Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


giovedì 20 giugno 2013

UE - I MAGHI DELL’AUSTERITY


I tagli alla spesa hanno una storia di risultati modesti. Perché sono tornati di moda?
Tom Streithorst, Prospect

Le politiche dell’austerity sono un disastro, questa in estrema sintesi il parere espresso per Prospect da Tom Streithorst.  La Grecia, nonostante la cura da cavallo a cui ha sottoposto la sua spesa pubblica, rovinando il futuro di una generazione, ha visto crescere il debito governativo come percentuale del Pil. La spesa pubblica è scesa, ma anche il Pil, e in maniera più significativa. L’Irlanda, che ha applicato una ricetta economica simile, langue da tempo e lo stesso governo Cameron a Londra dovrebbe riflettere e cambiar presto rotta. L’Islanda, che viceversa ha rifiutato l’austerità in toto, sta crescendo. Nel frattempo, la Francia è tornata in recessione, la disoccupazione europea supera il 12% e l’intera economia continentale declina da almeno un anno e mezzo. Pertanto la pubblicazione di Mark Blyth, Austerity: The History of a Dangerous Idea (Oxford University Press), pare quanto mai tempestiva.

Blyth, professore di Politica Economica presso la Brown University, ci ricorda che al primo manifestarsi della crisi finanziaria (qualche anno fa), nessuno parlò di tagli alla spesa pubblica. Molti di coloro che oggi invocano l’austerity insistevano allora perché i governi salvassero le banche per evitare un collasso sistemico. Comprare il cattivo debito delle banche gonfia inevitabilmente il debito. Pertanto, pare difficile sostenere che i debiti pubblici siano cresciuti a causa dei governi spendaccioni, quando quegli stessi governi sono stati semi-obbligati a salvare il sistema finanziario prossimo al collasso. Nel 2007 il debito pubblico irlandese ammontava al 25.1% del Pil, quello spagnolo al 36.3. Molto al di sotto di quello della Germania!

L’austerity è salita in cattedra nel 2010, due anni abbondanti dopo lo scoppio della crisi finanziaria, scaricando i costi della stessa sul lavoro e la previdenza sociale. Questo almeno secondo Blyth, ma è difficile dargli torto.

Austerity: The History of a Dangerous Idea descrive in primo luogo l’attuale fortuna e diffusione delle politiche dell’austerity. In secondo luogo, esplora le radici intellettuali del concetto e le sue reali applicazioni nel corso del XX secolo, come l’ascesa hitleriana sullo sfondo dell’austerità tedesca degli anni Trenta o come il collasso dell’economia americana nel 1937, quando Roosevelt fu costretto a un intervento massiccio per risollevarne le sorti. Insomma, è chiaro che nel novecento i tagli e le contrazioni della spesa hanno avuto scarso effetto, peggiorando semmai situazioni fragili e instabili.

Certo, si tratta di una impostazione economica dai nobili natali filosofici, da John Locke a David Hume per arrivare all’irrinunciabile caposaldo Adam Smith, frettolosamente arruolato ex post nelle file degli ultraliberisti. Nonostante il pedigree invidiabile, i sostenitori del laissez faire rimasero spiazzati dal crollo borsistico del 1929, che precipitò il mondo nella peggior depressione a memoria d’uomo.

All’epoca JohnMaynard Keynes lanciò l’idea che le economie non necessitassero inevitabilmente di ritornare all’equilibrio di pieno impiego. Il ragionamento era, ed è, piuttosto semplice: “Tagliare i salari aiuta la singola impresa ma, dato che i lavoratori sono consumatori, un più basso livello di spesa per consumi finisce per ridurre la domanda globale; la fiducia delle imprese si fonda chiaramente sulla domanda dei loro beni … ed esse investono e assumono nuovi addetti quando il consumo sostiene la produzione. Di conseguenza, se il settore privato taglia le spese, tocca al governo intervenire per sostenere la domanda globale.” La Seconda Guerra Mondiale ha dato ragione all’economista britannico. E’ stata la spesa in deficit dei governi a porre fine alla Grande Depressione e a garantire la crescita del mondo occidentale per un trentennio.

Per decenni i teorici dell’austerity hanno giocato in difesa, salvo ricomparire sotto le insegne di Milton Friedman, che una volta disse: “Il ruolo degli economisti è mantenere in vita le idee sino a quando la situazione politica consente loro di ritornare di attualità.” Peccato che il riemergere dello Stato minimo e dell’austerità si sia rivelato un fiasco. Ci tocca sperare che ricominci presto l’oblio, conclude Streithorst.  (A cura di Fabio Lucchini)

lunedì 10 giugno 2013

ITALIA - Afragola, ballottaggio: la camorra invita i cittadini a non votare


Astensione record al rione Salicelle. Dove i clan hanno minacciato: «Incendiamo l'auto di chi va alle urne».

Lunedì, 10 Giugno 2013 - In ciascun seggio, 10 poliziotti armati. Più frotte di agenti Digos in borghese, venuti a dare man forte. Si è votato ad alta tensione, dopo le minacce di camorra che qualcuno tenta di minimizzare spiegando che in fondo «la partecipazione è stata bassa ovunque».
Nessuno, però, potrà smentire che l’astensionismo registrato nelle urne al rione Salicelle di Afragola per il voto di ballottaggio sul nuovo sindaco non sia stato condizionato dal diktat imposto dal clan che qui è dominante e che ha esortato i 9 mila abitanti a restarsene a casa.  

