Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


martedì 26 giugno 2012

GERMANIA - Un referendum sull’Europa: l’idea si fa strada

25 giugno 2012 Der Spiegel, Frankfurter Allgemeine Zeitung
“Chi ha ascoltato attentamente la Corte costituzionale sa che non esiste un’altra soluzione”: l’ex ministro delle finanze socialdemocratico Peer Steinbrück riassume così un sentimento sempre più diffuso tra gli esponenti della classe politica tedesca: per realizzare i piani europei di Berlino potrebbe essere necessaria una revisione della Legge fondamentale ratificata attraverso un referendum.

In un’intervista concessa allo Spiegel, l’attuale ministro delle finanze Wolfgang Schäuble difende l’idea di un ministero delle finanze europeo in grado di porre il veto sui bilanci nazionali e la creazione di un’unione delle grandi banche sottomesse a un unico ente di controllo europeo.

Questi provvedimenti implicherebbero però un trasferimento di sovranità e dunque una riforma costituzionale. In realtà secondo Schäuble un referendum – che avrebbe bisogno della maggioranza dei due terzi in parlamento per essere organizzato – potrebbe aver luogo “più rapidamente di quanto si pensi”.

Secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung, Schäuble ha una “visione rosea” della situazione. Il quotidiano rimprovera al ministro di “voler far credere di poter forzare un equilibrio delle condizioni di vita in Europa. Ma allora perché il suo ministero non ha mai calcolato il costo per i contribuenti spagnoli di un piano di salvataggio moralmente ingiusto?”

Eurozona - Tutto dipende da Berlino

Per il futuro dell’euro si avvicina il momento fatidico: da adesso al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno Angela Merkel dovrà decidere se e in quale misura la Germania ha veramente intenzione di salvare la moneta unica.
Nikolaus Piper 26 giugno 2012 SUDDEUTSCHE ZEITUNG Monaco

Il futuro dell’euro non dipende dall’Italia. E non dipende neppure dalla Spagna, dal Portogallo, da Cipro. E nemmeno dalla Grecia. Dipende solo dalla Germania, e da nessun altro, e sarà la Germania a decidere se la moneta unica dovrà continuare a vivere, e come. Berlino è oggi il centro nevralgico della crisi. Il ministro delle finanze e la Bundesbank ne sono sicuramente consapevoli, ma la questione è ben lontana dall’essere discussa pubblicamente con la necessaria franchezza. Soltanto la Germania può accollarsi la maggior parte delle spese legate al salvataggio dell’euro. Resta da capire se i tedeschi lo vogliono e per quanto tempo potranno ancora farlo.

Prima dell’ennesimo summit europeo che si prospetta ancora una volta difficile, i responsabili politici e l’opinione pubblica tedesca hanno l’occasione di fare a freddo i loro calcoli: quanto ci costerà ancora il salvataggio dell’euro dal punto di vista economico e politico? E quanto ci costerebbe invece un fallimento, ovvero la disintegrazione della zona euro, a prescindere dalla forma che assumerà? E in entrambi i casi, quali rischi si concretizzerebbero nei bilanci delle banche e della Bundesbank? Quali sarebbero le ripercussioni di un fallimento per lo status della Germania in Europa? La cancelliera deve continuare a fare l’addomesticatrice d’Europa?

Gli osservatori extra-europei hanno fatto notare che i tedeschi conducevano il dibattito sull’euro da un punto di vista del tutto particolare, quello morale, chiedendosi per esempio con stupore: “Come è possibile che siamo arrivati a pagare affinché i greci vadano in pensione a 45 anni?”. Le domande di questo tipo sono facili da capire, ma per nulla pertinenti: nessun euro tedesco è stato ancora versato nel sistema pensionistico greco. Sarebbe bene, invece, che adesso il dibattito si facesse a un livello economico e costituzionale.

Il governo tedesco deve analizzare ciò che ha il diritto e la capacità di fare per salvare l’euro. Questi limiti sono definiti sia dalla costituzione tedesca sia dalla sua potenza economica e opinione pubblica. I cittadini hanno paura per i propri soldi e percepiscono sempre più spesso come una minaccia i diversi piani di salvataggio dell’euro.

È evidente che la strategia adottata finora da Angela Merkel è fallita su un punto assai importante: dal 2010 la cancelliera ha offerto appena quanto era sufficiente a salvare l’euro per garantirne la sopravvivenza. Ha cercato di guadagnare tempo, con la preoccupazione più che comprensibile di mantenere il controllo, per obbligare i suoi partner alle riforme.

Ma la crisi non è finita, anzi: continua a costare sempre di più e la paura di veder esplodere una nuova crisi finanziaria mondiale ancora peggiore dell’attuale sta crescendo. Il fatto che l’agenzia Moody’s abbia ridotto, talora con grande severità, il rating di quindici banche internazionali è un segnale d’allarme. La battaglia finale dell’euro è in corso da tempo.

Condivisione dei rischi

Ormai la disgregazione dell’unione monetaria è una possibilità con la quale bisogna fare i conti, nel vero senso della parola. Le sue conseguenze, dall’ottica tedesca, non sarebbero soltanto il nuovo corso dell’euro nordico o del nuovo marco tedesco, a seconda del nome che si deciderà di dare a questa moneta derivata il cui valore balzerebbe a razzo in modo incontrollato: oltre a ciò sarebbe difficile scongiurare una depressione mondiale e oggi non si può che fare congetture sul futuro dell’Ue nel suo insieme. Alcuni forse auspicano una fine tremenda per l’euro in questi giorni, ma è impossibile non chiedersi se hanno un’idea dell’enorme portata che assumerebbe tale orrore.

