Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


domenica 17 novembre 2013

FRANCIA - Hollande e il bilancio del governo


Diritti gay. Assunzioni nella scuola. Tassazione dei redditi più alti. Politica industriale.
Incentivi per il lavoro giovanile. Quello che ha fatto il presidente. Che però crolla nei sondaggi.

Domenica, 17 Novembre 2013 - I bretoni sono scesi in strada con i berretti rossi in testa per protestare contro le nuove imposte. I cattolici hanno contestato in piazza i matrimoni omosessuali. Gli imprenditori e i disoccupati sono rassegnati e affossati dalla crisi economica. Gli studenti hanno scioperato contro le espulsioni dei rom, e adesso anche gli insegnanti marciano contro la riforma della scuola.
La Francia intera, insomma, si lamenta, scalpita e ribolle. E tutti sono pronti a puntare il dito contro il colpevole dei loro guai: il presidente François Hollande, fischiato in piazza, bocciato dai sondaggi, diventato il capo di Stato meno amato della Quinta Repubblica e dell'Europa intera.
GRADIMENTO IN PICCHIATA AL 15%. Con un gradimento personale in picchiata al 15%, persino i socialisti chiedono a Hollande di cambiare, per non trovare i consensi ghigliottinati alla prossima tornata elettorale.
Infierire sul presidente, il Re Solo divenuto anche capro espiatorio della lunga crisi francese, è fin troppo facile.
Il leader socialista è rimasto ingessato nell'austerity europea, Impigliato in gaffe e incertezze, stretto tra le delusioni della sinistra e la rabbia della destra. E ha fatto l'errore di legare il proprio mandato all'andamento della curva della disoccupazione, promettendo di ridurla: un compito che oggi pare impossibile.
Eppure, nonostante le critiche spietate, i sondaggi inclementi e le molte accuse, in un anno e mezzo di governo Hollande ha fatto più di una scelta coraggiosa. Si potrà anche non essere d'accordo con le loro politiche, ma i francesi, almeno, le hanno.

1. Per la crescita 34 nuovi piani industriali e l'investimento sul digitale


In Francia la manifattura è in crisi. Hanno chiuso aziende storiche, il settore dell’auto è in crisi e le delocalizzazioni aumentano.
A settembre 2013, però, il governo socialista ha lanciato un ambizioso piano di 34 progetti industriali per la nazione che verrà, elaborato assieme alla società di consulenza industriale Mc Kinsey e pensato per riportare l'Esagono alla frontiera dell'innovazione, preparando la crescita futura.
Parigi conta di investire complessivamente 3,5 miliardi di euro e di creare 450 mila nuovi posti di lavoro, con 4,5 miliardi  di valore aggiunto, il 40% derivante dalle esportazioni.
ECONOMIA VERDE E DIGITALE. Il progetto di rilancio (consultabile, anche in italiano, sul portale France.fr), indirizza tre priorità strategiche: la transizione energetica (dal fossile e dal nucleare alle energie rinnovabili) e il trasporto ecologico, la salute e l'economia dell'uomo (cioè le biotecnologie, i servizi alla persona e le professioni sanitarie) e soprattutto il digitale.
Temi, forse, buoni per un manuale di economia: ma anche linee di investimento coerenti con le specificità dell'industria d'Oltralpe, all'avanguardia su trasporti, sanità e telecomunicazioni.
 E già il 14 novembre a Parigi è stato inaugurato un centro di sei piani per accogliere le nuove start-up dell'economia digitale.

2. Scuola: 20 mila nuovi insegnanti e più tempo in classe


Il governo socialista investe nella scuola. Hollande ha promesso di assumere 60 mila nuovi docenti in cinque anni e lo sta realmente facendo: dall'inizio del suo mandato sono stati assunti circa 7 mila insegnanti da maggio a dicembre 2012 e altri 10 mila nel 2013.
LA RIFORMA DELLA SCUOLA. Con la riforma del ritmo scolastico (che tanto fa discutere e manifestare in questi giorni), il ministro dell'Educazione Vincent Peillon ha aumentato il monte ore di lezione degli studenti francesi, finora tra i più bassi della media Ue. Mentre il ministro dell'Istruzione superiore, Geneviève Fioraso, ha proposto di inserire corsi in inglese nell'offerta delle università d'Oltralpe per aprire il sistema all'internazionalizzazione.

3. La tassazione sui redditi alti: aliquota al 45% oltre 150 mila euro


Negli ultimi quattro anni in Francia la pressione fiscale è aumentata di un punto percentuale all'anno e nel 2013 ha segnato un nuovo record al 46% del reddito: una situazione che lo stesso ministro dell'economia Pierre Moscovici ha definito al limite. Ma il governo socialista ha ridistribuito gli oneri.
L'ALIQUOTA AL 45%. Anche se la promessa di tassare al 75% i redditi più alti è risultata essere più una boutade elettorale ed è stata trasferita sulle imprese, l'esecutivo ha imposto una nuova aliquota e tassato al 45% i redditi oltre i 150 mila euro.
Hollande ha aumentato l'Iva (dal 19,6 al 20%), tra le tasse più inique perché imposta a tutti indipendentemente dal reddito, ma lo ha fatto in misura minore di quanto previsto dal governo precedente di Nicolas Sarkozy.

4. Sostegno al lavoro giovanile: 4 mila euro per ogni under 26 assunto


Il governo di Parigi è stato tra i più attivi nel favorire l’occupazione giovanile. Lo Stato francese offre 4 mila euro alle imprese che assumono un giovane sotto i 26 anni mantenendo al lavoro anche un dipendente ultra 57enne. Si tratta dei cosiddetti «contratti di generazione», copiati anche dal governo delle larghe intese italiano.
Infine ha messo a disposizione 1,5 miliardi di euro per sovvenzionare gli «impieghi del futuro», contratti a tempo indeterminato o a tempo determinato per i giovani dai 16 ai 25 anni e senza diploma.
BANCA PUBBLICA PER LE PMI. Inoltre a ottobre del 2012, a nemmeno sei mesi dal suo ingresso all'Eliseo, il presidente francese ha creato una banca pubblica per il finanziamento delle piccole e medie imprese francese a corto di capitali. Il nuovo ente è nato dall'unione di un braccio operativo della Cassa depositi e prestiti con l'istituto di finanziamento delle start up Oséo e il fondo di investimento strategico voluto da Sarkozy per proteggere il made in France. L'ente dovrebbe avere una capacità di intervento da 40 miliardi di euro.