MINACCE SUI MURI. «Incendiamo le vostre auto! Non si vota». Oppure, scritto in grande sui muri del quartiere che da molti è definito «l’altra Scampìa»: «Attenti a quello che fate, altrimenti auto bruciate».
Segnali inequivocabili, utili a ribadire che agli ordini del boss si ubbidisce e basta. Adesso, forse, diranno che «si è votato poco ovunque». Per consolarsi. Per ingoiare la paura. E far finta di essere sani. Ma qui, dove il sindaco Luigi Nespoli è agli arresti domiciliari per bancarotta e ha potuto votare solo grazie al permesso dei carabinieri, i guaglioni del clan adesso girano a testa ancora più alta, il petto in fuori e le pistole in vista fra i viali sgraziati, dove non spunta mai un fiore. Salicelle è il rione delle strade senza nome. Ma super-sorvegliate.
VEDETTE AGLI INGRESSI. Chi sei, che vuoi, dove vai, quanto tempo stai? E di chi sei amico? Agli ingressi, le vedette lavorano in coppia ferme sulla moto. È come alla dogana: niente da dichiarare? I guaglioni si atteggiano a educati. Vestiti puliti. Niente dialetto, né parolacce. Seguono per un po’, discreti. Poi mollano.
I primi a fuggire sono stati i preti: «Caro vescovo, chiedo trasferimento». Poi è scappato lo Stato: il C9, l’autobus che qui faceva capolinea, ora passa, fa salire e riparte. Un autista ricorda: «Coltelli, lamette, siringhe sporche: era troppo pericoloso».
NIENTE COMMISSARIATO. La sede di pretura non ha mai aperto. I vigili urbani sono fantasmi, minacciati e stanchi. Lo Stato, se si intravede, fa promesse da marinaio: il mercato, il teatro, il pronto soccorso, l’ufficio postale. Lavori appena abbozzati, poi lasciati in pasto ai vandali che ne hanno fatto razzìa. La sede del commissariato di polizia, attesa da anni, non è ancora in funzione. Il bar è chiuso. Si intravedono solo i carabinieri (15 in tutto) e la chiesa con il suo grappolo di volontari. C’era una palestra di karate. È stata incendiata. C’era un servizio navetta gratuito per i bambini degli asili. È stato soppresso.
Il 29 settembre 2011, la guerriglia divampò per una intera notte fra i viali del rione: da una parte i poliziotti anti-sommossa, chiamati a proteggere lo sgombero delle abitazioni occupate dagli abusivi. Dall’altra, un esercito di 400 residenti (donne e bambini compresi) che si opponeva a sassate e lanciando sedie, divani, frigoriferi e water dalle finestre. Ci furono arresti, feriti, telecamere, interrogazioni parlamentari, sdegno unanime.

Il quartiere è «come una discarica in cui la camorra arraffa quel che le serve»


Due anni dopo, nessuno di quegli sgomberi è stato effettuato. È il rione delle mamme-bambine: a Salicelle si sfornano figli a raffica, da immolare alle voglie del clan. Le comari giurano che qui vive perfino una nonna di 26 anni. E che ogni femmina partorisce almeno quattro creature.
ABISSI DI ORRORE. Rosa Iazzetta, 32 anni, è stata arrestata perché costringeva a prostituirsi nel sottoscala le sue due figliole di otto e 10 anni. Il compenso era una banconota da cinque euro. Una strega cattiva, che truccava le creature come Lolite e prendeva gli appuntamenti per telefono. Una mamma carnefice. Abissi di orrore.
Altro che Scampìa: al confronto, le Vele sanno di asilo nido. Ciro, 12 anni, in un tema ha scritto di avere tre padri, quattro nonni e 12 fratelli. Assunta, 14 anni, fa la terza media ed è al quarto mese di gravidanza.
EVASIONE SCOLASTICA. Al Salicelle, l’evasione scolastica è da brividi: a scuola vanno solo i bambini che la camorra scarta e non ritiene ancora adatti all’affiliazione. Don Ciro Nazzaro, 58 anni, il parroco della chiesa di san Michele, è tra i pochi a non mollare ma si ritrova costretto a ricordare ai genitori di non violentare i propri figli: «Smettetela. L’incesto è un peccato assai grave», avverte dal pulpito.
Eppure, in confessione incrocia spesso ragazzine che rassegnate gli sussurrano: «Don Ciro assolvetemi: è stato papà, ma meglio lui che qualcun altro. Almeno lui so chi è».
All’ingresso della scuola media Europa unita hanno smantellato un cartello che ammoniva: «Qui è vietato sputare in faccia ai professori». I prof sono eroi, la preside pure. I più fragili si arrendono come i preti: «Provveditore, chiedo trasferimento».
IL GOVERNO DEI BOSS. C’è chi fa finta di niente. E rileva infastidito: «Ci descrivete sempre male, ma da noi nessuno spaccia droga e non si fanno rapine. L’auto può essere lasciata con le portiere spalancate: non sarà mai rubata». Giusto. Vero. «Però», osserva chi conosce il rione, «questo di Salicelle è un ordine fasullo, malsano, malandrino: è imposto e governato dal boss, è una convenienza di business. Nessuno qui commette reati perché il clan ha bisogno di quiete per organizzare i raid ed espandere ovunque il malaffare».
Il rione è base di lancio, è blocco di partenza, è piattaforma per rapine, racket, omicidi. Salicelle è tana, covo, rifugio senza rimorsi. I ragazzi che vogliono salvarsi fuggono via, come i prof e i preti. Vanno in Emilia Romagna, a fare i muratori.
VOTO DI SCAMBIO. Alcuni nei week end tornano a casa, incrociano i compari di sempre e vanno a festeggiare a suon di assalti, rapine, aggressioni. Perché è partito l’ordine di non votare al ballottaggio per il sindaco? «Perché», racconta chi conosce il quartiere, «ai capibastone che comprano i voti a 5 euro l’uno (e a 50 euro, negli ultimi giorni) stavolta non sono stati distribuiti i soldi. Il Salicelle significa un bacino di 3 mila voti, è ago della bilancia nelle elezioni ad Afragola. Qui il voto di scambio non può fermarsi. Perciò il clan, imbestialito, ha scritto le minacce sui muri».
Il quartiere è giovane e dannato: è spuntato dalle ceneri del sisma 1980. La media d’età delle 2500 famiglie residenti è di 28-30 anni. Ma ci sono famiglie con genitori appena 17enni. «Il crimine peggiore», osserva la preside Giovanna Mingione, «è che ai bambini di Salicelle nessuno ha mai raccontato una favola per metterli a letto».
Racconta Emanuele Rizzo, ambulante: «È come una discarica in cui la camorra arraffa quel che le serve: connivenze, silenzi, manovalanza a prezzo zero. È un ufficio di collocamento, ma senza regole né graduatorie. Insomma, è un’emergenza nazionale, ma non se ne accorge nessuno».

