Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


domenica 10 agosto 2014

Perchè gli ebrei sono cosi’ potenti e i musulmani cosi’ impotenti?


Concordo con l’interessante e lucida l’analisi (non di parte essendo l’autore musulmano) proposta dal direttore pakistano del Centro per la Ricerca e gli Studi sulla Sicurezza, creato nel 2007. L’autore è il Dr Farrukh Saleem, giornalista indipendente a Islamabad.

Ci sono solamente 14 milioni di ebrei nel mondo, di cui sette milioni negli Stati Uniti d’America, cinque milioni in Asia, due milioni in Europa e 100.000 in Africa. Per ogni ebreo nel mondo ci sono 100 musulmani. Ma  gli ebrei sono cento volte più potenti che tutti i musulmani riuniti. Vi siete mai chiesti perchè? Gesù è nato ebreo, Albert Einsten è lo scienziato più influente di tutti i tempi, e la rivista Time ha designato “persona del secolo” Sigmund Freud, padre della psicanalisi che era ebreo. Stesso discorso per Karl Marx, Samuelson Paul e Milton Fridman. Ecco altri ebrei, la cui produzione intellettuale  ha arricchito tutta l’umanità. Benjamin Rubin ha donato al mondo  l’ago da siringa per le vaccinazioni, Jonas Salk ha messo a punto il primo vaccino antipoliomelitico mentre Sabin ha sviluppato e migliorato lo stesso vaccino, Gertrude Elion ha creato una medicina contro la leucemia, Baruch Blumberg il vaccino contro l’epatite B, Paul Ehrlich ha scoperto un trattamento contro la sifilide, Elie Metchnikoff ha vinto un premio Nobel per la sua ricerca contro le  malattie infettive mentre Andrew Schally ha vinto un Nobel per l’endocrinologia. E poi ancora Gregory Pincus, che ha sviluppato la prima pillola contraccetiva, Aaron Bech che ha fondato la terapia Cognitiva e Willem Kolff  inventore della prima macchina per la dialisi renale. Nel corso degli ultimi 150 anni, gli ebrei hanno vinto 180 premi Nobel mentre soltanto 3 di questi premi sono stati vinti da musulmani. I più importanti magnati della finanza mondiale sono ebrei. Senza contare Ralph Lauren (Polo), Levi Strauss (Levi’s), Howard Schultz (Starbuck’s), Sergey Brin (Google), Michael Dell (Dell Computers), Larry Ellison (Oracle), Donna Karan (DKNY), Robbins Irv (Baskin & Roobings). Richard Levin, presidente dell’Università di Yale, era ebreo. Cosi’ come Henry Kissinger, al pari di Alan Greenspan (Presidente della Banca Federale sotto Regan, Bush, Clinton e Bush jr), Joseph Lieberman, senatore USA e Madeline Albright, anziana segretaria di Stato americana. Quale è stato il filantropo più generoso nella storia del mondo?  George Soros, un ebreo, che ha donato oltre 4 miliardi di dollari per l’aiuto nella ricerca scientifica e delle università; il secondo dopo Soros è Walter Annenberg, un altro ebreo, che ha costruito un centinaio di biblioteche donando circa 2 miliardi di dollari. Ai Giochi Olimpici, Mark Spitz stabilì un record assoluto vincendo sette medaglie d’oro mentre  Lenny Krayzelburd è medaglia d’oro olimpica a tre riprese. Spitz, Krayzelburg e Boris Beker sono ebrei. Sapete che Harrison Ford, George Burns, Tony Curtis, Charles Bronson, Sandra Bullok, Barbra Streisand, Billy Kristal, Woody Allen, Paul Newman, Peter Selles, Dustin Hoffman, Michael Douglas, Ben Kingsley, Kirk Douglas, William Shatner, Jerry Lewis e Peter Falk sono tutti ebrei?  Allora, perchè gli ebrei sono cosi’ potenti? Risposta: L’educazione. Washington è la capitale che conta e a Washington la lobby che conta è l’American Israel Public Affairs Commintee (AIPAC). William James Sidis, con un QI di 250 su 300 è il più brillante uomo che esista; indovinate a quale religione appartiene?  Allora, perchè gli ebrei sono così potenti? Risposta : L’educazionePerchè i musulmani sono così impotenti ? Si stima che vivano sul globo 1.476.233,470 di musulmani : un miliardo in Asia, 400 milioni in Africa, 44 milioni in Europa e sei milioni in America. Un quinto del genere umano è musulmano. Per ogni hindou ci sono due musulmani, per ogni buddista ci sono due musulmani, e per ogni ebreo ci sono cento musulmani.  Mai ci si è mai chiesto perchè i musulmani sono cosi’ impotenti?  Ecco perchè: ci sono 57 paesi membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), e in tutti gli stati  membri esistono 500 università: una università per tre milioni di musulmani.  Gli Stati Uniti hanno 5.758 università (1 per 57.000 americani). Nel 2004, la Shanghai Jiao Tong University ha comparato le performances delle università nel mondo e curiosamente, neanche una università di un paese islamico si trova nella top 500. Secondo i dati raccolti dal PNUD, l’alfabetizzazione nel mondo cristiano è pari al 90% e i 15 Stati a maggioranza cristiana raggiungono il 100%. Uno stato a maggioranza musulmana ha una media di alfabetizzazione intorno al 40% e non esiste un solo stato musulmano con un tasso di alfabetizzazione pari al 100%. Qualcosa come il 98% degli alfabetizzati nel mondo cristiano finisce le scuole primarie, mentre meno del 50% degli alfabetizzati nel mondo musulmano fanno la stessa cosa. Perchè i musulmani sono impotenti? Perchè noi non sappiamo produrre e applicare un sapere musulmano. I paesi a maggioranza musulmana hanno 230 scienziati per  un milione di musulmani. Negli Stati Uniti sono 4.000 scienziati per milione e in Giappone 5.000 per un milione d’abitanti. Nel mondo arabo, il numero totale dei ricercatori a tempo pieno è di 35.000 e ci sono solo 50 tecnici per un milione di arabi. Inoltre, il mondo arabo dispensa lo 0,2 per cento del suo PIL alla ricerca e allo sviluppo mentre in tutto il mondo cristiano si consacra all’incirca il 5% del PIL. Conclusione: il mondo musulmano non ha la capacità di produrre conoscenza. I quotidiani per 1.000 abitanti e il numero dei titoli di libri per milioni sono due indicatori per sapere se la conoscenza è diffusa in una società. In Pakistan, esistono 23 quotidiani per 1.000 pakistani mentre la stessa ratio è di 360 a Singapore. Nel Regno Unito, il numero di libri pubblicati per milioni di abitanti si eleva a 2.000 mentre si attesta a 20 in Egitto!. Conclusione: il mondo musulmano non si preoccupa di diffondere il sapere. Le esportazioni di prodotti di alta tecnologia del Pakistan si attesta all’1% del totale delle sue esportazioni. Dati tragici per l’Arabia Saudita, il Kuweit, il Marocco e l’Algeria (tutti a 0,3%) mentre Singapore è al 58%. Perchè dunque i musulmani sono impotenti? Perchè noi non siamo in grado di produrre conoscenza, diffondere il sapere e incapaci di trovare delle applicazioni alle nostre conoscenze E l’avvenire appartiene alle società del sapere. Fatto interessante, il PIL annuale di tutti i paesi dell’OCI è meno di 2 mila miliardi di dollari. L’America, da sola, produce beni e servizi per un valore di 12 mila miliardi di dollari, la Cina 8 miliardi di dollari, il Giappone oltre 3,8 miliardi e la Germania 2,4 miliardi di dollari (a parità di potere d’acquisto).  I paesi ricchi di petrolio come l’Arabia Saudita, il Kuwait e il Qatar collettivamente producono dei beni e servizi (con il petrolio in primis) per un valore di 500 miliardi di dollari, mentre la cattolica Spagna produce beni e servizi per un valore di oltre 1.000 miliardi di dollari, la Pologna (cattolica anch’essa) di 489 miliardi di dollari e la buddista Thailandia 545 miliardi di $. La parte musulmana del PIL, in percentuale al PIL mondiale, si è abbassata rapidamente. Allora, perchè i musulmani sono cosi’ impotenti? Risposta: la mancanza di educazione. Tutto quello che noi facciamo è pregare Dio tutta la giornata e biasimare tutto il mondo per i nostri fallimenti multipli.
Farrukh Saleem