5. La legalizzazione dei matrimoni omosessuali


Il 23 aprile 2013 l'Assemblea nazionale francese ha detto si ai matrimoni omosessuali. La legge, promessa da Hollande in campagna elettorale, è stata approvata con 331 voti a favore e 225 contrari, in mezzo alle polemiche.
Per mesi gruppi della destra e i cattolici integralisti hanno riempito le piazze per protestare contro il progetto di legge. Ma il governo ha proseguito dritto per la sua strada, con l'idea che allargare i diritti di una parte fosse un passo di civiltà per tutti.
Attualmente le persone omosessuali possono sposarsi e adottare un bambino.

Giovanna Faggionato

ITALIA - Cancellieri, Civati prepara la mozione di sfiducia


Civati annuncia la mozione di sfiducia al ministro: «Basta ipocrisie. Chi ha i deputati, non fa niente». Assemblea del gruppo Pd il 19 novembre. E il 18 il guardasigilli potrebbe finire indagata.

Domenica, 17 Novembre 2013 - Basta con l'ipocrisia. Pippo Civati, candidato alla segreteria del Partito democratico (Pd) ha deciso di passare dalle parole ai fatti. Dopo Tante dichiarazioni spese sul caso del ministro della Giustizia, il deputato democratico - tra i primi a chiedere le dimissioni del guardasigilli - ha deciso di presentare una mozione di sfiducia.
«Il Pd dice di non poter 'sfiduciare' la Cancellieri perché non si può votare la mozione del Movimento 5 stelle, segnalo che ne possiamo presentare una noi», ha scritto Civati sul suo blog criticando l'atteggiamento del partito. «Martedì presenterò un testo all'assemblea del gruppo. Basta con l'ipocrisia. Non se ne può più». Ma i guai per Cancellieri non sono finiti qui, perché - stando alle ultime indiscrezioni - i magistrati potrebbero presto aprire un’inchiesta per false informazioni.  
«CHI HA I DEPUTATI NON FA NIENTE». Civati ha ricordato come tutti e quattro i candidati alla segreteria abbiano fatto capire che avrebbe dovuto dimettersi lei, per eliminare l'imbarazzo tra i democratici, ma senza poi fare nulla di concreto: «Altri candidati sono dotati di centinaia di parlamentari. Ma non fa niente», ha affondato riferendosi con tutta probabilità ai renziani.
CUPERLO: «PREMIER E MINISTRO RIFERIRANNO». Il 16 novembre, un altro candidato alla segreteria, Gianni Cuperlo, aveva parlato di una «questione di opportunità politica», per poi limare ancora di più la critica: «Saranno il premier e il ministro della Giustizia a fare le valutazioni necessarie», «ascolteremo quello che riferiranno nelle prossime ore».
La nuova stella renziana Maria Elena Boschi proprio la mattina del 17 novembre ha invece spiegato in un'intervista di essere pronta a ribadire che la Cancellieri «deve dimettersi», sottolineando però che «le decisioni si prendono insieme».
DOPO L'8 DICEMBRE, AVREMMO CHIESTO DIMISSIONI. «Se questa vicenda fosse arrivata dopo l'8 dicembre il Pd avrebbe già chiesto le dimissioni», ha osservato la deputata, riferendosi alla prevista vittoria del sindaco di Firenze.
Insomma, sul caso Cancellieri si gioca anche la corsa interna al partito democratico.
CANCELLIERI RISCHIA L'INDAGINE. Intanto, la tempistica sembra giocare contro il ministro. Lunedì 18,infatti, i magistrati potrebbero decidere di iscrivere Cancellieri nel registro degli indagati per aver fornito false informazioni ai pm.
Sotto la lente dei magistrati è finita la terza telefonata del ministro ai Ligresti, avvenuta la sera del 21 agosto, cioè il giorno prima del suo interrogatorio e di cui finora la Cancellieri non aveva fatto menzione.
I tabulati consegnati alla procura dalla Guardia di finanza hanno però rivelato una conversazione di diversi minuti tra il guardasigilli e Antonino Ligresti, fratello di Salvatore e zio di Giulia, partita dal telefono del ministro.
Così dopo aver più volte ribadito che gli inteventi di Cancellieri non avevano rilevanza penale, adesso i pm stanno rivalutando la sua posizione. E, a quanto pare, anche il parlamento.

mercoledì 13 novembre 2013

ITALIA - Ici, Imu, Tari, Tasi, Trise .... TUC ... il valzer della presa per i fondelli


Quello che lascia perplessi, per usare un eufemismo, dell'attuale governo e di questa legge di stabilita' non sono tanto i provvedimenti contenuti nella legge, sui quali si puo' essere in accordo o meno, quanto l'incertezza e soprattutto la mancanza di decisione di adottare l'unico provvedimento serio intorno al quale si gira e si rigira: una vera patrimoniale.

Manca i tutti i partiti di governo e di opposizione una progettualita', una visione del futuro e tutti, chi in maniera piu' palese chi in maniera piu' nascosta, sopravvivono abbeverandosi alla fonte del populismo. Grillo lo fa sfruttando la propria immagine comunicativa e di mattatore del palcoscenico che utlizza le sue capacit' teatrali per infarcire di enfasi i suoi discorsi che alla fine sono privi di contenuti e che non vanno oltre la contingenza attuale, Ha mai fatto un discorso o una proposta seria ed attuabili sil problema della tassazione della casa ? Assolutamente no. Vive alla giornata seguendo il suo disegno che riguarda il fatturato del blog e niente di piu'.

