo.
Alla guida c'è la finlandese dei Verdi Tarja Cronberg e il gruppo è composto dalla tedesca Cornelia Ernst (Sinistra unita), dall'austriaco Joseph Weidenholzer (S&D), dalla belga Isabelle Durant (Verdi) e dallo spagnolo Juan Fernando Lopez Aguilar (S&D).
Il rientro dovrebbe avvenire il 2 novembre.
CONSEGNARE DUE LETTERE AI VINCITORI. La contraddizione con l'insprimento delle sanzioni europee al Paese è stata sottolineata in plenaria dal leader dei conservatori britannici, Martin Callanan, che ha parlato della missione come di un atto deplorevole e di un grave errore.
«Ci pensino due volte prima di sorseggiare champagne con i protagonisti del regime iraniano» ha detto Callanan chiedendo l'annullamento in estremis della missione.
Il presidente Schulz ha spiegato che lo scopo è quello di consegnare due lettere personalemnte a Panahi e Sotudeh: «Se il regime non permetterà la consegna la missione dovrà essere interrotta e rientrare».

ITALIA futura. E divisa

I carini spaccati sull'esclusione di Fermiamo il declino.

di Marianna Venturini

Venerdì, 26 Ottobre 2012 - I «carini» di Italia Futura scaldano i motori. E per il 17 novembre hanno organizzato un incontro per lanciare la Terza Repubblica. Alle truppe montezemoliane si sono uniti il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, quello delle Acli, Andrea Oliviero e il ministro per la Cooperazione, Andrea Riccardi, tutti impegnati nel rinnovamento della politica.
LA ROTTURA DEI MODERATI. All’appello mancano però le firme dei fondatori di Fermare il declino. Il manifesto promosso da Oscar Giannino e altri economisti era diventato il partner ufficiale di Italia futura, tanto che i due movimenti avevano programmato una convention unitaria con gli uomini di Luca Cordero di Montezemolo.
Le cose invece sono andate diversamente. «Non sussistono le condizioni per condividere un percorso comune», ha spiegato Giannino.
LO STRAPPO DI FID. Lo strappo si è consumato proprio sul testo che lancia questa proposta di Terza Repubblica, nella quale mancano alcuni dei pilastri imprescindibili per i liberisti.
Per esempio gli antideclinisti chiedevano un riferimento esplicito al taglio alla spesa, alla riduzione del debito tramite privatizzazioni, alle liberalizzazioni e la selezione democratica dei leader. Ma, nonostante le richieste, l’appello non è stato modificato e di conseguenza Fid ha scelto di non aderire.
Lo stesso Giannino ha definito il documento «inemendabile» perché gli era stato presentato a giochi conclusi. Quindi di fronte a quella che ha definito una «furbata», si è limitato a prendere atto della nascita di «una nuova Democrazia cristiana».

Italia futura divisa sul documento


Il percorso dei moderati si è così diviso: i turbo liberisti da una parte e pezzi del centro cattolico insieme con i dirigenti di Italia futura dall'altra.
In realtà le motivazioni della rottura vanno oltre i comunicati ufficiali. Infatti molti dell’entourage di Fid avevano espresso da subito alcune riserve sui molti componenti di Italia futura. Che considerano addirittura «impresentabili» perché legati a vecchie logiche politiche. I professori, invece, promuovono il purismo assoluto della nuova classe dirigente.
UN'ESCLUSIONE «EVITABILE». Va anche detto che la frattura non è stata del tutto indolore. «Tenere insieme storie diverse non è mai semplice», ha detto a Lettera43.it Sergio Scalpelli, uno dei vertici di If. Eppure qualche perplessità serpeggia anche tra le prime file dei montezemoliani per un’esclusione che «poteva essere evitata con qualche accorgimento».
Anzi, qualcuno racconta che prima della presentazione dell’appello siano volate parole pesanti all’interno di Italia futura, proprio perché il documento sulla Terza Repubblica non era stato condiviso da tutti gli esponenti.
FI CORTEGGIA CASINI. Litigi a parte, ormai il documento è stato presentato ed è considerato un corteggiamento implicito per coinvolgere in un secondo momento anche l'Udc di Pier Ferdinando Casini e anche il ministro e leader in pectore Corrado Passera.
L’area di riferimento di questa nuova aggregazione vuole colmare lo spazio che c’è tra il Partito democratico e il Pdl, cioè un nuovo centrodestra riveduto e corretto.
L'ASSENZA DI MARCEGAGLIA. Chi, invece, ha detto il suo secondo «no» convinto all’appello per la Terza Repubblica è Emma Marcegaglia.
Dopo essersi sfilata all’ultimo minuto dal manifesto di Giannino, l’ex presidente di Confindustria non ha dato il suo sostegno neanche in questa occasione. Era stata contattata perché diventasse la punta di diamante tra i sottoscrittori, tra cui si incrociano poche presenze femminili, invece ha rifiutato categoricamente.

USA VERSO LE ELEZIONI - I boss agli impiegati: «A casa se vince Obama»

Le minacce dei manager repubblicani.

Venerdì, 26 Ottobre 2012 - Campagna elettorale privata, e selvaggia. Negli Stati Uniti, alcuni imprenditori si sono schierati per Mitt Romney e, più o meno velatamente, hanno cercato di spingere i dipendenti a non votare Obama.
L'EMAIL MINATORIA. Mike White, amministratore delegato della società di attrezzature industriali con sede a Milwaukee, in Wisconsin, ha scritto ai suoi dipendenti un'email: «Ogni lavoratore di Rite-Hite in America dovrebbe capire le conseguenze personali di una rielezione di Barack Obama».
White ha spiegato che in caso di vittoria di Obama per un secondo mandato, «le aliquote fiscali verranno aumentate in modo drammatico, e questo avrà delle ricadute».
DOTTRINA PER 50 MILA DIPENDENTI. Per esempio, l'imprenditore potrebbe vedersi costretto a «ridurre o eliminare i contributi al piano per le pensioni dei dipendenti». White ha precisato però che non si tratta di una minaccia, come riporta un quotidiano locale. Il Ceo di Rite-Hite è solo l'ultimo degli uomini d'affari che hanno cercato di dissuadere i propri impiegati dal votare Obama: prima di lui, tra gli altri, i ricchissimi fratelli David e Charles Koch, i quali, hanno esortato 50 mila impiegati di Koch Industries a sostenere Romney.
Ma anche il capo della catena di resort a cinque stelle Westgate, David Siegel, il quale ha spiegato che se dovesse vincere Obama, a causa della sua politica economica, molti lavoratori rischieranno addirittura il posto.

