Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


sabato 14 dicembre 2013

UE - GIOCHI DI POTERE: Angela Merkel, Vladimir Putin e un legame indissolubile

 

La cancelliera fa la voce grossa sull'Ucraina. Ma l'intesa con lo zar è forte. Per gli interessi economici miliardari. Allarme della Bild: Mosca ha schierato missili atomici al confine con l’UE

Sabato, 14 Dicembre 2013 - Sono la coppia più unita del continente, anche se non vogliono sbandierarlo troppo ai quattro venti.
A dire il vero non si amano, ma il loro legame si basa sul pragmatismo politico ed economico che unisce i Paesi che in questo momento rappresentano.
Vladimir Putin e Angela Merkel, rispettivamente l’uomo e la donna più potenti del mondo, guidano due nazioni che negli ultimi 20 anni sono passate dalle divisioni della Guerra fredda a una già solida partnership destinata a diventare sempre più stretta.
MERKEL SULLA SCIA DI KOHL. L’asse Mosca-Berlino può fare ricordare tempi bui e, anche se Vova e Angie non sono Stalin e Hitler, è meglio che il rapporto passi inosservato. Soprattutto in casa tedesca, dove - come un po’ in tutto l’Occidente - l’inquilino del Cremlino non gode di una fama impeccabile, a ragione o a torto.
Il punto è che Frau Merkel continua a calcare il solco tracciato prima dal suo mentore Helmut Kohl e poi da Gerhard Schröder, i cancellieri tedeschi che dal 1991 hanno sviluppato le relazioni con la Russia anche attraverso rapporti personali da Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin a Putin.
UNA COOPERAZIONE STRATEGICA. Germania e Russia sono legate in modo strategico e la cooperazione economica - in particolare nel settore energetico - è il binario più evidente.
Berlino è il terzo partner commerciale per Mosca a livello mondiale e nel solo 2012 imprese tedesche hanno investito nella Federazione russa per oltre 25 miliardi di euro. I tubi del Nordstream, il gasdotto targato Gazprom che passa sotto il Mar Baltico aggirando la Polonia e per questo ai tempi della realizzazione ha sollevato a Varsavia i fantasmi del patto Molotov-Ribbentropp, unisce dal 2011 i due Paesi ancora più di prima. Ma molto deve ancora venire.
Il nuovo governo tedesco di Angela Merkel ha infatti messo nero su bianco nel proprio programma di coalizione che i rapporti con la Russia devono essere approfonditi e allargati.
COLLABORAZIONE IN MATERIA DI SICUREZZA. Nel Koalitionsvertrag (il contratto sottoscritto da Cdu, Csu e Spd, in cui sono raccolte le linee guida per i prossimi quattro anni) un capitolo extra è dedicato alla questione. Oltre a un richiamo formale e politicamente corretto sul fatto che la Germania si aspetta dalla Russia il rispetto degli standard democratici, un passaggio essenziale è inoltre quello della collaborazione più stretta nella politica estera e di sicurezza.
Dettaglio non di poco conto, se si calcola che nel passato recente Kanzleramt e Cremlino, indipendentemente dai loro inquilini, si sono già trovati spesso sulle stesse posizioni, dal no alla guerra in Iraq a quello in Libia e in Siria, per finire al recente Datagate, caso che ha fatto scendere le quotazioni delle relazioni transatlantiche.

Il doppiogiochismo di Berlino


Non si tratta certo di una Ostpolitik che degrada le relazioni con gli Stati Uniti, che rimangono in ogni caso un perno per Berlino, ma è evidente che la Germania dopo il crollo del Muro e della Cortina di ferro si è emancipata, prendendo strade che a Washington non sono certo condivise.
Nonostante l’apparenza e la voce grossa di rito che la cancelliera ha fatto nel caso ucraino, sottolineando le ingerenze russe a Kiev nel tentativo di bloccare l’Accordo di associazione (Aa) con l’Ue, in realtà la Germania sembra condurre un doppio gioco destinato alla fine a non irritare troppo Mosca.
IL VETO SU TYMOSHENKO. La linea irremovibile sul caso Tymoshenko che l’Unione a portato avanti sino allo schianto del vertice di Vilnius è stata farina della signora Merkel.
Mentre alti Paesi, come la Polonia, sarebbero stati disposti a un compromesso, siglando l’intesa anche con l’eroina della Rivoluzione arancione dietro le sbarre, la Germania ha imposto il veto. Senza la scarcerazione di Tymoshenko, niente intesa.
SITUAZIONE FLUIDA. Dopo la richiesta di 20 miliardi di euro fatta dal premier ucraino per arrivare alla sottoscrizione dell’Accordo sono state le voci tedesche a respingere per prime l’offerta.
La Germania non vuole in sostanza ritrovarsi a pagare ora o nel futuro il conto ucraino. Gli ultimi sviluppi convulsi tra Kiev, Bruxelles e Mosca, dove il presidente ucraino Victor Yanukovich è pronto a recarsi martedì 17 dicembre, rendono possibile qualsiasi soluzione.
L'INCOGNITA STEINMEIER. Se ora pare che Ucraina e Ue si siano accordate per una road map che porti alla firma dell’Aa il prossimo anno, anche se ci sono ancora molti punti interrogativi a partire proprio dal destino dell’ex premier incarcerata, resta da vedere come si comporterà il nuovo governo tedesco di Angela Merkel, con il nuovo probabile ministro degli Esteri Frank Walter Steinmeier, molto vicino all’ex cancelliere Schröder che a sua tempo aveva definito l’amico Putin un «vero democratico».
Berlino, che già nel 2008 aveva bloccato l’entrata dell’Ucraina nella Nato, potrebbe in fondo trovare il modo di fare ancora un favore a Mosca, oltre che a se stessa.

Stefano Grazioli

domenica 1 dicembre 2013

ITALIA - Il peccato originale del Pd? Non fare i conti con Craxi


Un saggio dello storico Gervasoni spiega come gli eredi del comunismo cerchino di scippare il patrimonio del socialismo italiano. Dopo averlo demonizzato

A meno di non raccontarci la favola della maledizione che graverebbe sulla sinistra italiana, bisognerà pur trovare una ragione del perché in tutto questo lungo dopoguerra, per quanto si sia considerata come la meglio sinistra del Vecchio Continente, essa non sia mai riuscita ad esprimere una premiership, tanto meno abbia conquistato la maggioranza di governo.

E non è tutto. Alla fine di una corsa durata più di un secolo, non sarà un caso che essa si veda oggi costretta a consegnare il testimone a ben due eredi - Renzi e Letta - del cattolicesimo democratico, suo storico antagonista. Un bilancio così magro esigerebbe, quanto meno, una revisione critica dei passaggi cruciali che hanno preparato un esito tanto infausto.
Viceversa pressoché nessuno dei caposaldi della sua cultura tradizionale è stato rimesso apertamente in discussione. Pur di salvaguardare una continuità fittizia tra un presente democratico e un passato comunista difficilmente conciliabili, ha proceduto a un'opera sistematica di rimozione di tutto quanto le risultava troppo imbarazzante per poter essere conservato, procedendo al contempo a una spavalda riappropriazione dal patrimonio altrui di quanto serviva per un efficace candeggio delle macchie accumulate e per un riciclaggio veloce del suo gruppo dirigente.
A ben guardare, il salto acrobatico dalla vecchia identità comunista alla nuova identità democratica è stato imposto dalla necessità di scavalcare a piè pari, e senza pagare dazio, l'ingombro rappresentato dalla tradizione socialista colpevole di aver costituito un'insopportabile spina nel fianco a chi si intestardiva a proporre una via nazionale al socialismo senza chiudere i conti col socialismo reale.
Il precipitato di questa tenace contrarietà a dar ragione a chi ha avuto la colpa di aver avuto ragione troppo presto è rappresentato dall'interdetto comminato a tutto quanto richiami, di dritto o di rovescio, la tradizione socialista: dal termine stesso socialista, ridotto a qualifica infamante, sino alle sue battaglie più qualificanti e alle sue intuizioni più innovative.
Cerca meritoriamente di ricostruire la storia della stagione più infuocata e decisiva dell'ininterrotto duello combattuto tra socialisti e comunisti Marco Gervasoni nel suo nuovo libro: La guerra delle sinistre. Socialisti e comunisti dal '68 a Tangentopoli (Marsilio, pagg. 197, euro 19). Gervasoni analizza, passo dopo passo, il dispiegarsi della sfida finale che decide delle sorti della sinistra italiana. S'è detto sfida finale perché essa non è certo sorta dal nulla ma ha coronato una divisione che, tra alterne vicende, va fatta risalire direttamente alla scissione di Livorno del 1921. In quel frangente si consumò la rottura sul tema del destino del capitalismo e sui compiti che spettano alla sinistra per assicurare al proprio paese un futuro di progresso. Da allora si è combattuta un'ininterrotta partita che giunge a conclusione solo negli anni Ottanta del secolo appena concluso. Non matura per caso in quel decennio. Ne propiziano le condizioni da un lato la crisi terminale del comunismo sovietico, dall'altro il passaggio della società occidentale, Italia compresa, alla fase postindustriale della sua storia. La sinistra è stata posta allora di fronte alla sfida di adeguare analisi e progetti ai nuovi scenari.
Chi resta prigioniero delle passioni suscitate dallo scontro mortale che ha investito socialisti e comunisti può trovare validi argomenti per sostenere le ragioni della propria parte politica e corroborare in tal modo un'identità altrimenti traballante. Può per questa strada esser tentato, come i più a sinistra continuano del resto a fare, di ridurre sbrigativamente - e consolatoriamente - la faccenda a una questione di tradimento e di coerenza, di moralità e di immoralità, di difesa e di abbandono di irrinunciabili posizioni, con Craxi nella parte del diavolo e Berlinguer in quella del santo, con il primo relegato nel girone infernale dei reietti e il secondo innalzato nel paradiso degli incorrotti. Tutti i principali passaggi politici di quegli anni diventano allora le stazioni dolorose di un percorso maledetto intrapreso da un «bandito» - parola del consigliere più stretto di Berlinguer, Antonio Tatò - verso un approdo di destra, un gangster - così il leader socialista venne qualificato su Tango da Michele Serra - che, pur di sviluppare un affondo contro chi - il Pci - si ergeva a baluardo delle «istituzioni e delle assemblee elettive» apriva la via perigliosa della «delegittimazione del sistema rappresentativo» (attraverso una sistematica opera di «spartizione e di lottizzazione dello Stato»), del presidenzialismo (punto di forza della Grande Riforma craxiana), dell'attacco alle conquiste del movimento operaio (in seguito al taglio di quattro punti della scala mobile) candidandosi a divenire l'apripista di Berlusconi e del berlusconismo.
Ci si può consolare ad una siffatta ricostruzione moralistica di comodo oppure, come ha fatto Gervasoni, si può cercare di capire come sia stato possibile alla sinistra italiana perdere un'altra volta l'appuntamento con la storia e intestardirsi a scommettere sull'ipotesi di «una crisi storica del capitalismo», sostenere la «qualitativa differenza» tra Paesi capitalisti e Paesi del socialismo reale, la perdurante attualità del leninismo a fronte del fallimento della socialdemocrazia. La sfida lanciata da Craxi potrà apparire temeraria, costellata da gravi errori, condotta anche con mezzi impropri (vedi l'instaurazione di una pratica tangentizia e di un sistema spartitorio) ma è difficile non convenire che fosse nel segno della storia, di quella storia di cui viceversa era sempre stato il Pci ad essere convinto di rappresentare «il portatore privilegiato della interpretazione corretta».