Enzo Ciaccio

ITALIA - Partecipazione e rinascita dei partiti: solo così si riparte


Monti ha portato l'Italia fuori dal baratro. Ma non ha creato sviluppo per mancanza di dialogo con la società.

di Fabrizio Barca

Lunedì 10 aprile - Due mila e 500 chilometri in 60 ore. Novara, Vercelli, Trani, Bari, Maglie, Martina Franca: sono le tappe dell’ultimo fine settimana dedicato a questo mio strano giro per l’Italia dello «sperimentalismo democratico» (che ci prova o vorrebbe provarci, anche se altra è la cultura dominante).
L'IMPORTANZA DELLA PARTECIPAZIONE. Rientrando a Roma, l'altra sera, ho visto che una mia dichiarazione in merito al governo Monti di cui ho fatto parte rimbalzava sui media: «Non abbiamo risolto i problemi del Paese. La produzione di beni pubblici richiede il coinvolgimento di migliaia di persone. Con la partecipazione si fanno cose che altrimenti non si potrebbero fare».
In effetti, in ognuno dei luoghi visitati in queste settimane, abbiamo discusso di come l’efficacia dell’amministrazione richieda il coinvolgimento motivato e monitorato tanto dei produttori pubblici quanto dei beneficiari: dall’istruzione a un’alta velocità che sia davvero utile a tutti, dalla salute alla manutenzione del patrimonio culturale, è solo estraendo e aggregando le conoscenze diffuse che si realizzano buoni interventi pubblici. È proprio quello che non si riesce a fare in Italia da oltre 20 anni. Ed è la ragione per cui il Paese è bloccato.
I LIMITI DEL GOVERNO MONTI. Questo limite ha riguardato anche il governo di cui ho fatto parte e di questo scrivo nel documento Un partito nuovo per il buon governo sottolineando «la grande difficoltà del governo di impegno nazionale costituito nel novembre 2011, che pure ha sottratto il Paese all’emergenza finanziaria, a disegnare e attuare provvedimenti che aprissero una prospettiva di sviluppo, soprattutto per la carenza di dialogo con la società, essendo rarefatta l’intermediazione dei partiti».
Proprio l’altra sera, in Puglia, dicevo che un giorno, lontano da questi anni difficili, proverò a raccontare a mio nipote di come il governo Monti, nei primi sei mesi di vita, sia riuscito a salvare l’Italia dal baratro (anche se in molti se ne sono già dimenticati).
LA RINASCITA DEI PARTITI. Quel giorno proverò a spiegargli anche perché abbiamo potuto far questo e come, invece, non esistessero le condizioni perché potessimo rilanciare lo sviluppo. Fra queste condizioni, teniamolo bene a mente, spicca la rinascita dei partiti come strumento flessibile della società.

domenica 9 giugno 2013

ITALIA - Pensioni d'oro: Corte costituzionale no a tasse su quelle dei ricchi


Vietato tassare i ricchi. Dopo lo stop sugli stipendi superiori a 90 mila euro, arriva il no ai prelievi di natura fiscale che tocchino i soli pensionati, quand'anche titolari di pensioni d'oro. Lo ha stabilito la Consulta, giudicando incostituzionale un comma del decreto legge 98 del 2011. La norma censurata disponeva un contributo perequativo per le pensioni oltre 90 mila euro lordi. Contributo che la Corte Costituzionale considera di natura tributaria e in cui ravvisa "un intervento impositivo irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini". Una decisione che potrebbe provocare qualche grattacapo al ministro del Lavoro, Enrico Giovannini. Il responsabile del Welfare nei giorni scorsi aveva infatti annunciato che i futuri provvedimenti sull'occupazione sarebbero stati finanziati anche tassando le pensioni d'oro.

A sollevare la questione di legittimità costituzionale di fronte alla Consulta è stata la Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Campania, a seguito del ricorso di un magistrato presidente della Corte dei conti in quiescenza dal 21 dicembre 2007 e titolare di pensione superiore a 90mila euro: nel mirino, il comma 22.bis dell'art.18 del decreto-legge 98 emanato il 6 luglio 2011, contenente disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria.

La norma censurata disponeva che, dal primo agosto 2011 fino al 31 dicembre 2014, i trattamenti pensionistici corrisposti da enti gestori di forme di previdenza obbligatorie, i cui importi superassero 90 mila euro lordi annui, fossero assoggettati a un contributo di perequazione del 5% della parte eccedente l'importo fino a 150 mila euro; pari al 10% per la parte eccedente 15 0mila euro; e al 15% per la parte eccedente 200mila euro.

La Consulta ha giudicato questa norma in contrasto con gli articoli 3 e 53 della Costituzione, rispettivamente sul principio di uguaglianza e sul sistema tributario. "Al fine di reperire risorse per la stabilizzazione finanziaria - si legge nella sentenza della Corte Costituzionale n. 116 depositata oggi, relatore il giudice Giuseppe Tesauro - il legislatore ha imposto ai soli titolari di trattamenti pensionistici, per la medesima finalità, l'ulteriore speciale prelievo tributario oggetto di censura, attraverso una ingiustificata limitazione della platea dei soggetti passivi".

In sostanza la Corte Costituzionale ha bocciato le modalità di applicazione del contributo di solidarietà a carico delle pensioni più alte, perché discrimina una sola categoria - i pensionati - rispetto agli altri titolari di reddito: "L'intervento - si legge in sentenza - riguarda, infatti, i soli pensionati, senza garantire il rispetto dei principi fondamentali di uguaglianza a parità di reddito, attraverso una irragionevole limitazione della platea dei soggetti passivi".

