Pensare Globale e Agire Locale

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martedì 23 ottobre 2012

ITALIA - Pd, popolari alla deriva

Matteo Renzi affossa Franceschini e Fioroni. Che perdono terreno.

di Edda Guerrini

Che fine hanno fatto i popolari? La gloriosa tradizione che veniva dal Partito popolare italiano, poi confluita nella Margherita, infine divisa in correnti, per arrivare, nel Pd, al matrimonio con i post-comunisti, sembra ormai arrivata al capolinea.
RENZI DÀ IL COLPO DI GRAZIA. Il colpo di grazia, paradossalmente, è arrivato con l’ascesa di un rampollo che viene da quel mondo, Matteo Renzi, ex Ppi ed ex Margherita.
Pare tocchi all’ex boy scout rottamare definitivamente i popolari in tutte le loro diramazioni: cattolici democratici, franceschiniani, fioroni, teodem, rutelliani.
L'AMMISSIONE DI CASTAGNETTI. A dirlo apertamente è stato Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario del Ppi, che tempo fa ha ammesso il fallimento della sua generazione. Ma anche dell’esperienza di cui è rimasto l’ultimo baluardo: quel popolarismo che voleva incontrarsi con il riformismo post-comunista nell’Ulivo. L’operazione, ha ammesso Castagnetti annunciando il suo ritiro, «è fallita».

Franceschini e l'ammutinamento delle truppe


Ma Castagnetti non è l’unico a vedere nero. Dario Franceschini, con le sue truppe da sistemare, è in grave difficoltà. Di tutte le correnti del Pd, la sua è quella con il più alto numero di parlamentari eletti senza un reale consenso sul territorio. Motivo per cui rischia di perdere molti pezzi al prossimo giro. Sia nel caso in cui rimanga il Porcellum, perché si faranno le primarie per la scelta dei candidati. Sia nel caso in cui vengano reintrodotte le preferenze.
IN FUGA VERSO RENZI. L’accordo stretto con Bersani sulla base del risultato del congresso, e sempre meno rispettato, dopo le primarie rischia di diventare carta straccia. Con l’irrompere dei renziani, infatti, tutto verrà rinegoziato. In più sul territorio molti amministratori franceschiniani si sono avvicinati al sindaco di Firenze.
IL PAPELLO SALTATO. Dopo il passo indietro di Veltroni e di D’Alema è saltato, poi, il famoso 'papello'. Secondo la spartizione delle poltrone, in caso del trasloco di Bersani a Palazzo Chigi, a Franceschini sarebbe dovuta andare la segreteria.
Vista l’impasse, il democratico ferrarese ha cercato così di riaccreditarsi con i “compagni” del Pd. Difendendo pubblicamente Veltroni e D’Alema. Ma è una tattica che non è detto riuscirà.
LA CADUTA DI MARINI E BINDI. C’è poi Franco Marini, fino a qualche anno fa potentissimo, e ora messo a tacere persino all'assemblea nazionale del Pd. Per non parlare di Rosy Bindi, appesa a una deroga che ormai nessuno, nemmeno Bersani, vuole darle.

Fioroni solo ritorna da Bersani


Chi è messo forse peggio, però, è Beppe Fioroni. Dopo aver puntato a rappresentare il baluardo centrista nel Pd, fino a rompere con Franceschini, ora è costretto a rientrare nelle fila bersaniane. E proprio mentre emerge un candidato, Renzi, che incarna il riformismo innovatore e moderato che lui per primo, a parole, ha sempre predicato.
IL PERICOLO CASINI. Il figliol prodigo torna, insomma, e nessuno ammazzerà alcun vitello. Torna perché non ha altra strada. Il partito di Todi non decolla, l’abbraccio con Pier Ferdinando Casini rischia di cannibalizzarlo, e i 30 parlamentari che fin qui l’hanno seguito vogliono garanzie.
Sul territorio i quadri più giovani stanno tutti migrando verso Renzi, mentre i più vecchi scalpitano perché vorrebbero certezze che non vedono. Per questo il 23 ottobre Fioroni ha convocato una riunione coi suoi fedelissimi. E l’aria che tira non è affatto buona.

venerdì 7 settembre 2012

ITALIA - D'Alema rinnega Marchionne

Il piddino cambia idea sul numero uno Fiat.