Il Pd segue la stessa rotta populista, la stessa che porto' all'abolizione dell'Ici senza prendere contromisure adeguate e quindi portando allo sfascio attuale, e la stessa che ha portato al partito i milioni di voti nell'ultima tornata elettorale nonostante i disastri del precedente governo grazie alla promessa dell'abolizione dell'Imu.

Il Pd, dopo i disastri post elettorali, ha acconsentito alla formazione di un governo Pdl-Pd assoggetandosi ai voleri del condannato e dimostrandosi incapace di proporre una propria linea politica per seguire il populismo dell'ex avversario politico. Risultato: il paese preso per il naso in quanto l'Imu sara' sostituita da una o più tasse i cui nomi e gettiti sono ancora tutti da scoprire. Intendiamoci: qualsiasi tassa sulla prima casa sarebbe da abolire ma non in maniera indiscriminata a tutti. In un periodo come questo si dovrebbe tenere conto del reddito oltre che del numero di case che una persona possiede.

Comunque quando si parla di tasse nel nostro paese si parla sempre di tributi che sono pagati comunque dalle stesse persone: pensionati e lavoratori dipendenti. Rimane poi lo scoglio della spesa pubblica di come cioè i soldi delle tasse sono spesi dallo Stato e qui arriva un altro scoglio: da 20 anni a questa parte tutti promettono la riduzione della spesa, ma nessuno ci riesce e soprattutto nessuno ci prova realmente.

Oppure chi ci prova, senza risultati concreti, lo fa semplicemente tagliando i fondi da mettere a disposzione dei ministeri ed in questo modo mettendo sul lastrico sanità, scuola, stato sociale e via dicendo. Una situazione dalla quale non si vede una via d'uscita in quanto non si vede nessuno che abbia la capacità, la forza di andare a prendere un po' di soldi dove sono: super syipendi dei manager, super pensioni d'oro, super proprietà, privilegi di categorie varie come i politici, i lavoratori dello spettacolo, i calciatori .... insomma i soldi ci sono basta avere il coraggio di andare a prenderli.

Pubblicato da ANTIPOLITICO  

ITALIA - Il vero ladro non è l’evasore…


A prescindere dal fatto che nel fenomeno dell’evasione più che di italiani “furbi” (espressione che, per dirla con Mughini, aborro) si dovrebbe parlare di Stato “coglione”, che non riesce nemmeno a verificare quanto ricava veramente un ristorante o un semplice idraulico, vorrei dire che, checché se ne dica, chi non paga le tasse non ruba.

No, non “ruba allo Stato” affatto, non ”sottrae denaro al fisco”: soltanto se partissimo dal presupposto che tutti i mezzi di produzione appartengono allo Stato, come accadeva nei regimi comunisti, l’evasione sarebbe da considerare un furto che i cittadini compiono appropriandosi di parte del patrimonio pubblico.

Infatti dal punto di vista giuridico e morale può essere considerato “furto” solo l’appropriarsi, in modo illecito, di beni altrui e sono i cittadini (e non lo Stato) i legittimi proprietari di ciò che producono col loro lavoro (John Locke docet!).Ergo: le tasse non versate allo Stato non possono essere considerate un “furto”, poiché, ovviamente, nessuno può rubare a sè stesso in quanto si tratta di cespiti che, in assenza del fantomatico ”ladro” (cioè l’evasore) non sarebbero mai stati prodotti e sui quali, di conseguenza, il fisco non avrebbe mai potuto vantare alcuna pretesa. Addirittura si capovolgono le parti: non è l’evasore a sottrarre denaro dell’erario, ma è lo Stato che sottrae risorse, con la coercizione, alla disponibilità dei loro legittimi proprietari attraverso le imposte, che divengono una sorta di estorsione legalizzata!Chi non paga le tasse ruba forse agli altri cittadini i quali, come si sostiene molto superficialmente, sarebbero costretti a pagare imposte sempre più pesanti, proprio a causa dell’evasione?

Questo potrebbe essere vero solo a condizione che le imposte fossero delle ”quote fisse” di spese da ripartire fra i cittadini, spese decise col consenso degli stessi cittadini che se ne accolleranno l’onere, come se lo Stato fosse una sorta di grande condominio. In realtà non avviene così: le imposte, sempre crescenti, sono decise dai politici per finanziare spese pubbliche (molto spesso autoreferenziali, per dirla con un eufemismo) in continuo aumento, i cui costi vengono scaricati sui cittadini. L’evidenza empirica mostra, al contrario, che non c’è nessuna correlazione fra il livello di tassazione eil livello di evasione, tanto che 30 anni fa la pressione fiscale era al 31% del Pil al netto del sommerso, mentre oggi ha raggiunto il 55% del Pil al netto del sommerso, nonostante la quota di economia “nera”  sia un fenomeno in costante, anche se lieve, diminuzione, scendendo dal 21% del 2000 all’attuale 17% del prodotto interno lordo (dati ISTAT). Ruba forse perché impedisce alla pubblica amministrazione di far funzionare scuole ed ospedali?

No: lo Stato ha già abbastanza soldi, anche troppi, e che gli italiani, al di là dei luoghi comuni più vieti, sono tra i maggiori pagatori di tasse nel mondo, avendo versato, nel solo 2012, secondo i dati dello stesso Ministero dell’economia, ben 752 miliardi fra imposte dirette, imposte indirette e contributi sociali, “spintaneamenti” pagati “automaticamente” mese per mese dai sostituti d’imposta come i datori di lavoro e le aziende, costretti obtorto collo a fare i gabellieri per lo Stato (e, per di più, gratis!) effettuando le ritenute su stipendi e compensi e “segnalando” al Fisco i loro clienti e fornitori. Lo Stato, da solo, andando a cercarsi le tasse “porta a porta”, riesce a procurarsi non più di 13 miliardi, con la cosiddetta “lotta all’evasione” (quasi fosse un surrogato della lotta di classe, non più à la page).

di Alessandro Spanu in Prima pagina

lunedì 11 novembre 2013

ITALIA - Pd, cattolici a congresso


Fioroni e Marini con Cuperlo. Franceschini e Tonini con Renzi. Lettiani e prodiani divisi. Gli ex popolari si schierano.