LOMBARDIA NUOVE REGOLE - Pirellone, via il listino bloccato pro-Minetti

Ultimo atto di Formigoni. Limite di due mandati consecutivi.
di Alessandro Franzi

Venerdì, 26 Ottobre 2012 - Via il listino bloccato, quello che ha fatto tanto scandalo per l'elezione di personaggi come Nicole Minetti. Via l'obbligo di raccogliere firme per le candidature di liste di partiti già in Consiglio. Dentro, invece, il limite dei due mandati consecutivi per il presidente della Regione, che era previsto da leggi nazionali ma non era stato ancora recepito tanto da aver suscitato qualche polemica in passato sullo stesso Roberto Formigoni. Resta, inoltre invariato a 80 il numero dei consiglieri regionali, che però viene fissato come tetto massimo.
Attraverso questa limatura delle regole dal forte significato politico, è passata la legge elettorale che la Regione Lombardia ha approvato come ultimo atto della nona legislatura.
ALTERNANZA UOMO-DONNA NELLE LISTE. La legge, approvata con il solo voto contrario di Carlo Saffioti (Pdl), introduce anche un'altra novità: l'alternanza di genere uomo-donna nelle liste elettorali, anche se una versione più avanzata prevedeva la possibilità di dare la doppia preferenza di genere.
Poi è stata fissata la rappresentanza di ciascuna delle attuali Province nel Consiglio regionale, mentre resta il premio di maggioranza a chi vince le elezioni: alla coalizione che raccoglie meno del 40% va il 55% dei seggi, a chi supera il 40% alle urne va il 60% dei seggi al Pirellone.
CHIUSA UN'ERA DI SCANDALI. Si chiude, dunque, con una battaglia sulle regole, una legislatura 'sfortunata', segnata dagli scandali giudiziari e da un braccio di ferro politico che ha diviso Pdl e Lega Nord, quel che fu l'asse Berlusconi-Bossi ormai passato di mano ad altri protagonisti.
Se per gli scandali parla per ora l'aritmetica (15 gli indagati fra consiglieri e assessori da inizio legislatura nel 2010, Formigoni compreso), per capire lo stato di salute della maggioranza di centrodestra bisognerà attendere le prime mosse della campagna elettorale che di fatto si è aperta il 26 ottobre nell'Aula del Pirellone.
ELEZIONI ENTRO 90 GIORNI. Vinto l'ostruzionismo della Lega - che avrebbe voluto utilizzare tutte e quattro le sedute già convocate a oltranza fino al 30 ottobre, per prolungare ancora un po' il lavoro del Consiglio - l'ultimo atto di questa legislatura ha aperto del resto la strada ai passaggi burocratici che porteranno al voto anticipato.
Sono 74 (su 80) i consiglieri che alle 17.32 hanno rassegnato le proprie dimissioni. Fra chi non lo ha fatto, per motivi di continuità istituzionale, i presidenti Formigoni e Cecchetti. Il 29 ottobre l'Ufficio di presidenza dovrebbe riunirsi per verificare la correttezza degli atti e prenderne poi atto, sciogliendo così formalmente il Consiglio regionale e affidando al prefetto di Milano l'incombenza di indire le elezioni entro 90 giorni.
Nel frattempo l'assemblea si dovrà riunire per gli affari correnti, in particolare per dare il via libera al bilancio, approvato dalla giunta, e per recepire il decreto sulla spending review

martedì 23 ottobre 2012

ITALIA - Pd, popolari alla deriva

Matteo Renzi affossa Franceschini e Fioroni. Che perdono terreno.

di Edda Guerrini

Che fine hanno fatto i popolari? La gloriosa tradizione che veniva dal Partito popolare italiano, poi confluita nella Margherita, infine divisa in correnti, per arrivare, nel Pd, al matrimonio con i post-comunisti, sembra ormai arrivata al capolinea.
RENZI DÀ IL COLPO DI GRAZIA. Il colpo di grazia, paradossalmente, è arrivato con l’ascesa di un rampollo che viene da quel mondo, Matteo Renzi, ex Ppi ed ex Margherita.
Pare tocchi all’ex boy scout rottamare definitivamente i popolari in tutte le loro diramazioni: cattolici democratici, franceschiniani, fioroni, teodem, rutelliani.
L'AMMISSIONE DI CASTAGNETTI. A dirlo apertamente è stato Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario del Ppi, che tempo fa ha ammesso il fallimento della sua generazione. Ma anche dell’esperienza di cui è rimasto l’ultimo baluardo: quel popolarismo che voleva incontrarsi con il riformismo post-comunista nell’Ulivo. L’operazione, ha ammesso Castagnetti annunciando il suo ritiro, «è fallita».