C'è quindi un contrasto con il principio della "universalità dell'imposizione" e si determina una "disparità di trattamento" non tanto "fra dipendenti o fra dipendenti e pensionati o fra pensionati e lavoratori autonomi o imprenditori, quanto piuttosto fra cittadini". I redditi derivanti dai trattamenti pensionistici - specifica ancora la Corte - non hanno natura diversa e inferiore rispetto agli altri redditi. Nella sentenza la Corte specifica che la disposizione giudicata illegittima "trova applicazione, in relazione alle erogazioni di trattamenti pensionistici obbligatori, sia in favore del personale del pubblico impiego, sia in relazione a tutti gli altri trattamenti corrisposti da enti gestori di forme di previdenza obbligatori".

"I RICCHI NON PAGANO MAI" "La sentenza della corte costituzionale sul contributo di solidarietà per le pensioni più alte, "che riprende lo spirito e la lettera di quella sull'analogo contributo per gli stipendi degli alti dirigenti pubblici, non sorprende ma svela molto del pressapochismo e della superficialità con cui si è legiferato negli ultimi anni". Lo afferma il segretario confederale della Cgil, Vera Lamonica.

"La giusta esigenza - sottolinea lamonica in una nota - di chiedere qualcosa ai redditi più alti ha invece prodotto la situazione paradossale per cui a chi più ha dovrebbe essere perfino restituito, mentre ai più deboli si è fatto pagare l'unico vero salato conto delle cosiddette riforme. Alla fine - sostiene - c'è sempre un'unica categoria che deve pagare: i lavoratori e i pensionati a reddito più basso, cui è stata peraltro bloccata la rivalutazione, mentre stipendi e pensioni d'oro permangono intoccati".

"Per cambiare strada - conclude la sindacalista - bisogna ripartire da un'ineliminabile esigenza di equità e giustizia sociale, da come in un paese che affonda nella crisi si fanno pagare i grandi patrimoni e i grandi redditi, e di come si costruisce un meccanismo credibile che impedisca, ad esempio, di avere pensioni e cumuli di stipendi sproporzionati".

UE - COMMISSIONE EUROPEA: Chi ascolta ancora Bruxelles?


Da anni la Commissione moltiplica le raccomandazioni agli Stati membri sulle riforme economiche da realizzare. Ma le capitali europee obbediscono più volentieri alle pressioni dei mercati o alle clausole dei piani di salvataggio. Così facendo minano la credibilità e l’autorità dell’esecutivo europeo.

Claudi Pérez 5 giugno 2013 EL PAIS Madrid

Capire di cosa ha bisogno l’Europa è relativamente semplice: un’abbondante dose di riforme per i paesi periferici e piani di rilancio a Bruxelles, Berlino e ovunque è possibile, un’unione bancaria reale e una Bce che funzioni come ultima risorsa.

Le istituzioni europee hanno fatto un passo in questa direzione, ma per quanto riguarda le riforme la situazione è abbastanza complicata: la Commissione ha appena invitato la Francia a riformare il sistema pensionistico, i Paesi Bassi a porre fine alla bolla immobiliare, la Germania a sostenere la sua azione, il Belgio a ridurre le spese, la Slovenia a soccorrere le sue banche e la Spagna a continuare a fare tutto ciò contemporaneamente, districandosi come un acrobata che fa volteggiare i piatti sulle bacchette.

Tutto questo ha perfettamente senso, ma c’è un piccolo problema: quasi nessuno è disposto a seguire i consigli di Bruxelles. Sono anni che la Commissione chiede le stesse cose, ma nessuno muove un dito a meno di non essere minacciato dai mercati o costretto a rispettare le condizioni di un piano di salvataggio.

E così nei cassetti della Commissione si accumulano, anno dopo anno, raccomandazioni tutte uguali e regolarmente ignorate. I paesi europei non prestano alcuna attenzione ai consigli di Bruxelles nonostante un sistema di regole e sanzioni che oggi è più solido che mai. La realtà è che le capitali sanno benissimo che alla fine dei conti le decisioni vengono prese dal Consiglio europeo, e dunque dagli Stati membri.

Inoltre nella pratica le riforme sono ostacolate da seri problemi di natura politica, soprattutto legati alla disoccupazione, alla recessione e a un malessere generale che continua a crescere in tutto il Vecchio continente.

“Bruxelles ha un problema di credibilità a causa del suo passato remoto, dato che Berlino e Parigi hanno infranto le condizioni del patto di stabilità, e soprattutto del suo passato recente: le sue soluzioni si sono rivelate disastrose; la sua ossessione per il deficit ha impedito a Bruxelles di rendersi conto che il vero problema era la competitività; mentre l’eccesso di austerity ha sprofondato l’eurozona nella recessione.

In questo senso è facile comprendere la reticenza delle capitali europee a mettere in atto le riforme, soprattutto quando la disaffezione generale viene rafforzata dalla recessione autoinflitta”, sottolinea una fonte anonima vicina al governo francese.

Le ricette proposte dalla squadra [del presidente della Commissione José Manuel] Barroso vengono applicate soltanto sotto la pressione dei mercati o quando è in atto un piano di salvataggio. Bruxelles lancia un messaggio ambiguo: più riforme e meno austerity. Per la Commissione questa soluzione favorisce la flessibilità in politica economica, ma per i suoi detrattori facilita il lassismo.

Bruxelles infatti concede più margine di manovra ai paesi che hanno ridotto le spese, ma anche a quelli che continuano a sperperare il denaro pubblico, e in entrambi i casi il prezzo da pagare sono riforme difficili da attuare e una ripresa complicata.

I Paesi Bassi hanno rinviato le riforme con la scusa di un patto sociale per non aggravare la recessione. Il presidente francese François Hollande ha fatto sapere che non intende accettare i consigli di Bruxelles. In Germania, in vista delle elezioni, nessun partito ha scelto di includere nel proprio programma le raccomandazioni della Commissione.

Libera interpretazione


Se esaminiamo le raccomandazioni degli anni passati emerge chiaramente che sono state seguite soltanto in pochi casi, fatta eccezione per i paesi che hanno beneficiato di un piano di salvataggio o hanno subìto le pressioni dei mercati. La Francia ha realizzato appena una riforma del lavoro e soltanto dopo aver trovato un accordo con le parti sociali, mentre le altre riforme consigliate non sono mai partite.