Lunedì, 11 Novembre 2013 - In principio fu Francesco Rutelli, anno domini 2009: «Non possiamo diventare socialisti», tuonò l'ex segretario della Margherità dinanzi alla prospettiva che il Partito democratico sedesse in Europa tra i banchi del Pse.
Rutelli ruppe, cercando al centro nuovi eroi (Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini), salvo poi, complice la pessima performance del suo movimento - Alleanza per l'Italia - nelle tornate elettorali, riaffacciarsi al Nazareno in occasione delle ultime primarie candidando Bruno Tabacci con Centro democratico.
L'ALTOLÀ DI FIORONI. Ora a rilanciare il non possum rutelliano è stato Beppe Fioroni, dopo l'annuncio del segretario Pd, Guglielmo Epifani, che il congresso del Pse si celebrerà a Roma, con la regia del Nazareno. «Sarebbe un blitz pericoloso e grave. Metterebbe in discussione le ragioni fondative del partito», ha tuonato l'ex dirigente della Margherita. «Non abbiamo mai deciso di aderire al Pse e non basta la dichiarazione di qualche candidato alla segreteria. L'ingresso equivarrebbe a una mutazione genetica che trasformerebbe i democratici in un soggetto di sinistra e annullerebbe di fatto lo scioglimento della Margherita».
LA COLLOCAZIONE IN UE. Sul tema è intervenuto, lapidario, anche un'altro ex Dc di peso, Pierluigi Castagnetti: «Non mi pare che il Pd abbia mai deliberato di aderire al Pse».
Fibrillazioni in vista del congresso che dovrà sciogliere anche il nodo della collocazione europea del partito e che riguardano in particolar modo la componente cattolica del Pd, molto divisa al suo interno nel sostegno ai diversi candidati.

Fioroni e Marini si schierano con Cuperlo


Fioroni, leader degli ex popolari, ha annunciato il suo appoggio a Gianni Cuperlo. Con lui Franco Marini, già segretario del partito popolare italiano, ex leader del sindacato cattolico (Cisl), i cui rapporti con Matteo Renzi non sono stati mai stati idilliaci e si sono definitivamente deteriorati quando il sindaco di Firenze decise di opporsi alla sua candidatura al Quirinale. Anche un altro ex cislino di peso, Sergio D'Antoni, si è schierato con Cuperlo, seppur con minore verve polemica nei confronti del rottamatore.
BINDI NON SI ESPONE. Al candidato dalemiano va pure il sostegno di alcuni bindiani, secondo quanto raccontano al Nazareno. Anche se la capocorrente, Rosy Bindi, ha dichiarato che non prenderà posizione a favore dell'uno o dell'altro candidato alla segreteria. Almeno per il momento.

Una parte di lettiani e prodiani per Renzi


Ma anche a sostegno del sindaco di Firenze c'è una lunga schiera di big cattolici del partito. A cominciare da quel Pierluigi Castegnetti che si dice contrario all'adesione del Pd al Pse, ignorando forse che la proposta è stata avanzata da più di un renziano e dallo stesso Renzi, anche se con toni via via sempre meno ultimativi.
LA CARICA DEGLI EX VELTRONIANI. Ad appoggiare il sindaco di Firenze nella corsa alla segreteria ci sono poi i cattolici ex veltroniani come Paolo Gentiloni e Giorgio Tonini; una parte dei franceschiniani di AreaDem (di cui faceva parte anche Marini) guidati dallo stesso Franceschini, approdato al renzismo dopo la lunga marcia al fianco di Bersani, con sorpresa di molti, e una parte dei prodiani come Arturo Parisi. Sandra Zampa, però, altra fedelissima del Prof bolognese (che ha annunciato di non voler votare alle primarie del PD per la scelta del segretario) ha deciso di sostenere Giuseppe Civati.
LETTIANI DIVISI. Diverso il discorso per i cattolici lettiani, divisi al loro interno tra chi sostiene Cuperlo e chi Renzi.
Per il candidato dalemiano si è schierata per esempio la lettiana di ferro Paola De Micheli, mentre a favore di Renzi si è espresso Francesco Sanna.
La stessa spaccatura si registra pure a livello locale. Nei congressi provinciali, gli uomini del presidente del Consiglio stanno appoggiando candidati diversi a seconda dei contesti - cuperliani in Campania, renziani in Veneto - dando buona prova di democristianeria.

Gabriella Colarusso

ITALIA - La Consulta ci costa 53 milioni all'anno


La Corte riceve dallo Stato 52,7 mln più i benefit: auto blu, Telepass, pc. Pensioni d'oro: 200 mila euro.

Domenica, 10 Novembre 2013 - La Consulta ci costa 53 milioni all'anno.
Secondo quanto riportato il 10 novembre da il Fatto Quotidiano, la Corte riceve dallo Stato ogni anno un contributo per funzionamento di 52,7 milioni di euro.
Esattamente la stessa cifra del 2012 (niente tagli per la Suprema Corte).
I 16 giudici costano nel 2013, 7,375 milioni di euro, cui si aggiungono 1,5 milioni di 'oneri su retribuzione' e 104 mila euro per viaggi e trasferte.
«UNO SCANDALO». Il professor Roberto Perotti, economista dell'Università Bocconi, ha fatto due conti e su lavoce.info ha scritto: «È il più grande scandalo della pubblica amministrazione. La retribuzione lorda del presidente della Corte è di 549.407 euro annui, quella dei giudici di 457.839 euro. La retribuzione media lorda dei 12 giudici britannici è di 217 mila euro, meno della metà. Il Canada è simile: 234 mila euro per il presidente, 217 mila per i giudici. Negli Usa siamo a circa un terzo della retribuzione italiana: 173 mila euro per il presidente e 166 mila per i giudici». 