ITALIA - Come cambia la Costituzione: le modifiche approvate dal Senato


Nel giorno delle dichiarazioni di voto finali (attualmente in corso a Palazzo Madama), facciamo il punto sulle modifiche alla Costituzione approvate nel corso degli ultimi 15 giorni. Non solo la riforma delle funzioni del Senato delle Autonomie: il DDL cambia circa 40 articoli della Carta costituzionale. Di seguito le principali novità.

SENATO, COMPOSIZIONE E FUNZIONI 

100 membri che non percepiranno indennità. 74 saranno scelti dai Consigli Regionali con metodo proporzionale fra i propri componenti. Ciascuna Regione, più il Consiglio delle Province autonome di Trento e Bolzano, eleggerà un senatore tra i sindaci dei rispettivi territori (21 in totale). La ripartizione dei seggi è in proporzione alla popolazione delle Regioni, "ma nessuna Regione potrà avere meno di due senatori". La durata del mandato "coincide" con quella dei rispettivi organi territoriali. I restanti 5 membri saranno scelti dal Presidente della Repubblica: non 'sostituiscono' i senatori a vita, i quali continueranno a percepire regolarmente l'indennità e che d'ora in poi saranno solo gli ex Presidenti della Repubblica, e resteranno in carica per 7 anni. I membri del nuovo Senato godranno dello 'scudo parlamentare': non potranno essere arrestati, intercettati e perquisiti senza previa autorizzazione di Palazzo Madama. 

Per quanto riguarda la funzione legislativa il Senato delle Autonomie non sarà in condizione di parità rispetto a Montecitorio: il governo avrà un rapporto di fiducia solo con la Camera dei Deputati, la quale avrà l'ultima parola sulle leggi di bilancio. Palazzo Madama farà parte dell'iter legislativo ordinario, ma solo esprimendo un parere 'non vincolante' per i deputati (che dovrà essere approvato entra 30 giorni). Il bicameralismo perfetto rimane in piedi solo per le leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali, leggi sui referendum popolari, ratifiche dei trattati internazionali, diritto di famiglia, matrimonio e diritto alla salute. Il Senato avrà facoltà di proporre disegni di legge (votati a maggioranza assoluta dei suoi membri) che la Camera dovrà valutare, senza obbligo di approvazione, entro sei mesi.

I NUOVI POTERI DEL GOVERNO

Vengono notevolmente ampliati i poteri del governo, che avrà facoltà di indicare a Montecitorio quali sono le leggi "essenziali per l'attuazione del programma di governo". La Camera dovrà pronunciarsi su queste leggi entro 60 giorni, scaduti i quali l'esecutivo potrà imporre la cosiddetta ghigliottina: l'immediata votazione del testo originale, senza modifiche. Per quanto riguarda i decreti legge, dovranno contenere  "misure di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo" (norma anti decreti-omnbius). 

L'ARTICOLO ANTI-PORCELLUM

Per evitare il ripetersi di una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta (come il Porcellum nel dicembre 2013), "le leggi che regolano l'elezione della Camera e del Senato possono essere sottoposte al giudizio preventivo di legittimità da parte della Corte costituzionale su richiesta di un terzo dei componenti di una Camera". La Consulta dovrà esprimersi entro 30 giorni. 

REFERENDUM E LEGGI DI INZIATIVA POPOLARE

Le firme necessarie per proporre un referendum abrogativo restano 500mila (quorum del 50% +1 degli aventi diritto). In caso di 800mila firme, il quorum sarà abbassato alla maggioranza dei votanti alle ultime elezioni (esempio: se alle ultime Politiche ha votato il 75%, il quorum per il referendum sarà del 37.5% + uno).

Introdotta la possibilità di indire un referendum propositivo e d'indirizzo. Per attuare questo articolo, bisognerà passare da una legge che dovrà essere approvata da entrambi i rami del Parlamento. 

Le firme per le leggi di iniziativa popolare passano da 50 a 150mila.

TITOLO V, COMPETENZE DEGLI ENTI LOCALI E RAPPORTI CON LO STATO

Vengono abolite le Province e il CNEL (Consiglio Nazionale Economia e Lavoro). Lo Stato può commissariare Regioni e altri enti locali che versano in situazione di dissesto, ma può anche delegare ulteriori competenze per le 15 Regioni a statuto ordinario se queste saranno "in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio" . Lo Stato esercita una cosiddetta "clausola di supremazia" verso le Regioni a tutela dell'unità della Repubblica e dell'interesse nazionale. Sono di competenze esclusiva dello Stato la politica estera, le politiche di immigrazione, rapporti con la Chiesa, difesa, moneta, sistema tributario, burocrazia, ordine pubblico, cittadinanza e stato civile, giustizia, diritti civili, salute, istruzione, previdenza, leggi elettorali locali, dogane, ambiente, beni culturali e paesaggistici, ordinamento delle professioni, energia, infrastrutture strategiche, porti e aeroporti.

Tetto agli stipendi dei governatori e consiglieri regionali (non superiore a quello percepito dai sindaci dei capoluogo di Regione). Stop a "rimborsi e trasferimenti monetari" per i gruppi politici che siedono nei consigli regionali, norma resa necessaria dopo la Rimborsopoli che ha coinvolto il 90% delle Regioni.

ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, DEL CSM E DEI MEMBRI DELLA CORTE COSTITUZIONALE

Il Presidente della Repubblica verrà eletto dai membri di Camera e Senato in seduta comune. La platea degli elettori non sarà più allargata ai tre delegati per ciascuna Regione e viene modificato il quorum. Per i primi tre scrutini sarà necessaria la maggioranza qualificata dei 2/3. Dal quinto all'ottavo scrutinio la maggioranza dei 3/5. Dal nono sarà sufficiente la maggioranza assoluta (50%+1).

Invariata la norma sull'elezione degli 8 membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura (Parlamento in seduta comune).