Italia e Spagna hanno cominciato a ridurre il budget soltanto dopo l’ultimatum della Bce e ancora oggi proseguono a malincuore. Berlusconi ha fatto marcia indietro e Rajoy ha realizzato appena quattro delle sette riforme promesse. A questo punto è difficile che le cose cambino in futuro: “i paesi interpreteranno le raccomandazioni come meglio credono”, riassume Mujtaba Rahman, del gruppo Eurasia.

È vero che in passato la Germania ha portato avanti le riforme dopo la riunificazione, ma il prezzo da pagare è stato il patto di stabilità e l’erosione della credibilità di Bruxelles. Da allora la Commissione tenta di mettersi al riparo: “Bruxelles ha stabilito regole più severe, ma ancora nessuno può dire se questo sistema funziona. Ed è proprio questo il problema, i paesi danno sempre la colpa a Bruxelles”, sottolinea una fonte europea.

Per Bruxelles il tempo stringe: il mandato di questa Commissione è giunto quasi al termine (a un anno dalle elezioni europee) e i suoi rapporti con Parigi e Berlino non sono dei migliori. Francia e Germania non hanno risparmiato le critiche nei confronti di Bruxelles. E tra l’altro, appena qualche ora dopo le raccomandazioni della Commissione europea, i due paesi hanno presentato al mondo la loro idea sul futuro dell’Europa. L’asse franco-tedesco torna alla ribalta. (Traduzione di Andrea Sparacino)

“I grandi paesi europei resistono ai diktat di Bruxelles”

3 giugno 2013 El País

I principali paesi dell’eurozona ignorano le raccomandazioni di Bruxelles, mentre Francia e Germania si oppongono apertamente alla Commissione, nota El País.

"La crisi sta erodendo l'influenza della squadra [del presidente della Commissione José Manuel] Durão Barroso”, sottolinea il quotidiano aggiungendo che “la Commissione europea, impegnata in un braccio di ferro con la Germania, attraversa una crisi di credibilità”.

Nonostante i poteri dell’esecutivo europeo siano stati rafforzati negli ultimi anni, le raccomandazioni di Bruxelles e i provvedimenti richiesti ai paesi europei sono stati rispettati soltanto “quando lo hanno chiesto anche i mercati o nell’ambito di un programma di salvataggio”, ricorda El País.

mercoledì 5 giugno 2013

ITALIA - Sanità/ Ticket troppo cari, in oltre 12mln 'fuggiti' nel privato


Rbm Salute-Censis: Per 50% italiani è una tassa iniqua


Roma, 4 giu. - Negli anni della crisi 12,2 milioni di italiani per curarsi hanno aumentato il ricorso alla sanità a pagamento (dalle prestazioni private all'intramoenia) a causa soprattutto della lunghezza delle liste d'attesa (61,6%) e per la convinzione che se paghi vieni trattato meglio (18%). La fuga nel privato riguarda soprattutto l'odontoiatria (90%), le visite ginecologiche (57%) e le prestazioni di riabilitazione (36%). Ma il 69% delle persone che hanno effettuato prestazioni sanitarie private reputa alto il prezzo pagato e il 73% ritiene elevato il costo dell'intramoenia. E' quanto emerge dalla ricerca di Rbm Salute-Censis 'Scenari evolutivi per il welfare integrativo' presentata oggi in occasione del Terzo Welfare Day.

Secondo il dossier il ticket sanitario è la tassa più odiata dagli italiani: per il 50% è una tassa iniqua, il 19,5% pensa che sia inutile e il 30% lo considera invece necessario per limitare l'acquisto di farmaci. Il 56% dei cittadini ritiene troppo alto il ticket pagato su alcune prestazioni sanitarie, mentre il 41% lo reputa giusto. Si lamentano di dover pagare ticket elevati soprattutto per le visite ortopediche (53%), l'ecografia dell'addome (52%), le visite ginecologiche (49%) e la colonscopia (45%).

Molto diffusa è la percezione di una copertura pubblica sempre più ristretta: il 41% degli italiani dichiara che la sanità pubblica copre solo le prestazioni essenziali e tutto il resto bisogna pagarselo da soli, per il 14% la copertura pubblica è insufficiente per sé e la propria famiglia, mentre il 45% ritiene adeguata la copertura per le prestazioni di cui ha bisogno.

sabato 1 giugno 2013

GERMANIA - I veri complici dell’Nsu


Il processo a Beate Zschäpe, unica superstite del gruppo neonazista, monopolizza l'attenzione dei tedeschi. Ma il principale imputato dovrebbe essere il pregiudizio che ha coperto gli assassini.

Thomas Schmid maggio 2013 DIE WELT Berlino


Il processo iniziato a Monaco il 6 maggio e subito sospeso su richiesta della difesa non è il processo all’Nsu, il gruppo Nationalsozialistischer Untergrund. Non più di quanto il processo di Norimberga del 1945-46 o il processo di Auschwitz a Francoforte dal 1963 al 1965 furono processi al nazismo, e non più di quanto il processo di Stammheim (1975-77) fu un processo alla Raf.

Ogni volta, infatti, si è trattato – e così pure è ancora oggi – di giudicare i singoli accusati, nazisti e terroristi di destra e di sinistra. Quello di Monaco sarà dunque il processo a Beate Zschäpe e altri neonazisti. Niente di più, niente di meno. Un tribunale ha le competenze e il dovere di determinare le responsabilità individuali e di punire i colpevoli. Non è autorizzato a esprimere giudizi su un’epoca o un’ideologia, né sul radicamento di quest’ultima tra la popolazione.

Tutto ciò potrà deludere qualcuno. Infatti gli imputati sono individui insoddisfatti, scombussolati, cocciuti. Non sono sconcertanti o mostruosi, ma meschini. Se li si guarda dritto negli occhi, non vi si vede il male o i loro moventi.

È per questo motivo che il clamore destato dal processo di Monaco ben prima del suo inizio era un po’ esagerato. Questo processo, infatti, sembra già superfluo, e non permetterà di far luce su ciò che almeno una parte dell’opinione pubblica pare attendere con impazienza. Esso attribuisce in modo quasi inevitabile all’accusato principale una personalità interessante ed enigmatica che palesemente non ha – da quel che si sa e malgrado il suo silenzio. Ancora una volta, il male è solo banale. Ma ci si rifiuta di accettarlo.