Roberto Chiarini

ITALIA - Essere (discorso di Mauro Del Bue al Congresso di Venezia del PSI)


30 novembre 2013 alle ore 11.18 - Siamo qui per risolvere il famoso dilemma di Amleto. Siamo qui per essere, per vivere, e progettare il futuro. Ma per essere dobbiamo potere affermare la nostra diversità. Come nel febbraio del 1957 proprio a Venezia, il PSI di Nenni sviluppò la sua autonomia politica, così oggi, ancora da Venezia, noi affermiamo la nostra volontà di esistere, cioè di fare, non per testardaggine o per abitudine, ma perché il nostro spazio non si è esaurito. Anzi pare oggi dischiudersi sia pure in forme nuove.

La nostra proposta congressuale è l'unità dei socialisti europei, la presentazione di un'unica lista alle prossime elezioni europee. Questo è il tratto unificante delle tre mozioni, che invece si differenziano sul come essere socialisti in Italia e sul apporto col governo Letta. Francamente non penso che Pd e Sel accoglieranno la nostra proposta di unire le forze con un'unica lista del socialismo europeo alle prossime elezioni, anche se con noi voteranno Martin Schulz al vertice della Commissione.
 
È ben strano che il più piccolo dei partiti proponga l'unità ai più grandi e questi ultimi siano gelosi della loro indipendenza. Vuol dire che i più grandi hanno paura di assumere l'identità del più piccolo, l'unico che l'identità ce l'ha.
 
Si può essere piccoli numericamente ma grandi per identità, si può essere grandi numericamente, ma piccoli, divisi, incerti e deboli perché privi di identità. Il Pd si è accorto finalmente che esiste l'Europa e che si deve fare una scelta di allineamento con essa. Peccato che non se ne sia accorto al momento della sua nascita e durante questi anni. Se oggi se n'è finalmente reso conto e sceglie il campo socialista, questa la dobbiamo considerare una vittoria, una nostra vittoria, visto che a quest'approdo noi lo abbiamo richiamato, stimolato, incoraggiato e indotto anche con la nostra iniziativa critica. E ciò riguarda anche Sel che ha chiesto l'adesione al socialismo europeo, dopo lunghe e travagliate riflessioni.
S'apre per noi alla luce di questa novità una nuova, vecchia questione. Essere solo socialisti europei e dunque dichiarare chiusa la nostra esperienza nel momento in cui altri sono ormai avviati a divenire quel che siamo sempre stati o continuare a essere, perché non siamo solo socialisti europei, ma anche e soprattuto socialisti italiani ed è col socialismo italiano che costoro dovrebbero confrontarsi

La nostra scelta è chiara.
Noi siamo stati socialisti liberali. Io lo sono più che mai ancora oggi e credo che tra noi e gli altri partiti della sinistra restino almeno quattro questioni ancora non risolte, rispetto alle quali non è venuta meno la nostra diversità, rispetto alle quali non vale la nostra omologazione, quattro questioni richiamate nella nostra mozione e solo in essa, sulle quali concentro il mio intervento.

La prima riguarda il giudizio su questo ventennio che noi abbiamo definito seconda repubblica mai nata e che abbiamo anche processato e condannato in quella iniziativa che mi sono permesso di proporre e che il partito ha splendidamente organizzato a Roma. Sono stati vent'anni neri, di decadenza politica, economica e anche morale. Ebbene di questo noi non sentiamo alcuna responsabilità e dal banco degli accusati a cui una giustizia di parte ci aveva relegati alla metà degli anni novanta, ci dobbiamo trasferire sul banco degli accusatori. Con coraggio, senza tentennare, senza esitare. Chiedere di dar conto del perché il debito pubblico che quando Craxi scese dal governo era all'86 per cento del Pil, ed era tanto, forse troppo perchè non si era tagliato abbastanza, sia poi arrivato oggi al 133, sottolineare come la crescita che negli anni ottanta era il doppio di quella europea è poi divenuta negli ultimi vent'anni meno della metà, con una recessione che sembra non finire mai tanto che quando noi parlavamo di nuove povertà avevamo in mente un paese che quelle vecchie stava ormai superando mentre oggi siamo tornati al primum vivere, alla difficoltà di sopravvivere, alla povertà di vecchio stampo, pretendere le ragioni di una politica di asservimento acritico all'Europa, quando semmai sarebbe stato utile una classe dirigente con lo spirito di Sigonella, ostinata a difendere l'interesse nazionale e a pretendere se necessario anche la ricontrattazione dei parametri di Mastricht. Giudicare il ventennio della speranza smarrita per le nuove generazioni con oltre il 40 per cento di disoccupati, con la democrazia in soffitta, con il Parlamento dei nominati, i listini regionali dei raccomandati, popolato da finte igieniste dentali e da consiglieri specializzati in gite turistiche e hotel di lusso con cene a base di ostriche e champagne, con tesorieri che rubano nelle casse dei loro partiti e partiti che rubano la libertà ai loro iscritti. Il ventennio del dipietrismo col suo vate ispiratore scopertosi abile immobiliarista e ricco proprietario mentre noi senza soldi e potere e animati solo dalla nostra passione ci siamo rintanati nei sottoscala dei condomini di periferia per continuare a fare politica. ll ventennio del falso bipolarismo. Un bipolarismo in cui sono costretti a collocarsi i partiti italiani e che si sfalda sempre il giorno dopo le elezioni. Il bipolarismo truffa perchè si presenta in un modo agli elettori e in un altro in Parlamento. Un bipolarismo che è in default sia nella forma bastarda, italiana, sia nella forma classica di stampo europeo, soprattuto a causa della crisi che ha partorito dal suo seno forti movimenti di contestazione di destra, di sinistra e senza collocazione, che rendono meno distanti i partiti socialisti e popolari di quanto non lo siano entrambi da questi movimenti di contestazione radicale. Questo ventennio che appartiene anche al Pd, non ci appartiene. E prima si concluderà e più saremo contenti, non solo per noi, ma soprattuto per l'Italia. Il ventennio dei manager di stato più pagati, altro che stipendi dei parlamentari, sui quali si sono concentrati giornalisti o disinformati o in malafede. Il sistema politico italiano sta crollando. sta crollano per intero dopo la scissione di Alfano, e i singolari analoghi sussulti della parte opposta. Tenteranno una legge elettorale per rimetterlo in piedi. Non credo per quel poco che possiamo fare, che dobbiamo agevolarli.
Alla denuncia la proposta. Dobbiamo voltare pagina. Al più presto e in modo netto. Occorre un vero e proprio piano di risanamento e di rilancio di un paese in ginocchio, varare una nuova legge elettorale che io auspico dunque proporzionale di stampo tedesco e un rafforzamento del presidente, con partiti identitari di carattere europeo, con una proposta di unità politica ed economica dell'Europa non più schiava del folle rigore che scambia gli investimenti per spese e con banche al servizio delle imprese, con tasse ridotte sulle imprese e sul lavoro. Con gli Stati uniti d'Europa, del quale Turati parlò per primo nel 1929, non solo con la moneta unica d'Europa, e con una classe politica certo giovane ma anche nuova nel modo di fare politica, non schiava dell'umore popolare e dei sondaggi. Una classe politica che sappia togliersi le ragnatele, la ruggine, e anche scontare finalmente quella condanna senza scampo che alla politica ha decretato la gente comune. Noi non sogniamo un impossibile, ritorno al passato. Ma l'avvio di una nuova repubblica, chiamiamola terza, che si sposi con i nostri interessi nazionali.