Modificata la norma sull'elezione dei cinque giudici costituzionali che spetta al Parlamento. Eliminata la seduta comune, tre saranno eletti dalla Camera dei Deputati, due dal Senato delle Autonomie.

DIPENDENTI CAMERE ED ENTRATA IN VIGORE DELLA RIFORMA

Viene istituito "ruolo unico" per il personale di Camera e Senato

Tutte le modifiche elencate "si applicano a decorrere dalla legislatura successiva allo scioglimento di entrambe le Camere". Ma è stato approvato un ordine del giorno, proposto dal leghista Roberto Calderoli, che impegna comunque il governo a far entrare in vigore l'intero impianto solo dopo il 18 novembre 2016 (alla scadenza dei 'mille giorni' indicati da Renzi per completare il suo 'programma di governo').

ISIS: chi può sconfiggere gli islamisti? il ruolo dei curdi in questo conflitto


Venerdi 8 agosto il pentagono ha iniziato una serie di attacchi aerei contro le roccaforti dell'ISIS utilizzando droni Predator e aerei F-18. Nel frattempo aiuti umanitari sono stati lanciati dall'aviazione americana per aiutare le decine di migliaia di sfollati iracheni diretti verso le montagne curde.

Prima dell'intervento militare degli Stati Uniti, l'avanzata dell'ISIS era ostacolata da due schieramenti: l'esercito iracheno e i guerriglieri curdi, o Peshmarga, termine che tradotto letteralmente significa: "coloro che affrontano la morte". Dal mese di giugno l'esercito iracheno ha subito una sconfitta dopo l'altra, dimostrando la totale incapacità del Governo locale di organizzare una valida difesa contro i miliziani dell'ISIS. Particolarmente scottante è stata la sconfitta della seconda divisione durante la campagna condotta dagli jihadisti per la conquista di Mosul e Tikrit. In quell'occasione i soldati iracheni abbandonarono queste città attraverso una rapida ritirata, senza neanche tentare di difenderle. Molti esperti puntarono il dito contro lo scarso addestramento, l'equipaggiamento obsoleto e in generale la cattiva allocazione delle risorse da parte di Baghdad.

Le milizie curde, invece, pur avendo sofferto numerose perdite a causa degli attacchi degli jihadisti, continuano a battersi con vigore contro i guerriglieri dell'ISIS. Perché, dunque, gli Stati Uniti hanno deciso solo adesso di fornire fuoco di copertura ai Peshmarga? Ciò dipende essenzialmente dalle pretese indipendentiste dei curdi. Il Kurdistan, infatti, è considerato a livello internazionale una nazione, in quanto abitato da una popolazione che presenta caratteristiche condivise quali la lingua, una storia comune, dei simboli di riferimento. La stragrande maggioranza della popolazione del Kurdistan, tuttavia, auspica la creazione di uno Stato indipendente per i circa 30 milioni di curdi che abitano in quest'area.

In questo contesto gli Stati Uniti hanno il timore che aiutando eccessivamente le milizie curde queste possano, una volta respinta la minaccia dell'ISIS, rivolgere le armi contro il governo di Baghdad, al fine di vedersi riconosciuta la propria indipendenza. Ciò che è interessante notare è che i curdi hanno stretto da tempo ottimi rapporti con gli Stati Uniti, verso i quali hanno maturato una certa riconoscenza da quando nel 1991 gli USA sono intervenuti contro Saddam e la sua politica di genocidio. Filo-occidentali e decisamente democratici, se comparati con altri governi presenti in Medio Oriente, i curdi rappresentano l'unica vera speranza contro la dominazione dell'Iraq da parte dell'ISIS. Il Primo ministro iracheno, al-Maliki, sembra essersi reso contro di questa situazione. Da diversi giorni, infatti, l'aviazione irachena sta fornendo fuoco di copertura ai Peshmaraga impegnati in battaglia contro gli jihadisti. 

Per quale motivo, dunque, gli Stati Uniti non forniscono maggior supporto ai guerriglieri curdi? Una risposta evidente è stata fornita dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, il quale ha negato ai curdi la fornitura di aiuti militari invitando i guerriglieri Peshmaraga ad agire congiuntamente all'esercito iracheno. Gli USA, in altre parole, stanno cercando di mantenere unito l'Iraq, sapendo che un'eventuale indipendenza del Kurdistan causerebbe una degenerazione della crisi irachena, trasformando questo Stato in una seconda Somalia. Allo scopo di realizzare questo obiettivo, Mr. Obama si è mosso anche sul fronte economico, introducendo sanzioni per quelle aziende che acquistano petrolio venduto esclusivamente dai curdi. 

La possibilità che i curdi decidano di approfittare di questo momento per ottenere l'indipendenza del Kurdistan non è remota. La Siria, infatti, è sconvolta da 3 anni di guerra civile, che la rendono un terreno ideale per una simile rivendicazione. 

I curdi turchi, nel frattempo, stanno negoziando con il Governo locale per il riconoscimento della propria indipendenza. In Iraq, come abbiamo visto, le regioni settentrionali sono controllate quasi totalmente dall'ISIS che condivide un confine di 600 km con i curdi. Solo l'Iran, dunque, rappresenta un serio ostacolo alla creazione di uno Stato curdo. A ciò bisogna aggiungere che non è la prima volta che nazionalisti curdi cercano di costituire uno Stato indipendente. Nel 1946 venne fondata la Repubblica del Kurdistan, che fu tuttavia conquistata dopo pochi mesi dall'esercito iraniano. Un famoso Peshmaraga, chiamato Mustafa Barzani, guidò una campagna militare nell'Iraq settentrionale tra il 1961 e il 1970 ma senza avere successo. Nel 1983 Massoud Barzani, figlio di Mustafa, guidò nuovamente i curdi nella loro guerra di indipendenza dall'Iraq. La risposta di Saddam fu il tragico genocidio di cui abbiamo già parlato. A partire dal 2003, cioè dopo la Seconda guerra del golfo, l'Iraq è stato organizzato come uno Stato federale, in cui il Kurdistan iracheno gode di autonomia politica, economica e militare.

Gli Stati Uniti, dunque, temono che il momento in cui i curdi dichiareranno la loro indipendenza si stia avvicinando. D'altra parte i Peshmaraga rappresentano l'unica speranza di salvezza contro l'ISIS. Qualora gli attacchi aerei condotti dagli USA non dovessero essere sufficienti, Obama dovrà decidere se aiutare militarmente le milizie curde, con tutti i rischi connessi, oppure supportare unicamente il governo iracheno, il che potrebbe determinare la realizzazione di uno scenario drammatico: la totale conquista dell'Iraq da parte dell'ISIS.