Giovedì, 06 Settembre 2012 - Se è vero, come recita il vecchio adagio, che solo gli stolti non cambiano mai idea, Massimo D'Alema può dormire sonni tranquilli. Sì perché il lìder Massimo idee e posizioni le ha cambiate più di una volta. Soprattutto quando si parla di Sergio Marchionne.
«MAI STATO ESTIMATORE DI MARCHIONNE». Il 4 settembre, dal palco della festa democratica di Reggio Emilia, il presidente Copasir ha detto sicuro: «Non sono mai stato un estimatore di Marchionne».
Non solo. Secondo l'esponente Pd, il manager italo-canadese «ha portato una logica di estrema conflittualità e non ha mai portato avanti un programma industriale». «Non si può fare industria in Italia?», ha chiesto quindi retoricamente. «Ci sono fior di imprenditori che fanno industria e competono nel mondo».
«SI TOLGA IL PULLOVER E METTA LA CRAVATTA». E poi l'immancabile affondo ironico. «Un grande imprenditore italiano mi ha detto che Steve Jobs vestiva con i blue jeans e ha conquistato il mondo. Marchionne forse dovrebbe togliere il pullover e rimettersi la cravatta».
E fin qui nulla da obiettare. Un esponente storico della sinistra italiana critica, anche duramente, un manager discusso e che con le sue scelte aziendali ha sollevato più di una polemica. O quasi. Perché D'Alema, in passato, la pensava un briciolo diversamente sul numero uno del Lingotto.

Quando Marchionne era il salvatore dell'Italia


Nel maggio 2009, per esempio, D'Alema affermava convinto: «Ho sempre pensato che il destino della Fiat fosse quello di una forte internazionalizzazione in una fase caratterizzata dalla concentrazione della produzione di automobili. Marchionne lo sta facendo nel modo migliore».
LA SINISTRA PRO-LINGOTTO. A dire il vero D'Alema non fu l'unico a essere stato folgorato sulla via del Lingotto. Buona parte di un certo centro sinistra italiano, era affascinata dal manager col pullover. Mentre Fausto Bertinotti dichiarava nel luglio 2006: «Dobbiamo puntare ai borghesi buoni. Marchionne parla della risposta ai problemi dell’impresa, non scaricando sui lavoratori e sul sindacato, ma assumendola su di sé», l'allora sindaco di Torino Sergio Chiamparino e il piddino Piero Fassino si sprecavano in elogi e incoraggiamenti.
LA DIVISIONE DELLE RESPONSABILITÀ. D'Alema fu più prudente ma comunque salomonico. Il 2 settembre 2010, poco prima dei referendum di Pomigliano e Mirafiori, riconosceva infatti «errori» e «atteggiamenti sbagliati» sia da parte della Fiat sia da quella della Fiom.
«Siamo di fronte a un accordo per salvare una realtà produttiva che altrimenti potrebbe essere compromessa: credo che ci sia una priorità che è la difesa del lavoro», aveva detto del resto il 22 giugno.
LA SVOLTA PER IL REFERENDUM. Pochi mesi dopo il giudizio pro-referendum fu ancora più netto. A fine 2010, a ridosso della svolta di Pomigliano, D'Alema mise in chiaro: «L'accordo che sarà sottoposto al giudizio dei lavoratori credo sia accettabile nella parte produttiva perché prevede rinunce ai lavoratori ma anche forti investimenti e garanzie occupazionali». Salvo poi raffreddare gli entusiasmi: «Quello che non è accettabile è la decisione politica della Fiat di escludere chi non condivide gli accordi».
LA CORRENTE ANTI-FIOM DEL PD. Insomma D'Alema è stato portabandiera della corrente anti-Fiom del Pd insieme con i Letta, i Fioroni, i Marini. Senza dimenticare Chiamparino e Fassino.
Posizioni ben diverse da quelle espresse alla festa nazionale democratica. Ma si sa, le elezioni si avvicinano, e l'elettorato di sinistra va coccolato. Almeno a parole.