Poi c'è un secondo versante che riguarda la libertà. Noi non possiamo delegare la libertà a un popolo che si è affidato a un partito senza libertà. Nè possiamo accettare una sinistra che si è dimenticata delle libertà perché le considera di destra. In questo ventennio ha sostenuto e orientato lo scontro politico un duplice conflitto d'interesse. Quello di Berlusconi che ha mischiato politica e informazione, quello dei magistrati che hanno mischiato politica e giustizia. due conflitti d'interesse noi possiamo combatterli, siamo gli unici, assieme ai compagni radicali, che li possono combattere entrambi. Questo duplice conflitto d'interesse ha giustificato questo bipolarismo. Con una destra che ha visto solo il conflitto della magistratura e con una sinistra che ha visto solo quello di Berlusconi. Per di più quando hanno reciprocamente governato non hanno saputo e voluto risolvere il conflitto opposto. Quando ha governato il centro-destra non è stata varata alcuna riforma organica della giustizia, quando ha governato il centro-sinistra non si è partorita alcuna legge sul conflitto d'interesse d Berlusconi, come se il bipolarismo italiano vivesse di questa duplice illegalità, e da questa sola traesse la sua legittimazione.
Noi invitiamo il Pd ad aderire ai referendum radicali sulla giustizia, a smetterla di tentennare, di pasticciare, di traccheggiare. Sono referendum di libertà. Perché finalmente i magistrati, come noi per primi proponemmo nel 1987, vengano sottoposti al principio di responsabilità, perché la si finisca con l'applicazione illegale della carcerazione preventiva, perché l'Italia non resti l'unico paese ove non esiste la separazione delle carriere dei magistrati inquirenti e giudicanti. L'unico precedente, ce lo ha ricordato Angelo Panebianco, è stato il Portogallo di Salazar. Un'Italia dunque salazariana in tema di giustizia e per di più richiamata e sanzionata piu volte dall'Europa. Il complesso di Berlusconi non può essere l'eterno alibi per rifiutarsi di guardare in faccia la verità. E per non combattere battaglie di garanzia per tutti i cittadini.
Noi dobbiamo ringraziare Enrico Buemi per le posizioni assunte sulla vicenda della decadenza di Berlusconi al Senato, sulla questione del voto segreto e anche sulla legge attorno ai presunti reati di negazionismo. I principi della tolleranza e del rispetto delle leggi e delle normative deve essere applicato anche a fronte degli avversari e delle teorie più ingiustificate e assurde. E così sul caso Cancellieri il partito, e in primis Riccardo Nencini, ha fatto bene ad esprimere una posizione contraria alle dimissioni. Sfidando le ire dei dimissionisti di professione, del giornale delle Procure "Il fatto quotidiano" (caso Tortora) e di Marco Travaglio, dal cui volto non traspare mai un minino cenno di umanità, di pietà, di tolleranza. Ma solo un sorriso acido e compiaciuto. E basta, compagni amici, del Pd con quella continuo ritornello che le sentenze non si giudicano, non si commentano. Pensate se avessimo fatto tutti così con Enzo Tortora. Riprendete la parola, esponetevi con noi in battaglie di libertà.

I tre candidati alla guida del Pd hanno svolto parte delle primarie sulla decadenza della Cancelleiri. Luigi Manconi ha dichiarato che la posizione dei dimissionisti rappresenta una deriva della sinistra, l'azzeramento di diritti e valori, l'assecondamento alle pulsioni piu basse, all'urlo feroce". Ci ha pensato Letta a dimostrare ai gruppi parlamentari del Pd che due più due fa quattro. Era molto complicato prevedere che un voto contrario a un ministro del suo governo era un voto contro il suo governo? Evidentemente era molto difficile. Così hanno scoperto l'uovo di Colombo o uovo di Letta e cioè che un partito di maggioranza non può votare una sfiducia a un ministro di un governo di cui fa parte. Sembra di essere su Marte.
I dimissionisti di professione hanno accusato il ministro di aver telefonato troppo, naturalmente senza porsi il problema dei motivi per i quali alcune telefonate siano state intercettate e diffuse sulla stampa. Gli stessi ritengono che il ministro avrebbe dovuto staccare il telefono, punto e basta. Oppure comprare tanti gettoni quanti sono i carcerati e telefonare a tutti. Secondo altri, prevalentemente renziani, avrebbe dovuto fare un sondaggio e chiedere a quanto ammontava il consenso alla segreteria del Pd se il candidato avesse risposto in un senso o in un altro. Poi anche verificare se per caso il ministro avesse votato Renzi alle primarie e anche nel caso fosse stato raggiunto da avviso di garanzia assolverlo e invece condannarlo nel caso avesse per Cuperlo. Secondo altri ancora, prevalentemente del Pdl, avrebbe dovuto chiamare un consigliere regionale, affidarle la delicata e spinosa questione, d’altronde anche la persona in oggetto era una nipote, ma di Ligresti, e poi chiamare personalmente la guardia carceraria. Così l’equazione con Berlusconi era completa.

Il giornale delle Procure Il Fatto quotidiano ha anche chiesto le dimissioni di Nichi Vendola, per via di una risata telefonica, forse non di gusto eccellente, ma pur sempre una risata. Possibile che costoro siano così presi dal loro furore come se fossero novelli soldati della Santa Inquisizione? Penso però che Vendola debba applicare le sue licenze telefoniche ingiustamente registrate e illegittimamente fatte pubblicare sui giornali, non solo a se stesso ma anche agli altri. Come facciamo noi che siamo tanto, forse anche troppo, discreti, ma difendiamo anche chi non lo è.

Un terzo versante è ancora rappresentato dalla laicità, dalla concezione dello stato che non può mai essere etico, fautore di principi non condivisi e imposti ad altri. Questo vale ancora per la questione riferita al fine vita ed un sincero, imperituro affetto noi dobbiamo esprimere ancora al nostro compagno Beppino Englaro per la sua battaglia che non è stata vinta, sulle leggi che riguardano le coppie di fatto, la fecondazione assistita, ma anche il principio dello ius soli, a fronte dei drammi della popolazione immigrata, delle continue Lampeduse che torturano le nostre coscienze, richiamate come vergogna da Papa Bergoglio. Basta con timidezze e assurde mediazioni. Su queste materie, sulla libertà, i diritti, la laicità noi incontriamo sulla nostra strada ancora i compagni radicali, i vecchi compagni di sempre coi quali non possiamo evitare di confrontarci e di accordarci perché in fondo rappresentano una parte della nostra storia. E chi vede in questo una contraddizione con la strategia di realizzare una forza italiana del socialismo europeo, abdica alla nostra diversità di socialisti italiani, alla nostra storia di socialisti riformisti e liberali. Non ci potranno annullare nel socialismo europeo, perché noi siamo quel che siamo stati e quel che vogliamo continuare ad essere oggi. Socialisti in Italia, con la nostra storia, le nostre convinzioni, il nostro ineludibile aggancio del socialismo con le libertà.