Franceschini e l'ammutinamento delle truppe


Ma Castagnetti non è l’unico a vedere nero. Dario Franceschini, con le sue truppe da sistemare, è in grave difficoltà. Di tutte le correnti del Pd, la sua è quella con il più alto numero di parlamentari eletti senza un reale consenso sul territorio. Motivo per cui rischia di perdere molti pezzi al prossimo giro. Sia nel caso in cui rimanga il Porcellum, perché si faranno le primarie per la scelta dei candidati. Sia nel caso in cui vengano reintrodotte le preferenze.
IN FUGA VERSO RENZI. L’accordo stretto con Bersani sulla base del risultato del congresso, e sempre meno rispettato, dopo le primarie rischia di diventare carta straccia. Con l’irrompere dei renziani, infatti, tutto verrà rinegoziato. In più sul territorio molti amministratori franceschiniani si sono avvicinati al sindaco di Firenze.
IL PAPELLO SALTATO. Dopo il passo indietro di Veltroni e di D’Alema è saltato, poi, il famoso 'papello'. Secondo la spartizione delle poltrone, in caso del trasloco di Bersani a Palazzo Chigi, a Franceschini sarebbe dovuta andare la segreteria.
Vista l’impasse, il democratico ferrarese ha cercato così di riaccreditarsi con i “compagni” del Pd. Difendendo pubblicamente Veltroni e D’Alema. Ma è una tattica che non è detto riuscirà.
LA CADUTA DI MARINI E BINDI. C’è poi Franco Marini, fino a qualche anno fa potentissimo, e ora messo a tacere persino all'assemblea nazionale del Pd. Per non parlare di Rosy Bindi, appesa a una deroga che ormai nessuno, nemmeno Bersani, vuole darle.

Fioroni solo ritorna da Bersani


Chi è messo forse peggio, però, è Beppe Fioroni. Dopo aver puntato a rappresentare il baluardo centrista nel Pd, fino a rompere con Franceschini, ora è costretto a rientrare nelle fila bersaniane. E proprio mentre emerge un candidato, Renzi, che incarna il riformismo innovatore e moderato che lui per primo, a parole, ha sempre predicato.
IL PERICOLO CASINI. Il figliol prodigo torna, insomma, e nessuno ammazzerà alcun vitello. Torna perché non ha altra strada. Il partito di Todi non decolla, l’abbraccio con Pier Ferdinando Casini rischia di cannibalizzarlo, e i 30 parlamentari che fin qui l’hanno seguito vogliono garanzie.
Sul territorio i quadri più giovani stanno tutti migrando verso Renzi, mentre i più vecchi scalpitano perché vorrebbero certezze che non vedono. Per questo il 23 ottobre Fioroni ha convocato una riunione coi suoi fedelissimi. E l’aria che tira non è affatto buona.

EUROPA - Salviamo l’Europa dai suoi amici

La peggiore minaccia all'Ue non sono gli euroscettici e gli eurofobi, ma gli "euroforici", intellettuali e politici che sostengono l'europeismo a ogni costo con un fervore quasi religioso.

Bernd Ulrich 22 ottobre 2012 DIE ZEIT Amburgo

L'Europa è l'ultima ideologia lecita, almeno per i suoi propagandisti più ostinati. L'Europa non si merita un simile trattamento, e dovrebbe essere protetta dai suoi più zelanti sostenitori. Perché l'Europa è soprattutto una struttura instabile, venerabile ma allo stesso tempo fragile e per di più in piena crisi. Con l'Unione europea, l'Europa ha avvolto la sua storia e il suo futuro in una pelle in continuo cambiamento. Ma a causa della crisi le sue mute sono un po' più frequenti del solito – l'ultima risale al vertice anticrisi di Bruxelles. Si tratta ormai di sostituire alle misure transitorie una struttura più solida. Ma la forma precisa che dovrà avere è oggetto, come al solito in Europa, di numerose controversie.

Il problema è che l'Europa è anche agitata come uno spauracchio da un gran numero di persone spaventate dalla globalizzazione, da chi non ha alcuna voglia di mettere mano al portafoglio per altri paesi o regione e da chi cova una rabbia terribile e fa dell'Unione europea l'oggetto di tutto il proprio odio. Esiste infine una terza Europa, quella degli "euroforici", cioè quelle persone che vogliono più Europa e il più presto possibile. Persone che trasformano l'Ue in una visione del mondo e la strumentalizzano in un'ideologia.

A differenza dei populisti eurofobi come Umberto Bossi in Italia, Geert Wilders nei Paesi Bassi o i Veri finlandesi [oggi ribattezzati "I finlandesi"], gli ideologi dell'Ue non sono affatto marginali, hanno un'influenza notevole e i loro argomenti appaiono sotto una forma edulcorata nei discorsi di molti responsabili politici, come il capo dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker o di Wolfgang Schäuble [ministro delle Finanze tedesco]. Si tratta di schemi di pensiero che inquinano spesso il dibattito e nel peggiore dei casi favoriscono i movimenti populisti di destra.

I portavoce di questi euroforici sono intellettuali famosi come Ulrich Beck, Robert Menasse o Daniel Cohn-Bendit. Cercando di sfuggire ai demoni del passato attraverso un'Europa completamente integrata, composta da stati-nazione ridotti a nulla, e finiscono per ricollegarsi al passato con l'ideologia e con il "guglieminismo" [desiderio di grandezza nazionale tipico del regno dell'imperatore Gugliemo II (1888-1918)].

Oggi nel loro manifesto europeo [Europa, in piedi!, firmato da Cohn-Bendit e Guy Verhofstadt] descrivono un quadro particolarmente negativo del continente e ci avvertono che ci attende una situazione ancora peggiore se non avvieremo subito il cantiere dell'integrazione totale dell'Unione. "L'influenza della nostra civiltà bimillenaria rischia di essere letteralmente spazzata via". Ma i problemi non riguardano solo l'Europa. Anche il mondo corre gravi pericoli, e ci attendono "liti commerciali di grande portata e nuovi conflitti militari internazionali" .

Come è possibile che persone così equilibrate siano arrivate a questo punto? L'impresa nella quale si lanciano oggi gli euroforici è paradossale: nel momento in cui l'Europa è in preda a difficoltà senza precedenti, questi personaggi vogliono farle compiere il più grande balzo in avanti della sua storia. Per loro bisogna affrettarsi proprio perché i tempi sono difficili. Un ragionamento contrario a qualunque forma di buon senso. Chiunque vi dirà che quando qualcosa va male bisogna usare prudenza. Ed è proprio per questo motivo che Cohn-Bendit e Verhofstad rendono il quadro generale ancora più fosco.