Molti i benefit: auto blu, telepass, cellulare e pc


Perotti ha elencato i benefit dei giudici italiani: auto blu con viacard e Telepass, cellulare e pc, una foresteria, perfino i costi dell'utenza telefonica di casa sono pagati dallo Stato.
Vista inoltre l'età media dei giudici costituzionali (i più giovani vanno verso i 70), oltre alla retribuzione, bisogna parlare anche del trattamento pensionistico: i giudici in quiescienza, cioè in pensione, costano 5,8 milioni all'anno, il resto del personale, 334 persone di cui 61 distaccati da altre amministrazioni e 10 a contratto, 13,5 milioni (in lieve aumento rispetto al 2012).
In sintesi: visto che ci sono 20 giudici pensionati e nove superstiti che hanno diritto alla reversibilità, la media è di 200 mila euro annui per giudice pensionato (e 68.200 per il resto del personale, cioè 120 ex dipendenti e 78 loro superstiti).
PAGHIAMO ANCHE L'INFORMATICA. In bilancio, anche altre voci: dai 550 mila euro per «conduzione, manutenzione, assistenza tecnica e aggiornamento sistemi informatici e rete dati» fino alla spesa, non ovvia, di 262 mila euro per «funzionamento struttura sanitaria».
Perotti ha invitato a riflettere sulle auto: ognuno dei 16 membri del collegio ha diritto a una vettura di servizio e due autisti (devono fare i turni), un benefit che spetta loro anche per il primo anno di pensione.
UN AUTISTA COSTA 50 MILA EURO. Tra noleggio, assicurazione, parcheggi e carburante si arriva a un totale di 758 mila euro per il 2013. Se ogni autista costa allo Stato attorno ai 50 mila euro, il costo complessivo per gli spostamenti in auto dei giudici è di 150 mila euro all'anno a persona. «Per ogni giudice», ha scritto Perotti, «in ogni giorno lavorativo si spendono 750 euro per le sole auto blu».

mercoledì 6 novembre 2013

ITALIA - Madre Teresa di Combutta, nata Cancellieri


Mi chiedo come mai non sia già cominciata un’opera di beatificazione per sora nostra  ministra della giustizia Anna Maria Cancellieri: di certo lo merita la sua soccorrevole pietas nei confronti degli oltre 60 mila detenuti italiani la cui condizione, per affermazione stessa delle massime Autorità (mi raccomando non scordiamoci la maiuscola), è indegna. Oddio finora questa compassionevole sensibilità si è esercitata solo sulla miliardaria Giulia Maria Ligresti, datrice di lavoro del figlio della medesima Cancellieri, Piergiorgio Peluso. E che lavoro: 5 milioni e mezzo in un anno per mandare definitivamente all’aria Fonsai  con grandissima competenza e abilità. Ma insomma nella vita bisogna pur scegliere.

Ora qualcuno dirà che penso sempre male. E non è vero: la signora si è data da fare per togliere dal carcere la miliardaria con opportuna anoressia, mentre i poveracci tra le sbarre hanno sempre un volgare appetito, sebbene la Giulia Maria, pensasse del figlio della Cancellieri – per sintetizzare un’intercettazione – che fosse un cretino inaffidabile e infedele, ma protetto dalla madre. Il testo lo trovate dove volete ma non c’è dubbio che l’intervento della ministra per ottenere un trattamento di favore nei confronti della rampolla Ligresti, c’è stato nonostante queste atroci ferite al cuore di mamma. Una santa, ne tenga conto il parroco di Roma, tra una telefonata e l’altra alle pecorelle smarrite.

Certo potremmo anche pensare che sia stato un atto inopportuno, che la Cancellieri abbia approfittato della sua carica per dare vita all’ennesimo caso di ingiustizia ad personam, che si tratti di un’inammissibile ingerenza per cui altrove si danno le dimissioni un’ora dopo e si cerca di scomparire sottoterra, ma anche se così fosse, il tutto è avvenuto avvenuto sulla scia di un imprintig familiare al quale è difficile sfuggire. E infatti il Peluso Piergiorgio dopo essere stato liquidato da Fonsai con quei quattro soldi, è diventato direttore finanziario della Telecom guarda caso poco dopo che quest’ultima si è vista rinnovare dalla ministra diversi appalti tra cui quello per la banca del Dna e quello dei braccialetti elettronici che hanno già avuto la sgradevole attenzione della Corte dei conti. Insomma è come una forma di irrefrenabile cleptomania.

Del resto la stessa Cancellieri è nata e vissuta in questa atmosfera: il nonno dopo la vittoriosa guerra libica del 1911 diviene un ras della nuova colonia e addirittura ”commissario ai beni sequestrati ai berberi”, mentre il padre, sempre in Libia e sotto l’ala protettrice del regime fascista e in particolare di Italo Balbo, si dedica alla costruzione di centrali elettriche. Lei sta a Roma andando in Libia solo per le vacanze, trascorrendo il tempo fra la colonia dei ricchi italiani che sono rimasti anche dopo la guerra e che sotto re Idris fanno il bello e cattivo tempo. Tanto che a 19 anni, appena finite le scuole comincia a lavorare, non alla Standa, ma nientemeno che alla Presidenza del Consiglio. Alzi la mano chi non ha un figlio a cui sia capitato. Dopo una laurea in Scienze politiche a 29 anni, di cui non sembra siano rimaste tracce, eccola cominciare la carriera prefettizia in ogni dove d’Italia. A Nomen Homen Cazzullo rivela in un’intervista: “appartengo, ultima della fila, a una schiera nobilissima. Uomini che hanno dedicato la vita alla cosa pubblica, che hanno versato il loro sangue”. Veramente era il sangue dei berberi e i loro beni che non si sa bene che fine abbiano fatto. Ma certo sono particolari di poco interesse anche in vista di una beatificazione, certificata pure dal povero Sansonetti ormai evolutosi da giornalista a caso umano. Ma anche di un vasto ambiente di opportunisti e difensori dello statu quo ante palesi o segreti.