Una quarta diversità, diciamo cosi di comportamento, riguarda la coerenza con la cultura del riformismo. Che è anche capacità di remare contro corrente, di sfidare spesso l'umore popolare. La politica riformista non la si fa con i sondaggi, ma con le idee, che possono trasformare i risultati dei sondaggi. Penso che nessuno dei leader di oggi avrebbe avuto il coraggio di sfidare e poi riformare i sondaggi ai tempi del taglio della scala mobile. Glielo avrebbero sconsigliato i Mannaheimer di turno. Oggi pare che il Pd sia ancora schiavo di questa cultura da piacioni, un po berlusconiana e un po cattocomuista.
Oggi è tempo di coraggio. Lo è per il governo, l'unico governo possibile, altro che inseguire i grillini per un governo non del cambiamento ma del deragliamento, caro Bersani. E mi fanno ridere quei compagni che mi criticano perché sull'Avanti sostengo Letta e Napolitano. Sono com Martin Schulz che nella conferenza recentemente promossa dall'associazione di Pia Locatelli manifesta stima e consenso proprio a Letta e Napolitano. È nel momento in cui il governo delle larghe intese si trasforma nel governo delle piccole intese, con uno spostamento a sinistra del suo asse e con noi che rischiamo di diventare determinanti, che propongono le mozioni due e tre, di staccare la spina e di passare all'opposizione? Io penso invece che dobbiamo pretendere mai come adesso di entrare al governo e con una posizione non marginale.
Si aprono spazi di iniziativa intorno a noi, nel Pd si annuncia una singolare nemesi. Gli ex comunisti che non hanno voluto diventare socialisti nel 1989 oggi sono estromessi degli ex democristiani. Sembra la profezia di Ulrica nel Ballo in maschera di Verdi. Ti uciderà il primo che ti darà la mano. Mai fidarsi delle mani dei democristiani. Lo diceva anche Gaber. Dall'altra parte si è consumata una divisione del partito che fu di Berlusconi e che rende possibile un governo al Paese con una maggioranza più esile, ma politicamente più compatta. Al centro si consuma nell'ira la divisone tra montiani e popolari, mentre nella Lega si prendono a schiaffi Bossi e Maroni. I grillini sono perennemente in preda al furore di un Grillo parlante, urlante, delirante, che espelle chi dissente, ispirato da una specie di Fantasma del lago di nome Casaleggio. C'è un terremoto politico segnalato alto nella Scala Mercalli. E noi che facciamo. Rispondiamo con Lucio Battisti. "Tu chiamale se vuoi tre mozioni". Avremmo potuto presentarci diversamente, magari con una nostra lista alle elezioni? Forse si, l'avevo anche suggerito. Ma non è che coloro che invece fino all'ultimo hanno accettato di inserire candidature nelle liste del Pd e non hanno trovato la propria, oggi possono scoprirsi improvvisamente autonomisti. Vabbè.
Oggi serve una ricomposizione per andare avanti insieme. Questo è possibile e necessario. Votiamo tutti insieme Riccardo Nencini segretario del partito perché se lo merita.
Siamo tornati in Parlamento. I nostri sette, magnifici o non magnifici, fanno il loro dovere. Ecco vorrei si trasformassero in quei cavalieri coraggiosi del film. E ne assumessero un po il tratto spregiudicato. Senza naturalmente augurarmi che succeda a loro quel che succede ai sette nel film, perché alla fine quattro vengono uccisi e ne rimangono solo tre. Abbiamo bisogno di iniziative parlamentari che segnino la nostra originalità. Senza lamentarci dei mezzi pubblici che non ci considerano. Se abbiamo idee originali, idee solo nostre, ci considereranno.
Ad esempio la vogliamo far finita con sta storia dei cosiddetti pentiti che tengono ancora banco anche dopo la tragedia di Enzo Tortora? E denunciare per calunnia quel tale che ha accusato Craxi di aver fatto ucidere Dalla Chiesa che era suo amico e la figlia nostra compagna e componente la nostra assemblea nazionale? E Martelli d'esser stato nominato ministro dalla mafia, lui che ha fatto le leggi più dure e risolutive contro la mafia? E chiedere le dimissioni del presidente dell'Inps Mastrapasqua, che occupa ventidue poltrone e intasca 1 milione e 200 mila euro e lancia l'allarme che non fa dormire i pensionati e poi si smentisce, ma non sente il dovere di lasciare una quindicina di incarichi e di dimezzare il suo stipendio. E chiedere conto a questo ventennio per la svendita dei nostri beni di famiglia, della nostra industria pubblica all'estero come se fossimo ai saldi di fine stagione. E perché nessuno se non noi con l'Avanti ci siamo accorti di questa inchiesta giudiziaria sulla Rai che si serviva dello stesso agente di Berlusconi per sovrafatturare i prodotti cinematografici comprati in America? Perché questo assordante, complice silenzio?
Noi non usiamo il dentifricio clorodont, caro D'Alema, ma possiamo dire quel che vogliamo. Facciamolo sempre e ognuno faccia nella nostra comunità il suo dovere. Io sto tentando di farlo all'Avanti, una testata storica che ho l'onore di dirigere. Ognuno lo faccia dalla propria postazione. E porti il suo granello di sabbia. Che dobbiamo tirare adosso agli altri e non a noi stessi, come troppo spesso facciamo. E lo dico al popolo socialista di Facebook che scrive spesso solo per parlar male di se stesso, in un misto di autocommiserazione, masochismo e di frustrazione da inesistenza del PSI. Noi non possiamo rifare il Psi come l'abbiamo conosciuto. Vent'anni non sono bastati per farlo capire? Ma possiamo, dobbiamo rendere questo nostro drappello di donne e uomini appassionati a una storia, a un'identità, a una politica, un movimento politico attivo, combattivo, coraggioso. Che sa essere, che vuole esserci. Capace di allearsi con altri, ma di rimanere se stesso e di non avere troppa preoccupazione di perdere qualche poltrona quando si afferma la nostra identità. È molto piu facile perdere le poltrone quando non si serve a nulla.



Ecco tutto questo noi possiamo fare, tutto questo dobbiamo fare, questo dipende solo da noi. Dalla nostra intelligenza, dalla nostra creatività, e anche dalla nostra unità.(Mauro Del Bue)

ITALIA – Avremmo potuto fare. I luoghi comuni di una certa sinistra. Intervista a Francesco Piccolo


Francesco Piccolo ha scritto un romanzo, un'autobiografia e un manifesto di liberazione dai luoghi comuni della sinistra. Lo ha fatto con un solo libro, "Il desiderio di essere come Tutti" (Einaudi), da meno di un mese in libreria e già in sospetto di diventare una pietra miliare di una generazione politica. Quella che oggi ha intorno ai cinquant'anni, che è cresciuta nel mito di Berlinguer, che ha detestato Craxi per principio e che ha avuto la vita adulta dominata dall'insopportabile presenza di Berlusconi.

Forte della sua storia personale di comunista, garantito dalla fama dei suoi lavori più noti, come la sceneggiatura del "Caimano" di Moretti e la collaborazione con Fazio e Saviano in tv, Piccolo si permette di dire esplicitamente quello che molti hanno più volte sospettato: la sinistra, con la convinzione di ritenersi pura, diversa e superiore, e con la presunzione di farsi portabandiera dell'etica, ha condannato se stessa alla sconfitta e si è resa corresponsabile dello stato del Paese.

Una provocazione per gli indignati di professione, resa convincente da una narrazione smaliziata e complice che impasta eventi pubblici e fatti privati, chiamando ciascuno a confrontarsi con le proprie responsabilità e strappandolo alla tentazione di sentirsi sempre in un rassicurante "altrove".
Eppure la copertina del suo libro ricalca la prima pagina dell'"Unità" il giorno del funerale di Berlinguer, con quel gigantesco "Tutti" che sembra il contrario della separatezza.

 
«Infatti proprio lì è il nodo della questione. Quel giorno, a piazza San Giovanni, nelle strade, davanti agli schermi televisivi, non piangeva soltanto il popolo comunista, ma tutti. Berlinguer ormai era amato universalmente. Persino Almirante ne diceva bene».
Lei dov'era?
«Davanti alla tv, appunto, chiuso nella camera da letto dei miei genitori, piangendo senza freni con la paura di essere scoperto da mio padre, convinto uomo di destra che ha sempre votato Movimento sociale e poi Alleanza nazionale e che doveva sopportare di avere un figlio comunista. Ma io, alzando il pugno chiuso mentre la bara sfilava tra la folla, mi sentivo disperatamente parte di tutti».
E allora cos'è che non va in quel "Tutti"?
«Il sentimento di essere sì tutti, ma tutti quelli che appartengono a una parte migliore. Berlinguer, che aveva avuto il grande momento da statista con il tentativo di unire il Paese nel compromesso storico, dopo il suo fallimento aveva lanciato l'alternativa democratica, cioè il ripiegamento su se stessi con il culto dei valori perduti e il fastidio per il progresso. Ci aveva così condannato ad essere reazionari».
Addirittura, Piccolo? Sta trasferendo la parola reazionario alla sinistra?
«Come chiamerebbe la decisione di non partecipare più al presente e di frenare l'ammodernamento della società? Ammettiamolo: da quel momento in poi siamo stati reazionari. Ma la colpa, più che di Berlinguer, è di quanti hanno continuato a interpretare il suo sottrarsi ai tempi come un'idea virtuosa. Ancora oggi viene evocato soprattutto il suo discorso sull'austerity. E questo mentre Craxi cavalcava spavaldamente la modernità».
Che fa? Riabilita anche Craxi, da quarant'anni il nemico pubblico della sinistra?
«Guardi, io l'ho odiato come tutti i comunisti, ma sbagliavo. Craxi ha fatto in modo di impersonare anche la degenerazione del suo tempo, però all'inizio è stato un interprete acuto dei bisogni della società. Aveva una forza progressista che a noi mancava e non si capacitava dell'arretratezza dell'altra costola della sinistra. Diceva giustamente che Berlinguer vedeva ancora il mondo in bianco e nero. Pensi solo alla lotta contro il decreto di San Valentino, quello sulla scala mobile, che fortunatamente abbiamo perso».
San Valentino è per lei anche un infelice ricordo sentimentale. Fu piantato in asso da una ragazza per manifesta fatuità. Come andò?
«Andò che erano cominciati i frivoli anni Ottanta e io cercavo disperatamente di farmi amare da una compagna di scuola bella e rivoluzionaria. La seguivo negli incontri del suo gruppo dove mi guardavano come un infiltrato, proprio mentre a casa mi dicevano che facevo il comunista con i soldi di papà. Ebbi però la malaugurata idea di regalarle uno Snoopy di peluche. Mi guardò con disprezzo e me lo sbatté sul petto dicendomi: "Come ti viene in mente? Anche il giorno di San Valentino noi siamo impegnarti a fare politica". Fu un dolore immenso perché solo molti anni dopo avrei capito che lei, come tutta la sinistra, non era in grado di "cercar coralli"».
Che cosa vuol dire?
«Gli uomini delle caverne uscivano e rischiavano la vita non solo per procurarsi cibo, ma anche per trovare coralli e fare collane. Se la sinistra non impara a coniugare la leggerezza e la serietà, e quindi a rappresentare davvero tutti, resta elitaria e reazionaria».
Ci sarà stato pure qualcuno in tutti questi anni che si sia avvicinato a questa idea di inclusione.
«Forse soltanto Veltroni con il discorso del Lingotto, ma purtroppo solo in teoria».
Comincio a sospettare che anche qui si finisce a Renzi.
«Lo so, Renzi non piace a chi coltiva i vecchi valori. La sinistra ha paura di vincere e, quando vede qualcuno che può farcela, gli si scaglia contro in tutti i modi. Nelle primarie con Bersani, Renzi ha invece messo in moto idee molto modernizzanti. Non vorrei che ancora una volta la modernità venisse confusa con la faciloneria e la mancanza degli alti principi».
Non sarà anche che lei è attratto dalla superficialità. Nel libro ne fa un continuo elogio.
«È un sentimento importante, ti permette di guardare le cose del mondo senza fartene invadere come se stessero succedendo anche a te. Mi ci ha avvicinato mia madre tanti anni fa con una purga».
Racconti.
«A Napoli c'era il colera e a Caserta si viveva nel terrore di essere contagiati. Quando vengo colto da dolori lancinanti alla pancia, ho la certezza assoluta di morire. Ma scopro che mia madre mi aveva dato una purga, dimenticandosi del colera. In quel momento capisco che tutti i drammi sono sopportabili. Più tardi ho incontrato una persona che quando mi disperavo perché Berlusconi aveva vinto le prime elezioni, mi ha detto "E che sarà mai!". L'ho sposata, facendomi aiutare ad attraversare la vita senza pesantezza».
Nell'intreccio tra pubblico e privato il suo romanzo mette in scena personaggi letterari o cinematografici, ma anche reali. Qualcuno è prevedibile, come Bertinotti...
«Un disastro. Ha fatto cadere un governo buono come quello di Prodi per dimostrare che lui era puro e ha cambiato la storia di questo Paese. E purtroppo è stata anche colpa mia perché l'avevo votato. Da quel giorno è cambiato anche il mio atteggiamento verso la sinistra, anzi verso la vita».
Qualcun altro inaspettato, come Camilla Cederna.
«Una scrittrice meravigliosa che fece un'operazione di una faziosità terribile. Il suo libro sul presidente Leone fu uno dei primi che lessi da ragazzo. Mi lasciò un senso di imbarazzo per l'uso spregiudicato della vita privata del protagonista e dei suoi familiari. Un metodo che purtroppo ha fatto scuola».
Era inevitabile: siamo arrivati a Berlusconi.
«Della cui vita privata non ho il minimo interesse. Penso anzi che tutto quell'accanirsi sui gusti, sui gesti, sui modi di vestire o di parlare, e soprattutto sugli scandali sessuali, abbia disperso l'energia oppositiva, che doveva essere indirizzata politicamente. Credo che tutto ciò sia servito alla sinistra per distanziarlo e sentirsi migliore di lui.
Le ricordo, Piccolo, che lei è uno degli autori del "Caimano". C'è un mondo di indignati là fuori che grida contro la politica e vuole mandare Berlusconi in galera.
«Lo so. E il guaio è che si insiste a compiacere questa tendenza. Nel "Caimano" abbiamo cercato di indicare la corresponsabilità di tutti, proprio facendo interpretare il protagonista da Moretti, ma forse non è stato capito. All'indignazione e all'antipolitica, si sta rispondendo ancora brandendo l'arma dell'etica. Anche Enrico Letta che non ha dato prova di aver fatto alcunché, si fa forte di essersi diminuito un po' di stipendio».
E così non abbiamo salvato nessuno. Un'ultima curiosità: come mai in questa lunga messa a punto politico-esistenziale non c'è un solo accenno all'uso della giustizia?
«Proprio per evitare di occuparmi di Berlusconi in quel senso. Ma il problema c'è ed è serio. Quando avevo vent'anni per capire queste faccende si leggeva "il manifesto". Quel giornale ci indicava il garantismo come grande battaglia della sinistra. E ci insegnava che aver voglia di mandare la gente in galera non è una bella cosa. Adesso un giovane compra "Il Fatto" e impara che è bene che in galera ci vadano tutti».