Karl Popper, il grande filosofo della ragione, ha indicato come segno caratteristico delle ideologie il fatto che non ne possa essere dimostrata la falsità, e quindi la loro irrefutabilità. Questo vale anche per gli euroforici. Di fronte a qualunque problema dell'Ue, a qualunque dubbio ragionevole sulla strada intrapresa, i nostri politici rispondono: per ridurre le debolezze dell'Ue c'è una sola soluzione, (molta) più Ue! Ma la gente adotta un ragionamento del genere solo quando non ha altre alternative.

L'obiettivo è proprio quello di far credere che non vi siano altre vie di uscita. "Essere o non essere", oppure "Adesso o mai più e solo noi potremo farlo". Ecco cosa dicevano tutte le guide ideologiche del secolo scorso. Per Cohn-Bendit e Verhofstadt, i nostri due esaltati della scena politica europea, questo porta a un atteggiamento singolare, quasi rivoluzionario. E chiedono energicamente ai loro immaginari compagni europeisti: "Per facilità, vigliaccheria e mancanza di lungimiranza, troppi capi di stato e di governo preferiscono non vedere quello che è in gioco. Destiamoli dal loro sonno, mettiamoli sotto pressione".

L'uso del termine "vigliaccheria" è interessante perché lascia intendere che se Angela Merkel o François Hollande non vogliono fare questo grande balzo in avanti è solo per paura di non essere rieletti. In realtà il problema è che in Europa queste idee non sono maggioritarie, perché la gente non ha ancora abbastanza paura o perché non vuole lasciarsi ingannare.

Anche Robert Menasse ci dà un un'idea della sua discrezione facendo ricorso a toni molto duri: "Sul medio periodo si potranno anche sopprimere i parlamenti nazionali. Questo ci eviterà di essere confrontati ad alcune assurdità come il blocco della politica di bilancio comune da parte di David Cameron per proteggere gli speculatori della sua City, mentre il Regno Unito non fa neanche parte dell'Unione monetaria europea". In altre parole l'idea è la seguente: Menasse ritiene di poter mettere a tacere i cittadini (e sopprimere i loro interessi) semplicemente togliendo loro la possibilità di esprimersi per via parlamentare.

Invidia dello stato

Anche l'antiriformismo è presente in questa ideologia europea. Allo stesso modo che sotto la Repubblica di Weimar i socialdemocratici si vedevano accusare di riformismo dai comunisti, le masse rivoluzionarie europee sono oggi pregate da Cohn-Bendit e Verhofstadt di non lasciarsi addormentare dal sistema: "Si impone una rivoluzione radicale. Una rivoluzione europea di grande portata. Rifiutate le riforme troppo timide".

L'argomento che parla di un'unica integrazione che permetterà all'Europa di affermarsi in un mondo cambiato, di fronte alle grandi potenze come gli Stati Uniti, l'India, il Brasile, la Russia e la Cina, non è privo di fondamento. Ma questa affermazione è solo una giustificazione pragmatica che ricorda il guglielminismo. L'Europa vuole avere un posto al sole. Si tratta di un'ambizione legittima, ma non dovrebbe dare troppa risonanza a questo progetto. Tanto più che gli stati con i quali l'Europa avrà a che fare in futuro sono soprattutto degli stati-nazione.

Il problema non sarebbe quindi nazione o non nazione, ma quale dovrebbe essere la sua dimensione e la sua potenza. Si ha quasi l'impressione che in Europa lo stato-nazione metta gli euroforici a disagio o addirittura che lo ammirino. A questo complesso di inferiorità – che purtroppo ricorda sempre quello di Guglielmo II – si aggiunge un pizzico di megalomania.

Se l'Europa non dovesse unirsi, rischiamo nuove guerre mondiali. Senza l'Europa, affermano i Verdi, non potremo impedire uno stravolgimento climatico. Non sarebbe forse meglio dire che l'Europa, come gli altri, sta semplicemente cercando la sua strada e poi si vedrà? È curioso sentire delle persone, peraltro sensate, lasciarsi strumentalizzare dall'ideologia e in particolare a proposito dell'Europa, il nostro povero continente, che deve quel po' di saggezza proprio ai numerosi disastri che si è inflitta. In Europa si può parlare di tutto e di qualunque riforma, ma non con questi toni. (Traduzione di Andrea De Ritis)

lunedì 22 ottobre 2012

ITALIA - La "Carta d'Intenti": Il testo del documento politico presentato da PD, SEL e PSI

Il documento politico in dieci parole chiave

Il Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà e il Partito Socialista Italiano hanno sottoscritto un documento politico che forma la base della loro coalizione elettorale. La “Carta d’intenti” ruota attorno a dieci parole chiave: Europa, democrazia, lavoro, uguaglianza, libertà, sapere, sviluppo sostenibile, beni comuni, diritti e responsabilità

Il PSI è l'unico partito ad essere rappresentato nella famiglia europea socialista, anche se con una rappresentanza elettorale minima, ha il ruolo chiave della coalizione. Di seguito il testo del documento

Noi democratici e progressisti ci riconosciamo nella Costituzione repubblicana, in un progetto di società di pace, di libertà, di eguaglianza, di laicità, di giustizia, di progresso e di solidarietà. Vogliamo contribuire al cambiamento dell’Italia, alla ricostruzione delle sue istituzioni, alla pienezza sua della vita democratica. Per questo promuoviamo le elezioni primarie. Per scegliere il candidato comune dei democratici e dei progressisti alla guida del governo del nostro Paese.

La prossima legislatura dovrà affrontare tre compiti decisivi. Guidare l’economia fuori dalla crisi. Ridare autorità, efficienza e prestigio alle istituzioni e alla politica, ripartendo dai principi della Costituzione. Rilanciare l’unità e l’integrazione politica dell’Unione Europea.