Il salvataggio dell’euro costerà molto caro alla Germania in ogni caso, come del resto alla Francia, all’Italia e ad altri paesi ancora. Le proposte dell’Fmi, dei paesi del G-20 e di vari economisti in sostanza si riducono a una medesima cosa: tutti gli stati della zona euro devono condividere almeno in parte i rischi rappresentati dai loro sistemi bancari e dai loro prestiti pubblici. Gli stati risparmiatori, come Germania e Paesi Bassi, dovranno garantire i conti spagnoli, mentre i contribuenti francesi e tedeschi dovranno garantire il budget di Roma, Madrid e altre capitali.

Difendere l’euro in modo attendibile sarebbe impossibile senza una garanzia comune europea, quanto meno limitata, e per questo occorre istituire rapidamente una politica bancaria europea. Perché mai così tante banche europee sono sottocapitalizzate, a differenza delle loro omologhe americane? Perché non esiste un ente europeo che le costringa a dotarsi di riserve sufficienti.

Per l’euro, i tedeschi possono dunque scegliere tra il male e il peggio: devono decidersi a scegliere il male, e farlo rapidamente. (Traduzione di Anna Bissanti)

Commento

Una visione dell’Europa “alla francese”


Mercoledì sera Angela Merkel dovrebbe incontrare François Hollande all’Eliseo, per un tentativo in extremis di smussare le divergenze tra Parigi e Berlino prima del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno.

Su Les Echos, Dominique Moïsi s’interroga sul rapporto di forze tra questi due partner:

La Germania fino a ieri era percepita come il motore dell’ideale europeo. Come è possibile che oggi ne sia considerata il freno, tale da rischiare di portare l’Europa all’implosione con la propria rigidità e la sua certezza assoluta di essere dalla parte della ragione? Come spiegare questa trasformazione radicale di percezione, o forse addirittura della realtà tedesca?

Ricordando che per tradizione l’Europa è stata per la Francia “un moltiplicatore di influenza” e che la Germania vedeva nella realizzazione dell’edificio europeo una “protezione da un eventuale ritorno dei propri demoni interni”, il politologo constata che

quando oggi Berlino parla di Europa, lo fa ‘alla francese’, non più ‘alla tedesca’. Per la Germania l’Europa non è più un baluardo a difesa dai suoi ‘lati oscuri’, ma è il prolungamento di se stessa per mezzo di un federalismo che le è naturale.

INGHILTERRA - Welfare, Cameron all'attacco

Per ridurre la spesa, il premier punta ai tagli dei sussidi sociali e della disoccupazione.
Londra, Martedì, 26 Giugno 2012 -  David Cameron all'attacco del welfare. Lunedì 25 giugno, durante un discorso pronunciato nel Kent, il premier inglese ha fatto capire di avere idee ben precise su come ridurre l'ammontare delle spese che ogni anno lo Stato destina ai sussidi sociali e di disoccupazione, oggi particolarmente generosi nel Regno Unito. Benefit che, secondo Cameron, vanno ridotti e meglio indirizzati con l'obiettivo di ridurre gli sprechi e disincentivare coloro che preferiscono chiamarsi fuori dal mercato del lavoro consapevoli di potere contare sull'aiuto economico dello Stato.
LINEE GUIDA SULLA SPESA. L'intenzione dichiarata del numero 10 di Downing street è di tracciare le linee guida sulla spesa pubblica nel settore sociale in vista delle elezioni di maggio 2015 al termine delle quali pare difficile ipotizzare che, qualunque sia l'esito delle urne, l'attuale coalizione conservatrice-liberale possa restare in piedi. E nonostante manchino ancora quasi tre anni al voto, il primo ministro appare deciso a riaffermare le posizioni del proprio partito a scapito di quelle dei liberaldemocratici di Nick Clegg pur consapevole che una simile mossa rischia di incrinare i rapporti all'interno della coalizione di governo.
RECUPERARE I VOTI TORY. Una strategia confermata dalla Bbc secondo cui la nuova proposta sul welfare del primo ministro rappresenta «un tentativo di riallacciare i rapporti con i parlamentari tory meno soddisfatti e che hanno accusato Cameron di annacquare i tradizionali valori del proprio partito per via dell'influenza dei liberaldemocratici».