mercoledì 27 novembre 2013

ITALIA - Silvio Berlusconi, il “Lazzaro” della politica


Dal 1994 a oggi non si contano le volte in cui B è stato dichiarato politicamente morto. Ma alla fine è sempre risorto.

Mercoledì, 27 Novembre 2013 - Probabilmente, in cuor suo, sa che questa volta è davvero finita. Ma non lo dice. Sarebbe un segnale di estrema debolezza. E non ci è abituato. Il 27 novembre, per Silvio Berlusconi, è stato il giorno del giudizio politico. Probabilmente peggio di quello di un’aula di tribunale.
Ma non è la prima volta che viene dato per spacciato. E dal 1994 a oggi il Cavaliere è sopravvissuto a tutto e tutti. Colpi di teatro, giochi di potere, campagne mediatiche martellanti, cambi di strategia repentini. Sono tante le armi che gli hanno permesso di risorgere regolarmente a differenza di quegli avversari che lo davano per finito e invece sono caduti, qualcuno in malo modo.
Siamo sicuri, dunque, che anche dopo la decadenza da senatore, il leader di Forza Italia sarà davvero fuorigioco?
La storia per ora dice che, più è ferito e indebolito, più Berlusconi trova l'energia di rialzarsi e di sparigliare carte in gioco e avversari.

1994: l'avviso di garanzia a Napoli


Il 22 novembre di 19 anni fa, Silvio Berlusconi era presidente del Consiglio da poco più di sei mesi. A Napoli, dove si trovava per presiedere un vertice internazionale sulla criminalità organizzata, al Cavaliere fu notificato un avviso di garanzia: era indagato per tangenti (venne condannato in primo grado a due anni e nove mesi e successivamente assolto). L’esecutivo da lui presieduto cadde il 22 dicembre. Lo stesso giorno il Cav consegnò le dimissioni nelle mani dell’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.
IL TRADIMENTO DELLA LEGA. Decisivo fu il passo indietro della Lega nord in quello che è storicamente ricordato come il «ribaltone». Berlusconi tuonò: «Non mi siederò mai più a un tavolo in cui ci sia il signor Bossi». Nacque il governo tecnico di Lamberto Dini. Forza Italia decise di non sostenerlo. La carriera politica di Silvio sembrava già al capolinea.
Eppure sotto la cenere qualcosa si muoveva. Alla vigilia del 22 dicembre, la Consulta stabilì l'incostituzionalità della legge Mammì nella parte in cui consentiva a Finivest di possedere tre reti. Rete4 doveva essere venduta o spedita sul satellite. Non un dettaglio, visto che il Cav stava per quotare in Borsa le sue tivù, indebitate fino al collo (si parlò di un debito monstre di 7 mila miliardi di lire). Le banche dopo la caduta del governo avevano infatti chiuso i rubinetti del credito.
IL PRIMO ASSIST DI D'ALEMA. Fu allora che entrò in gioco per la prima volta Massimo D'Alema (un accordo segreto svelato poi da Luciano Violante in Aula nel 2002). Proprio quando il Cav era più debole, abbandonato da Bossi che anzi sosteneva che era «necessario spegnere i ripetitori di Finivest per ricostituzione del partito fascista», i Ds invece di dare la spallata che fecero? Non tradussero in legge, come avrebbero dovuto, la sentenza della Consulta, graziando di fatto il Cav.

1996: i processi All Iberian e la sberla di Prodi


Alle elezioni del 1996 la coalizione guidata da Berlusconi venne sconfitta dall’Ulivo di Romano Prodi. Intanto continuarono i guai giudiziari del Cavaliere, che il 12 luglio del 1996 fu rinviato a giudizio insieme con Bettino Craxi per finanziamento illecito: 10 miliardi di lire sarebbero transitati dalla Fininvest al Psi attraverso la società All Iberian.
Non era certo un bel momento per il Cav: indagato a Milano per corruzione giudiziaria e corruzione semplice, a Palermo per mafia e riciclaggio (indagini che furono archiviate) e addirittura indagato a Firenze come possibile complice delle stragi del 93 con Marcello Dell’Utri.
L'IDEA DELLA BICAMERALE. Ma anche in questo caso, nonostante la vittoria di Prodi, il Cav si rialzò. Grazie alla stampella di D'Alema. E alla bicamerale per le riforme. L’accordo venne stretto nel luglio del 96, poco tempo dopo l'insediamento dell'esecutivo del Professore bolognese. Caso vuole che lo stesso giorno approvata una legge che prorogava l'esistenza delle tre reti della Fininvest. Insomma, il principio Antitrust deciso dalla Consulta anni prima era valido sì, ma doveva essere applicato da un'Autorità garante per le comunicazioni. Che «entrerà in funzione solo quando ci sarà stato un congruo sviluppo tecnologico delle televisioni». Un principio di dubbia interpretazione.
LA VITTORIA NEL 2001. Nel frattempo, all’inizio del 1997, Berlusconi fu rinviato a giudizio con la medesima accusa per l’acquisto di Medusa: condannato in primo grado, fu assolto in appello a Milano. Nel luglio 1998 il Daily Telegraph scrisse: «Le sentenze macchieranno inevitabilmente la credibilità di leader politico di Berlusconi».
Non è stato così. Berlusconi vinse infatti la tornata elettorale del 2001, anche grazie alla rinsaldata alleanza con la Lega, che in passato gli aveva dato del «mafioso di Arcore». Celebre fu il coup de théâtre a Porta a porta, dove firmò l'ormai celebre patto con gli Italiani.
Alla fine anche le accuse giudiziarie finirono nel nulla: il processo All Iberian si concluse il 22 novembre 2000 - in primo grado Berlusconi era stato condannato a due anni e quattro mesi - quando la Cassazione confermò la sentenza d’appello del 26 ottobre 1999 dichiarando il proscioglimento del Cav per intervenuta prescrizione. Il secondo filone della vicenda (All Iberian II), che vedeva l’ex premier rinviato a giudizio per falso in bilancio, si concluse nel 2005 con l’assoluzione dell’imputato: il fatto non era più previsto dalla legge come reato perché nell’aprile 2002 il parlamento di fatto depenalizzò il falso in bilancio.

