Pensare Globale e Agire Locale

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lunedì 10 giugno 2013

ITALIA - Partecipazione e rinascita dei partiti: solo così si riparte


Monti ha portato l'Italia fuori dal baratro. Ma non ha creato sviluppo per mancanza di dialogo con la società.

di Fabrizio Barca

Lunedì 10 aprile - Due mila e 500 chilometri in 60 ore. Novara, Vercelli, Trani, Bari, Maglie, Martina Franca: sono le tappe dell’ultimo fine settimana dedicato a questo mio strano giro per l’Italia dello «sperimentalismo democratico» (che ci prova o vorrebbe provarci, anche se altra è la cultura dominante).
L'IMPORTANZA DELLA PARTECIPAZIONE. Rientrando a Roma, l'altra sera, ho visto che una mia dichiarazione in merito al governo Monti di cui ho fatto parte rimbalzava sui media: «Non abbiamo risolto i problemi del Paese. La produzione di beni pubblici richiede il coinvolgimento di migliaia di persone. Con la partecipazione si fanno cose che altrimenti non si potrebbero fare».
In effetti, in ognuno dei luoghi visitati in queste settimane, abbiamo discusso di come l’efficacia dell’amministrazione richieda il coinvolgimento motivato e monitorato tanto dei produttori pubblici quanto dei beneficiari: dall’istruzione a un’alta velocità che sia davvero utile a tutti, dalla salute alla manutenzione del patrimonio culturale, è solo estraendo e aggregando le conoscenze diffuse che si realizzano buoni interventi pubblici. È proprio quello che non si riesce a fare in Italia da oltre 20 anni. Ed è la ragione per cui il Paese è bloccato.
I LIMITI DEL GOVERNO MONTI. Questo limite ha riguardato anche il governo di cui ho fatto parte e di questo scrivo nel documento Un partito nuovo per il buon governo sottolineando «la grande difficoltà del governo di impegno nazionale costituito nel novembre 2011, che pure ha sottratto il Paese all’emergenza finanziaria, a disegnare e attuare provvedimenti che aprissero una prospettiva di sviluppo, soprattutto per la carenza di dialogo con la società, essendo rarefatta l’intermediazione dei partiti».
Proprio l’altra sera, in Puglia, dicevo che un giorno, lontano da questi anni difficili, proverò a raccontare a mio nipote di come il governo Monti, nei primi sei mesi di vita, sia riuscito a salvare l’Italia dal baratro (anche se in molti se ne sono già dimenticati).
LA RINASCITA DEI PARTITI. Quel giorno proverò a spiegargli anche perché abbiamo potuto far questo e come, invece, non esistessero le condizioni perché potessimo rilanciare lo sviluppo. Fra queste condizioni, teniamolo bene a mente, spicca la rinascita dei partiti come strumento flessibile della società.

martedì 9 aprile 2013

ITALIA - La strategia di Barca, più blairiano di Renzi


Il ministro parafrasa politicamente Blair e promette di entrare in politica non per cambiare il paese ma per cambiare un partito, il Pd

«I didn’t come into politics to change the Labour Party.
I came into politics to change the country». Citazione facile, lo so: è Tony Blair. Quello che Fabrizio Barca ha evocato, senza nominarlo, domenica pomeriggio dalla Annunziata, parlando di come vorrebbe vedere il Pd incamminarsi lungo una specie di Terza via – non tra stato e mercato, ma tra grillismo e tecnocrazia. Una Terza via intra-partitica.
Barca cioè parafrasa politicamente Blair e promette di entrare in politica non per cambiare il paese ma per cambiare un partito, il Pd. Idea entusiasmante, per gli apparati. Barca, che parla abbastanza slang sociologico-smanettone, l’ha chiamata «mobilitazione cognitiva». Ed uno se la vede già stampata sulla t-shirt. Il concetto è: spalancare il partito a nuovi interlocutori. Servono infusioni di know-how, soluzioni innovative ai bisogni che spesso sono vecchi, cioè quelli di sempre solo diversamente declinati. Al Pd – è l’assunto – si ascoltano sindacati e Confindustria e si crede di avere all you need to know about la geopolitica sociale.
E invece no – dice Barca –: no tecnocrazia, no assemblearismo liquido, ma democrazia mediata da un partito-gatekeeper che apra i cancelli a chi ha cose da dire, idee da proporre e disegni di policy concreti. A costoro, il partito che ha mente Barca, si offre come produttore esecutivo. Il partito filtra, elabora e trasmette “il prodotto politico” suggerito dalle parti e/o dai territori ai terminali amministrativi e di governo, cioè allo stato. Che quindi rimane lì, lo stato, nel disegno di Barca: forte, autorevole e per nulla ridimensionato. Più efficiente, meno arrogante, meno ottuso, meglio mediato ma sempre tanto. La «mobilitazione cognitiva» è quindi un metodo di rilevamento dei bisogni e di cattura delle suggestioni politicamente fertili che possono venire da un ascolto che si fa interlocuzione diretta quando, dall’altra parte del tavolo, non c’è un ricercatore sociale ma un dirigente di partito.
Qui la differenza tra i focus group di Philip Gould, il ricercatore sociale di Blair, e i brainstorming che il Fabrizio Barca aspirante dirigente di un partito attualmente ostile al governo Monti mutua dal ministro Barca orgoglioso esponente di quel medesimo governo. La preoccupazione comune ai due sembra il ruolo dello stato, più che la sua dimensione. Il peso politico di singole persone, più che quello della partitocrazia nella sua polimorfa materializzazione. La destinazione della sua Terza via quindi non è meno politica nell’economia ma meno discrezionalità, meno velleitarismo; più costituency, ma meno lobbisticamente pesanti, per liberarsi dall’ormai conservativa ai limiti del masochismo sociale pressione dell’azionista di maggioranza: il sindacato, cioè i pensionati organizzati e i lavoratori in via di estinzione.
Una roba, questa di Barca, abbastanza abissalmente alternativa all’idea “presidenziale” che della funzione politica ha Matteo Renzi. Uno, per Barca, aderisce a un partito perché chiamato ad onorare in qualche modo le proprie convinzioni di fondo. La politica-missione abbracciata per contribuire a realizzare una data idea di bene comune. Barca lo chiama “sentiment”, ma mi pare un termine fuorviante, se non improprio. Per Renzi è decisamente una questione più razionale, più “laica”. Le persone giuste al posto giusto nel momento giusto.
Entrambi, Barca e Renzi, hanno a cuore il decision-making pubblico – come renderlo efficiente, prima ancora che diffuso. Per Barca la chiave è il partito con la leadership attorno; per Renzi la leadership con il partito sotto. Più o meno. Filologicamente ragionando, Barca è più blairiano di Renzi, nel senso che ha in mente un’operazione passo passo speculare a quella a suo tempo fatta nel New Labour – spingere il rinnovamento interno, in parte già avviato dai predecessori, capitalizzandone al massimo i benefici liberatori per conquistare a sé un composito puzzle di monadi produttive. Blair, in fondo, nel partito non c’è entrato, né ha acquistato peso, da rottamatore. Da riformatore, semmai. Come Barca, appunto.
Strategia collaudata, quindi. Forse persino efficace, per il Pd, allo stato in cui si trova. Solo che è la strategia che fu del New Labour 20 anni fa. Potrà funzionare per cambiare il partito. Non potrà bastare per cambiare il paese.
Claudio Bellavita