Rivedere il sussidio per favorire chi ha realmente bisogno di aiuto


È toccato a Bbc News riassumere gli otto punti salienti della nuova proposta cameroniana sullo stato sociale in vista del manifesto elettorale che il partito conservatore presenterà alle elezioni del 2015.
Fra le principali innovazioni proposte dal 10 di Downing street vi sono la necessità di separare l'entità dei benefit di disoccupazione dall'inflazione basandoli invece sul valore reale degli stipendi oltre alla necessità di rivedere il meccanismo di attribuzione dei sussidi che oggi favorisce nettamente le coppie senza lavoro con figli.
Inoltre, Cameron intende ridurre il limite massimo dei sussidi per la casa a 20 mila sterline (25 mila euro) all'anno assicurandosi che gli alloggi popolari vadano soltanto a chi realmente ne ha bisogno, escludendo quindi tutti coloro che guadagnano a sufficienza per permettersi un mutuo o pagare affitti a prezzi di mercato.
NIENTE BONUS CASA AGLI UNDER 25. Non è tutto. Come riportato dal Guardian, infatti, il premier conservatore, ha in mente di impedire l'accesso ai bonus sulla casa ai minori di 25 anni. Un'ipotesi che, se tradotta in realtà, rischia di rimandare il momento in cui molti giovani inglesi decidono di lasciare casa dei genitori e formare una propria famiglia.
Un rischio, quello di decine di migliaia di giovani britannici potenzialmente costretti a gravare sugli stipendi dei propri genitori, che non preoccupa Cameron fiducioso su una ripresa dell'occupazione giovanile di qui al 2015. Di fatto, il 25 giugno il premier britannico non ha usato giri di parole, definendo l'attuale sistema di sussidi sociali e di disoccupazione «del tutto sbagliato» e auspicando la creazione di una nuova «cultura dei diritti» capace tanto di fronteggiare gli sprechi quanto di rilanciare l'economia d'Oltremanica.
NUOVI TAGLI FINO AL 2014. L' Indipendent ha definito l'insieme delle proposte di Cameron sul welfare come «la fine del conservatorismo compassionevole». Un nuovo taglio alla spesa pubblica che arriva dopo gli spending cuts da 81 miliardi di sterline (101 miliardi di euro) varati dal ministro per le Finanze conservatore per il periodo 2010-14 e già abbattutisi sui budget a disposizione di sanità, istruzione ed esercito.  Un risparmio significativo ma non sufficiente per ridare ossigeno alle casse dello Stato inglese, tanto è vero che l' Huffington Post ha stimato in ulteriori 10 miliardi di sterline i tagli necessari per permettere al governo Cameron di rispettare la propria tabella di marcia sulla riduzione del debito pubblico. E proprio dalla riduzione dei benefit sociali e da una maggiore attenzione su chi siano i destinatari dei sussidi, il primo ministro inglese spera di ottenere la cifra necessaria a fare quadrare i conti di Londra in caso di una propria conferma a Downing street dal maggio 2015 in poi.

Critiche all'approccio di Cameron sull'occupazione


Critiche le reazioni al discorso di Cameron provenienti dell'opposizione laburista che ha accusato il premier conservatore di un «approccio sbagliato al tema della mancanza di occupazione».
Secondo il New Statesman, Cameron ha riproposto il «mito dei benefit per la casa» dopo avere abbandonato da un pezzo il proprio slogan elettorale «We are all in this together», ossia siamo tutti sulla stessa barca.
A detta del settimanale di sinistra inglese, il primo ministro sbaglia nel sostenere che i sussidi destinati dal governo alle famiglie per agevolare il pagamento degli affitti o concedere abitazioni di dimensioni maggiori ai nuclei familiari più numerosi siano un benefit per i disoccupati.
Citando un recente studio condotto dalla Building and Social Housing Foundation,  il New Statesman ha precisato come «il 93% delle richieste di sussidi per la casa pervenute al governo fra il 2010 e il 2011 siano arrivate da famiglie che contavano almeno un lavoratore al loro interno».
CLEGG NON CONDANNA IL PREMIER. Meno dure del previsto, invece, le parole pronunciate dal vicepremier, il lib-dem Clegg, immediatamente dopo le dichiarazioni del premier sul welfare. Secondo Clegg, «Cameron ha parlato come leader del partito conservatore esprimendo le sue opinioni personali circa quello che vorrebbe accadesse dopo il 2015 ed è completamente libero di farlo al pari di qualsiasi altro segretario di partito».
Una frase che sembra preannunciare come lo stesso viceprimo ministro liberaldemocratico sia pronto a dire la propria sugli stessi temi, consapevole del fatto che fra tre anni lib-dem e conservatori torneranno a essere avversari alle urne, presentando proposte completamente diverse gli uni dagli altri. (
Lorenzo Berardi)