2009: le Papi girl e gli scandali sessuali


Berlusconi arrivò a fine legislatura logorato. Fece segnare il record di durata di un esecutivo nella storia della Repubblica italiana (1.409 giorni) ma i dissapori interni alla sua maggioranza, la situazione precaria dell'economia del Paese e le critiche sempre più pesanti dall'estero portarno il centrodestra a collezionare una serie di sconfitte elettorali alle amministrative locali e regionali. Romano Prodi, leader dell'Ulivo, sembrava destinato a un facile trionfo alle Politiche del 2006. Dato per spacciato dai sondaggi, nelle ultime settimane di campagna elettorare il Cav cominciò una assedio mediatico furibondo, inziando una risalita per molti impossibile, recuperando il terreno perduto nei confronti del centrosinistra. L'ultimo colpo a sorpresa, durante il confronto televisivo con il Professore, fu la promessa di togliere l'Ici.
IL PAREGGIO INSPERATO NEL 2006. Le urne decretarono la vittoria della coalizione di centrosinistra, ma la Casa delle libertà recuperò terreno arrivando quasi al pareggio in Senato. I fragili equilibri della coalizione di governo portarono, nel gennaio 2008, alla caduta dell’esecutivo.
Ad aprile si tornò a votare e Berlusconi, a capo del Pdl (nato dalla fusione tra Forza Italia e Alleanza nazionale voluta dopo la nasciata del Pd per opera di Walter Veltroni), sedette di nuovo a Palazzo Chigi.
Era il governo del Lodo Alfano e del legittimo impedimento. Dei casi Cosentino, Brancher e Papa. Della “cacciata” di Gianfranca Fini. Degli scandali sessuali.
«IL CIARPAME SENZA PUDORE». Il 28 aprile 2009, in una dichiarazione all’agenzia Ansa, l'allora first lady Veronica Lario definì il Cavaliere «un uomo malato» che «frequenta le minorenni». Circondato da «un ciarpame senza pudore».
Pochi giorni dopo, in seguito alla partecipazione del Cavaliere alla festa di compleanno di Noemi Letizia (la 18enne napoletana che chiamava Berlusconi «papi»), Veronica chiese il divorzio.
Da lì in poi è stata un’escalation. Prima Patrizia D’Addario, poi Ruby Rubacuori, «la nipote di Mubarak». Le notti di Arcore. Nicole Minetti. Il Bunga bunga.
LE DIMISSIONI IL 12 NOVEMBRE. «L’utilizzatore finale» (a giungo 2013, nell’ambito del processo Ruby, Berlusconi è stato condannato in primo grado a sette anni per concussione e prostituzione minorile). In parlamento la situazione precipitò e nel Paese la situazione economica era allo stallo, nella morsa delle recessione. Ad agosto 2011 la Bce inviò una lettera al governo in cui indicava una serie di misure urgenti per uscire dalla crisi. Il Cavaliere, stretto nella morsa dello spread, lasciò il 12 novembre. Quattro giorni dopo nacque il governo Monti. «È la fine di un’era», si disse e si scrisse. In piazza si festeggiava con lo spumante. Ma il Caimano era ancora vivo.

2013: la condanna definitiva al processo Mediaset


Quello presieduto dal Professore bocconiano era visto da molti come «il governo delle tasse». Berlusconi sostenne Monti e il 24 ottobre 2012 annunciò l’intenzione di non volersi ricandidare alla premiership. «È politicamente morto», sentenziarono in molti. Il partito venne messo nelle mani del suo delfino, Angelino Alfano.
L'ENNESIMA DISCESA IN CAMPO. Poi, il 6 dicembre, la capriola: «Scendo in campo per vincere». Lo stesso giorno il Pdl lasciò la maggioranza. Dopo l’approvazione della legge di Stabilità Monti si dimise.
Si tornò al voto, con il Pd davanti al Pdl nei sondaggi. Pier Luigi Bersani  era sicuro della vittoria: «Smacchieremo il giaguaro». «Berlusconi sa che non riuscirà più a riconquistare Palazzo Chigi, la sua carriera politica è finita», scriveva il tedesco Der Spiegel.
LA RISCOSSA ALLE URNE. Alle urne, complice le promesse del Cav, l’ottimo risultato del M5s e i voti raccolti dal centro di Monti, Pdl e Pd pareggiarono. «Miracolo Berlusconi», titolò Il Giornale il giorno dopo le elezioni. E Libero: «Il leone Silvio sbrana il giaguaro».
Fu il fallimento di Bersani, che tentò invano di formare un governo. Spazio alle larghe intese. Il Popolo della Libertà occupò cinque ministeri dell’esecutivo presieduto da Enrico Letta. A giugno, Berlusconi annunciò l’intenzione di ridare vita a Forza Italia.
LA CONDANNA MEDIASET. Il primo agosto arrivò però la doccia gelata. Dopo l’intervenuta prescrizione per il processo Mills (febbraio 2012), il Cav fu condannato per la prima volta in via definitiva: quattro anni per frode fiscale e falso in bilancio nel cosiddetto processo Mediaset. La legge Severino, votata anche dal Pdl, prevede l’incandidabilità per chi ha riportato condanne definitive a pene superiori a due anni.
IL GIORNO DEL GIUDIZIO. Per i berluscones la norma non doveva essere retroattiva. Berlusconi parlò di «colpo di Stato» e il 26 novembre Forza Italia è uscita dalla maggioranza. Tutto inutile.
Alle 19 di mercoledì 27, in Senato, si è votata la sua decadenza da senatore. Forse questa volta è davvero la fine. Forse.

Giorgio Velardi

ITALIA - Il bagnino che ha affondato la ricerca italiana

Magari esistesse davvero, nel nostro paese, quella lobby farmaceutica, quella sorta di Spectre della provetta, evocata dai sostenitori del metodo “Stamina“. Magari. Staremmo meglio tutti, inclusi i malati che gridano in piazza la loro legittima indignazione. Il problema dell’Italia è che questa lobby, questo complesso tecno-industriale, proprio non esiste. O meglio, esisteva tanti anni fa, ed è stato smantellato e svenduto agli stranieri.
Un vero e proprio crimine economico, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, ma del quale pochi conoscono i responsabili. Stando a quanto ci raccontano Daniela Minerva e  Silvio Monfardini nel loro libro Il bagnino e i samurai (Codice edizioni) l’affossatore della ricerca biomedica in Italia ha un nome e un volto ben abbronzato: si chiama Carlo Sama, e attualmente se la spassa al sole di Formentera. Chi è questo signore? Un ragioniere di Ravenna, ex-playboy della riviera romagnola,  soprannominato appunto “il bagnino”e assurto ai vertici della Montedison grazie al matrimonio con Alessandra Ferruzzi, erede della dinastia che allora controllava il colosso chimico. Fu lui, nel 1993, a vendere agli svedesi di Kabi Pharmacia i gioielli di famiglia, Farmitalia Carlo Erba ed Erbamont, quest’ultima quotata a Wall Street e proprietaria di importanti laboratori in America. Più di duemila miliardi di lire per turare le falle del gruppo, causate da anni di errori manageriali e di tangenti ai politici. Montedison non evitò il tracollo e il bagnino, coinvolto nell’inchiesta “Mani Pulite”,  fu condannato a tre anni, di cui tre mesi scontati in carcere e 2 anni e 6 mesi ai servizi sociali, in un centro di recupero per tossicodipendenti. Lui ha saldato il conto con la giustizia e si gode il suo buen retiro, ma intanto l’Italia ha perso il treno della farmaceutica globale. Un settore strategico, tuttora in continua crescita a dispetto della crisi: il fatturato mondiale dell’industria delle medicine è raddoppiato in dieci anni, superando i mille miliardi di dollari alla fine del 2012. E in questo business è l’oncologia a fare la parte del leone: circa novecento nuovi principi terapeutici in sviluppo nel 2010, un miliardo e mezzo l’anno di spesa per curare duecentocinquantamila nuovi malati soltanto in Italia. Nella ricerca sul cancro, spiegano Minerva e Monfardini, eravamo all’avanguardia negli anni sessanta e settanta, grazie a un gruppo di “samurai” di eccezionale bravura decisi a sconfiggere il male del secolo, tra cui spiccavano i nomi di Pietro Bucalossi, Umberto Veronesi e Gianni Bonadonna. Nella sinergia tra Montedison, Farmitalia e istituto dei tumori (ma potremmo aggiungere il Politecnico) Milano fu sul punto di diventare una capitale mondiale della ricerca scientifica, in campo biomedico e non solo. Poi venne l’ora dei bagnini, della Milano da bere, e il grande sogno svanì. Oggi che il 30% del Pil mondiale è trainato dall’industria hi-tech, l’Italia si è ormai accomodata nella nicchia delle tre effe: fashion, furniture and food. Siamo bravissimi a disegnare scarpe, modellare divani e produrre bufale Dop, e i nostri giovani “samurai” della scienza devono emigrare.