È così che l’opinione pubblica, per quanto sia attenta, rischia di non vedere il vero scandalo: il numero di anni occorsi per capire e spiegare gli omicidi dell’Nsu, quando la loro motivazione era chiara ed evidente, come è facile dedurre ora a posteriori.

Dal 2000 al 2006 la Germania è stata tempestata di omicidi. Tante persone sono state assassinate per il solo fatto di essere di origini straniere o ex immigrati. Le motivazioni razziste di questi omicidi oggi saltano agli occhi. Oggi sappiamo ciò che avrebbe dovuto essere chiaro dopo il secondo omicidio, al più tardi dopo il terzo. Oggi sappiamo in quale direzione orientare le indagini: verso gli ambienti dell’estrema destra.

Invece i servizi incaricati delle indagini si sono ostinatamente attardati su un’altra pista. Certo, avevano trovato un collegamento tra i nove omicidi in questione, ma tale collegamento aveva gettato discredito sulle vittime, senza alcuna giustificazione, e li aveva addirittura paragonati a delinquenti. Se sono tutti stranieri o di origini straniere – si è ipotizzato – ci sono forti probabilità che si tratti di criminali.

Ancora una volta, quindi, il fatto che si trattasse invece di un’azione di ostracismo delirante salta agli occhi soltanto a posteriori: le vittime sono state considerate su un piano distinto rispetto ai tedeschi di origine tedesca che, loro sì, sono ben integrati e non bazzicano con i criminali. Il fatto che sette delle nove persone assassinate fossero imprenditori non è stato interpretato come il segno tangibile della riuscita di quegli immigrati che avevano avuto il coraggio di mettersi in gioco, ma soltanto come un indizio che si trattasse necessariamente di affari loschi e che tutti fossero vittime di regolamenti di conti all’interno della comunità turca.

Omicidi kebab


I neologismi inventati per quegli avvenimenti – "Döner-Morde", letteralmente “omicidi kebab”, o "commissione ‘Bosforo’” per indicare la commissione d’inchiesta incaricata – parlano da soli, con le loro allusioni offensive e diffamanti. Questa ignoranza della realtà, i fallimenti delle indagini, la stravagante scomparsa dei documenti e lo smacco dell’Ufficio per la protezione della costituzione, specialmente in Turingia, purtroppo hanno permesso alla serie di omicidi di proseguire.

Il presidente del tribunale di Monaco ha la sua parte di responsabilità nel discredito della giustizia tedesca. Non ha afferrato la mano che gli aveva teso la corte costituzionale proponendo di autorizzare tre posti in più nell’aula delle udienze per i giornalisti turchi. E cercando di tenere ancora una volta alla larga i giornalisti esperti di questioni giudiziarie, ha dimostrato di non aver capito l’importanza di questo processo. Una volta di troppo.

Nessun altro paese al mondo si è dovuto confrontare in modo così sistematico e spontaneo con il suo pesante passato criminale. Lo si deve a funzionari instancabili, per esempio l’ex procuratore generale Fritz Bauer, un ebreo tornato a vivere in Germania, senza il quale il processo di Auschwitz a Francoforte non avrebbe avuto luogo. Il merito di tutto ciò va anche a un’opinione pubblica che ha il coraggio di dialogare e che, anche se in ritardo, ha fatto del nazismo un passato che non può e non deve essere tenuto nascosto.

Tuttavia, questa consapevolezza del passato, questa autocritica, non hanno evitato che la giustizia e i media conservassero per anni i loro pregiudizi, e che si trascurasse l’evidenza dei fatti su questi omicidi. Non è mai facile coniugare al presente le lezioni del passato. (Traduzione di Anna Bissanti)

Ritratto

Beate Zschäpe, la terrorista della porta accanto

Beate Zschäpe non è solo una dei fondatori dell'Nsu, ma anche il volto del gruppo terrorista, scrive Der Spiegel. Zschäpe è imputata di diversi crimini commessi tra il 2000 e il 2007, tra cui nove omicidi di immigrati (otto turchi e un greco), l'omicidio di una poliziotta e un attentato dinamitardo a Colonia.

Zschäpe è nata a Jena nel 1975 da madre tedesca e padre romeno, ed è stata cresciuta dalla nonna dopo essere stata abbandonata dai genitori. Secondo lei la sua vera famiglia era composta da Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt, i suoi due complici. "Ha avuto rapporti sentimentali con entrambi, per poi condurre una vita criminale e clandestina", spiega la rivista.

Negli anni novanta il trio è entrato a far parte di Thuringer Heimatschutz (Difesa della patria turingia), la più grande organizzazione neonazista dello stato. Oltre a imbrattare i monumenti alle vittime del nazismo, i tre avevano affittato un garage per fabbricare esplosivi. Il ruolo di Zschäpe era mantenere un'apparenza di normalità, scrive Der Spiegel:

Curava la copertura del gruppo, recitando la parte di amabile vicina, amica leale e coinquilina corretta. Con il suo carattere aperto ed ematico ispirava fiducia. Era come se avesse un infinito desiderio di normalità nella sua vita clandestina.

UE - La Germania accusa l’Italia di mandare i clandestini a nord


29 maggio 2013 Linkiesta  - “L’Italia paga gli immigrati per andare in Germania”, titola Linkiesta citando le accuse dell’ufficio immigrazione di Amburgo. Le autorità cittadine sostengono di aver arrestato circa 300 immigrati africani in possesso di permessi di soggiorno scaduti emanati in Italia, e chiedono che siano rispediti indietro.

Secondo gli immigrati i funzionari italiani li avrebbero esplicitamente invitati a fare rotta verso la Germania, destinazione prediletta per la maggior parte degli immigrati che entrano nel territorio dell’Ue attraverso i paesi del Mediterraneo. Gli immigrati raccontano che le autorità italiane hanno addirittura pagato una somma fino a 500 euro per convincerli a lasciare il paese.