FRANCIA - Hollande stanga i ricchi: tasse da 7 a 10 mld

Si punta all'equilibrio di bilancio entro il 2013.
Lunedì, 25 Giugno 2012- Prima stangata del governo francese targato Hollande: tra i 7 e i 10 miliardi di euro di tasse aggiuntive.
L'esecutivo del neo eletto premier d'Oltralpe è passato ai fatti e si è apprestato a presentare un primo pacchetto di misure fiscali entro l'estate per riportare la Francia verso l'equilibrio di bilancio.
«Gli impegni del governo per il risanamento dei conti pubblici sono chiari: riportare il rapporto deficit/Pil al 3% entro il 2013, raggiungere l'equilibrio nel 2017, impegnarsi, già a partire dal 2013, nella riduzione del debito nella ricchezza nazionale», si legge in una nota diffusa dal governo al termine del seminario governativo che ha visto riuniti, il 25 giugno, a Parigi, il premier Jean-Marc Ayrault e tutti i suoi ministri.
«CORREGGERE GLI ERRORI DEI PREDECESSORI». Durante il seminario, Ayrault ha anche ricordato «l'importanza di questa riduzione dopo un un aumento di oltre 600 miliardi di euro durante gli ultimi cinque anni», con la presidenza di Nicolas Sarkozy.
Per correggere gli «errori dei predecessori», secondo la formula dello stesso Ayrault, il primo passo necessario è quello di rivedere l'ultima finanziaria attraverso un testo, il Plfr, la cui presentazione è prevista il 4 luglio in consiglio dei ministri e che costituisce, secondo il ministro per i rapporti con il Parlamento, Alain Vidalies, solo un «antipasto», in quanto non comprende la totalità degli impegni in materia assunti dal capo dello Stato.
ALTRE MISURE CON LA FINANZIARIA 2013. Molte misure devono infatti aspettare l'autunno e la presentazione della finanziaria 2013.
Intanto, a Parigi spiegano che il Plfr «non punta soltanto ad aumentare le entrate, ma consente anche di posare la prima pietra per il ritorno all'equilibrio», voluto dal presidente della Repubblica.
Concretamente, nel Plfr viene introdotto il taglio del 30% degli stipendi del capo dello Stato e del primo ministro, ma anche tutta una serie di misure per aumentare le tasse.
Il conto dovrebbe ruotare intorno ai 7-10 miliardi di euro.
«Siamo tra queste due cifre, almeno immagino, ma aspetto di vedere i dati ufficiali», ha detto il ministro dell'Economia, Pierre Moscovici, intervistato da I-Tele, poco prima del seminario governativo.
«LE CLASSI MEDIE NON VERRANNO COLPITE». Il 22 giugno, a Roma, François Hollande ha dettagliato le intenzioni del governo per coprire questo bisogno di finanziamento.
«Le classi medie non verranno colpite dalle misure che verranno assunte nei prossimi giorni e nelle prossime settimane», ha affermato.
Per risanare i conti pubblici, il presidente socialista intende soprattutto richiamare il «patriottismo di chi ha ricevuto più regali fiscali, senza voler punire nessuno, perché abbiamo bisogno di tutti».
Secondo il quotidiano Le Monde, Plfr comprende, tra l'altro, l'abolizione dell'Iva sociale, una delle principali misure di Sarkozy per finanziare lo stato sociale in Francia in fase di crisi economica insieme all'alleggerimento degli oneri sociali per le imprese.
Ma anche a tutta una serie di misure che vanno a pesare sulle tasche dei più agiati e di alcune aziende, come un'imposta del 3% sui dividendi.
Una misura, quest'ultima, che secondo Hollande dovrebbe incitare le imprese a reinvestire di più e distribuire di meno.

EURO: Ue, pressing su Merkel

Italia, Spagna e Francia: fronte comune per la crescita.
Martedì, 26 Giugno 2012 - Giorni intensi e decisivi per il futuro dell'euro. Il vertice di Bruxelles del 28 e 29 giugno, nel quale tra l'altro si prevede una proposta per aumentare il capitale della Banca europea d'investimenti fino a 60 miliardi di euro, è cruciale per il destino della moneta unica.
I leader dei Paesi membri lo sanno da tempo, lo stesso premier italiano Mario Monti l’aveva ricordato a una settimana dall'incontro.
Così, giusto per non lasciare niente al caso, i ministri delle Finanze di Francia, Germania, Italia e Spagna hanno deicso di incontrarsi già il 26 giugno, per mettere insieme una prima bozza comune e cercare di superare le divergenze.
RIGORE TEDESCO. Sì, perché la Germania di Angela Merkel non ha alcuna intenzione di mollare la presa sul rigore e non sembra particolarmente incline all'ipotesi della condivisione del debito attraverso gli eurobond.
Anzi, secondo quanto rivelato dal Financial Time, il vertice di Bruxelles potrebbe rappresentare l'avvio di una nuova era, con la Commissione Ue a riscrivere le manovre finanziarie nazionali. Un'epoca di commissariamento, con l'istituzione di «un vero e proprio ministero delle finanze per tutti i 17 Paesi membri di Eurolandia», con un occhio di riguardo per quelli che non dovessero rispettare i target fissati.
Il secco ennesimo «nein» di Angela ha anche sfiduciato i mercati, provocando un altro lunedì nero per le borse europee.  
Ma anche in casa sua Merkel sembra essere sempre più sola sulla linea rigida e severa del rigore. Il quotidiano Suddeutsche Zeitung ha spiegato in un editoriale perché per la Germania è meglio derogare all'austerity e accettare un compromesso con i Paesi indebitati: «Ormai i tedeschi hanno di fronte a sé la scelta fra il male e la catastrofe. Devono scegliere il male e anche piuttosto in fretta», ha scritto il giornale.