(Stefano Consiglio)

La boutique degli schiavi


Dai gamberetti ai mattoni: 30 milioni di schiavi i nel mondo, 150 miliardi di dollari di profitti illegali. L’economia globale si fonda sullo sfruttamento

Paolo Mirenda LEFT

Duecentomila lavoratori in fuga. L’economia della Thailandia messa in ginocchio dal più grande esodo di mano d’opera straniera che il Paese asiatico ricordi. Una massa di persone che preme alle frontiere con la Cambogia chiedendo di rientrare in patria per timore di essere arrestata o cacciata. Il regime militare di Bangkok che non vuole essere accusato di complicità in schiavitù. E l’inchiesta dell’autorevole quotidiano inglese The Guardian, che poche settimane fa ha pubblicato un dossier sulle condizioni dei pescatori che alimentano l’industria dei gamberetti thailandesi, prelibato cibo da aperitivi e cene eleganti. Dietro il piccolo crostaceo, l’incubo dei pescherecci dove i migranti del sudest asiatico sono trattati come schiavi. Fino a 20 ore di lavoro al giorno , buttati in mare se protestano o se muoiono per la fatica, la paga trattenuta fino alla fine del contratto che può durare anche due anni. A metà luglio il nuovo governo di Bangkok – partorito da un colpo di Stato il 22 maggio scorso- ha aperto un’indagine e annunciato di aver sguinzagliato i suoi ispettori per verificare se davvero è così che si fanno gli affari. Ma la risposta era talmente scontata che l’intero sistema è crollato. Le agenzie di collocamento illegale, i “reclutatori”, hanno chiuso velocemente i battenti. Dei 2,2 milioni di stranieri che lavorano in Thailandia ne sono rimasti poco più della metà e le aziende non riusciranno a rispettare le scadenze: «Ci mancano gli operai», dicono.

Gamberetti in catene

Dietro la crescita economica delle tigri asiatiche ci sono non meno di quindici milioni di schiavi: Cina, Vietnam, Cambogia, Myanmar, Corea del Sud, e poi ancora India, Nuova Zelanda. Paese per Paese la lista delle vessazioni, delle crudeltà, delle angherie riempie i dossier delle organizzazioni umanitarie. Ma le testimonianze dirette restano ancora poche, perché la paura di perdere il lavoro è più forte della volontà di ribellione. La logica padronale è tanto semplice quanto efficace: «Se dichiari che ti trattiamo male, ci tolgono la commessa. E se ce la tolgono, la fabbrica chiude. Se la fabbrica chiude, tu resti senza lavoro. E te ne vai a casa». Non senza aver pagato la penale, nella maggior parte dei casi. Yusril ha raccontato la sua storia a Businessweek: assunto da un’agenzia di collocamento di Jakarta, ha lavorato otto mesi sulla Melilla 203, un peschereccio battente bandiera sudcoreana che operava nelle acque della Nuova Zelanda. Non pescavano direttamente gamberetti, ma il cibo di cui si nutrono quelli di allevamento, i «pesci spazzatura» da cui si ricava la farina per alimentare le vasche di produzione. Il contratto – che Yusril nemmeno aveva letto perché in inglese – prevedeva una trattenuta del 30 per cento sul suo stipendio e tre mesi di prova senza salario per stabilire se il suo lavoro era soddisfacente. Altrimenti, biglietto aereo per casa, al modico costo di mille euro. Fuga? Nemmeno a parlarne, la sua famiglia avrebbe dovuto sborsare 3.500 euro di penale: debiti da far pagare alle generazioni future, soldo dopo soldo. Yusril racconta i maltrattamenti, le ore di lavoro non pagate, la sete, il cibo insufficiente: «Ci trattavano come animali». Lui è riuscito a cavarsela solo perché l’ispettorato del lavoro neozelandese una volta tanto ha avuto fiuto e ha trovato le prove del lavoro schiavistico a cui lui e i suoi compagni erano sottoposti. Messo in un programma di protezione per vittime della tratta, è riuscito a sfuggire ai suoi creditori. Ma ora è nella black list delle agenzie di collocamento del suo villaggio, e di trovare lavoro su un altro peschereccio se lo sogna.

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) il valore del lavoro servile ammonta a oltre 150 miliardi di dollari annui, l’equivalente del Pil di Tunisia e Marocco insieme. Ma quantificarlo è impresa improba: perché è ovviamente in nero, in quanto attività non dichiarata o non remunerata come tale; perché nessuno sa bene quale sia la reale definizione di «schiavo» nel mondo moderno. «Si considera schiavitù ogni forma di lavoro che presenti le caratteristiche della coercizione in situazione di vulnerabilità», spiega Francesco Carchedi, docente di Sociologia a Roma e autore di Schiavitù di ritorno. «Ma i protocolli e le convenzioni non bastano a definire esattamente il confine tra lavoro forzato e lavoro paraschiavistico, tra lavoro “nero” e lavoro “nero nero”, come si finisce per chiamarlo tra gli esperti». La terminologia non è questione solo formale. La Mauritania ha uno schiavo ogni 20 abitanti (5 per cento della popolazione) secondo il Dipartimento di Stato Usa, ma la percentuale arriva al 25 per cento se viene applicata la definizione dello schiavismo formulata dalle organizzazioni umanitarie come la WalkFree foundation: nel Paese africano ogni quattro persone una è in cattività, per debiti o per status sociale. Di generazione in generazione. «Sono nato schiavo, nella casa dove erano schiave mia madre e mia nonna», racconta Said Ould Ali. Ha 15 anni, vive con una famiglia altolocata di Nouakchott, la capitale, non considera la sua situazione come anomala. Nonostante il governo abbia tentato per 3 volte di mettere la schiavitù fuorilegge, la pratica è così comune che a tutti sembra normale. Succede in molti Paesi poveri, spiega l’Ilo. «Il lavoro forzato non viene identificato come tale, perché la situazione di partenza è talmente compromessa che ogni strada sembra buona per cambiare vita».

Vestiti coatti

È il meccanismo per cui prolifera in India il «sistema Sumangali»: il termine significa «donna felicemente sposata», e nella pratica vuol dire andare a lavorare per 3 o 5 anni in cambio della dote in vista di un futuro matrimonio. La maggior parte delle fabbriche tessili o di “abbellimento” del tessile – tipo mettere paillettes sui vestiti – sfrutta questo tipo di manodopera. Le ragazze vengono reclutate nelle zone rurali, hanno tra i 13 e i 20 anni, andranno a vivere in dormitori comuni, i soldi li vedranno a fine contratto – se li vedranno. Per la legge indiana ogni promessa di un bonus a fine lavoro è da equiparare a una schiavitù per debito, quindi è vietata e punita. Ma il sistema resiste anche se, secondo l’indagine di Anti Slavery, gli aspetti del lavoro forzato ci sono tutti: orario da 12 a 16 ore, divieto di usare il cellulare (si può comunicare con la famiglia, ma solo sotto sorveglianza), sei giorni di vacanza ogni sei mesi (se non si torna, si dice addio al salario promesso a fine contratto), nessun rapporto con l’esterno. Molte multinazionali che lavorano nel distretto di Tamil Nadu stanno rivedendo i loro codici etici, ma il sistema è duro a morire. Si poggia su una tradizione atavica, si alimenta della divisione in caste e dell’estrema povertà. Puoi stilare l’elenco dei marchi di abbigliamento che sfruttano il sistema Sumangali, ma se il controllo non si estende alle materie prime sarà inutile. Cotton Campaign mette l’accento sul cotone uzbeko, raccolto sfruttando il lavoro obbligatorio degli studenti, ricattati e persino incarcerati se rifiutano di «collaborare alla crescita della Patria». Ma non è differente lo sfruttamento dietro il cotone burkinabé, dove ancora il padrone passa col bastone in mano. E il cotone non è solo nei vestiti, è nelle garze mediche, nelle salviettine per struccarsi, nei bastoncini per le orecchie.

