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giovedì 4 ottobre 2012

ITALIA - Bagnasco accelera contro il testamento biologico

Le pressioni della Cei per far approvare in fretta il famigerato ddl Calabrò denunciano i timori della gerarchia cattolica di fronte alle incertezze del quadro politico.

«Serrare le file», naturalmente «per amore del Paese»: è il messaggio che viene fuori dalla prolusione del cardinale Angelo Bagnasco di fronte all'Assemblea Cei del 24 settembre che ha rilanciato l'iniziativa vaticana di fronte ad un quadro politico pericolosamente fluido.

Caduto il governo Berlusconi, efficientissima cinghia di trasmissione tra le gerarchie ecclesiastiche e le istituzioni repubblicane, si profila un minaccioso scenario (se visto da Oltretevere), fatto di un probabile Parlamento dal tasso di laicità decisamente più pronunciato.
A rischio l'invadente egemonia ultracattolica su temi scottanti della bioetica e dei diritti civili. I segnali ci sono tutti: il dibattito, perlopiù composto, aperto dal bel film di Bellocchio Bella addormentata; le rivelazioni sulla morte dignitosa del cardinal Martini; le dichiarazioni di apertura del sindaco di Milano Pisapia a proposito delle adozioni da parte di coppie omosessuali; l'iniziativa del capogruppo Pd del Comune di Bologna Sergio Lo Giudice che ha celebrato un matrimonio gay. Segnali di vita, insomma, dal fronte laico.

Intollerabili, dalle parti della Cei. Che auspica con forza un'improvvisa, inopinata accelerazione dell'iter di un ddl che definire controverso è eufemistico. Bagnasco, mentre sottolineava una balzana, presunta laicità dell'impegno ecclesiastico, ha infatti lanciato un segnale esplicito alla diaspora politica cattolica: eccessivamente attendista, secondo lui, rispetto al «varo definitivo, da parte del Senato, del provvedimento relativo al fine vita».

Si tratta del famigerato ddl Calabrò sul testamento biologico (per alcuni "Legge tortura" sul fine vita e "Legge contro il testamento biologico"), figlio di un ignobile disegno di legge partorito in fretta e furia oltre tre anni fa dai pasdaran del Pdl che puntava - sull'onda delle aspre polemiche suscitate dal caso Englaro - ad impedire al cittadino di rinunciare a idratazione e nutrizione, persino nel caso in cui fosse stato cosciente o avesse precedentemente manifestato la volontà di interrompere le cure. Il presidente della Repubblica non controfimò e bloccò il colpo di mano.

Alla morte di Eluana seguì un disegno di legge, a firma Renato Calabrò, approvato nel 2009 al Senato, poi modificato alla Camera (2011) e ora fermo di nuovo al Senato, accantonato in attesa di tempi migliori dopo le critiche che ne hanno messo in dubbio la stessa costituzionalità.
L'obiettivo del "nuovo" ddl è - si ricorderà - lo stesso del precedente: rendere di fatto impraticabile la libera scelta del paziente cancellandone il diritto all'autodeterminazione. Nel testo nutrizione e idratazione artificiali vengono infatti considerate «forme di sostegno vitale», non terapie e «non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». Alla faccia degli articoli 13 e 32 della Costituzione, che garantiscono ai cittadini la piena e libera facoltà di decidere a quali trattamenti sanitari sottoporsi.

Claudio Tanari

mercoledì 23 maggio 2012

CITTA DEL VATICANO - Pedofilia/ In vigore linee-guida Cei, non c'è obbligo denuncia

In ultimo decennio 135 preti accusati, 77 giunti a magistratura

La perlomeno strana e scandalosa giurisprudenza di uno Stato retto con monarchia assoluta che vuole sempre ingerirsi nelle scelte della nostra  Repubblica Democratica, imponendo anche la sua discutibilissima moralità  

Città del Vaticano, 22 mag.  - Entrano in vigore, senza alcuna sorpresa, le annunciate linee-guida della Cei "per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici" richieste dalla Santa Sede ad ogni episcopato mondiale.

Come ampiamente previsto, il documento stabilisce che "il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l'obbligo giuridico di denunciare all'autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto" in merito ad abusi sessuali compiuti da sacerdoti su minori. Tuttavia è "importante la cooperazione del vescovo con le autorità civili, nell'ambito delle rispettive competenze e nel rispetto della normativa concordataria civile". Una linea giurisprudenziale che non prende in considerazione la fattispecie del favoreggiamento della pedofilia e che venne preannunciata nel maggio del 2010, quando il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, spiegò che "la normativa italiana non prevede l'obbligo di denuncia in questi casi".

Le linee-guida - una decina di cartelle - espongono la procedura della prima "accurata ponderazione circa la verosimiglianza" delle notizie sugli abusi sessuali compiuti da un sacerdote su un minore, poi la "indagine previa" e il successivo procedimento canonico. "E' opportuno che una documentazione del caso rimanga nell'archivio segreto della Curia". Nel secondo capitolo le linee-guida affrontano il tema dei "rapporti con l'autorità civile". Oltre all'assenza di un obbligo di denuncia, il documento Cei prevede che, in forza del codice penale italiano (articoli 200 e 256) e della revisione del Concordato (articolo 2), "i vescovi sono esonerati dall'obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero". Le linee-guida si concludono precisando che "ferma restando la competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede, la procedura relativa ai singoli casi è di competenza del Vescovo del luogo ove i fatti stessi sono stati commessi. Nessuna responsabilità, diretta o indiretta, per gli eventuali abusi sussiste in capo alla Santa Sede o alla Conferenza Episcopale Italiana".