Spagna, Italia e Francia: fronte unito 'contro' la Germania


La Spagna e l'Italia, dal canto loro, ne avrebbero bisogno come il pane, e anche la Francia di François Hollande, che non sta più tanto bene come un tempo, punta forte verso politiche che agevolino la crescita lasciando almeno parzialmente da parte l'austerity.
Anche l'Ocse è stata piuttosto chiara: «Ci sono elementi di debolezza generalizzata che si possono tradurre in fenomeni di contagio» per Italia e Spagna. Lo ha detto il capo economista dell'Organizzazione Piercarlo Padoan al Gr Rai precisando che «ci sarebbero sicuramente tensioni sui mercati finanziari di questi due Paesi» anche se «non vanno identificati in un blocco comune - i problemi di Spagna e Italia sono diversi - e quindi ci sarebbe bisogno di strumenti di intervento».
OCSE: «ABBIAMO LE MUNIZIONI, BISOGNA USARLE». A suo giudizio tuttavia «le risorse per intervenire, la potenza di fuoco dei fondi salvastati e della Bce ci sono, gli strumenti per intervenire ci sono, anche le nuove risorse del Fmi decise dal G20 ci sono: le munizioni insomma ci sono, si tratta di metterle in ordine, di costruire una strategia di intervento, ma bisogna che ci sia un forte segnale politico».
Il vertice convocato da Moscovici diventa dunque di importanza centrale: «Questa sera riceverò a Parigi i ministri dell'Economia e delle Finanze Schaeuble della Germania, Monti o Grilli dell'Italia, Guindos della Spagna, assieme al commissario europero Olli Rehn», ha spiegato il ministro dell'Economia francese precisando che «siamo in una fase di preparazione attiva del summit».
MOSCOVICI: «VOGLIAMO LAVORARE CON LA GERMANIA». L'obiettivo appare chiaro: «Vogliamo lavorare con la Germania» ha poi risposto Moscovici a chi gli chiedeva delle pressioni sul presidente Hollande e sulla cancelliera tedesca Merkel affinché raggiungano un accordo su come affrontare la crisi.
La questione è aperta e probabilmente non è destinata a chiudersi già il 26 giugno, ma il tempo stringe e il conto alla rovescia per l'euro sembra ormai iniziato. (Gabriele Lippi)

ITALIA/CASTA - Siae, diritti da parentopoli

Legami familiari per 4 dipendenti su 10.
Martedì, 26 Giugno 2012 - Un'azienda grande, che lava i panni in famiglia. Nel senso più letterale del termine. Alla Siae, sono talmente legati che anche il bucato lo paga la ditta. Privilegio da dipendenti, anzi, da parenti. La speciale «indennità lavanderia» quotidiana che scatta in busta paga dopo il quarto giorno passato fuori sede, vale oltre 10 euro.
LEGAMI FAMILIARI. Un gruppo familiare, dunque, confermato anche nelle cifre: 42%, nel senso che 527 dei 1.257 assunti a tempo indeterminato vantano legami di famiglia o di conoscenza. Come ha scritto il Corriere della Sera, ci sono figli, nipoti, mariti e mogli di dipendenti ed ex dipendenti; figurano anche congiunti di mandatari (cioè gli esattori dei diritti) di sindacalisti e perfino di soci. Non mancano rampolli di compositori e parolieri, perfino delle guardie incaricate della vigilanza nella sede centrale. Insomma, intrecci di ogni sorta.
Dei 559 entrati negli anni alla Siae per chiamata diretta, ben 268 sono parenti di dipendenti. Stesso discorso per 57 dei 128 reclutati tramite il collocamento obbligatorio. E 55 dei 154 che hanno superato le selezioni speciali. Ma perfino 147 dei 416 assunti per concorso hanno rapporti di parentela con gli interni.
NESSUN CONTRATTO SCRITTO. E il livello di fiducia è talmente alto, che nulla è messo per iscritto, nemmeno un contratto di lavoro vero e proprio: i rapporti fra l'azienda e i dipendenti, come hanno sottolineato il commissario Gian Luigi Rondi, i suoi due vice Mario Stella Richter e Domenico Luca Scordino, sono regolati da micro accordi, che vantano condizioni senza alcun paragone nelle realtà aziendali italiane.
Stipendio in primis: 64 mila euro per i dipendenti e 158 mila per i dirigenti. Poi, un sistema di automatismi fa lievitare le buste paga a ritmi biennali fra il 7,5 e l'8,5%.
E i benefit? Come se piovessero: oltre al già citato bucato, c'è l'indennità di penna. Si tratta di una somma mensile, che oscilla tra i 53 e i 159 euro, riconosciuta a tutto il personale per il passaggio dalla «penna» al computer. Segue il 'premio di operosità', la gratifica per l'Epifania, tre giorni di franchigia per malattia senza obbligo di certificato medico, 36 giorni di ferie. Ma le conseguenze ci sono e fanno capolino nelle perdite operative accusate dalla Siae negli ultimi anni: 21,4 milioni nel 2006, 34,6 nel 2007, 20,1 nel 2008, 20,9 nel 2009, 27,2 nel 2010.