 Giochi pericolosi

Il cotone sta anche nei vestiti delle bambole – il fornitissimo armadio di Barbie – , anche se la Mattel, gigante nel settore “toys”, è sotto accusa per ben altro. La ong China labor wacht (Clw, con sede a New York) le rimprovera di avallare le pessime condizioni di lavoro nelle fabbriche dei suoi appaltanti in Cina. L’azienda statunitense si serve di circa 100 fornitori nel Paese che fu di Mao, limitandosi – secondo la ong – a far firmare un codice di comportamento senza poi occuparsi del rispetto delle norme. Nello stesso tempo, dice Clw, «Mattel chiede prezzi stracciati e scadenze brevi alle fabbriche produttrici. Data la forte concorrenza tra i produttori per gli ordini, la maggior parte accetta». Ma dove trovano poi i margini per il profitto? Risposta della Clw: «Nei lavoratori, costretti a sopportare il peso di questo fardello». Un peso che si traduce in truffa nei confronti dello Stato – non pagando le assicurazioni – e truffa per i lavoratori, costretti a ore di straordinario (fino a 100 in un mese) pagate come salario normale. Con un risparmio calcolato di 11 milioni di dollari. La Mattel risponde di aver informato i suoi appaltanti che il lavoro straordinario non retribuito è vietato e dunque di non vedere ulteriori problemi. «Lo straordinario si elimina pagando di più per ogni giocattolo, non diramando protocolli», ha replicato Clw. «Lo sfruttamento di manodopera avviene per aumentare il profitto. Per evitare lo schiavismo, quel profitto deve essere generato da migliori prezzi, non da buone parole. Non risulta che la Mattel abbia aumentato il costo per unità prodotta».

 Telefoni senza controlli

Le leggi cinesi vietano il lavoro minorile, fissano lo straordinario a un massimo di 36 ore e prevedono una serie di indennità. Ma ragazzine di 15 anni si fanno assumere nelle fabbriche della Samsung per la stagione estiva, dribblando i controlli con documenti falsi. Dietro di loro ci sono organizzazioni che gestiscono il traffico di manodopera, soprattutto quello che arriva dalle regioni più povere della Cina. Chi ha “fortuna” parte per l’estero, in condizioni più che precarie. Chi ne ha meno, resta nelle zone industrializzate, a lavorare per pochi dollari nelle fabbriche delle moderne tecnologie. La coreana Samsung, stanca di ribattere alle accuse di China labor wacht – che dopo le condizioni di lavoro alla Foxonn/Apple si è concentrata sulle fabbriche che producono per Samsung – ha deciso per la misura più drastica: «Ok, smettiamo di appaltare qua se non è possibile avere la certezza che il lavoro sia regolare», ha scritto l’azienda nel suo sito lo scorso 15 luglio. Le autorità locali stanno ancora cercando di fermare l’esodo: se le fabbriche straniere chiudono per colpa dell’operato di singoli individui, dei padroncini delle fabbriche, va in crisi un pezzo di sistema. E la libertà di impresa decisa dal Partito comunista non arriva fino a tanto. La Cina cresce, migliora le condizioni di lavoro dei suoi operai in patria ma nell’approvvigionamento delle materie prime continua ad avvalersi di manodopera schiava. Secondo la regola del “farsi i fatti propri”, non interferisce con le condizioni sociali dei Paesi, quasi tutti africani, in cui Pechino acquista i componenti preziosi per le sue industrie. Così il coltan, necessario per computer e telefonini, può tranquillamente essere frutto di lavoro forzato, minorile, schiavo. Però la fabbrica che lo utilizza è in regola, rispetta tutti gli standard, quindi si sentirà assolta. Esattamente come Samsung.

 Pomodori clandestini

C’è un intento politico dietro la denuncia dello schiavismo? Alcuni Paesi ne sono convinti, e sostengono che molte ong lavorino in realtà per economie concorrenti, in primis ovviamente quella statunitense. Il Dipartimento del Lavoro Usa stila ogni anno il suo rapporto sulla tratta di essere umani (Trafficking in person report) che classifica, in tre diversi rank, i Paesi secondo il loro grado di tutela. Per Washington Cuba risulta tra i peggiori Paesi al mondo, mentre è considerata dal Global Slavery una delle nazioni dove è meno diffusa la schiavitù. Visto che sulla base di quel rapporto si distribuiscono i fondi e si stabiliscono le alleanze, è lecito pensare che interessi personali possano prendere il sopravvento su interessi collettivi. Gli Usa non “classificano” se stessi, ma se lo facessero non dovrebbero assegnarsi un buon punteggio: lo sfruttamento dei migranti in agricoltura, solo da poco messo all’indice, ha garantito profitti e competitività alle industrie agro alimentari statunitensi per decenni, prima che la pressione dell’opinione pubblica spingesse ad attuare politiche salariali uguali per tutti. Coalition Immokalee workers (Ciw), associazione nata in Florida, ha combattuto contro le condizioni dei braccianti irregolari nello Stato simbolo delle vacanze e del benessere americano. Dietro Miami beach ci sono i campi coltivati, le fattorie, gli allevamenti di bestiame. Ma non c’è nulla del sogno americano, non le condizioni di lavoro, non gli stipendi. Un procuratore federale ha definito la Florida «il Ground zero della schiavitù moderna», e non aveva torto. Fino a pochi anni fa nei campi di pomodoro era normale vedere lavoratori messicani schiavizzati. Oggi non più. «Vanno affrontate le cause sottostanti allo schiavismo», dice la ong, che opera di concerto con le forze dell’ordine locali e con gli ispettori del lavoro. «Finché non migliorano le leggi, finché il rapporto tra lavoratori e datori di lavoro è così diseguale, queste forme di schiavitù continueranno a esistere. Inutile parlarne a vuoto, solo quando si mette fine alle condizioni di sfruttamento si mette fine alla schiavitù». Inutile anche denunciare i “pomodori rossi di sangue” se non si combatte il male alla radice. E una delle cause dello sfruttamento, negli Stati Uniti come nella Ue, è l’ingresso irregolare dei lavoratori stranieri, la condizione di “clandestinità” dettata per legge. «Avere il permesso di soggiorno è la promessa su cui si fonda la moderna schiavitù. Il silenzio sulle condizioni di lavoro è ottenuto grazie all’illusione che dopo si diventerà cittadini», spiega Francesco Carchedi, che per la Flai Cgil ha curato il 2° Rapporto Agromafie e caporalato. «Il lavoro forzato riguarda quasi sempre lavoratori extracomunitari, perché sono loro a non avere nessun diritto e dunque nessuna alternativa. La differenza tra lavoro sfruttato e lavoro paraschiavistico? Tutti lavoriamo per necessità, ma c’è chi quella necessità è stato in grado di negoziarla sindacalmente, e chi ancora non ci riesce o si mette in condizione di non riuscirci. Per un italiano la necessità del lavoro si è nel tempo trasformata in diritto tutelato, per un ragazzo extracomunitario non è così. Per lui diventa dovere, un imperativo con pochi margini di scelta».