Secondo il sito d’informazioni le autorità italiane hanno ammesso la loro responsabilità e si sono dette pronte ad accogliere nuovamente gli immigrati. La maggior parte di loro sono stati ammessi con lo status di rifugiati perché erano in fuga dalla guerra civile in Libia del 2011 e dai successivi attacchi xenofobi dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Il problema è che in gran parte si tratta di cittadini di paesi considerati democratici come il Ghana, il Togo e la Nigeria, e dunque non hanno diritto in Germania all’asilo concesso a chi fugge dalle violenze, scrive La Repubblica. La vicenda, che dipenderebbe dalla necessità di chiudere i centri di accoglienza temporanea in Italia, è stata scoperta diversi mesi fa, e riguarda un numero molto maggiore di immigrati entrati in Germania, scrive La Repubblica. Secondo il quotidiano

Adesso le elezioni politiche federali del 22 settembre si avvicinano, ed è magari malizioso ma facile immaginare che parlarne in pubblico serva.

PORTGALLO - Lisbona, la festa dei senza lavoro


Disoccupazione record. Salari da fame. Il Portogallo chiede aiuto all'Onu. E scende in piazza.

di Daniele Coltrinari

Quando le speranze sono finite, non resta che appellarsi alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Succede anche questo nel Portogallo piegato da cinque anni di recessione, sopraffatto dai debiti e in cui quasi un cittadino su quattro è senza lavoro.
I disoccupati in terra lusitana sono il 17% della popolazione: il record dai tempi della fine della dittatura, nel 1974. Allora ci si appellava alla Carta universale per chiedere libertà e democrazia, oggi s'invoca per chiedere dignità: quella che arriva dall’avere un impiego e un salario.
L'APPELLO ALLE NAZIONI UNITE. L’idea è del Movimento sem emprego, movimento senza lavoro, un gruppo spontaneo formatosi all'inizio del 2012 tra i molti che la crisi ha costretto ai margini della società. E che nelle associazioni già esistenti, sindacati in testa, non trovano rappresentanza.
I Sem emprego chiedono così che «vi sia un'effettiva attuazione dell'articolo 23 della Dichiarazione universale, cui il Portogallo è vincolato da trattati internazionali, che sancisce che ogni individuo abbia diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e una giusta protezione sociale contro la disoccupazione», spiega a Lettera43.it Bruno Cardiga, attivista dell’associazione, laureato, disoccupato da un anno e mezzo, con una figlia di quattro anni a carico.
IN PIAZZA PER IL PRIMO MAGGIO. Al governo di Lisbona vincolato a doppia mandata ai diktat europei - come il prestito da 78 miliardi di euro ricevuto a fine 2011 per evitare la bancarotta - la richiesta deve apparire come una follia.
Ma il Movimento sem emprego è diventato sempre più grande. E non è l'unico gruppo nato da giovani, precari e disoccupati in rivolta con un sistema che li esclude. Come testimonia la manifestazione indetta per il 1 maggio - festa internazionale del lavoro - dai Precários inflexíveis. Ovvero coloro che il lavoro non ce l’hanno. Né tanto meno hanno qualcosa da festeggiare.

La nuova generazione è schiacciata dalla crisi


Esclusione è la parola chiave della generazione lusitana affondata nella crisi. Cresce tra i giovani la rabbia nei confronti di chi detiene il potere o ha modo di influenzarlo. Ma anche verso chi ancora gode di qualche forma di protezione a loro negata.
A Lisbona, infatti, da anni il lavoro nero o atipico è l’unico biglietto da visita di una generazione di laureati, poliglotti e specializzati senza però possibilità di impiego alla luce del sole.
NESSUNA TUTELA DAI SINDACATI. «I sindacati si occupano solo dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. I diritti degli altri non contano», riassume per tutti Rui Martinho 36 anni, un master e un'esperienza come docente d'inglese prima che la crisi travolgesse persino il pubblico impiego, che dà lavoro al 12% della popolazione.
Martinho si è messo in proprio come libero professionista e oggi fa il traduttore per aziende internazionali. Ma la sua fiducia nella rappresentanza e nella politica si è frantumata.
IL SALARIO MINIMO È DI 485 EURO. Il suo percorso è comune a molti. La maggior parte dei laureati del Paese (il 15% dei giovani fino a 34 anni) può infatti ambire a poco di più che a un lavoro in un call center internazionale, pagato per 40 ore settimanali non più di 900 euro al mese.
«Ci salva solo il fatto che in Portogallo esiste un salario minimo di 485 euro, soglia sotto la quale non si può scendere per una retribuzione mensile, nel settore pubblico e privato», conclude Sérgio Raposo, 35 anni, laureato in geografia e impiegato otto ore al giorno a rispondere alle telefonate di clienti scocciati in arrivo dai Paesi più ricchi del Nord Europa che qui delocalizzano i propri servizi.

Per la disoccupazione servono almeno sei mesi di lavoro


Sopravvivere non è facile. Per ricevere dal governo il sussidio di disoccupazione bisogna aver lavorato almeno sei mesi in modo regolare, cosa che di questi tempi è quasi impossibile.
In base all’ultimo salario e alla durata dell’impiego cambia l’importo e la durata dell’aiuto statale: durante il primo anno di disoccupazione si riceve l’80% del vecchio stipendio, dopo un anno lo si percepisce decurtato del 10%, dopo altri sei mesi si scende di un altro 10%.
Per ottenere il sussidio, inoltre, bisogna dimostrare che si sta cercando attivamente una nuova occupazione e presentarsi ogni 15 giorni in un ufficio del Centro de emprego (il centro di impiego), un modo con cui Lisbona evita il lavoro in nero. Il risultato, spiegano i ragazzi, è che per prendere la disoccupazione si rischia di perdere ogni occasione di entrata.
L'UNICA SPERANZA È FUGGIRE. Non solo. Le cifre degli aiuti sono esigue.
«Prima ricevevo 485 euro al mese, ora 427 euro», racconta Ines Santos Adão, 24 anni, residente ad Almada, a qualche chilometro di distanza da Lisbona.
La sua conclusione, come quella della maggior parte dei lusitani, è una sola: andarsene. Magari verso l’Angola o il Brasile, antiche colonie diventate l'Eldorado per giovani laureati senza speranze.
LA COLONIZZAZIONE DELLA TROIKA. L’unica altra speranza è che s'invertano le politiche dell’Eurozona: «Dobbiamo cambiare politica economica, il Portogallo non può essere 'colonizzato' dalla Troika (Unione europea, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea, ndr, dice Arménio Carlos, segretario generale del Cgtp, il primo sindacato del Paese.
Il suo grido, però, si perde nella risacca del Tago che attraversa Lisbona. Nessuno crede infatti che sia davvero possibile. E qualcuno, in Portogallo, inizia a dubitare persino che neppure Carlos creda più alle sue parole.