Noi non crediamo alle bugie delle promesse facili, quelle vendute nel decennio disastroso della destra. Crediamo, invece, in un risveglio della fiducia, a cominciare dai giovani e dalle donne. I problemi sono enormi e il tempo per aggredirli si accorcia. Le scelte da compiere non sono semplici né scontate. Ma la speranza che ci muove vive tutta nella convinzione che si possano combinare cambiamento e affidabilità, uguaglianza e rigore nelle scelte.

Il nostro posto è in Europa. Noi collocheremo sempre più saldamente l’Italia nel cuore di un’Europa da ripensare su basi democratiche.

In “casa” dovremo colmare la faglia che si è scavata tra cittadini e politica. Qui non bastano le parole. Serviranno i comportamenti, le azioni, le coerenze. Faremo in modo che buona politica e riscossa civica procedano affiancate. Il traguardo è ricostruire quel patrimonio collettivo che la destra e i populismi stanno disgregando: la qualità della democrazia, la legalità, la cittadinanza, la partecipazione. La realtà è che mai come oggi nessuno si salva da solo. E nessuno può stare bene davvero, se gli altri continuano a stare male: è questo il principio a base del nostro progetto, sia nella sfera morale e civile che in quella economica e sociale.

Vogliamo che il destino dell’Italia sia figlio della migliore civiltà europea e vogliamo sentirci vicino a chi nel mondo si batte per la libertà e l’emancipazione di ogni essere umano. Oggi, in un mondo in subbuglio, pace, cooperazione, accoglienza devono ispirare di nuovo l’agire politico. Nella coscienza delle donne e degli uomini come nella diplomazia degli Stati.

Con questa visione noi, democratici e progressisti, ci candidiamo alla guida dell’Italia.

Europa
La crisi che scuote il mondo mette a rischio l’Europa e le sue conquiste di civiltà. Ma noi siamo l’Europa, nel senso che da lì viene la sola possibilità di salvare l’Italia: le sorti dell’integrazione politica coincidono largamente col nostro destino. Non c’è futuro per l’Italia se non dentro la ripresa e il rilancio del progetto europeo. La prossima maggioranza dovrà avere ben chiara questa bussola: nulla senza l’Europa.

Per riuscirci agiremo in due direzioni. In primo luogo, rafforzando la piattaforma dei progressisti europei. Se l’austerità e l’equilibrio dei conti pubblici, pur necessari, diventano un dogma e un obiettivo in sé – senza alcuna attenzione per occupazione, investimenti, ricerca e formazione – finiscono per negare se stessi. Adesso c’è bisogno di correggere la rotta, accelerando l’integrazione politica, economica e fiscale, vera condizione di una difesa dell’Euro e di una riorganizzazione del nostro modello sociale. In secondo luogo, bisogna portare a compimento le promesse tradite della moneta unica e integrare la più grande area economica del pianeta in un modello di civiltà che nessun’altra nazione o continente è in grado di elaborare.

Salvare l’Europa nel pieno della crisi significa condividere il governo dell’emergenza finanziaria secondo proposte concrete che abbiamo da tempo avanzato assieme ai progressisti europei. Tali proposte determinano una prospettiva di coordinamento delle politiche economiche e fiscali. E dunque nuove istituzioni comuni, dotate di una legittimazione popolare e diretta. A questo fine i progressisti devono promuovere un patto costituzionale con le principali famiglie politiche europee. Anche per l’Europa, infatti, la prossima sarà una legislatura costituente in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa dovrà iniziare ad acquistare concretezza in una nuova architettura istituzionale dell’eurozona.

Qui vive la ragione più profonda che ci spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale. Per questo i democratici e i progressisti s’impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze, sulla base della loro ispirazione costituzionale ed europeista e di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni. Collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea significa costruire un progetto alternativo alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un’Europa democratica, aperta, inclusiva.

Democrazia
Dobbiamo sconfiggere l’ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando. E’ una strada che l’Italia ha già percorso, e sempre con esiti disastrosi. Per noi il populismo è il principale avversario di una politica autenticamente popolare. In questi ultimi anni esso è stato alimentato da un liberismo finanziario che ha lasciato i ceti meno abbienti in balia di un mercato senza regole. La destra populista ha promesso una illusoria protezione dagli effetti del liberismo finanziario innalzando barriere culturali, territoriali e a volte xenofobe.

La sola vera risposta al populismo è la partecipazione democratica. La crisi della democrazia non si combatte con “meno” ma con “più” democrazia. Più rispetto delle regole, una netta separazione dei poteri, una vera democrazia paritaria e l’applicazione corretta e integrale di quella Costituzione che rimane tra le più belle e avanzate del mondo. Siamo convinti che il suo progetto di trasformazione civile, economica e sociale sia vitale e per buona parte ancora da mettere in atto.

L’autonomia, la responsabilità e la libertà femminile sono una leva per la crescita e una risposta alla crisi democratica. C’è un nesso strettissimo tra il maschilismo e l’offesa alla dignità delle donne incarnati in questi anni dal berlusconismo e il degrado delle istituzioni democratiche. Il riconoscimento della soggettività femminile e l’attuazione del principio della democrazia paritaria sono oggi condizioni essenziali per la ricostruzione del Paese.

Vogliamo dare segnali netti all’Italia onesta che cerca nelle istituzioni un alleato contro i violenti, i corruttori e chiunque si appropri di risorse comuni mettendo a repentaglio il futuro degli altri. Per noi ciò equivarrà alla difesa intransigente del principio di legalità, a una lotta decisa all’evasione fiscale, al contrasto severo dei reati contro l’ambiente, al rafforzamento della normativa contro la corruzione e a un sostegno più concreto agli organi inquirenti e agli amministratori impegnati contro mafie e criminalità, vero piombo nelle ali per l’intero Paese. Vogliamo contrastare tutte le mafie, reprimendone sia l’azione criminale che l’immensa forza economica. La presenza dei capitali mafiosi, a maggior ragione in un momento di crisi, è un elemento devastante per ogni prospettiva di rilancio del paese. Va reciso ogni legame o sospetto di complicità di alcuni rappresentanti politici. La rigorosa applicazione del codice etico approvato dalla Commissione antimafia è per noi inderogabile per le candidature a tutti i livelli.