 Mattoni insanguinati

Dei 28,9 milioni di schiavi al mondo, più della metà lo sono in virtù della loro condizione economica che li costringe a lavori mal pagati, sotto pagati, per niente pagati. La schiavitù per debito consente di tenere bassi i prezzi – e alti i profitti – dei mattoni prodotti nelle 5mila fornaci pakistane, Paese in cui si calcola che ci siano almeno 2 milioni di schiavi. Per quel tipo di lavoro non si fa la fila al collocamento: ci si arriva solo quando non ci sono più vie di uscita. Un universo fatto di turni massacranti, alloggi fatiscenti, paga irrisoria, punizioni fisiche. Alla stampa indiana lo hanno raccontato due ragazzi di 30 e 28 anni, Jialu Nial e Nilambar Dhangdamajhi, ma solo quando sono finiti in ospedale con le mani mozzate. Gliele avevano tagliate i loro padroni, per aver tentato la fuga. «Non volete lavorare per noi? Non lavorerete per nessun altro». La maggior parte di quei mattoni non varca i confini regionali, serve per tirare su case a Calcutta o a Kabul, e magari a costruire le fabbriche in cui lavoreranno altri schiavi in Sri Lanka. In almeno cinque dei dieci Paesi dove la schiavitù è più diffusa la coercizione non viene dallo sfruttamento degli stranieri ma da quello dei propri concittadini.

Quanta “impronta schiavistica” c’è nella nostra vita quotidiana? È la domanda che si sono posti gli ideatori di slaveryfootprint.org, il sito che misura, valutando lo stile di vita, il nostro grado di complicità nel lavoro forzato. Difficile – forse impossibile – uscirne con un punteggio pari allo zero. Puoi non comprare i cellulari della Samsung (che comunque si adopera per contrastare lo schiavismo) ma non puoi evitare l’uso di strumenti contenenti coltan o bauxite. Puoi non comprare gamberetti, ma i pesci spazzatura nutrono anche le orate di allevamento. E il mercato più grande non è quello europeo ma quello asiatico e africano. Finiscono lì i tessuti cinesi a basso prezzo, la tecnologia di seconda scelta, le derrate alimentari comprate coi soldi dei donatori. Gli schiavi del call center lavorano oggi per le compagnie telefoniche di Nuova Delhi o di Nairobi, che vendono prodotti e contratti alla “loro” classe media, indiana e africana. Che ha faticato per arrivare a conquistare i simboli del successo, e oggi non vuole sentirsi dire che li sta pagando col sangue del proprio sangue

sabato 2 agosto 2014

Non solo Gaza: ecco la settimana nera della violenza internazionale


Lo avevamo preannunciato all'inizio dell'anno, oggi è più che mai realtà: il mondo è una polveriera. Anzi, peggio. Tutto ciò che allora poteva essere infatti solo ipotizzabile, oggi è un vero e proprio teatro di morte, conflitto tra i conflitti, ulteriore fronte in un presente caratterizzato dalla violenza. Come ha detto con grande efficacia ed estrema sintesi qualche giorno fa in un'intervista alla CBS Madeleine Albright, Segretario di Stato USA durante la presidenza Clinton, "senza esagerare, il mondo è un casino".

Ovviamente il pensiero porta immediatamente alla Striscia di Gaza, dove il rinnovato astio armato tra Israele e Hamas sta mietendo vittime, in larga parte civili, in un'escalation brutale che appare al momento senza fine. Oppure nella Libia del dopo Gheddafi, ancora una volta trascinata da milizie e fazioni nel baratro della guerra civile. E ancora in Iraq, Ucraina, Siria.

Tuttavia, in questa macabra giostra, non vanno dimenticati anche i focolai che raramente, o peggio mai, guadagnano le prime pagine dei giornali, anche solo un piccolo ritaglio. In tutto questo, come ha ricordato Bobby Ghosh del Quartz, la settimana che sta per finire è stata a tutti gli effetti una delle più nere per quanto riguarda la violenza internazionale, con il più che reale rischio che le prossime siano anche peggio.

Di seguito, punto per punto, ecco una carrellata delle peggiori brutalità - famose o meno - degli ultimi sette giorni.

Striscia di Gaza


Cominciata l'8 luglio, entra sabato nel suo 26esimo giorni l'operazione dell'Esercito israeliano a Gaza denominata "Protective Edge". Ciò che sta avvenendo nel MO è piuttosto noto, largamente seguito e di ampia risonanza. Nell'ultima settimana, tra bombardamenti sulle scuole, cessate il fuoco violati e soldati rapiti, è certamente una delle peggiori dall'inizio delle ostilità che contrappongono, ancora una volta, Tel Aviv ad Hamas. Il bilancio dei morti, in continuo aggiornamento e quindi difficilmente preciso al millesimo, conta oltre 1400 vittime tra i civili palestinesi, con un gran numero di donne e bambini. Nel frattempo, mercoledì, per la seconda volta dall'avvio di "Protective Edge" un istituto dell'UNRWA (agenzia ONU per l'aiuto ai rifugiati palestinesi) nella Striscia di Gaza è stata colpito dal fuoco dei bombardamenti, azione che le Nazioni Unite addossano ad Israele. Ancora più recentemente, inoltre, l'ennesimo tentativo di un cessate il fuoco è fallito miseramente tra le reciproche accuse di Tel Aviv e Hamas. Annunciata per venerdì, teoricamente della durata di 72 ore, la tregua umanitaria fortemente sponsorizzata dal Segretario di Stato USA John Kerry e dal Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon si è infranta solo due ore dopo, con almeno due soldati dell'IDF uccisi e una sessantina di vittime palestinesi. La rottura, di cui la comunità internazionale incolpa Hamas, ha ovviamente peggiorato ulteriormente la situazione, allontanando momentaneamente i colloqui diplomatici mediati dall'Egitto e radicalizzando, ulteriormente, il conflitto.

Cina, Xinjiang


La regione forse più inquieta di tutto il Dragone, agitata dalle tensioni tra i 'coloni' voluti da Pechino e gli abitanti autoctoni del gruppo etnico degli Uiguri (turcofoni, musulmani), è tornata a sanguinare martedì. Stando alle agenzie del Paese, armati di coltelli e asce, alcuni aggressori (terroristi, per il governo, colpevoli di un "premeditato e organizzato" attacco terroristico) hanno preso d'assalto una stazione di polizia e alcuni edifici pubblici in un piccolo centro abitato della prefettura di Kashgar, mietendo decine e decine di vittime civili indistintamente tra gli Han (i 'coloni' dello Xinjiang di etnia cinese) e gli Uiguri. Dell'attacco, come in altre occasioni decisamente più seguite dai media internazionali (si pensi all'autobomba in piazza Tienanmen), il governo ha incolpato senza possibilità di appello le frange estremiste degli Uiguri, facendo sbrigativamente calare il silenzio sugli eventi. Tuttavia, nonostante le difficoltà di avere report dettagliati dovuto all'imponente controllo sull'informazione esercitato da Pechino, appare piuttosto evidente come la situazione dello Xinjiang stia degenerando, dipingendo scenari futuri di ulteriore violenza - da una parte e dall'altra - e di brutalità.