Comunque sia da tutta questa vicenda emerge in chiaro scuro, ma evidente, il ruolo dei grand commis dello stato come cinghia di trasmissione di un’oligarchia di fatto, dell’incesto fra pubblico e affari privati, come rizoma sulla radice della corruttela, un qualcosa che permette la rigenerazione delle piante infestanti anche in condizioni sfavorevoli. Un ceto duttile che come la Cancellieri può dire che la mafia non esiste ed essere contemporaneamente chiamata da uno poi indagato per mafia, a gestire (peraltro malissimo) l’emergenza rifiuti in Sicilia che notoriamente è in mano alla criminalità organizzata. Che gestisce opportunamente le prebende e sa quali privilegi non toccare, chi aiutare e chi affossare. Un ceto che dall’alto dei suoi privilegi può disprezzare l’insieme dei cittadini che non hanno santi in paradiso. Così anche alla Cancellieri con figlio milionario per grazia di mammà, scappò di dire  «noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà». La beffa dopo il danno.

ilsimplicissimus

ITALIA - La ministra degli affari di famiglia


Parte dall'Africa del colonialismo fascista la vicenda Cancellieri-Peluso-Ligresti. Poteva costituire l'occasione di riscatto per un sistema politico corrotto. E invece no.

Se qualcuno aveva sperato nella possibilità di un riscatto del sistema politico dopo il declino del grande corruttore, può ammainare i vessilli: l'ennesimo alibi di una qualche diversità etica messo come pietoso paravento a politiche inique e allo stesso tempo inefficaci, è caduto con il salvataggio della Cancellieri. Un caso che non ha nulla da invidiare alle gesta del Cavaliere e della sua corte dei miracoli, che nasce nel medesimo brodo di coltura, che ancora una volta ci ridicolizza agli occhi del mondo. Ma evidentemente il sistema politico non si può privare di un ministro della giustizia ricattabile che all' "umanità" già così spiccata nei confronti dei benefattori della propria prole, sarà anche molto comprensiva per quel popolo di indagati che alligna in Parlamento o per nuovi altarini che dovessero venire fuori, come è già avvenuto nel caso Alfano.

Mi ha molto divertito ascoltare Luttwak che ci colloca in Africa e non in Europa. Si perché probabilmente egli non sa che tutta la vicenda Cancellieri-Peluso-Ligresti ha proprio origine in Africa tra quel ceto di grassatori coloniali, assai vicino al fascismo, (come conferma La Russa) che continua ad operare nel dopoguerra con la medesima mentalità e senza nemmeno bisogno di un'organizzazione Odessa, visto che lo spirito di clan è sempre apprezzato in questo Paese. Una mentalità da pieds noirs che trova terreno favorevole per l'ascesa dei Ligresti, così come per la truffa delle fustelle che coinvolge il marito della Cancellieri difeso da Carlo Malinconico, quel tristissimo ministro di Monti che si faceva le vacanze a scrocco ed era implicato nell'affare Sistri. Il tutto mentre la virago Anna Maria faceva carriera come prefetto, integerrimo "servitore dello stato" e il figlio della medesima, il figlio del prefetto amico di questo e di quello, aveva un facile cursus honorum di manager finanziario in funzione di Erode dei piccoli risparmiatori, fino a divenire testimone "reticente e contraddittorio" nel processo Parmalat-Ciappazzi che vedrà Geronzi condannato per bancarotta fraudolenta e il suo amministratore delegato anche per usura.

Un quadro che avrebbe dovuto sconsigliare di elevare l'ormai pensionata Cancellieri in Peluso a ministro dell'Interno nel governo Monti e poi ministro della Giustizia in quello Letta. Ma paradossalmente proprio quel quadro era invece il miglior biglietto da visita per un sistema politico immerso fino ai capelli in ogni tipo di affarini e affaracci. Quindi il suggerimento da parte della famiglia Ligresti di innalzare la virago alla poltrona di ministro trovò porte aperte se non spalancate presso Monti, così come la successiva richiesta di Berlusconi che chiedeva la garanzia di un ministro "amico" e possibilmente anche molto "umano" alla Giustizia, tanto umano da depenalizzare magari in reati di corruzione e frode fiscale, come difatti sta avvenendo. Eccolo servito con il benestare del Pd e di paron Napolitano che anche di fronte allo scandalo delle indebite interferenze confermano la loro scelta, mentre si sono subito liberati della Idem per molto, ma molto meno. Persino di fronte a una difesa del ministro al limite del ridicolo e offensivo per l'intelligenza. Del resto la Cancellieri è lì per i suoi demeriti e solo un sussulto di onestà potrebbe metterla in pericolo: c'è un limite a tutto anche in Italia.

Alberto Capece Minutolo

PALESTINA - «Yasser Arafat è stato avvelenato da polonio»


La relazione svizzera fornisce le prove dell'avvelenamento. Il padre della Palestina forse venduto da uno dei suoi.