Altro che quel visionario inconcludente di Adriano Olivetti: è a giganti come Sama che dovrebbero dedicare gli sceneggiati tv, proporli a modello delle future generazioni. Studiare, innovare, rischiare,  investire nella ricerca? Ma scherziamo? Con queste ubbie non ci si fanno le ville alle Baleari. Dai retta a me, prendi i soldi e scappa. Pensate cosa sarebbe accaduto se non ci fossero stati imprenditori lungimiranti come Sama: magari sarebbe nata sul serio una multinazionale italiana del farmaco, e oggi rischieremmo di avere ben più di 80 mila ricercatori, forse  tre volte tanti come in Germania, o cinque volte come in Giappone, e pure pagati bene. L’abbiamo scampata bella. Vi immaginate un esercito di camici bianchi che fanno esperimenti (a spese delle povere cavie), trovano nuovi rimedi contro il cancro o la sclerosi multipla o l’Alzheimer? Che incubo. Non pensiamoci: e stasera tutti a Eataly, che c’è una degustazione  guidata di vini biologici

RICCARDO CHIABERGE

martedì 26 novembre 2013

ITALIA – Verso le primarie del PD; Renzi: «Se non si fa ciò che chiediamo: finish»


Aut aut del sindaco di Firenze al governo: «La pazienza è finita».

Lunedì, 25 Novembre 2013 - Non aveva avuto parole tenere verso il governo già alla convention democratica del 24 novembre.Ma aprendo la nuova campagna per le primarie del Pd, a Prato, Matteo Renzi è stato ancora più esplicito.
USINO LE NOSTRE IDEE. «Il Pd porterà il governo ad ottenere risultati per le riforme istituzionali e la legge elettorale perché ha la maggioranza assoluta della maggioranza delle larghe intese: se non si fa quello che chiediamo noi...finish».
Ormai mancano solo due settimane alla grande sfida e dopo 'l'auto-rottamazione' della vecchia guardia, il sindaco di Firenze vede davanti a sé una autostrada, che intende percorrere alla massima velocità.
In vista delle primarie dell'8 dicembre il sindaco di Firenze ha ribadito: «in questi mesi hanno detto 'fai il bravo sulla Cancellieri, sull'Imu, su Alfano'. La pazienza è finita, dopo che loro hanno abusato della nostra pazienza ora usino un po' delle nostre idee».
LEGGE ELETTORALE DEI SINDACI. Poi il sindaco di Firenze ha ribadito che la sua priorità è la riforma della legge con cui andare al voto. «Ci sono poche cose chiare da fare subito. La prima è la legge elettorale. La regola deve essere che chi arriva prima vince davvero e governa per cinque anni. La legge più semplice del mondo esiste già, è quella dei sindaci». Se il rottamatore vincerà «il Pd dice con forza al governo che sulle riforme elettorali e istituzionali si smette di prendere in giro i cittadini e in tempo limitato si portano i risultati a casa».
VOTI DI CUPERLO E CIVATI. Si auto-sponsorizza il sindaco dicendo: «votate per me e ci saranno più risultati dal fronte governativo perché io farò da pungolo e quindi finirà la presa in giro dei cittadini. Renzi ha anche alternato bastone e carota tenendosi buoni (e se possibile portare dalla sua parte) coloro che voteranno per gli 'avversari': «Quelli che votano Cuperlo e Civati li terremo con noi, non li abbandoneremo», ha assicurato.

ITALIA - Napoli, le prostitute bambine dimenticate


Hanno 13, 15 anni. Sono cedute ai clan dalle famiglie. Le si trova per strada o nei cinema hard. Ecco l'orrore di Napoli.

Martedì, 26 Novembre 2013 - C’è chi sussurra che sia abitudine degli impiegati di uffici e banche consumare la pausa-pranzo con una visita a qualche ragazzina che batte lungo i viali, in casa o nei sottopassaggi del Centro direzionale di Napoli. Dieci minuti, un angolo remoto, una manciata di spiccioli, e poi si torna a lavoro più rilassati e contenti.
La vera vergogna, però, qui si consuma ogni sera a due passi dalla sede della procura della Repubblica e dal tribunale, a tre passi dal Consiglio regionale e dalla Giunta, a un soffio dal sorvegliatissimo carcere di Poggioreale e da un sacco di enti pubblici, di austere banche e rispettabili istituzioni.
C’è chi, spudorato, nega che abbiano 13 o 14 anni. Chi minimizza giurando che si tratta «solo di qualche caso isolato». E chi si consola perché, assicura, «di ragazzine che si vendono in strada pullulano tutte le periferie d’Italia».
UN ORRORE SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI. La verità sull’orrore - che è sotto gli occhi di tutti, in mezzo ai grattacieli e lungo le strade intorno al Centro direzionale di Napoli - la racconta Ermete Gallio, 72 anni, un operaio dei limitrofi cantieri dismessi: «Via Brin, via delle Repubbliche Marinare, via Galileo Ferraris: di sera è un brulicare di piccoli corpi alla ventura, di auto che lentamente si accostano, di muti fantasmi che impuniti si appartano».
COME NEGLI AFFAMATI ANNI 50. C’è chi sostiene che nell’area orientale della città si viva come nel Dopoguerra, «negli affamati Anni 50, quando le cosiddette segnorine adescavano per un pacco di pasta i soldati americani», continua Gallio. «Ma in realtà ora va molto peggio: la miseria è simile a quella già vissuta, si stanno prostituendo anche molte mamme che non ce la fanno a far la spesa».
Ma le decine di nuove segnorine che ogni sera si vendono sono bambine camuffate da donne, truccate come bambole e svendute al miglior offerente.
«È un fenomeno da brividi: a volte a schiavizzarle sono le famiglie, che le considerano un patrimonio da sfruttare per garantirsi sopravvivenza e qualche capriccio», denuncia l'operaio.

Tredici anni, prostituta e schiava della camorra


Adelaide ha 18 anni e mezzo. A 13 anni è stata offerta in affitto da mamma e papà a un clan dominante che ha cominciato a gestirla. Tutte le sere in strada. Migliaia di incontri. Per anni. Finché è scoppiata.
È malata, depressa, ha tentato tre volte il suicidio. E si è rivolta alle forze dell’ordine.
«Vengono da noi quando ormai sono maggiorenni e non sopportano più i soprusi», spiega Deborah Divertito che opera nel delicato settore dell’accoglienza sociale. «Si tratta soprattutto di ragazze dei Paesi dell’Est europeo, vittime di una tratta che le rende schiave e non ha mai fine».
VENDUTE DAI GENITORI. Per le italiane e le minori rom, l’iter è ancor più tragico. Sono i genitori che, a volte, decidono di vendere le figlie al clan. Che, a sua volta, può decidere di rivenderle ad altri o di ri-darle in affitto perché operino in una zona più remunerativa. E così via, in un tourbillon criminale destinato a crescere loro addosso man mano che le bambine si fanno donne e possono garantire una «più adeguata professionalità» e più lauti introiti.
UN'ATMOSFERA SURREALE. «Il racket della prostituzione minorile è un mondo osceno, blindato, senza pentiti disposti a spifferarne i segreti: vi si annida il peggio della più squallida criminalità», fa notare un inquirente. «Qui al Centro direzionale di sera l’ambiente si fa surreale», conferma Alessandro Gallo, consigliere di municipalità, «nei campetti i ragazzi giocano spensierati a pallone mentre a pochi metri da loro, immobili lungo il marciapiede, grappoli di ragazzine, forse le sorelle o le cugine, aspettano i clienti per prostituirsi».
In molti, dalla Caritas alle coop sociali, si occupano delle prostitute-bambine di Napoli. «Il fenomeno», spiegano gli operatori, «riguarda le famiglie più povere e disgregate, ma si tenga conto che si prostituiscono anche minorenni provenienti da tutte le parti del mondo perché qui è più facile procurarsi documenti falsi, tramite la camorra, e i controlli delle forze dell’ordine restano sporadici».

Costrette a indossare la divisa del clan


Trucco pesante, bocche esagerate, berretto da baseball, telefonino, stelline luccicanti sulle guance, gonna cortissima e bolerino: le tariffe sono basse, l’approccio è penoso, le prestazioni frettolose.
Si accontenta di poco il popolo dei clienti che viaggia su fiammanti Bmw ma anche a bordo di normalissime Panda, Renault Clio, Y 10. C’è chi arriva persino in motorino.
Si dice che i clan abbiano imposto una sorta di divisa da far indossare alla «merce» in esposizione: in blu se appartieni alla mia banda, in arancione se fai parte di un’altra parrocchia.
«È impressionante è la quantità di automobili che bazzicano in zona: via Taddeo da Sessa, via Brecce, via Gianturco. Dal tramonto in poi, sembra di muoversi in una strada shopping sotto Natale», dice ancora Gallio.
PECCATO SENZA CASTIGO. È un peccato senza castigo, preghiera che si fa bestemmia, è silenzio amico di omertà, tutti immersi in un’aria brulicante di copertoni arrosto e cattiveria, di lavatrici sghembe e violenza, di odori acri e cumuli di immondizia che immondi appestano gli abiti e l’anima.
Somiglia, dicono, a un film di Antonio Capuano, il regista di Vito e gli altri che nel 96 rischiò l’accusa di pedofilia per aver raccontato di Pianese Nunzio, 14 anni a maggio.
Niente pentiti, poche e scarne le notizie su chi gestisce l’orrendo business. Ma si sa che a muovere le fila della prostituzione a Napoli sono almeno tre mafie: quella albanese, quella russa, quella nigeriana.
La camorra - su tutti, i clan Mallardo, Ricciardi, Misso e Vastarella - si limita ad affittare le zone, a garantire quiete, a riscuotere le tangenti.
IL SESSO NEI CINEMA HARD. Una fetta rilevante del mercato del sesso minorile di Napoli si consuma nei cinema a luci rosse che pullulano in zona Ferrovia, lungo il corso Meridionale.
È anche qui, nelle salette riservate che hanno alcuni cinema per «garantire la privacy a chi la chiede», che avvengono gli incontri a pagamento fra finti cinefili e ragazzine (e ragazzini) di 13 o 14 anni.
Per poter entrare indisturbati nelle sale a luci rosse le minorenni hanno bisogno di documenti falsi che ci si procura tramite camorra.
Nessun gestore si accorge dell’inganno. Nessun controllo stronca il traffico.
IL TRIANGOLO DELLA PROSTITUZIONE. Gli abitanti del «triangolo della prostituzione» (Centro direzionale, via Ferraris, via Gianturco) hanno chiesto esasperati che «almeno, chi batte paghi una tassa». Una provocazione non raccolta.
Racconta il presidente di quartiere Armando Coppola: «Stiamo chiedendo da mesi al sindaco Luigi De Magistris un sistema di videosorveglianza lungo le nostre strade invase dalla prostituzione minorile: con le telecamere in funzione, sarebbe possibile individuare le targhe delle auto dei clienti e quelle di chi sfrutta le ragazzine. Ma finora il sindaco, nonostante un impegno verbale, non è riuscito a intervenire».
La municipalità ha chiesto anche una più consistente sorveglianza alle forze dell’ordine. «La questura»,  fa sapere Coppola, «ha risposto che è più urgente presidiare le uscite della vicina autostrada. Per impedire aggressioni e rapine».