Ucraina


Dopo un'iniziale attenzione a tutto tondo, nel corso dei mesi le fasi della crisi ucraina sono finite, colpevolmente, sotto il tappeto. A riaccendere i riflettori sull'ex satellite sovietico è stato l'abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines, colpito mentre volava sulla regione orientale del Paese controllata dai ribelli filo-russi. Tra Kiev e Mosca, mentre esperti internazionali faticano tra le esplosioni ad esaminare il luogo dell'impatto, è scambio di accuse a viso aperto. Secondo i funzionai ucraini la colpa è assolutamente dei filo-russi armati e sponsorizzati dal Cremlino, secondo Putin la versione del missile BUK - di cui non è chiaro se i separatisti siano in possesso - è da scartare, tanto che alcuni satelliti avrebbero registrato la presenza di almeno due caccia di Kiev nei pressi del Boeing pochi minuti prima dell'abbattimento. L'episodio, che non ha fatto altro che alzare la tensione, ha contribuito anche ad una rinnovata e serrata guerriglia tra le Forze Armate dell'Ucraina e i ribelli, particolarmente violenta nell'ultima settimana. Secondo dati forniti dall'ONU, da quattro mesi a questa parte, il conflitto ha messo a bilancio oltre 1000 morti e più di 3000 feriti.

Camerun, Boko Haram


Conosciuto principalmente per il rapimento di oltre 200 ragazze, il gruppo che sta mettendo a ferro e fuoco la Nigeria ha mostrato al mondo quanto sia poco 'locale' il terrore che si porta dietro. Come riportato in sordina dalle agenzie, nei giorni scorsi i militanti di Boko Haram hanno attraversato il confine con il Camerun, rapito almeno tre persone, e lasciato a terra numerose vittime. Tra i catturati, a dare l'idea dell'alto valore simbolico di questa azione, la moglie del vice primo ministro del Camerun Amadou Ali, rapita con un leader religioso e un politico locale di un villaggio sulla frontiera tra Nigeria e Camerun. Quest'ultimo, già da qualche tempo, si è impegnato a costituire, con la collaborazione di Niger e Ciad, una forza speciale interna alla Nigeria che potesse mettere i bastoni tra le ruote ai Boko Haram, che nonostante tutto sembrano poter agire indisturbati terrorizzando tutta la regione.

Libia


Sull'orlo di una rinnovata guerra civile, Tripoli appare oggi come una bomba ad orologeria troppo complicata da disinnescare. Tra fazioni islamiste, non islamiste e gruppi qaedisti, la violenza ha portato nei giorni scorsi alla semi-distruzione dell'aeroporto di Tripoli, mentre in varie zone del Paese andavano a fuoco cisterne di benzina e le rispettive offensive lasciavano ben poca speranza per un futuro di serenità dopo la rivoluzione, tre anni fa, contro il rais Gheddafi. Nel frattempo il caos regna anche a Bengasi, dove solo pochi giorni fa militanti jihadisti hanno annunciato di aver preso il controllo della città, proclamando la costituzione di un emirato islamico. La notizia, tuttavia, è stata smentita nel giro di poche ore da Khalifa Haftar, il generale che combatte gli islamisti e assoluto protagonista degli avvenimenti degli ultimi giorni in Libia. Avvenimenti che hanno portato, inoltre, ad una sorta di esodo diplomatico dal Paese. Molte ambasciate, tra cui quella Statunitense e quella dell'Unione Europea, si sono infatti messe alle

Iraq


Con la politica di Baghdad al palo, incapace di costituire un governo che superi l'amministrazione settaria di Maliki, l'avanzata da Nord dell'ISIS, gruppo jihadista rinnegato da Al Qaeda, sembra continuare indisturbata. Dapprima impegnati come parte del frammentario mondo dei 'ribelli' in Siria, gli uomini dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante hanno attaccato dal nord dell'Iraq all'inizio di giugno, guadagnando terreno nei confronti di un Esercito particolarmente impreparato e riuscendo così a costituire, e per il momento a mantenere, un vero e proprio califfato tra Damasco e Baghdad. Proprio nella capitale irachena, nonostante una presenza maggiore di militari sotto attacco ripetuto, venerdì un'autobomba ha ucciso sei persone ferendone poco meno di una ventina, ingrossando i bilanci e delineando una situazione ai limiti del catastrofico. Basti pensare, benché in calo da giugno (2400 vittime), che solo nel mese di luglio, secondo dati da considerare al ribasso dell'ONU, sono morte poco più di 1700 persone in tutto il Paese.

Per approfondire, leggi anche:

Filippine, Abu Sayyaf


È di 23 morti il bilancio di un attacco del gruppo separatista e islamista delle Filippine, da anni in conflitto con uno Stato centrale a prevalenza cattolico. L'azione, che è stata portata a termine nel sud del Paese, ha avuto come vittime civili che si stavano spostando da un villaggio all'altro per passare la fine del Ramadan con alcuni parenti. I militanti di Abu Sayyaf, secondo le agenzie, armati di fucili d'assalto hanno aperto il fuoco contro almeno una cinquantina di persone, uccidendone 23 tra cui 6 bambini.

Siria


Finito pressoché nel dimenticatoio, il conflitto siriano - una guerra estenuante che continua da più di tre anni - è tutt'altro che finito. La compagine ribelle non estremista, appoggiata in primis dagli Stati Uniti, appare ormai solo come un vago ricordo, spazzata via dalla brutalità e violenza di gruppi qaedisti e non. Nel frattempo le Forze Armate di Bashar al-Assad, riconfermato presidente qualche mese fa, sembrano in grado di mantenere le roccaforti, mentre non mancano i report di territori riconquistati e strappati ai ribelli. Tuttavia, com'è piuttosto semplice immaginare, sul fronte siriano le variabili in gioco sono molte, e difficilmente si può ipotizzare che ci siano altri 'sconfitti' oltre ai civili, braccati dagli estremisti dell'Islam e dai raid dell'Esercito regolare. A tal proposito, secondo un report pubblicato mercoledì dall'ONG Human Rights Watch, i soldati di Assad avrebbero violato in pieno una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (2139 del 22 febbraio 2014) che bandiva l'utilizzo delle cosiddette "barrel bombs" (barili carichi di esplosivo e di materiale metallico, lanciate in particolar modo dagli elicotteri) sui civili. Nel frattempo, secondo gli ultimi dati disponibili, il bilancio dall'inizio dei combattimenti ha raggiunto, e superato, le 170 mila vittime, in larga parte civili.