ITALIA - L'attaccamento dei partiti al Porcellum


Odiata. Eppure mantenuta. Perché in fondo «fa comodo a molti». Il senatore leghista Calderoli spiega perché la «sua» legge elettorale avrà ancora lunga vita. E scongiura «maquillage» dell'ultimo minuto.

Sabato, 01 Giugno 2013 - Roberto Calderoli è passato alla storia come il padre del Porcellum, l'odiata legge elettorale definita dallo stesso creatore una «porcata». Tanto che il senatore della Lega nord è tra i primi a voler tornare al Mattarellum, così come proposto da una parte del Partito democratico, Sel e M5s con la mozione Giachetti.  

«LA LEGGE PIÙ ODIATA? IL MATTARELLUM». L’ex ministro ha spiegato che la sua legge «provoca una sorta di amore e odio» trasversale tra tutti i partiti. Ed è questo il motivo per cui è ancora in vita. Anzi, Calderoli è convinto che sia il Mattarellum il sistema più odiato, perché cancella di fatto la certezza dei listini bloccati.
Per questo nel futuro non vede molti cambiamenti in vista ed è sicuro che «per il momento il Porcellum sta tranquillo».

DOMANDA. Sembra la settimana decisiva per la legge elettorale...
RISPOSTA.
Quanto tempo è che lo sentiamo ripetere? A parole sono sempre tutti d’accordo.
D. Poi che succede?
R.
Non sanno che cosa fare, è tutto in forse.
D. Cioè?
R.
Nessuno ha le idee chiare. Cambiare la legge elettorale non è così semplice.
D. A che cosa si riferisce?
R.
Il Porcellum garantisce la governabilità alla Camera. Se si cambia la legge elettorale è probabile che ci sia instabilità in entrambi i rami del parlamento.
D. Che ne pensa della mozione per il ritorno al Mattarellum?
R.
Lo propongo da tre legislature. Sarebbe la soluzione più logica.
D. E non se ne fa niente?
R.
No, perché anche quel sistema è odiato dai partiti. In fondo il listino bloccato fa comodo a tanti. Poi sul Mattarellum si litiga per le liste civetta, lo scorporo…
D. Quindi sono tutti fan più o meno inconsapevoli del Porcellum?
R.
Sì, provoca una sorta di amore-odio ed è un sentimento trasversale. A parole vogliono farlo fuori poi resta sempre lì.
D. Come mai?
R.
I partiti sono incoerenti, altroché. Mai vista una legge così osteggiata che viene usata per tre elezioni.
D. Tanto possono sempre dare la colpa a lei.
R.
All’inizio mi arrabbiavo parecchio perché quella legge è stata votata dal parlamento, non solo da me. Poi ho capito che ogni iniziativa parlamentare deve avere una paternità e in quel caso me la sono assunta io.
D. Lei che cosa proporrebbe?
R.
Prima sarebbe bene fare le riforme istituzionali, modificare il Senato e tagliare il numero dei parlamentari. Poi si potrebbe mettere mano alla legge elettorale.
D. Così si posticipa ancora...
R.
Basta una settimana per fare approvare una nuova legge.
D. Ottimista.
R.
Bisognerebbe avere la volontà di farlo, cioè quello che manca nei fatti.
D. Qual è la sua previsione?
R.
Per il momento il Porcellum sta bello tranquillo.
D. Non sarà neanche modificato?
R.
Per carità! C’è bisogno di un cambiamento radicale. Un’operazione di maquillage peggiorerebbe solo la situazione.
D. E le modifiche al premio di maggioranza?
R. È il modo migliore per avere l’ingovernabilità anche alla Camera.
D. Si era parlato di una soglia al 40%.
R.
Troppo alta. Di un ritocchino del genere beneficerebbe solo Scelta civica.
D. Ma qual è il suo modello preferito?
R.
Ne ho numerosi. A novembre si era trovato un accordo Pd-Pdl per una modifica che avevamo chiamato «l’ascensore».
D. Cioè?
R.
Il premio di maggioranza sale progressivamente al crescere del risultato elettorale della lista che arriva prima.
D. Non se n’è fatto nulla?
R.
No, il Pdl ha fatto marcia indietro.
D. Altre proposte?
R.
Quella della preferenza flessibile per superare il listino bloccato.
D. Come funziona?
R.
I seggi vengono attribuiti in base alla percentuale di preferenze dei cittadini e solo il resto è assegnato con l’ordine di lista. Così si responsabilizza l’elettore.
D. Intanto gli elettori vi hanno punito alle ultime Amministrative.
R.
Avevamo preso una bella botta anche nel 2001 quando precipitammo al 3,9%. La politica ha dei cicli.
D. Si parla di crisi irreversibile.
R.
Le morti annunciate di solito portano bene. Torneremo a crescere.
D. Sicuro che sia solo una questione di tempo?
R.
Le Amministrative non sono andate bene ma abbiamo tempo per riprenderci.
D. Come?
R.
L’unico progetto politico vero al momento è quello della macroregione.
D. Ed è davvero percorribile?
R.
Di sicuro non in tre mesi, si tratta di un percorso più ambizioso. Con Maroni alla guida della Lombardia c’è la volontà di farlo.
D. Stare all’opposizione a Roma aiuta?
R.
Non quando il governo è formato dal 70% delle forze politiche. Per carità anche noi volevamo che ci fosse una maggioranza...

Marianna Venturini