Dopo 10 anni di mistero, mentre i palestinesi piangono ancora la morte del loro leader, sembra essere arrivato a una svolta il giallo sulla morte di Yasser Arafat: l'ex presidente dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) è stato «molto probabilmente» avvelenato dal polonio.
Un rapporto di un laboratorio svizzero incaricato degli esami ha registrato livelli di polonio 18 volte superiori alla norma sul corpo dell'ex leader palestinese, morto l'11 novembre 2004.
Lo studio di 108 pagine del centro di medicina legale dell'università di Losanna, pubblicato da al Jazeera, ha scoperto livelli innaturali di polonio nelle ossa di Arafat, in particolare nelle costole e nel bacino, e nel suolo macchiato con i suoi organi in decomposizione.
RAPPORTO CONSEGNATO ALLA VEDOVA. Gli scienziati svizzeri, coadiuvati da un team di colleghi francesi e russi, ha ottenuto i campioni lo scorso novembre quando il corpo di Arafat è stato riesumato da un mausoleo a Ramallah.
«È morto a causa di avvelenamento da polonio», ha detto togliendo ogni dubbio lo scienziato inglese Dave Barclay ad al Jazeera.
Suha Arafat, vedova dell'ex leader palestinese, ha ricevuto una copia del rapporto e ha affermato: «È come se mi avessero appena detto che è morto».
PROBABILE CONGIURA INTERNA. Lo studio ha esaminato solo cosa ha ucciso Arafat, ma non come e quando sia stato avvelenato.
Certo, però, che non sarebbe potuto succedere senza la compiacenza di uno dei suoi uomini: era impossibile avvicinarsi ad Arafat senza passare attraverso le sue guardie del corpo, ed è noto che l'ex leader palestinese mangiasse solo una volta al giorno, un pasto preparato sempre dallo stesso ristorante di Ramallah. Facile dunque ipotizzare che qualcuno abbia venduto Arafat.
Una congiura in pieno stile.

Cominciò a sentirsi male dopo aver mangiato


Nell'ottobre 2004, verso la fine della seconda intifada, Arafat era rinchiuso da più di due anni nel suo compound presidenziale di Ramallah, che le truppe israeliane avevano circondato e in parte raso al suolo.
Era anziano, ma i suoi rapporti medici dimostravano che «era in buona salute e non in presenza di fattori di rischio particolari», afferma il rapporto svizzero.
La sera del 12 ottobre, si sentì male quattro ore dopo aver mangiato. Sulla base dei sintomi (nausea, vomito e dolore addominale) il suo medico personale inizialmente gli diagnosticò un'influenza.
DAI DOLORI ALLA MORTE. Ma la sua salute peggiorò rapidamente e alcuni medici egiziani e tunisini volati a visitarlo non riuscirono a individuare l'origine della sua malattia.
Trasportato d'urgenza in ospedale a Parigi, Arafat cadde rapidamente in uno stato di coma e morì l'11 novembre all'età di 75 anni.
NESSUNA AUTOPSIA. I medici dell'ospedale Percy non effettuarono l'autopsia, né rilasciarono la cartella clinica, facendo aumentare le speculazioni sulla rapida scomparsa di Arafat. Molti funzionari palestinesi vicini all'ex presidente dell'Olp hanno sempre sostenuto che fosse stato avvelenato. Il governo israeliano, nemico di Arafat, ha sempre respinto le accuse di un proprio coinvolgimento nella vicenda.
TRACCE DI POLONIO SUI VESTITI. Nel 2011 la vedova di Arafat diede ad al Jazeera accesso alle cartelle cliniche complete del suo defunto marito e un sacchetto dei suoi beni, compresi gli indumenti che indossava durante i suoi ultimi giorni.
I test condotti dagli scienziati svizzeri che hanno rilasciato il nuovo rapporto hanno trovato livelli elevati di polonio-210 nelle macchie di sangue, sudore e urina sui vestiti di Arafat.

Il polonio è un elemento chimico molto raro e letale


Il polonio è un metalloide grigio-argenteo che si trova nei minerali di uranio. L'isotopo polonio-210 emette particelle alfa altamente radioattive.
Non rappresenta un rischio per la salute umana finché rimane al di fuori del corpo. Ma una dose di 0,1 microgrammi (delle dimensioni di un granello di polvere e pesante meno di un milionesimo di un fiocco di neve) è fatale se ingerita con alimenti o liquidi o inalato in aria contaminata.
IL CASO LITVINENKO. Il caso più famoso di avvelenamento da polonio riguarda Alexander Litvinenko, l'ex ufficiale del Kgb, diventato dissidente con asilo politico a Londra.
Litvinenko morì nel novembre 2006, tre settimane dopo l'incontro con alcuni russi, tra cui un ex ufficiale del Kgb. Un pubblico ministero britannico sostiene che i russi abbiano avvelenato Litvinenko mettendo il polonio-210 nel suo tè.
Il polonio-210 è estremamente raro e sarebbe difficile da ottenere senza l'aiuto di un governo o l'accesso a un reattore nucleare. Si richiede anche un notevole know-how scientifico per gestirlo in modo sicuro. Solo circa 100 grammi si producono ogni anno, quasi tutti in Russia.

venerdì 1 novembre 2013

FRANCIA - Hollande al bivio tra utopia e realtà


Il presidente francese è in picchiata nei sondaggi a causa del mancato rispetto delle promesse elettorali. Per riprendere quota deve abbandonare i vecchi schemi della sinistra e abbracciare la socialdemocrazia. Estratti.

Eric Le Bouucher 30 ottobre 2013 SLATE.FR Parigi

Ci troviamo nel momento cruciale del percorso di François Hollande. Il presidente francese si trova sotto il tiro incrociato del suo schieramento e della destra. Riuscirà a uscire da questa situazione?

Credo che Hollande debba dare una risposta concreta alla conversione del socialismo francese sulla strada della socialdemocrazia. In altre parole deve "demarxizzare" la sinistra. Purtroppo eredita un partito che – per colpa di tutti i leader socialisti, lui compreso – fa un'analisi completamente diversa della crisi, in cui si fa appello al ritorno alla lotta di classe. Il lavoro "contro" il capitale!