Sud Sudan


Nel terzo anniversario dalla sua nascita, il piccolo Stato africano ha ben poco da festeggiare. Il conflitto tra gli uomini del presidente Salva Kiir e i ribelli guidati da Riek Machar continua a mietere vittime, mentre si affaccia con sempre maggiore insistenza sul Paese lo spettro della carestia. Insomma, quella del Sud Sudan, caratterizzata da scontri a forte valenza etnica - i Dinka di Kiir contro i Nuer di Machar -, dietro al quale comunque si muovono disegni politici tutt'altro che settari, è una crisi umanitaria a tutto tondo. Centinaia e centinaia di persone, soprattutto civili, sono morte dallo scoppiare delle ostilità nel dicembre del 2013, mentre secondo l'ONU sono almeno un milione e mezzo le persone sfollate, costrette dai combattimenti e dalla fame a lasciare le proprie case. Solo qualche giorno fa, mentre colloqui diplomatici tra le parti mediati dall'Etiopia sono stati ulteriormente rimandati a lunedì prossimo, le Nazioni Unite hanno fatto sapere che quella del Sud Sudan è a tutti gli effetti la crisi alimentare più grave di tutto il mondo, aggiungendo che almeno 3,9 milioni di persone non hanno accesso ad una quantità di cibo sufficiente.

Afghanistan


Anche a Kabul, come a Baghdad, lo stallo politico sta tutt'altro che contribuendo a stemperare la tensione nel Paese. Quando sono ormai passati parecchi mesi dal voto, l'Afghanistan non ha ancora un presidente a causa delle continue accuse di brogli tra i due candidati rimasti in gioco dopo il ballottaggio, Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah. Intanto, mentre i Talebani continuano a colpire il Paese, martedì un attentatore suicida, che portava l'esplosivo nel suo turbante, si è fatto esplodere nella provincia del Kandahar, nel sud dell'Afghanistan, uccidendo il cugino dell'attuale presidente Hamid Karzai, Hashmat Khalil Karzai, sostenitore della campagna e della vittoria di Ashraf Ghani.     

Repubblica Centrafricana


In linea del tutto teorica, quello di Bangui è l'unico fronte aperto che presenta una sottile, labile buona notizia. Le due parti in conflitto, gli anti-balaka (cristiani) e i Seleka (musulmani), hanno infatti raggiunto questa settimana un cessate il fuoco che può, seppur con i piedi di piombo, porre fine ad un conflitto che ha portato a violenze di assoluta brutalità. Tuttavia, come riportato dalle Nazioni Unite venerdì, la situazione non è poi cambiata molto. Nonostante la tregua e i colloqui diplomatici, infatti, i civili continuano a morire, con 26 vittime riportate all'inizio di questa settimana nella prefettura dello Ouham. Dall'inizio delle ostilità, nel dicembre dello scorso anno, il bilancio parla di migliaia e migliaia di vittime, mentre secondo i dati dell'ONU sono almeno 527 mila gli sfollati, di cui 102 mila solo nella capitale Bangui.

Luca Lampugnani

Italia - Il mago Renzi non fa i conti con la realtà


Houston, abbiamo un problema e si chiama realtà. A sentire il premier e i suoi adepti sembra che una volta approvata in prima lettura la 'benedetta' riforma della Costituzione, la strada per questo strano paese sarà in discesa. Se lasciamo lavorare in pace il mago Merlino, senza fare i gufi e rosicare (per cosa non si è capito), tutto si metterà a posto.

Né lui né i suoi vari 'Semola' ci hanno ancora spiegato come il nuovo Senato farà crescere alberi di banconote da 500 euro per finanziare il taglio del costo del lavoro. O come l'introduzione della ghigliottina farà impennare il PIL. Chi si interroga su questa banalità diventa Anacleto, che si sganascia dal ridere mentre l'Italia precipita.

Ma torniamo alla realtà. Prima delle Europee, già ci si chiedeva dove Matteo avrebbe preso i soldi per la manovra autunnale. Lui escludeva "assolutamente" una manovra correttiva e aggiungeva: "Non è ottimismo stupido, ma che fa i conti con la realtà: non diciamo che la crisi sia finita ma i segnali della ripresa sono importanti" (Radio24, 16 maggio).

Una settimana prima era andato 'oltre': "Le previsioni sono un mare magnum dove ciascuno di noi fa la sua parte. Ieri Moody's ha detto che l'Italia può crescere al 2%, altro che 0,5%" (La Telefonata di Belpietro, 9 maggio).  Ad aprile il governo dell'apprendista mago aveva indicato lo 0.8%: una cavalcata di ottimismo.

Poi arrivano le stime di crescita dell'ISTAT, di Confindustria, del Fondo Monetario Internazionale, di Bankitalia. Non sono proprio in linea né con Moody's né con il DEF, anzi sono lontane anni luce dalle previsioni del governo. Ma si sa, è un "mare magnum dove ciascuno fa la sua parte". E il governo ha fatto la sua.

Una settimana fa il mago che non crede alle stime, soprattutto le sue, ci spiegava che "sarà molto difficile arrivare alla stima dello 0,8% contenuta nel DEF". Un attimo di lucidità prima del tracollo: "Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente per la vita quotidiana delle persone" (Intervista ad Alan Friedman, 24 luglio).  

Se il PIL è inutile per noi comuni mortali, lo diventa anche nel rapporto con il debito pubblico (a proposito, nei primi 4 mesi del 2014 è aumentato quanto in tutto il 2013) e con il deficit. Renzi vuole andare in Europa e "cambiare regole" come il fiscal compact o il tetto del 3% che a quanto pare non servono a nulla.

E' notorio che alle persone non interessino aumenti di tasse e tagli ai servizi essenziali, inevitabili senza crescita e con l'obbligo di rientrare nel 60% del rapporto debito/PIL, che non servirà a niente secondo la dottrina renziana, ma purtroppo per noi esiste. Qualcuno un paio di anni fa propose Berlusconi per un premio antimafia, allora Renzi merita sicuramente il Nobel per l'Economia.

Anche chi lo circonda si trasforma in gufo. "Se si utilizzano risorse provenienti da risparmi sulla spesa per aumentare la spesa stessa il risparmio non potrà essere utilizzato per ridurre la tassazione su lavoro". La frase è di Carlo Cottarelli, commissario per la spending review voluto dal governo Letta. Renzi ieri lo ha liquidato: "La spending si fa anche senza Cottarelli". Lui fa così, ne sanno qualcosa i senatori epurati dalla Commissione Affari Costituzionali, sostituiti da colleghi più ottimisti.

Visto l'andazzo, chissà che Pier Carlo Padoan, ministro dell'Economia, oggi non si sia pentito di queste parole: "La situazione economica è meno favorevole di quello che speravamo a inizio dell'anno e questo incide sulla crescita e sui conti pubblici di tutti i Paesi. Questa situazione richiede ancora di più uno sforzo a livello nazionale ed europeo per sostenere la crescita". Un ministro del Tesoro che crede ancora al PIL e parla di conti pubblici? Un'altra ammissione, che risale a due settimane fa ed è rimasta sotto traccia, potrebbe costargli cara: "I tagli del cuneo fiscale (i famosi 80 euro, ndr) saranno resi permanenti con la legge Stabilità". Saranno? Ma il 18 aprile il futuro Nobel per l'Economia non aveva garantito che "il taglio delle tasse è strutturale"? Stai a vedere che Padoan è un altro rosicone.

In attesa di capire se il ministro ha le sembianze di un gufo, il favorito per sostituire Cottarelli è Yoram Gutgeld: deputato alla prima legislatura, considerato il 'guru' economico di Renzi. E se tanto mi da tanto, ci siamo giocati anche la spending review.

Claudio Forleo