I dipendenti della Siae hanno attivato 189 cause di lavoro


Cifre a cui ha contribuito anche il costo del contenzioso. Sì, anche nelle migliori famiglie si litiga e, nonostante favoritismi senza precedenti, negli ultimi cinque anni i dipendenti della Siae hanno attivato 189 cause di lavoro. Con un costo medio per l'azienda di un milione 469 mila euro l'anno.
TAGLI PER CIRCA 4 MLN. I commissari hanno dato una sforbiciata da 2,8 milioni alle spese generali e di 1 milione e mezzo ai costi della dirigenza, sperando poi di risparmiarne altri 3 rivedendo gli accordi con i mandatari: un groviglio di 605 agenzie disseminate sul territorio dalle dimensioni ridicole, se si pensa che il ricavo medio di ciascuna è di 128 mila euro l'anno.
Ma il vero problema è quello del personale, perché finora tutti tentativi di normalizzare la situazione applicando un qualsiasi contratto di lavoro, sono miseramente falliti, trascinati dallo stato d'agitazione proclamato dai sindacati interni.
La questione fa il paio con la vicenda del Fondo pensioni, istituito nel 1951, che deve provvedere al pagamento degli assegni di quiescenza del personale ed è una delle cause principali del dissesto che hanno portato un anno fa al commissariamento.
UN PATRIMONIO IN IMMOBILI CHE NON RENDE. Il patrimonio, interamente investito in immobili, con un valore di mercato di 205 milioni, non rende quasi nulla.
Per riuscire a pagare le pensioni, poi la Siae ha dovuto mettere regolarmente mano al portafoglio, aggravando pesantemente il proprio conto economico. Nel tentativo di rimetterlo in sesto, sono stati istituiti due Fondi immobiliari.
Il che ha scombinato i piani di vendita di alcuni stabili di proprietà della Siae a condizioni favorevolissime: minimo anticipo e dilazioni di pagamento quarantennali.
GLI AFFITTUARI SONO SINDACALISTI. Si parla degli immobili a destinazione residenziale occupati dai dipendenti della società degli autori ed editori: su 37 affittuari, 34 sono sindacalisti. Fra di loro figura anche il contabile dello stesso Fondo pensioni, Roberto Belli, responsabile della Slc-Cgil, fratello di una dipendente attualmente in servizio e di una ex dipendente Siae (rispettivamente Antonella e Patrizia Belli), destinatario di una recente contestazione disciplinare.
«BONIFICI NON AUTORIZZATI». Il 13 giugno la direzione generale gli aveva spedito una lettera dove si parlava di una verifica condotta dalla Ria&partners, la società di revisione del bilancio del Fondo, evidenziando alcuni bonifici per un totale di 30 mila euro che insieme con alcuni assegni e versamenti, c'è scritto, «non risultano autorizzati e non trovano riscontro nelle registrazioni contabili».
Denaro, dicono i documenti bancari, trasferito dal conto Bancoposta del Fondo stesso ai conti correnti bancari personali di Belli e della sua compagna.

Eurozona - Monti, l’ultima speranza dell’Europa

Soltanto un’unione politica può salvare l’euro e l’Ue e soltanto il primo ministro italiano può dirlo a chiare lettere e persuadere la Germania: lo sostiene alla vigilia del summit di questa settimana il columnist Wolfgang Münchau. Che poi si chiede: ma Monti lo farà?
Wolfgang Munnchau 25 giugno 2012 FINANCIAL TIMES Londra

Provate a immaginare che sia già giovedì prossimo. È sera e al vertice dei capi di stato del Consiglio europeo il primo ministro italiano si alza in piedi e si rivolge ai presenti in questi termini: “Signor presidente, cari colleghi, ci troviamo davanti a una scelta facile. Oggi possiamo salvare l’euro e gettare le fondamenta per una futura unione politica, oppure possiamo bocciare tutto e fallire. Noi tutti sappiamo bene quello che bisogna fare per salvare l’euro: ci occorre assolutamente un’unione bancaria per la Spagna, un’unione fiscale per l’Italia e un’unione politica per la Germania.

Naturalmente potremo dissentire sui dettagli, ma questo fine settimana dovremo comunque metterci d’accordo su alcune divergenze e prendere una decisione sui provvedimenti da intraprendere adesso. Le politiche che abbiamo varato per risolvere la crisi sono fallite, più e più volte. Adesso abbiamo bisogno di qualcosa che funzioni. E subito. Se non ci riusciremo, vi garantisco che non potrò più far parte di questo consesso e che il mio paese uscirà da questo progetto”.

Lasciate che premetta, innanzi tutto, che non mi aspetto che Mario Monti dirà veramente queste cose, neppure in una versione più criptica. Monti è a capo di un governo tecnico e il suo compito consiste nel mettere a posto le cose. Tener testa alla cancelliera tedesca – oltretutto mettendosi in mostra, come direbbero alcuni – e ancora meno scommettere sul futuro dell’Italia, non rientra tra le sue responsabilità. I partiti politici italiani lo hanno designato perché avevano bisogno che al playboy subentrasse un idraulico, non un giocatore d’azzardo. E l’ultima cosa al mondo che desideravano era un leader.

Credo che vi siano i presupposti per una scommessa calcolata, ma se ne devono comprendere fino in fondo rischi e benefici. Il punto non sta tanto nel costringere Angela Merkel a venire allo scoperto con le proprie carte, come pretendono alcuni dei miei amici italiani e spagnoli. Angela Merkel non sta bleffando, anche se una disgregazione della zona euro sarebbe evidentemente disastrosa per la Germania. Joschka Fischer, ex ministro degli esteri, ha detto di recente che consentendo alla zona euro di disgregarsi la Germania infliggerebbe per la terza volta in un secolo una devastazione spaventosa all’Europa e a se stessa.