Sulla riforma dell’assetto istituzionale, siamo favorevoli a un sistema parlamentare semplificato e rafforzato, con un ruolo incisivo del governo e la tutela della funzione di equilibrio assegnata al Presidente della Repubblica. Riformuleremo un federalismo responsabile e bene ordinato che faccia delle autonomie un punto di forza dell’assetto democratico e unitario del Paese. Sono poi essenziali norme stringenti in materia di conflitto d’interessi, legislazione antitrust e libertà dell’informazione. Daremo vita a un percorso riformatore che assicuri concretezza e certezza di tempi alla funzione costituente della prossima legislatura.

Infine, ma non è l’ultima delle priorità, la politica deve recuperare autorevolezza, promuovere il rinnovamento, ridurre i suoi costi e la sua invadenza in ambiti che non le competono. Serve una politica sobria perché se gli italiani devono risparmiare, chi li governa deve farlo di più. A ogni livello istituzionale non sono accettabili emolumenti superiori alla media europea. Ma anche questo non basta. Va approvata una riforma dei partiti, che alla riduzione del finanziamento pubblico affianchi una legge di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, che assicuri la democrazia dei e nei partiti, che devono riformarsi per essere strumento dei cittadini e non luogo opaco di interessi particolari.

Bisogna agire per la semplificazione e l’alleggerimento del sistema istituzionale e amministrativo. Occorrono piani industriali per ogni singola amministrazione pubblica al fine di produrre efficienza e risparmio. Riconoscere il limite della politica e dei partiti significa anche aprire il campo alle richieste d’impegno e mobilitazione che maturano nella società ed alle competenze che si affermano. Tutto ciò dovrà essere messo in atto a cominciare dalle nomine in enti, società pubbliche e autorità di sorveglianza e da rinnovati criteri di selezione nelle funzioni di governo.

Lavoro
La nostra visione assume il lavoro come parametro di tutte le politiche. Cuore del nostro progetto è la dignità del lavoratore da rimettere al centro della democrazia, in Italia e in Europa. Questa è anche la premessa per riconoscere la nuova natura del conflitto sociale. Fulcro di quel conflitto non è più solo l’antagonismo classico tra impresa e operai, ma il mondo complesso dei produttori, cioè delle persone che pensano, lavorano e fanno impresa. E questo perché anche lì, in quella dimensione più ampia, si stanno creando forme nuove di sfruttamento. Il tutto, ancora una volta, per garantire guadagni e lussi alla rendita finanziaria. Bisogna perciò costruire alleanze più vaste. La battaglia per la dignità e l’autonomia del lavoro, infatti, riguarda oggi la lavoratrice precaria come l’operaio sindacalizzato, il piccolo imprenditore o artigiano non meno dell’impiegato pubblico, il giovane professionista sottopagato al pari dell’insegnante o della ricercatrice universitaria.

Il primo passo da compiere è un ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull’impresa, attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari. Quello successivo è contrastare la precarietà, rovesciando le scelte della destra nell’ultimo decennio e in particolare l’idea di una competitività al ribasso del nostro apparato produttivo, quasi che, rimasti orfani della vecchia pratica che svalutava la moneta, la risposta potesse stare nella svalutazione e svalorizzazione del lavoro. Il terzo passo è spezzare la spirale perversa tra bassa produttività e compressione dei salari e dei diritti, aiutando le produzioni a competere sul lato della qualità e dell’innovazione, punti storicamente vulnerabili del nostro sistema. Quarto passo è mettere in campo politiche fiscali a sostegno dell’occupazione femminile, ancora adesso uno dei differenziali più negativi per la nostra economia, in particolare al Sud. Serve un grande piano per aumentare e migliorare l’occupazione femminile, contrastare la disparità nei redditi e nelle carriere, sradicare i pregiudizi sulla presenza delle donne nel mondo del lavoro e delle professioni. A tale scopo è indispensabile alleggerire la distribuzione del carico di lavoro e di cura nella famiglia, sostenendo una riforma del welfare, politiche di conciliazione e condivisione e varando un programma straordinario per la diffusione degli asili nido. Anche grazie a politiche di questo tipo sarà possibile sostenere concretamente le famiglie e favorire una ripresa della natalità. Insomma sul punto non servono altre parole: bisogna fare del tasso di occupazione femminile e giovanile il misuratore primo dell’efficacia di tutte le nostre strategie.

Infine, il lavoro è oggi per l’Italia lo snodo tra questione sociale e questione democratica. Fondare sul lavoro e su una più ampia democrazia nel lavoro la ricostruzione del Paese non è solo una scelta economica, ma l’investimento decisivo sulla qualità della nostra democrazia. Occorre una legge sulla rappresentanza che consenta l’esercizio effettivo della democrazia per chi lavora. Non possiamo consentire né che si continui con l’arbitrio della condotta di aziende che discriminano i lavoratori, né che ci sia una rappresentanza sindacale che prescinda dal voto dei lavoratori sui contratti.

Uguaglianza
L’Italia è divenuta negli anni uno dei Paesi più diseguali del mondo occidentale. La crisi stessa trova origine – negli Stati Uniti come in Europa – da un aumento senza precedenti delle disuguaglianze. E dunque esiste, da tempo oramai, un problema enorme di redistribuzione che investe il rapporto tra rendita e lavoro, mettendo a rischio i fondamenti del welfare.