Enzo Ciaccio

lunedì 18 novembre 2013

ITALIA/CdV - Chiesa e politica: gli schieramenti di cardinali e vescovi


Ruini plaude al Nuovo centrodestra. Bagnasco tace. Bertone si defila. I rapporti Roma-Vaticano dopo lo strappo di Alfano.

Lunedì, 18 Novembre 2013 - Parlare di scontro sarebbe eccessivo, ma le ultime mosse politiche di una parte della Curia, quella legata alle abitudini dell'ancien régime pre-Bergoglio, hanno suscitato qualche malumore tra gli alti prelati che sposano con maggiore convinzione la linea della non ingerenza imposta dal pontefice argentino.
Stando ad alcune ricostruzioni giornalistiche delle ultime ore, la filiera legata a sua eminenza Camillo Ruini, che non ha mai rinunciato a far filtrare il proprio pensiero nel contesto tumultuoso della politica italiana, ha accompagnato la rottura tra Angelino Alfano e Silvio Berlusconi impartendo benedizioni e consigli, con Rino Fisichella gran cerimoniere d'incontri riservati organizzati in un appartamento vicino a piazza Pio XII.
LA BENEDIZIONE DEL VATICANO. Quest'abbraccio del Vaticano, unitamente all'ombrello aperto su di lui da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, secondo il racconto del quotidiano La Repubblica avrebbe rassicurato il ministro dell'Interno che l'addio al Cavaliere sarebbe stata cosa buona e giusta, guardato con simpatia, se non proprio sollecitato, da potere laico e religioso, nazionale ed europeo.
LE DIVISIONI TRA BERGOGLIANI. Tuttavia, anche tra lealisti, per usare un termine che va di moda nelle cronache dal Transatlantico di Montecitorio, e diversamente bergogliani, non c'è unanimità di vedute. Benché lo scontro sia essenzialmente di metodo, visto che nel merito nessuno s'azzarda ad attribuire al segretario di Stato vaticano Pietro Parolin simpatie per Silvio Berlusconi e sodali. E lo stesso concetto vale per Beniamino Stella, Lorenzo Baldisseri, Francesco Coccopalmerio, e molti altri ecclesiastici in contatto continuo con il papa.
GLI SPONSOR ECCLESIASTICI. «In fondo, un altro recente tentativo neocentrista, finito malamente giusto pochi giorni fa, quello di Mario Monti e Pier Ferdinando Casini, non venne forse sponsorizzato con forza dalla Comunità di Sant'Egidio? Quello che è consentito a Paglia e ad Andrea Riccardi può essere vietato al cardinal Ruini o a Fisichella?», sibila con malizia un osservatore esperto di rapporti tra Oltretevere e partiti.

Gli schieramenti dei rapporti tra Chiesa, istituzioni e politica


Nella scacchiera dei rapporti tra Chiesa, istituzioni e politica, gioca un ruolo importante il nunzio in Italia, Adriano Bernardini, vicino all'ex segretario di Stato Angelo Sodano che, ai tempi in cui prestava servizio diplomatico in Argentina, ebbe scontri frontali con l'allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, e non poteva neppure lontanamente immaginare di ritrovarlo oggi a Roma sul Sacro soglio.
BERTONE S'È DEFILATO. Mentre Tarcisio Bertone, in passato tutt'altro che ostile a Berlusconi, è ora defilato, intento a completare il trasloco in un grande appartamento di Palazzo San Carlo e a presentare il libro sulla diplomazia pontificia nel mondo globalizzato. Giovanni Battista Re, porporato che conosce la Curia come pochi, ed è sempre stato accreditato di simpatie centriste e moderate, ha un rapporto privilegiato con Francesco, cui sovente dispensa pillole di saggezza.
IL LOW PROFILE DI BAGNASCO. Sul fronte degli arcivescovi più importanti, il genovese Angelo Bagnasco, colui che dal vertice della Cei dovrebbe moderare le istanze dell'episcopato italiano, mantiene l'abituale basso profilo, pur ammiccando verso i tentativi di chi lavora per un centrodestra in sintonia con il popolarismo europeo, come il vicario di Roma, Agostino Vallini, e i colleghi Moraglia e Betori, rispettivamente titolari delle cattedre di Venezia e Firenze.
SEPE E SCOLA RESTANO AI MARGINI. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, è troppo scaltro per lasciarsi incasellare nelle vesti di sostenitore di questo o quel movimento, e Angelo Scola, da Milano, preferisce volare più alto rispetto allo spettacolo modesto che offrono aule parlamentari e corridoi di partito.
SI ATTENDE LA MOSSA DEL PAPA. Nelle prossime settimane, capiremo meglio se Bergoglio - che stando alla versione del fondatore de La Repubblica, Eugenio Scalfari, giovedì 14 novembre, nel corso della sua visita al Quirinale ha parlato con Napolitano e ospiti illustri di politica 'in pubblico e in privato' - ha intenzione di decidere di mettere un freno all'attivismo indefesso di taluni cardinali e monsignori, magari con un Angelus che, al posto della “Misericordia”, prescriva calma e gesso.

Daniele Gensini

ITALIA - Abolire l'aborto per uscire dalla crisi: la legge di Stabilità in salsa episcopale


La Cei vede un nesso tra le interruzioni volontarie di gravidanza e la crisi economica. E ne chiede conto alla politica.

Non è una novità che i vescovi italiani si scaglino contro l'aborto. Se fosse solo per questo, il messaggio della Conferenza episcopale italiana per la XXXVI Giornata per la vita, che si terrà il prossimo 2 febbraio, non susciterebbe la nostra attenzione. Ma nel documento emerge qualcosa di più che il semplice no all'aborto per preservare la vita dal concepimento fino alla morte naturale eccetera, come ormai sappiamo recitare a memoria: la Cei spende carte molto più forti in difesa dei suoi principi etici chiedendo all'Italia «quale modello di civiltà e quale cultura intende promuovere».

Prima carta. L'aborto sarebbe una delle cause della «emorragia di energie positive che vive il nostro Paese», perché alla «emigrazione forzata di persone - spesso giovani - dotate di preparazione e professionalità eccellenti», dobbiamo aggiungere il «mancato contributo di coloro ai quali è stato impedito di nascere».

Seconda carta. L'aborto avrebbe influenza sull'aspettativa media di vita degli italiani: «È davvero preoccupante considerare come in Italia l'aspettativa di vita media di un essere umano cali vistosamente se lo consideriamo non alla nascita, ma al concepimento». Il gioco è semplice. Invece di calcolare l'aspettativa media di vita una persona sulla base del tasso di mortalità effettivo della popolazione, si includono nel conteggio anche tutti quelli che non sono mai nati - tanti quanti il numero di aborti - la cui durata di vita è pari, ovviamente, a zero anni. La media pro capite, così, diventa molto più bassa. Il tutto per il pericolosissimo principio secondo cui l'embrione, così come il feto, è considerato "persona" e a pieno titolo deve entrare nelle statistiche.

Terza e ultima carta. A chiudere il cerchio arriva la patetica menzione del «grande desiderio di generare» dei giovani sposi (quelli non sposati non sono degni di attenzione) che resta «mortificato» anche da «una cultura diffidente verso la vita». Un desiderio che evidentemente, per la Cei, trascende la singola individualità per diventare necessità di un Paese in calo demografico.

Tra le righe ma neanche tanto. Oltre al potenziamento dello stato sociale, questa la ricetta che i vescovi propongono all'Italia per uscire dalla crisi: che le donne tornino volenti o nolenti al loro ruolo di fattrici di figli, sani oppure no, desiderati oppure no. Puri contenitori che danno al Paese le giuste risorse per combattere il difficile momento economico e alzare l'aspettativa media di vita degli individui. Un messaggio delirante, inaccettabile, antiscientifico e antistorico che non vale la pena commentare oltre. Viene da rimpiangere i tempi in cui i vescovi si appellavano solo al peccato e al delitto contro dio invece di riempirsi la bocca di dati statistici ed economici di provenienza ignota a sostegno delle loro tesi "non negoziabili" per dimostrare che dio ha forgiato i suoi paranoici veti per il bene supremo delle popolazioni.

Cecilia M. Calamani