Chi cerca di scoprire il gioco della Germania spesso immagina un livello di razionalità del tutto inesistente. I tedeschi hanno sviluppato una concezione alquanto strana della crisi: seguendo il dibattito in corso in Germania – come io faccio sistematicamente – se ne ricava l’impressione di un universo parallelo. Per esempio, lì si nega categoricamente che le eccedenze delle partite correnti possano esserne – seppur in modo remoto – una causa. Nell’interpretazione tedesca dei fatti, l’economia è equiparabile a una partita di calcio, che la Germania sta vincendo. E compito della cancelliera è sostenere una squadra contro un’altra, come ha fatto a Danzica venerdì scorso, quando la nazionale tedesca ha sconfitto la Grecia. La Germania, al pari della signora Merkel, sembra inarrestabile.

L’esiguo numero di dirigenti capaci e l’élite economica capiscono qual è la posta in gioco, ma sono disposti a correre il rischio di un incidente. La salvezza dell’euro non è il loro obiettivo primario.

Quando Otmar Issing, ex capo economista della Banca centrale europea, respinge categoricamente qualsiasi forma di rateizzazione del debito, come ha fatto in un recente articolo sulla stampa, omette di riportare ciò che accadrebbe se il governo dovesse seguirne i consigli: la zona euro si dissolverebbe.

Quando arriveranno pressioni in questo senso, arriveranno dall’Italia. La settimana scorsa Silvio Berlusconi ha detto in modo alquanto inquietante che un’uscita dall’euro non sarebbe da considerarsi “blasfema”. Ha prospettato una scelta molto semplice: o l’Italia riceve aiuti in extremis con il bailout e la Germania esce dalla zona euro, oppure esce l’Italia. A me sembra quasi che Berlusconi stia preparando il suo partito a far campagna in vista delle prossime elezioni a colpi di euroscetticismo, per respingere la sfida proveniente dal Movimento Cinque Stelle e dal suo leader Beppe Grillo. Si dice che Berlusconi abbia studiato i suoi discorsi e i suoi interventi scritti nei minimi dettagli. In pratica, stiamo assistendo al processo in virtù del quale una posizione anti-euro può diventare dominante.

La giusta posizione

Quando ciò accadrà, potrebbe essere troppo tardi per salvare l’euro. I leader della zona euro hanno avuto oltre tre anni per agire, ma li hanno sprecati. A livello individuale saranno anche persone intelligenti, ma in gruppo hanno evidenziato un livello incredibile di incompetenza economica e finanziaria. Ricordate il concetto di contrazione fiscale espansionistica? Oppure la balzana idea di speculare sul Fondo salva-stati? O ancora quella di salvare in extremis gli investitori privati su base volontaria? Crediamo davvero che siano queste le persone in grado di fare in un solo giorno ogni cosa in modo giusto, quando per tre anni di fila non ne hanno imbroccata una?

L’unica speranza è che qualcuno dall’interno se la senta di sfidare Angela Merkel. Questo sfidante dovrebbe porre il veto a qualsiasi fandonia dell’ultima ora che verosimilmente sarà proposta giovedì. Come può essere plausibile un’unione politica in futuro se oggi non riusciamo a salvare l’euro? Siamo arrivati al nostro mezzogiorno di fuoco.

Nessuno più del premier italiano è nella giusta posizione per contrastare Angela Merkel. È Monti l’ultimo insider europeo. È intelligente ed eloquente. Nella lista dei paesi attaccati dai mercati, il suo è il prossimo. E l’Unione europea non ha un piano “B”.

Una minaccia di dimissioni sarebbe plausibile e spaventerebbe molte persone. In ogni caso, che cosa avrebbe da perdere? Il consenso di cui gode nei sondaggi è sceso e sta perdendo anche parte dell’appoggio all’interno della sua coalizione. Soltanto dicendo la verità al potere, Monti potrà salvare il proprio paese, e l’euro.


Consiglio europeo - Preparativi frenetici per il “vertice dell’ultima spiaggia

A tre giorni dal Consiglio europeo di Bruxelles del 28 e 29 giugno, definito dagli osservatori “decisivo” per il futuro dell’euro, proseguono i preparativi e si intensificano gli incontri tra i protagonisti. Dopo aver partecipato il 22 giugno al “mini vertice” di Roma tra Italia, Germania, Spagna e Francia, il 25 giugno François Hollande si è incontrato a Parigi con Mario Draghi. Il presidente della Banca centrale europea cercherà di convincere Hollande della necessità di un’unione bancaria e di una maggiore integrazione politica. La missione di Draghi si annuncia difficile, perché come spiega La Stampa:

se gli altri [leader] non riusciranno a prendere decisioni efficaci [durante il vertice del 28 e 29 giugno], i cocci li dovrà rimettere insieme lui.

Anche se i mercati sembrano convinti che Draghi troverà una soluzione

dentro la Bce diventa sempre più difficile compiere nuove mosse senza che i tedeschi della Bundesbank – ripetutamente rimasti in minoranza negli ultimi mesi – facciano conoscere all’esterno il proprio dissenso, con perdita di prestigio per tutti.

Mercoledì 27 Hollande riceverà a Parigi Angela Merkel. Con la cancelliera tedesca “le divergenze sono ancora forti”, sottolinea Les Echos.

Il quotidiano francese ricorda che “è sul terreno della solidarietà che Hollande cercherà di ottenere concessioni da Angela Merkel”, che resta “ostile all’idea di un grande balzo in avanti istituzionale”.