Il Partito socialista (Ps) non sembra andare verso il ventunesimo secolo, ma al contrario sembra rifugiarsi nel diciannovesimo. Per il Ps la questione centrale è quella delle disuguaglianze: bisogna tassare i ricchi. Hollande deve fare i conti con numerosi consiglieri e ministri che la pensano così, e ha un parlamento dove molti deputati sono sulla stessa lunghezza d'onda.

Da candidato ha capito che la crisi era probabilmente più complessa rispetto a questi ragionamenti. Ma ha promesso poco e ha detto che l'inizio del quinquennio sarebbe stato difficile e che i frutti potranno essere distribuiti solo in seguito. Si è mostrato prudente, qualcuno potrebbe dire esitante.

Il problema di Hollande è che non è un intellettuale. Questo è il suo difetto fondamentale: è privo di una visione d'insieme. In quanto realista e pragmatico ha capito molto presto che il sistema socialista era morto, ma non ha nulla da proporre al suo posto, se non il suo gusto per il compromesso. Uomo di piccoli progetti, Hollande manca di un grande progetto di sintesi fra socialismo e modernità.

È questa mancanza che spiega perché nonostante il suo programma prudente il presidente francese abbia preso due cattive direzioni. Circondato da un apparato socialista molto critico contro le disuguaglianze, le banche e le grandi società quotate in borsa, Hollande non si è reso conto che il problema principale della Francia era la sua scarsa competitività. Le imprese non guadagnano troppo denaro, non ne guadagnano abbastanza!

In seguito ha corretto il tiro, in particolare con il rapporto Gallois nell'estate 2013. Il Ps è rimasto interdetto, molti non si sono ancora rimessi da questa svolta e vedono in questa "politica dell'offerta" un "regalo" al mondo imprenditoriale. Un vocabolario da diciannovesimo secolo.

Gli economisti gli hanno consigliato di essere prudente

L'altro errore è di bilancio. All'inizio la logica del Ps è stata quella di aumentare le imposte, in particolare nei confronti dei ricchi, per ridurre il deficit. Tassare i ricchi e dare agli altri, questo avrebbe permesso di risanare il sistema. Inoltre sulla riduzione delle spese – l'altra possibilità di una politica di rigore – il presidente è stato piuttosto prudente. In quanto socialista non vuole scontentare i suoi elettori funzionari statali. Inoltre gli economisti gli hanno consigliato di essere prudente. Con la crescita nulla del 2012, giustificate considerazioni keynesiane richiedono di non ridurre troppo le spese pubbliche. Altrimenti la Francia avrebbe rischiato come l'Italia di sprofondare nella recessione. La richiesta a Bruxelles di altro tempo per rientrare nei parametri di Maastricht era legittima e del resto è stata accettata.

Ideologia keynesiana

Così questa politica, in cui si mescolano pregiudizi contro i ricchi, un'ideologia keynesiana e considerazioni elettorali, ha dato vita allo "shock fiscale" del 2012: 30 miliardi di euro di imposte. Ma in un paese dove le tasse e i prelievi di vario genere sono già molti alti, questa politica ha acceso la miccia della rivolta fiscale. Nel 2013 un terzo degli sforzi ha riguardato una riduzione delle spese, mentre i rimanenti due terzi sono stati ottenuti attraverso il prelievo fiscale, e questa volta non solo sui ricchi ma su tutti, compresa la classe media.

Nel 2014 il governo spera che l'economia ricomincerà a crescere, le considerazioni keynesiane saranno meno pressanti e l'80 per cento degli sforzi riguarderà i risparmi mentre il 20 per cento le imposte. Nel 2015 Hollande ha promesso che il 100 per cento della politica di rigore riguarderà la spesa.

Un clima di scontento fiscale che rasenta l'insurrezione

In questo caso in tre anni la svolta sarà totale, Hollande arriverà infine a una sana linea di politica economica basata sulla competitività e sulla riduzione strutturale della spesa. Ma l'ambiguità è durata troppo a lungo e la "pedagogia" è stata assente. Da un lato abbiamo una maggioranza che tutti i giorni critica e rimprovera un presidente socialdemocratico; dall'altro un clima di scontento fiscale che rasenta l'insurrezione.

Che cosa può fare Hollande? Anche a costo di prendere in contropiede il Ps e la sua maggioranza, il presidente dovrebbe accelerare sulla nuova strada intrapresa. La competitività francese non è ancora sicura, e di conseguenza bisogna andare più lontano. La riduzione delle spese dovrebbe essere l'occasione per rendere più efficienti i servizi pubblici

Hollande voleva essere socialdemocratico? Allora che lo sia veramente. Il corpo politico e sociale sono esasperati. (Traduzione di Andrea De Ritis)

Dalla Germania

Un clima di rivolta

La Francia “è sull'orlo di una rivolta”, constata la Frankfurter Allgemeine Zeitung secondo cui il paese è ormai “ingovernabile” 

Il governo socialista non è riuscito a imporre le sue decisioni. Che si tratti dell’introduzione di un’ecotassa, della tassazione delle assicurazioni sulla vita o di un aumento della pressione fiscale sulle imprese, regolarmente il paese viene attraversato da un’ondata di contestazioni che spingono il governo a fare marcia indietro nel giro di qualche giorno. E così all’accusa di incompetenza si aggiunge l’impressione di debolezza. 

Secondo il quotidiano tedesco “Hollande paga il prezzo di una vittoria ottenuta grazia a un programma utopico in cui prometteva che la Francia avrebbe superato la crisi finanziaria ed economica senza imporre sacrifici ai cittadini”. Il rischio, prosegue la Faz, è che 

i socialisti, al potere nella maggior parte delle grandi città, possano essere duramente sconfitti [alle prossime municipali]. In vista delle elezioni europee il Front National di Marine Le Pen rischia di essere il primo partito davanti ai conservatori dell’Ump. In base alle ultime previsioni i socialisti potrebbero arrivare soltanto terzi.