Sull’altro fronte, la ricchezza finanziaria e immobiliare è diventata sempre più inafferrabile, capace com’è di sfuggire a ogni vincolo fiscale e solidale. Non si esce dalla crisi se chi ha di più non è chiamato a dare di più. È la crisi stessa a insegnarci che la giustizia sociale non è pensabile come derivata della crescita economica, ma ne costituisce il presupposto. Ciò significa che la ripresa economica richiede politiche di contrasto alla povertà, anche in un Paese come il nostro dove il fenomeno sta assumendo caratteri nuovi e dimensioni angoscianti. I “nuovi poveri”, per altro, continuano ad assistere allo scandalo di rendite o emolumenti cresciuti a livelli indecenti, a ricchezze e proprietà smodate che si sottraggono a qualunque vincolo di solidarietà. A tutto questo bisogna finalmente mettere un argine.

Per noi parlare di uguaglianza significa guardare la società con gli occhi degli “ultimi”. Di coloro che per vivere faticano il doppio: perché sono partiti da più indietro o da più lontano o perché sono persone con disabilità. Se poi guardiamo alle generazioni più giovani, il tema dell’uguaglianza si presenta prima di tutto come possibilità di scelta e parità delle condizioni di accesso alla formazione, al lavoro, a un’affermazione piena e libera della loro personalità. Superare le disuguaglianze di genere è indispensabile per ricostruire il Paese su basi moderne e giuste. Non a caso, ancora una volta, il simbolo più forte di una riscossa civica e morale è venuto dal movimento delle donne. Su questo piano la politica, il Parlamento e il governo devono assumere la democrazia paritaria come traguardo della democrazia tout court.

Nessun discorso sull’uguaglianza sta in piedi se non si rimette il Mezzogiorno al centro dell’agenda. L’Italia è cresciuta quando Sud e Nord hanno scelto di avanzare assieme. Viceversa quando la forbice si è allargata, l’Italia tutta si è distanziata dall’Europa. Sostenere, come la destra ha fatto per anni, che il Nord poteva farcela da solo si è rivelato un grave errore, che ha impoverito il Sud e il Nord insieme. Tutt’altra cosa è combattere sprechi e inefficienze con una nuova strategia nazionale d’intervento. Il punto è farlo assieme al senso di responsabilità di tante amministrazioni e movimenti meridionali, per correggere le storture di vecchi regionalismi e localismi clientelari e per promuovere legalità, civismo e lavoro.

Infine, al capitolo dell’uguaglianza è legata a filo doppio la questione di una giustizia civile e penale al servizio del cittadino. Su questo piano è superfluo ricordare che gli anni della destra al governo hanno sprangato ogni spiraglio a un intervento riformatore. Diciamo che si sono occupati pochissimo dello stato di diritto e molto del diritto di uno soltanto che si riteneva proprietario dello Stato. Ma così a pagare due volte sono stati i cittadini più deboli: quelli che hanno davvero bisogno di una giustizia civile e penale rapida, imparziale, efficiente. Nella prossima legislatura il tema dovrà essere affrontato dal punto di vista della dignità e dei diritti di tutti e non più dei potenti alla ricerca d’impunità.

Libertà
Per noi libertà è anzitutto la possibilità concreta per le giovani generazioni di costruire il proprio progetto di vita e realizzare le proprie vocazioni. Il nostro progetto non sarà retoricamente per i giovani, ma dovrà essere soprattutto di giovani. Quegli stessi che oggi, pur ricchi di talento ed energie, trovano le strade sbarrate e sono sistematicamente esclusi.

Il tema del merito non può essere contrapposto a quello dell’eguaglianza delle opportunità. Libertà dei progetti di vita e valorizzazione del merito sono i presupposti di una società più aperta ed eguale. Attraverso l’introduzione di misure più incisive, ciò deve valere nel campo delle professioni, della scuola e dell’università, dell’amministrazione pubblica e dell’impresa privata. Negli anni del berlusconismo l’appello alla libertà è stato utilizzato a difesa di privilegi e vantaggi privati. Noi vogliamo liberare le energie della creatività e del merito individuale contro le chiusure corporative e familistiche della società italiana.

Consideriamo essenziali il rispetto della libertà e della responsabilità delle donne. Occorre superare gli aspetti giuridicamente insostenibili della legge 40 in materia di procreazione assistita e garantire piena applicazione alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Su temi che riguardano la vita e morte delle persone, la politica deve coltivare il senso del proprio limite e il legislatore deve intervenire sempre sulla base di un principio di cautela e di laicità del diritto. Per evitare i guasti di un pericoloso “bipolarismo etico” che la destra ha perseguito in questi anni, è necessario assumere come riferimento i principi scolpiti nella prima parte della nostra Costituzione e, a partire da quelli, procedere alla ricerca di punti di equilibrio condivisi, fatte salve la libertà di coscienza e l’inviolabilità della persona nella sua dignità.

Sapere
La dignità del lavoro e la lotta alle disuguaglianze s’incrociano nel primato delle politiche per l’istruzione e la ricerca. Non c’è futuro per l’Italia senza un contrasto alla caduta drammatica della domanda d’istruzione registrata negli ultimi anni. È qualcosa che trova espressione nell’abbandono scolastico, nella flessione delle iscrizioni alle nostre università, nella sfiducia dei ricercatori e nella demotivazione di un corpo insegnante sottopagato e sempre meno riconosciuto nella sua funzione sociale e culturale.

In questo caso più che dalle tante indicazioni programmatiche, conviene partire da un principio: nei prossimi anni, se vi è un settore per il quale è giusto che altri ambiti rinuncino a qualcosa, è quello della ricerca e della formazione. Dalla scuola dell’infanzia e dell’obbligo alla secondaria e all’università: la sfida è avviare il tempo di una società della formazione lunga e permanente che non abbandoni nessuno lungo la via della crescita, dell’aggiornamento, di possibili esigenze di mobilità. Solo così, del resto, si formano classi dirigenti all’altezza, e solo così il sapere riacquista la sua fondamentale carica di emancipazione e realizzazione di sé.