Il presidente francese ha rinunciato a mettere sul tavolo del negoziato gli eurobond, ma conta di convincere la cancelliera ad accettare altre forme di mutualizzazione del debito, che si tratti di eurobills [obbligazioni a breve scadenza], di un fondo di ammonizzazione del debito o della possibilità di consentire al fondo di salvataggio europeo di acquistare titoli di debito di paesi in difficoltà per contrastare il rialzo dei tassi.

BIRMANIA - Suu Kyi potrebbe essere sfrattata da sua casa a Rangoon

Il fratello maggiore vuole il 50% della proprietà

Rangoon, 26 giu. - Aung San Suu Kyi potrebbe essere "sfrattata" dalla sua casa di Rangoon, quella dove ha trascorso quindici anni di arresti domiciliari e che è diventata nel corso degli ultimi anni un luogo simbolo della lotta per la democrazia in Birmania. La leader dell'opposizione birmana infatti ha perso una battaglia giudiziaria con il fratello, Aung San Oo, cui spetta il 50% della proprietà della casa. L'avvocato di Suu Kyi - il Premio Nobel oggi è in Francia, ultima tappa del suo viaggio europeo - ha annunciato che ricorrerà in appello contro la decisione del tribunale di Rangoon, riporta il Times.

La battaglia giudiziaria tra Suu Kyi e il fratello maggiore, un ingegnere informatico con la nazionalità americana, dura da 12 anni. Sono i due unici figli ancora in vita di Aung San, eroe dell'indipendenza birmana, assassinato poco prima dell'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1947. La bella villa coloniale su due piani, al numero 54 di Viale dell'Università, circondata da un ettaro di giardino, rimase alla madre, Khin Kyi, che morì in quelle stanze nel 1988 assistita dalla figlia.

Durante i lunghi periodi di confino della sorella, San Oo, che ha sempre mostrato scarso interesse per la politica, non le ha mai reso visita, nè ha mai parlato a suo nome. Non risulta che i due fratelli - continua il Times - abbiano mai avuto contatti, tranne nel 2000 quando il maggiore ha deciso di far causa alla sorella.

USA – Gli Stati Uniti Americani allarmati per la crisi dell'euro. Obama chiama Monti

Presidente Consiglio ha "aggiornato" Presidente su sviluppi Ue. Obama ha incoraggiato Atene a proseguire sul cammino delle riforme

Washington, 26 giu.  - Il Presidente americano Barack Obama ha discusso con il premier italiano Mario Monti dell'importanza di proseguire negli sforzi per sostenere "la crescita e la stabilità nell'eurozona". E' quanto ha fatto sapere la Casa Bianca in un comunicato.

Nella telefonata, di cui ha dato per primo notizia Palazzo Chigi ieri sera, "Il Presidente Obama ha parlato con il premier italiano Monti, dopo i loro colloqui della scorsa settimana al vertice del G20 a Los Cabos", in Messico, si legge nel comunicato. Nella nota si afferma quindi che il Presidente del consiglio ha offerto a Obama "un aggiornamento sugli sviluppi economici in Europa" e i due leader "hanno discusso dell'importanza di proseguire negli sforzi per promuovere crescita e stabilità nell'eurozona".

Unitamente al sostegno manifestato al governo di Roma, il Presidente Obama ha invitato il premier greco Antonis Samaras a proseguire sul cammino delle riforme.

Stando a quanto reso noto dalla Casa Bianca, Obama ha telefonato a Samaras per congratularsi con lui della vittoria elettorale, esprimendo "il suo forte sostegno alla Grecia e sottolineando l'ininterrotta solidarietà tra americani e greci". Quindi "il Presidente ha apprezzato l'impegno del premier Samaras per far fronte alla situazione economica della Grecia e ha invitato il premier a collaborare con l'Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea nell'applicazione del programma di riforme per il Paese".

ITALIA - Crolla il commercio: ad aprile -6,8%. Dato peggiore da 2001

Vanno giù centri commerciali e piccoli negozi. Si taglia anche sugli alimentari. Istat: flessione congiunturale dell'1,6%
Roma, 26 giu. - Brusco calo per il commercio al dettaglio. Ad aprile, secondo i dati resi noti dall'Istat, l'indice destagionalizzato delle vendite al dettaglio ha segnato un ribasso tendenziale del 6,8%, il peggiore dal gennaio 2001, quando sono iniziate le serie storiche. Le vendite di prodotti alimentari diminuiscono del 6,1%, quelle di prodotti non alimentari del 7,1%. Il ribasso congiunturale è pari all'1,6%.

Rispetto ad aprile 2011, riferisce l'Istat, l'indice grezzo del totale delle vendite segna una caduta Nella media del trimestre febbraio-aprile 2012 l'indice è aumentato dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti. Nel confronto con marzo 2012, le vendite diminuiscono dell'1,5% sia per i prodotti alimentari sia per quelli non alimentari.

Le vendite per forma distributiva mostrano, nel confronto con aprile 2011, una marcata contrazione sia per la grande distribuzione (-4,3%), sia per le imprese operanti su piccole superfici (-8,6%). Nei primi quattro mesi del 2012, rispetto allo stesso periodo del 2011, l'indice grezzo diminuisce dell'1,6%. Le vendite di prodotti alimentari segnano una flessione dello 0,2% e quelle di prodotti non alimentari del 2,2%.