A fronte di questo impegno, garantiremo processi di riqualificazione e di rigore della spesa, avendo come riferimento il grado di preparazione degli studenti e il raggiungimento degli obiettivi formativi. La scuola e l’università italiane, già fiaccate da un quindicennio di riforme inconcludenti e contraddittorie, hanno ricevuto nell’ultima stagione un colpo quasi letale. Ora si tratta di avviare un’opera di ricostruzione vera e propria. Nella prossima legislatura partiremo da un piano straordinario contro la dispersione scolastica, soprattutto nelle zone a più forte infiltrazione criminale, dal varo di misure operative per il diritto allo studio, da un investimento sulla ricerca avanzata nei settori trainanti e a più alto contenuto d’innovazione. Tutto ciò nel quadro del valore universalistico della formazione, della promozione della ricerca scientifica e della ricerca di base in ambito umanistico.

Sviluppo sostenibile
Sviluppo sostenibile per noi vuol dire valorizzare la carta più importante che possiamo giocare nella globalizzazione, quella del saper fare italiano. Se una chance abbiamo, è quella di una Italia che sappia fare l’Italia. Da sempre la nostra forza è stata quella di trasformare con il gusto, la duttilità, la tecnica e la creatività, materie prime spesso acquistate all’estero.

Il decennio appena trascorso è stato particolarmente pesante per il nostro sistema produttivo. L’ingresso nell’euro e la fine della svalutazione competitiva hanno prodotto, con la concorrenza della rendita finanziaria, una caduta degli investimenti in innovazione tecnologica e nella capitalizzazione delle imprese, con l’aumento dell’esportazione di capitali. Anche in questo caso è tempo di cambiare spartito e ridare centralità alla produzione. Una politica industriale “integralmente ecologica” è la prima e più rilevante di queste scelte.

Noi immaginiamo un progetto-Paese che individui grandi aree d’investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese, nell’industria, nell’agricoltura e nei servizi. La qualità e le tipicità, mobilità sostenibile, risparmio ed efficienza energetica, le tecnologie legate alla salute, alla cultura, all’arte, ai beni di valore storico e alla nostra tradizione, l’agenda digitale. Bisogna inoltre dare più forza e prospettiva alle nostre piccole e medie imprese aiutandole a collegarsi fra loro, a capitalizzarsi, ad accedere alla ricerca e alla internazionalizzazione.

Beni comuni
Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.

Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.

La difesa dei beni comuni è la risposta che la politica deve a un bisogno di comunità che è tornato a manifestarsi anche tra noi. I referendum della primavera del 2011 ne sono stati un’espressione fondamentale. È tramontata l’idea che la privatizzazione e l’assenza di regole siano sempre e comunque la ricetta giusta. Non si tratta per questo di tornare al vecchio statalismo o a una diffidenza preventiva verso un mercato regolato. Il punto è affermare l’idea che questi beni riguardano il futuro dei nostri figli e chiedono pertanto una presa in carico da parte della comunità.

In questo disegno la maggiore razionalità e la valorizzazione del tessuto degli enti locali sono essenziali, non solo per la funzione regolativa che sono chiamati a svolgere, ma perché il presidio di democrazia, partecipazione e servizi che assicurano è in sé uno dei beni più preziosi per i cittadini. Superare le duplicazioni, riqualificare la spesa, devono perciò accompagnarsi ad un nuovo e rigoroso investimento sul valore dell’autogoverno locale che, soprattutto nella crisi, non va visto, così come ha fatto la destra, come una specie di malattia, ma piuttosto come una possibile medicina. A sua volta l’autogoverno locale deve offrire spazi e occasioni alla sussidiarietà, alle forme di partecipazione civica, ai protagonisti del privato sociale e del volontariato.

Diritti
Il principio della dignità inviolabile della persona e il rispetto dei diritti umani fondamentali sono la cornice generale entro cui trovano posto tutte le nostre scelte di programma.

In particolare, noi ci sentiamo al fianco della lotta di popoli interi per la difesa dei diritti umani, a iniziare da quelli delle donne. Crediamo sia compito dei democratici e dei progressisti affermare l’indivisibilità dei diritti – politici, civili e sociali – e di farlo valorizzando il principio costituzionale della laicità dello Stato.

Nel nostro caso questo significa l’impegno a perseguire il contrasto verso ogni violenza contro le donne, un fenomeno che affonda le sue radici in modelli inaccettabili del rapporto tra i generi e che costituisce una vera e propria violazione dei diritti umani.

Sul piano dei diritti di cittadinanza l’Italia attende da troppo tempo una legge semplice ma irrinunciabile: un bambino, figlio d’immigrati, nato e cresciuto in Italia, è un cittadino italiano. L’approvazione di questa norma sarà simbolicamente il primo atto che ci proponiamo di compiere nella prossima legislatura.

Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico.

È inoltre urgente una legge contro l’omofobia.

Siamo per il rispetto della vita umana e quindi vogliamo che la condizione dei detenuti sia rispettosa della Costituzione.

Responsabilità
L’Italia ha bisogno di un governo e di una maggioranza stabili e coesi. Di conseguenza l’imperativo che democratici e progressisti hanno di fronte è quello dell’affidabilità e della responsabilità. Per questa ragione, nel momento stesso in cui chiamiamo a stringere un patto di governo movimenti, associazioni, liste civiche, singole personalità e cittadini che condividono le linee di questo progetto, vogliamo assumere insieme, dinanzi al Paese, alcuni impegni espliciti e vincolanti.

Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a:

- sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie;
- affidare a chi avrà l’onere e l’onore di guidare la maggioranza, la responsabilità di una composizione del governo snella, sottratta a logiche di spartizione e ispirata a criteri di competenza, rinnovamento e credibilità interna e internazionale;
- vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta;
- assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi;
- appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona.