Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


sabato 21 giugno 2014

ITALIA - Tutti devono mangiare questa minestra ..... che però è sempre la stessa .. riscaldata


Certo che in fatto di simpatia il presidente del consiglio ne emana da tutti i pori, ne ha talmente tanta che come dice la saggezza popolare .... il troppo stroppia.

In queste ore sembra che si sia perfezionato l'accordo con il condannato per la riforma del Senato e lui non esita a lanciare il messaggio che annuncia l'accordo, un messaggio sintetico ... "Ora tutti devono mangiare questa minestra" ... che si meriterebbe come risposta un bel vaffà alla maniera grillina. Ma ormai il popolo sovrano o meglio una parte del popolo sovrano che non è la maggioranza, lo ha investito di un potere che lui, strafottente ed ambizioso senza limite, usa sbeffeggiando chi gli si pone di traverso. E comunque nel nuovo accordo sulla riforma del senato c'è poco di nuovo, briciole per accontentare i desideri del condannato.

Si è partiti da un senato composto per 1/ da sindaci e 2/3 da consiglieri regionali, ma dopo la vittoria del Pd nelle recenti elezioni amministrative, Forza Italia ha sbattuto i piedi in quanto con questa composizione la seconda camera avrebbe rappresentato una roccaforte del Partito Democratico.

Ora il condannato ha strappato un sindaco per regione ed una rappresentanza per 3/4 di consiglieri regionali, questo è il livello della trattativa, che la dice lunga sulla natura della riforma di una istituzione che comunque avrà compiti importanti.

Si ragiona sulla convenienza o meno che i due partiti, Forza Italia e Pd, nella composizione del senato e non certo su criteri oggettivi. Naturalmente il nodo centrale, quello della elettività, non viene nemmeno preso in considerazione e quindi tutto rimane come prima, la minestra è sempre la stessa ed è solo riscaldata.

L'accoppiata riforma del senato più legge elettorale consegneranno ai cittadini nuove istituzioni la cui composizione sarà di fatto scelta dai partiti.

Se andranno in porto queste due riforme il cittadino potrà eleggere direttamente solo i sindaci ed i consiglieri regionali, poi composizione della camera e composizione del senato saranno decise direttamente dai partiti e peggio ancora, vista la situazione attuale, da padri-padroni dei partiti stessi.

Un colpo mortale alla democrazia del nuovo stato italiano nel quale l'elettore conterà sempre meno ma comunque una situazione favorita dall'elettore stesso alla luce dei risultati delle recenti elezioni europee dove quel 40.8% in realtà rappresenta circa il 22% del paese.

E con il 22% Renzi farà il bello ed il cattivo tempo per diversi anni.

Ritorno al “Popolo Bue” ?

(Antipolitico)

UE - Parlamento: i sette candidati per la presidenza


Da Martin Schulz ad Antonio Tajani: chi ambisce a presiedere l'Assemblea di Bruxelles. Ma tutto dipende da chi siederà in Commissione.

da Bruxelles - Chi sarà il 29esimo presidente del parlamento europeo? Martin Schulz, Gianni Pittella, Michel Barnier, Viviane Reding, Antonio Tajani, Guy Verhofstadt o Sajjad Karim? Benvenuti al mercato delle nomine europee.
In questi giorni l'assemblea Bruxelles sembra un grande suq dove dalla mattina alla sera ogni aula è occupata dai gruppi parlamentari impegnati in una contrattazione senza fine. Obiettivo dei numerosi meeting: spartirsi i posti all'interno del parlamento. E non solo.
QUATTRO POSIZIONI VACANTI. All'Unione europea, oltre alla presidenza del parlamento, in palio c'è la posizione del presidente del Consiglio europeo e quella dell'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza. Ma pure quella più ambita: la presidenza della Commissione europea.
BARATTO TRA STATI E GRUPPI. I quattro ruoli, però, fanno parte di una sorta di pacchetto unico all'interno di un processo di baratto tra Stati membri e gruppi politici. E in gioco, pur essendo al di fuori dell'Ue, c'è anche la nomina del segretario generale della Nato e di quello delle Nazioni unite.
IDEE CHIARE ENTRO IL 24 GIUGNO. Seguendo il calendario europeo, entro il 24 giugno tutti i gruppi parlamentari devono essere formati e avere già in mente quali ruoli vogliono negoziare nelle varie commissioni.
Tutto però dipende dalla nomina del presidente della Commissione europea. «È un pacchetto unico», spiegano in parlamento fonti vicine a Lettera43.it, «in base a quella si spartiscono tutti gli altri posti chiave».
RUOLI LEGATI TRA LORO. Anche la presidenza del parlamento, quindi, dipende da quella del capo dell'esecutivo Ue, che dovrebbe essere nominato al vertice del Consiglio europeo del 26-27 giugno e poi confermato dal parlamento nella seconda plenaria del 14-17 luglio.

Il ruolo di presidente del parlamento è il meno ambito nello scacchiere delle nomine


Nella prima plenaria di luglio, l'elezione del presidente dell'Assemblea deve essere quindi «frutto di un accordo a 360 gradi, per questo le contrattazioni ora sono così convulse e segrete, cambia tutto ogni giorno», spiegano nei vari gruppi parlamentari, «solo dopo il vertice capiremo come muoverci».
Insomma non c'è fretta, anche perché il ruolo del presidente del parlamento europeo è il meno ambito nello scacchiere delle nomine.
FUNZIONE CERIMONIALE. Visto più come un coordinatore che come dirigente, il presidente serve soprattutto per promulgare la maggior parte delle leggi e il bilancio dell'Ue, ma la sua è una funzione più cerimoniale che di potere.
Sinora, nella maggior parte dei casi, le presidenze sono state condivise tra i due principali gruppi politici.
SPARTIZIONE TRA PPE E S&D. In una legislazione per due anni e mezzo c'era un presidente del Partito popolare europeo e per due anni e mezzo uno del Partito socialista europeo (ora il gruppo è denominato S&D). Una eccezione fu quella della presidenza irlandese con il deputato liberale Pat Cox.
VERSO UNA GROßE KOALITION. L'attuale presidente uscente, l'eurodeputato tedesco del centrosinistra Schulz, è stato preceduto dall'eurodeputato polacco del centrodestra Jerzy Buzek.
Un passaggio di testimone che questa volta potrebbe essere ancora più scontato visto che il risultato elettorale fa pensare a una Große Koalition tra popolari e social democratici.
JUNCKER PER LA COMMISSIONE. Ma chi sarà il primo capo del parlamento?
Per ora il Ppe non ha nessuno candidato in pole position e sembra molto più concentrato sulla partita della Commissione Ue: «Stiamo lavorando sulla presidenza di Juncker, poi penseremo al parlamento», dicono nel gruppo.

Tajani è in pole. Ma c'è anche Barnier, suo collega a Palazzo Berlaymont


Tra i papabili per la carica di presidente del parlamento c'è Tajani, commissario uscente all'Industria in Commissione Ue e dal 30 giugno europarlamentare. Anche Barnier, commissario europeo per il Mercato interno, potrebbe essere uno dei pretendenti.
Dopo aver perso la partita nella corsa alla candidatura come presidente della Commissione - il 7 marzo al congresso del Ppe di Dublino l'ha spuntata Juncker - Barnier potrebbe ora giocarsi la carta parlamentare.
CONCORRENZA DI REDING. Sempre in quota Ppe c'è anche la lussemburghese Reding, commissario europeo per la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza. Anche lei avrebbe forse aspirato alla presidenza della Commissione Ue, ma consapevole di non riscuotere grandi simpatia dopo 15 anni di presenza al Palazzo Berlaymont, ha sostenuto il conterraneo Juncker.
Le sue ultime lotte in difesa dei cittadini, da quella sulla protezione dei dati alla libertà di movimento, passando per il roaming l'hanno però avvicinata più alle tematiche care all'Assemblea, dove potrebbe avere una chance.
IMPASSE SOCIALDEMOCRATICO. In casa S&D per ora l'unico nome ufficiale resta quello del presidente uscente Schulz.
Nel caso in cui il suo tentativo di ricoprire un ruolo importante alla Commissione (vicepresidenza o Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza) non andasse in porto, resta il bis al parlamento.
Un ruolo cui potrebbe aspirare anche Pittella, ma solo in caso Schulz trovasse di meglio.

L'Ecr lancia Karim per presiedere l'Assemblea


C'è chi poi guarda oltre la Große Koalition S&D-Ppe. E visto che il gruppo europeo dei conservatori, l'European conservatives and reformists (Ecr) del premier britannico David Cameron, potrebbe diventare la terza forza politica a Strasburgo dopo popolari e socialisti, Karim è il primo candidato ufficiale alla presidenza dell'Assemblea.
PRIMO INGLESE MUSULMANO IN UE. Il 43enne di origine pakistane è stato 10 anni fa il primo musulmano inglese a essere eletto a Strasburgo. Dopo 18 anni di attività politica nelle file dei liberali, nel 2007 è passato al partito dei Tory e al gruppo europeo dei conservatori.
LA RICHIESTA DEGLI ELETTORI. «Riconosco che gli eurodeputati dovrebbero essere coraggiosi e visionari per eleggere me come loro presidente, ma i nostri cittadini ci chiedono esattamente questo», ha affermato Karim in un'intervista a EUobserver con cui ha ufficializzato la sua candidatura.
COMPROMESSO COI POPOLARI. D'altra parte, il britannico si considera come il possibile compromesso per l'elezione di Juncker alla presidenza della Commissione europea, fortemente osteggiata da David Cameron. Ma le «sue possibilità, per fortuna, sono pari a zero», ha tuttavia commentato un altro eurodeputato britannico, il liberale Andrew Duff.
ALDE HA I LEADER SENZA VOTI. Stesse possibilità che potrebbe avere un candidato dell'Alde.
Il commissario europeo uscente agli Affari economici e monetari Olli Rehn ha cercato di proporsi per la presidenza della Commissione Ue, ma l'ex premier belga Guy Verhofstadt ha avuto la meglio, diventato il candidato del gruppo. E in caso fosse messa sul piatto dei liberali la presidenza del parlamento, quest'ultimo avrebbe ancora una volta la meglio. Ma visto lo scarso risultato raggiunto alle elezioni europee è difficile che uno dei due possa aspirare alla presidenza.

ARGENTINA - Ufficiale, l'Argentina non pagherà i fondi avvoltoio: salvo colpi di scena, il default è servito


Con un comunicato apparso sul ministero dell'Economia, l'Argentina ha annunciato di non essere in grado di pagare i propri debiti a seguito della decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di non accogliere il ricorso contro le decisioni dei tribunali inferiori che le avevano imposto di pagare in pieno i cosiddetti fondi avvoltoio possessori di titoli del debito pubblico finiti in default all'inizio del millennio.

Nel comunicato si legge dell'impossibilità «[per l'Argentina di] effettuare i pagamenti del prossimo 30 giugno relativi alle cedole del debito ristrutturato e, contemporaneamente, pagare la totalità di quanto reclamato da fondi avvoltoio (che potrebbe arrivare a 15 miliardi di dollari)».

La revoca della sospensione, causata dalla decisione della Corte Suprema, ha riattivato le decisioni dei tribunali inferiori, dove il caso è tornato per le negoziazioni del caso. L'Argentina, pur ribadendo la volontà di negoziare e pagare i debitori "ristrutturati", lamenta che le condizioni sinora imposte le rendono impossibile il pagamento di quanto dovuto, ed ha nuovamente offerto ai fondi avvoltoio di essere pagati quanto i creditori ristrutturati.

A seguito del default argentino del 2001, i debiti in essere vennero convertiti in due tranche nel 2005 e nel 2010, finendo per coprire il 93 per cento del totale (di circa 95 miliardi di dollari) con uno haircut di circa un terzo del valore originario.

I fondi avvoltoio decisero però di rastrellare il vecchio debito e non aderire all'offerta del debito argentino, chiedendo di essere pagati in pieno. L'ovvia decisione dell'Argentina di non pagare ha portato la questione nei tribunali statunitensi, per la precisione a New York, sotto il cui diritto quei titoli erano stati emessi. Quei tribunali hanno dato ragione agli avvoltoi e, potenzialmente, a tutti coloro che non hanno aderito al concambio, con effetti che potrebbero essere positivi anche per alcuni possessori di titoli ristrutturati, ammesso che abbiano tempo, voglia e denaro di inseguire l'Argentina in tribunale.

Le riserve valutarie argentine sono ferme intorno a circa 28 miliardi, molto, molto poco, specie se si considerano le varie scadenze (per le importazioni) e risarcimenti (per esempio al club di Parigi o alla Repsol), e anche il fatto che la moneta forte continua a tenersi ben alla larga da Buenos Aires.

Per questa ragione, salvo ulteriori colpi di scena, un nuovo default sovrano (il settimo, nella storia dell'Argentina) è divenuto più che probabile: se l'Argentina decidesse di pagare gli avvoltoi, potrebbe non avere abbastanza denaro per onorare i coupon dei debiti ristrutturati, e finirebbe automaticamente in default; se, al contrario, decidesse di pagare gli obbligazionisti ristrutturati ed ignorare gli holdout, sarebbe ugualmente insolvente nei confronti di questi ultimi, i quali potrebbero già agire per pignorare i beni della Repubblica Argentina, con possibili interventi spettacolari, come il sequestro di una nave da guerra in Ghana negli anni scorsi.

Come già vaticinato spesso su queste pagine, la questione per l'Argentina non riguarda più il se, ma il quando finirà in default. E quel momento sembra infine essere giunto.

Le conseguenze del caso Argentina, anche se non provocheranno scossoni finanziari visto l'"embargo" contro il peggior pagatore sovrano, ha avuto ed avrà comunque conseguenze anche per altri emittenti, basti pensare all'introduzione e alla diffusione delle cosiddette Clausole di Azione Collettiva (CAC): grazie a queste ultime, se uno Stato vorrà ristrutturare il proprio debito pubblico, basterà l'adesione di solo una parte dei creditori (solitamente i due terzi) perché il default valga anche per quelli che non hanno aderito. Tanti saluti ai fondi avvoltoio (e anche alle certezze di molti altri investitori, per i quali investiti in titoli del debito pubblico è diventato automaticamente un po' meno certo).

lunedì 16 giugno 2014

ITALIA - Tutte le analogie tra Fanfani, Occhetto e Renzi


Negli anni ’50 la scoperta del cadavere di Wilma Montesi su di un litorale romano inaugurò la stagione degli scandali all’italiana: destinati cioè a rimanere privi di spiegazioni plausibili, ma ricchi di implicazioni e di conseguenze politiche. Inizialmente si disse che la ragazza fosse rimasta vittima di un pediluvio; ben presto, però, le indagini presero un’altra direzione arrivando ad ipotizzare che la povera Wilma fosse capitata in un giro ‘’a luci rosse’’ della ‘’Roma bene’’.  In seguito, Amintore Fanfani, allora ministro degli Interni, fu accusato, nelle ricostruzioni di quegli eventi, di aver pilotato l’inchiesta allo scopo di estromettere la vecchia classe dirigente democristiana la cui personalità più influente, il ministro degli Esteri Attilio Piccioni, fu indotto a dimettersi perché il figlio Piero, valente musicista, venne coinvolto nella vicenda, anche se non ne furono mai provate le effettive responsabilità.

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Ai tempi di Tangentopoli, nei primi anni ’90, Achille Occhetto riuscì a regolare i conti con l’ala filo socialista del partito, i cosiddetti miglioristi, quando taluni esponenti di quel gruppo vennero inquisiti dal pool Mani pulite. Ma nel complesso gli ex Pci furono risparmiati, un po’ perché nei confronti dei loro dirigenti non venne applicato il principio del ‘’non potevano non sapere’’, che invece venne ampiamente usato nel caso di Bettino Craxi. Ma a salvare il vertice di Botteghe Oscure fu, soprattutto, Primo Greganti, il quale, nonostante il carcere, seppe stare alle ‘’regole di ingaggio’’ disposte per quanti,  a suprema gloria del partito, erano incaricati, come il compagno G., di trovare finanziamenti illeciti. A loro si chiedeva, se scoperti, di  assumersi la responsabilità in proprio e di tacere sempre e comunque, anche quando il partito li abbandonava al loro destino arrivando persino ad infangarli sul piano personale, come prescriveva il copione.

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Giorgio Orsoni non è Primo Greganti, ‘’aduso ad obbedir  tacendo’’. C’è da credere, dunque, che l’ex sindaco  vuoterà il sacco. Vogliamo scommettere che Matteo Renzi cercherà di utilizzare  lo  scandalo del Mose, per liquidare i ‘’vecchi’’ gruppi dirigenti, sulle cui spalle – nella logica del ‘’loro e noi’’ – verrà  scaricata la responsabilità delle mazzette?

(Giuliano Cazzola)

ITALIA - Berlinguer, l’avvelenatore di pozzi


Ecco la prova che in Italia il comunismo non è ancora morto: il culto della personalità è ancora vivo, ancorché postumo.

A leggere sulla stampa di sinistra gli articoli celebrativi vergati con commossa partecipazione per il trentennale della morte di Enrico Berlinguer c’è veramente da scoppiare dal ridere: un santo, un gigante, un profeta.

La grande stampa non forsennatamente di sinistra, invece, si adegua d’ufficio al culto omaggiando quanto meno la laica moralità – cioè la lugubre e gelida seriosità – dell’ex leader comunista.

 Eppure Berlinguer fece un sacco di danni. Verso la metà degli anni settanta cominciò, con moltissime cautele e a microscopici passettini, a sottrarsi all’abbraccio del Pcus solo perché con la scoperta degli Arcipelaghi Gulag e i crimini di Mao il comunismo come mito stava per crollare.

Siccome non volle mai, fino alla morte, convertirsi onestamente – ripeto: o-ne-sta-men-te – alla socialdemocrazia, dopo la brevissima stagione dell’eurocomunismo, decise di avvelenare i pozzi della politica italiana con il lancio della «questione morale».

Ecco che la famosa diversità comunista poteva rivivere, nuda e cruda stavolta, non rivestita da fisime marxiste: di qua i buoni e gli onesti, di là i cattivi e i disonesti, sic et simpliciter.

Era lo stadio zero della politica, era lo stadio pre-politico della società, quando cioè la società (lo dico ai cantori della società civile) non è ancora civile. E lì infatti siamo rimasti. (Massimo Zamarion)

USA 2016 - La corsa di Hillary Clinton verso la Casa Bianca


L'ex segretaria dell'amministrazione Obama non ha ancora deciso se partecipare alle presidenziale del 2016, ma in questo momento sarebbe la favorita sia alle primarie che alle elezioni generali

La pubblicazione del libro “Hard Choices” ha permesso a Hillary Clinton di lanciare una grande offensiva mediatica. L’ex segretario di Stato è di gran lunga la politica americana più conosciuta e popolare in questo momento, ed appare sempre più vicina ad una corsa alle presidenziali del 2016. Barack Obama sarà ancora uno degli elementi decisivi per questa scelta.

HILLARY CLINTON E LE PRESIDENZIALI USA - Le presidenziali americane sono la campagna elettorale più lunga del mondo, e l’avvio informale è di solito rappresentato dallo svolgimento delle midterm. A metà di ogni mandato alla Casa Bianca, che dura quattro anni, si rinnova completamente la Camera dei Rappresentanti così come un terzo del Senato, mentre in contemporanea vanno al voto la maggior parte degli Stati americani.  Il 4 novembre il voto degli statunitensi chiarirà le intenzioni di diversi aspiranti all’incarico di uomo più potente del mondo, anche se quest’anno la campagna presidenziale sembra essere iniziata un po’ prima. Questa impressione è fornita dalla scelta di Hillary Clinton di pubblicare il suo nuovo libro, “Hard Choices”, (Scelte difficili), e dall’invasione mediatica che ne è seguita. ll battage pubblicitario e le ospitate sulle maggiori TV americane hanno evidenziato ancora una volta come l’ex segretario di Stato dell’amministrazione Obama sia il politico americano più conosciuto e apprezzato, a fianco del presidente, in realtà piuttosto difficoltà nei sondaggi di gradimento da un po’ di tempo a questa parte. Da ormai diversi giorni Hillary Clinton domina l’etere come non capitava dai tempi della sfida con Barack Obama, quando l’allora senatrice junior di New York contese fino all’ultimo secondo la nomination democratica al futuro presidente degli Stati Uniti. I segnali che indicano una corsa della Clinton sono numerosi. Uno dei più rumorosi è l’impegno finanziario del comitato in appoggio alla sua candidatura, Ready for Hillary, che in poco più di un anno di attività ha già speso quasi 5 milioni di dollari, raccolti grazie a donazioni arrivate già copiose nonostante al momento non ci sia nessuna attività formale di campagna elettorale.

HILLARY CLINTON E I DEMOCRATICI - L’attenzione riservata ai media nei confronti di Hillary Clinton è favorita dall’assenza di veri rivali in caso di una sua corsa alle primarie presidenziali del 2016, che inizieranno come di consueto con i caucus dei democratici in Iowa. Rispetto al 2008, quando nei sondaggi l’allora senatrice junior di New York era rilevata come la grande favorita, ma i suoi consensi demoscopici facevano fatica a superare il 50% tra i democratici, al momento non si vede alcun credibile avversario all’orizzonte. Un’ipotesi che rassicura casa Clinton e mitiga i dubbi di Hillary, che ha finito la campagna delle scorse presidenziali con un debito superiore ai dieci milioni di dollari, ripagato con l’aiuto di Obama nel corso degli anni successivi ed estinto solo a inizio 2013. Nonostante le ricchezze accumulate in questi anni al di fuori della politica i Clinton sicuramente non vogliono impegnarsi in un’altra avventura così dispendiosa come le presidenziali americane, che costano diverse centinaia di milioni di dollari. Al momento la media dei sondaggi Pollster rileva come Hillary sia assolutamente incontrastata, e probabilmente incontrastabile, all’interno dell’elettorato di simpatie democratiche.

Le preferenze demoscopiche per le primarie 2016 indicano l’ex segretario di Stato al 67%, con un vantaggio di oltre 50 punti sul vice presidente Joe Biden, una candidatura piuttosto ipotetica a giudicare dall’età dell’ex senatore del Delaware. Tra i candidati potenziali il nome più interessante per il pubblico di simpatie progressiste è la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, eroina dei liberal per il suo impegno in difesa dei consumatori e di contrasto al Big Business. Molto marginale è invece il consenso raccolto finora da altri candidati come Andrew Cuomo o Martin O’Malley, governatori di New York e Maryland, così come di senatori discussi per la Casa Bianca come Amy Klobuchar del Minnesota, Cory Bookr del New Jersey, Mark Warner o il suo ex collega della Virgina Jim Webb.

HILLARY CLINTON E I REPUBBLICANI - Hillary Clinton ha più volte chiarito che prenderà una decisione sulla sua corsa alla Casa Bianca dopo le midterm del 4 novembre, che con ogni probabilità verranno vinte dai repubblicani. I democratici, ora a 199 seggi, dovrebbero strappare una ventina di distretti congressuali al Gop per tornare maggioranza alla Camera dei Rappresentati, un compito oltremodo arduo alla luce della scarsa popolarità attuale del presidente Obama. Il partito del centrosinistra americano potrebbe perdere il controllo del Senato, così da assicurare un successo ai repubblicani. Negli ultimi cicli presidenziali le midterm hanno avuto un valore non così predittivo sulle successive elezioni per la Casa Bianca. Il trionfo democratico del 2006 anticipò la vittoria di Obama, ma la batosta inferta dai repubblicani nel 2010 non portò ad un’affermazione del Gop due anni dopo. Un risultato molto negativo dei democratici potrebbe però suscitare molti dubbi nella mente di Hillary Clinton, in questo momento confortata dalla relativa debolezza dei suoi avversari. La competizione in casa Gop è completamente aperta in questo modo, fatto salvo il valore relativo delle indagini demoscopiche a così tanto tempo dal voto effettivo.

Nella media realizzata dal sito Pollster in testa c’è l’ex governatore della Florida Jeb Bush, fratello del 43esimo e figlio del 41esimo presidente degli Stati Uniti. A differenza che tra i democratici, dove il dominio della Clinton è assoluto in questo momento, l’avversario più vicino a Bush segue ad un solo punto percentuale. Si tratta di Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas, lo stato dei Clinton, diventato volto della Tv di chiare simpatie conservatrici Fox News dopo il secondo posto alle primarie repubblicane del 2008. Il primo leader repubblicano attualmente in carica è il senatore del Kentucky Rand Paul, figlio di Ron Paul, e come il padre punto di riferimento dell’ala libertaria del Gop, oltre che assai apprezzato anche dal movimento Tea Party. Assai apprezzato dalla base conservatrice è il candidato vice presidente Paul Ryan, che aveva affiancato Mitt Romney nelle sfortunate presidenziali del 2012. Chris Christie, il popolare governatore del New Jersey, ha invece perso un po’ di smalto dopo uno scandalo locale. Un calo di consenso è stato subito nei mesi scorsi anche dai senatori Marco Rubio della Florida e Ted Cruz del Texas, nel recente passato grandi speranze del Tea Party per la conquista della nomination repubblicana. Meno consenso riscuotono nomi interessanti in vista delle presidenziali 2016 come il governatore del Wisconsin Scott Walker, che dovrà innanzitutto difendere il suo incarico attuale per aver chance, oppure Rick Santorum. L’ex senatore della Pennsylvania è arrivato secondo alle primarie repubblicane del 2012, e il Gop ha una lunga tradizione sulla candidatura presidenziale di concorrenti arrivati secondi in competizioni precedenti. E’ successo con  Reagan,  e Bush padre, tra chi ha vinto così come per McCain e Romney tra gli sconfitti.

HILLARY CLINTON E BARACK OBAMA - I sondaggi sulle primarie democratiche e repubblicane hanno un valore davvero relativo, ma sono utili per capire l’eventuale dinamica della competizione nei due grandi partiti americani dopo le midterm. Se la Clinton decidesse di correre, un’ipotesi piuttosto probabile, appare difficile pensare in questo momento all’affermazione di una candidatura sul genere di Obama ’08 capace di fermarla. Tra i repubblicani invece è tutto ancora aperto, come sarà fino a quando le primarie invisibili, il lungo percorso che ogni candidato alla Casa Bianca fa per raccogliere consensi, appoggio e denaro all’interno dell’establishment, non indicheranno un favorito dei vertici del Gop. In questo momento Hillary Clinton appare la candidata favorita anche per le presidenziali 2016, che sono però distanti ancora due anni e mezzo, un tempo infinito in politica. Il sito Real Clear Politics ha realizzato una media di tutti i sondaggi che contrappongono l’ex segretario di Stato ai suoi avversari repubblicani, che rimarca la supremazia attuale della Clinton. L’ex senatrice di New York si assesta intorno al 50% delle preferenze, e vince di circa ogni 10 punti ogni sfida con i principali candidati del Gop. Il vero ostacolo verso la Casa Bianca si chiama però, ancora una volta, Barack Obama. Dal secondo dopoguerra ad oggi solo una volta un partito è riuscito ad esprimere un presidente dopo che un suo candidato aveva già svolto due mandati alla Casa Bianca. Il tris presidenziale fu ottenuto dai repubblicani con Ronald Reagan e George Bush padre, e questo ciclo fortunato fu concluso proprio da Bill Clinton. Questa impresa non riesce ai democratici dai tempi di Roosevelt e Truman, anche se Fdr rimase al vertice degli Usa per quattro e non due mandati. La storia non è però l’unico problema di Hillary Clinton. La presidenza Obama non è stata apprezzata in modo rilevante dall’opinione pubblica americana, come mostrano i dati di gradimento piuttosto bassi che hanno caratterizzato il suo secondo mandato. La ripresa occupazionale ed economica potrebbe provocare un rialzo dei consensi del primo afro-americano che ha guidato gli Stati Uniti, ma servirà probabilmente un ricordo dell’Amministrazione uscente molto positivo perchè un candidato democratico, qualsiasi esso sia, possa ambire alla vittoria la sera di martedì 8 novembre 2012.  (Andrea Mollica)

sabato 14 giugno 2014

ITALIA - Assemblea Pd, Renzi e i malumori dei democrat


Senatori dissidenti. Ipotesi scissione. Delusione di bersaniani e lettiani per la presidenza a Orfini. Le nuove grane del leader democrat. Che medita la rottamazione del partito a livello locale.

POLITICA

Sabato, 14 Giugno 2014 - Le assemblee del Partito democratico. Potrebbe essere questo il titolo di un libro sul nuovo Pd. Genere spy story, ovviamente.
Perché mentre il leader democrat Matteo Renzi celebrava la vittoria alle Europee e alle Amministrative, con uno sfondo enorme per accogliere la gigantografia di quel 40,8%, che è ormai il suo miglior biglietto da visita in Italia e all'estero, ai margini dell'assise si continuava a parlare del caso Mineo (tornato ad attaccare l'ex rottamatore) e dello scontro che ha prodotto la presidenza di Matteo Orfini.
SOLO TOCCI CONTRO RENZI. Le due vicende non sono strettamente collegate, ma rischiano comunque di minare quell'unità ritrovata, di cui ha parlato il premier nella sua relazione introduttiva.
Anche se a bacchettare il segretario, durante l'assemblea nazionale, è stato il solo Walter Tocci, la fronda dei senatori autosospesi potrebbe trasformarsi in qualcosa di più, dopo le sostituzioni di Corradino Mineo e Vannino Chiti dalla commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama.
RITORNA L'IPOTESI SCISSIONE. L'ipotesi scissione, infatti, non è ancora tramontata, e ora diventa quasi un'esigenza per quei parlamentari che credono di aver subito un torto dal «giovane, arrogante» Matteo.
Occorre però un progetto politico valido, una piattaforma funzionale, un leader ed eventualmente alleati strategicamente rilevanti.
LE MOSSE DI PIPPO CIVATI. Per ora ci sono soltanto due di questi quattro elementi: la sinistra moderna, ma ancorata alle tradizioni e l'embrione di quel Nuovo centrosinistra (Ncs) di conio civatiano. Proprio Pippo Civati diventa il nodo cruciale di tutta questa vicenda. Anche a sua insaputa, verrebbe da dire.
Il deputato brianzolo per ora non lascia la trincea dem e resta con l'elmetto ben piantato sulla testa.
CONVINCERE GLI EX GRILLINI. Ma se il gruppo dei senatori dissidenti riuscisse a non sfaldarsi, o addirittura a convincere i grillini espulsi e fuoriusciti (dopo mesi di dibattito pare abbiano trovato la quadra e sono pronti a formare il gruppo autonomo guidato da Luis Orellana) a fare fronte comune, sarebbe difficile, per l'ex rottamatore, resistere al richiamo della foresta.

Dissapori interni dopo l'elezione di Orfini alla presidenza del partito


L'ipotesi di scissione, però, non sarebbe l'unico dei problemi a cui Renzi dovrebbe far fronte, stando alle voci dentro del partito. Perché passata la festa dell'Assemblea nazionale, il leader sarà costretto a fare i conti con i profondi dissapori che ha creato l'elezione di Orfini alla presidenza del partito.
Per quel ruolo erano convinti di avere diritto di prelazione i bersanian-lettiani di Area riformista, i quali hanno peccato di lentezza al loro interno per la scelta del candidato.
BOCCIATA DE MICHELI. La vicepresidente del gruppo dem alla Camera, Paola De Micheli, già preparava il discorso di insediamento, quando nella notte tra venerdì 13 e sabato 14 giugno, Renzi, esasperato dalla mancanza di accordo sul nome, ha imposto lo stop alle trattative e nominato il leader dei Giovani turchi.
Eppure il premier per mesi aveva lasciato campo libero all'opposizione di avanzare la propria proposta, sulla quale non avrebbe nemmeno esercitato il diritto di veto (se non in casi eccezionali).
NUOVO BRACCIO DI FERRO. La corrente ha dovuto dunque abbozzare e incassare il colpo, rilanciando il braccio di ferro al momento in cui si tratterà di comporre la nuova segreteria della 'gestione unitaria' (ma non troppo). Forse luglio, sussurrano a Lettera43.it fonti interne al Nazareno.
Anche in quel caso, però, la divisione numerica sembra già fatta: per cinque membri uscenti ne entreranno altrettanti, tre per Area riformista e due giovani turchi. Sempre nel rispetto della parità di genere.
SPARTIZIONE DEI RUOLI. L'opposizione proverà a strappare più posti e ruoli di primo livello. Anche se appare difficile, alla luce dell'enorme consenso popolare raccolto da Renzi, che possa vincere questa battaglia. Ecco perché la sfida è già carica di significati e foriera di nuovi venti di tempesta.
Oltretutto il premier sembra intenzionato a rimettere mano a diverse segreterie regionali e locali, anche se elette tra dicembre 2013 e febbraio 2014. Ci sono diverse realtà che non funzionano o non rispecchiano il cambiamento avvenuto a livello nazionale. Motivo in più per serrare le file della minoranza e resistere al ciclone renziano.
COMMISSARIO A LIVORNO? Primo campanello d'allarme è Livorno, dove il giovane leader dem è intenzionato a mandare un 'commissario' per capire le ragioni della sconfitta alle amministrative e dare avvio a un nuovo corso. Per ora si fa il nome del neo eurodeputato Nicola Danti, fedelissimo del premier.
La partita dunque è aperta. Renzi mantiene la parola data all'indomani della vittoria alle europee: «La rottamazione ora può cominciare». Dal Pd, ovviamente.


 

ITALIA – Storie socialiste: 1914, Ancona, la settimana rossa


Al congresso nazionale del Psi di Ancona (1914) venne riconfermata la maggioranza intransigente già vincitrice al congresso di Reggio Emilia (1912).

Alla vittoria della sinistra di Ancona, seguì una nuova affermazione dei riformisti all’interno della Confederazione Generale del lavoro, ma questo apparente equilibrio in cui il partito sembrava attestato, venne nuovamente turbato dalle vicende della "settimana rossa".

Pietro Nenni che nel 1913 assunse la direzione del foglio repubblicano di Ancona "Lucifero" e che all’inizio del 1914 assunse la segreteria della Consociazione repubblicana delle Marche, si trovò alla guida della manifestazione antimilitarista del 7 giugno 1914 (giornata celebrativa dello Statuto del regno) ad Ancona. E fu appunto in questa manifestazione svoltasi presso il Circolo Repubblicano di Ancona, detto Villa Rossa, che i carabinieri rispondendo alla sassaiola di una piccola folla, aprirono il fuoco uccidendo tre persone: due repubblicani e un anarchico.

L’incendio della rivolta dilagò immediatamente e fu impetuoso. Venne proclamato lo sciopero generale che dilagò in tutto il Paese che fu in buona parte paralizzato.

Nelle Marche e nella Romagna la protesta assunse in qualche momento un carattere insurrezionale.

Presso Ravenna venne catturato un generale. In alcune località si incendiarono caselli daziari, municipi e qualche chiesa.

A Parma, che era il più importante centro del sindacalismo rivoluzionario, si verificarono scontri a fuoco tra dimostranti e squadre arruolate dagli agrari. In molte località della Romagna, come a Fusignano si innalzarono gli "alberi della libertà" (vedi foto).

Gaetano Arfé, dopo aver rilevato che il carattere della rivolta ebbe una impronta anarchica e repubblicana, scrisse: "… la predicazione mussoliniana aveva avuto la sua parte nel prepararla, ed è ancora Mussolini a far dell’ "Avanti!" l’organo dell’insurrezione mancata e a portare buona parte del proletariato milanese su posizioni di combattiva solidarietà. (…) le velleità insurrezionali – scrisse ancora Arfé – restano però localizzate all’epicentro dei moti. Nelle zone a più diffusa penetrazione socialista non si va generalmente oltre la solidarietà nella protesta contro gli eccidi. Anche però ad Ancona, donde il movimento aveva preso le mosse e deve aveva sede il suo stato maggiore – dal vecchio anarchico Malatesta al giovane repubblicano Nenni – nessuna preparazione c’era stata, nessuna direzione era emersa, nessun piano, neanche tattico, aveva guidato i dimostranti". Infatti i disordini appaiono dopo alcuni giorni molto frammentati da luogo a luogo, perché i cani della rivolta non ebbero prodotto alcun disegno rivoluzionario.

Lo storico Enzo Santarelli osservò: "… nell’epicentro del movimento, quando si riscontra che non esistono sbocchi politici, che la repubblica è di là da venire e che l’apparato dello stato ha retto, è lo stesso Nenni a presentare ad una assemblea convocata presso la Camera del lavoro un ordine del giorno per la cessazione dello sciopero. Indipendentemente dalle critiche molto acerbe da parte di Mussolini, degli anarchici e dei sindacalisti rivoluzionari, c’è da osservare che è proprio l’agitatore repubblicano unitamente ad altri dirigenti locali, a proporre la desistenza della lotta, dopo il ritiro della Cgil e un sopraluogo in Romagna. Questo comportamento è già la spia di un maturo realismo e, nel momento della sconfitta, di una notevole dose di sangue freddo".

Ritorniamo al momento culminante della "settimana rossa". In certe località, specie della Romagna, dove maggiormente vibrava lo spirito rivoluzionario e la folla in rivolta divenne padrona della situazione, fu impedita la partenza dei treni, vennero interrotte le comunicazioni, devastati i caselli daziari, uffici telegrafici e stazioni ferroviarie. L’ira popolare si espresse anche con requisizioni di armi, di automobili dei proprietari terrieri, vennero requisite partite di grano e costituiti magazzini popolari.

A Ravenna, Bagnacavallo e Mezzano, vennero distrutti i Circoli dei signori, ma non fu torto un capello a nessuno. Non essendo dimenticati i tempi lontani della Repubblica Cisalpina, si innalzarono gli "alberi della libertà".

Ecco quello che è accaduto a Fusignano l’11 giugno 1914. Un gruppo di giovani, alla insaputa del Comitato d’agitazione, si recò nel bosco del marchese Calcagnini, dove sradicarono un diritto frassino lungo 15/16 metri e lo portarono in Piazza Correlli di Fusignano e lo piantarono di fronte alla chiesa del Suffragio con in cima una rossa bandiera presa dalla sede dei socialisti. Eretto l’albero della libertà, si riunì spontaneamente una folla di dimostranti e curiosi che salutarono con evviva la rivoluzione, poi il concerto cittadino si prestò a suonare la Marsigliese, l’inno dei lavoratori e l’inno di Garibaldi. Con questa spontanea cerimonia il Paese assunse un aspetto festoso. Un certo Antonio Preda, dilettante fotografo, volle ritrarre la scena che riprodusse in cartoline illustrate e che servirono per alcuni giornali illustrati nazionali ma, servirono anche alla Polizia per individuare i partecipanti e procedere agli arresti.

Le elezioni amministrative che seguirono subito dopo i fatti della "settimana rossa" daranno ai socialisti un nuovo successo, confermando così che la spinta a sinistra ha realmente una base popolare e che malgrado la mancata rivoluzione del 7 giugno, non ha allontanato le masse dal Psi.
Poi si assisterà a varie revisioni e conversioni quando la guerra europea batterà alle porte dell’Italia.

di Giuseppe Manfrin
da Avanti della Domenica - 10 marzo 2002 - anno 5 - numero 10

DOVE VA L'ITALIA? Una riflessione di Gim Cassano


Le riforme proposte da Renzi tendono a dare compimento istituzionale ad un processo di involuzione della democrazia che dura da almeno un ventennio. Complice la mancanza di una Sinistra moderna, l’Italia si incammina verso un’oligarchia tribale e feudale.
E’ mia opinione che l’avvento del governo Renzi non rappresenti affatto una discontinuità, ma tenda invece a dare forma compiuta a quel ciclo culturale e politico che impropriamente è stato battezzato come Seconda Repubblica. Le presunte discontinuità riguardano forme e priorità (in modo particolare quelle assegnate alle riforme istituzionali concordate con Berlusconi) più che una consapevolezza nuova; in buona sostanza, Renzi si è presentato ad un Paese disilluso e rassegnato con la proposta di razionalizzare e portare a compimento quanto era andato maturando nel corso del ventennio berlusconiano.
Il declino della destra berlusconiana come entità politica organizzata non deve far pensare ad una sua sconfitta; al contrario, a questo declino ha corrisposto l’aver fatto pienamente propria, da parte del PD e dei suoi satelliti minori, e per di più in termini formali oltre che sostanziali, la concezione di una democrazia limitata, i cui presupposti stanno nell’estraneità ai processi di democratizzazione e di apertura della Società di larghi settori di una borghesia tale solo per censo, e della quale il berlusconismo altro non è stato che un ultimo naturale interprete.
E’ da osservare come il tentativo di ridimensionare gli spazi di democrazia nel nostro Paese non si manifesti solo nella sfera dei meccanismi istituzionali: la nuova legge elettorale, il progetto di riforma del Senato, i progetti di riduzione del ruolo del Parlamento nei confronti dell’Esecutivo, seguono e non precedono un processo di ridimensionamento della democrazia che è in atto da almeno venti anni.

Una democrazia non può fondarsi unicamente su regole ed istituzioni rappresentative atte a consentirne il funzionamento: in una società articolata e complessa, l’inevitabile imperfezione della rappresentanza e l’inevitabile formazione di élites dirigenti tendenti a trasformarsi in caste, rendono necessario che:
• La democrazia delle istituzioni non si limiti alla formazione di una rappresentanza politica adeguata, ed invece operi efficacemente il principio dei “checks and powers” da parte di forme istituzionali aventi diverse funzioni, ruoli e responsabilità, diversi e non riconducibili alla stessa matrice meccanismi di origine e formazione, e che rispondano ad esigenze diverse.
• La democrazia istituzionale sia sostenuta dall’articolarsi nella società di forme partecipative e di democrazia diffusa: altrimenti, ne è inevitabile la degenerazione oligarchica e populista da parte dei chierici della politica, della burocrazia, dei poteri economici. Occorre cioè la presenza di corpi intermedi (in primis: partiti politici, sindacati, associazioni di categoria e di interessi) strutturati in modo da favorire la partecipazione permanente dei cittadini alla formazione delle scelte e degli indirizzi politici, e nei quali, alle rilevanti funzioni pubbliche facciano riscontro forme aperte e partecipative e processi interni di selezione e decisione, non sindacabili nel merito, ma tali da garantire il rispetto del metodo democratico. Occorre che cittadini e libere forme associative partecipino alle scelte riguardanti le comunità locali.
• La pienezza e la parità dei diritti e dei doveri individuali, civili, sociali, non siano né privilegi, né concessioni, né oggetti di tolleranza, ma lo status naturale di ciascuno, nella sua veste di individuo libero nelle sue scelte di vita e di impegno, di cittadino-non suddito, di utente dei pubblici servizi, di lavoratore, di consumatore, di studente. Il che si manifesta nel diritto-dovere di tutti di dare alla società, ed a vedervi tutelato, il proprio apporto sotto le forme della cittadinanza, dello studio, del lavoro, del sapere e dell’arte, del contributo economico, nel diritto di tutti ad un’esistenza libera e decorosa, nella concezione aperta e dinamica della società e dell’economia nel loro divenire, nell’inclusione sociale e nella protezione dal bisogno, nella promozione del merito e dell’equità, nell’avversione a caste, monopoli e corporazioni, nella concezione di una democrazia rappresentativa indenne da tecnocrazia e populismo, nel diritto a vedere ben amministrati i beni pubblici.
• La presenza di un’opinione pubblica cosciente ed informata prevenga la legittimazione ed il consolidarsi di una casta operante senza controlli diffusi e continui. Anche se i moderni mezzi di comunicazione di massa richiedono strumenti e tecnologie tendenti a limitare il pluralismo, occorre che informazione, conoscenza, sapere, siano accessibili a tutti e che siano caratterizzati da libertà di espressione e da pluralismo.
• La struttura ed il funzionamento dell’economia siano tali da non rendere la democrazia un esercizio inutile e privo di effetti. Ciò riguarda sia il peso e l’effetto delle scelte economiche private e pubbliche, che spetta alla politica di indirizzare verso l’utilità comune, che le condizioni economico-sociali dei cittadini.
Una società ed un’economia chiuse e bloccate, che non riescano ad assicurare il lavoro a chi vi si affaccia o a chi lo ha perso, nelle quali, a prescindere da merito e capacità, la mobilità sia limitata da privilegi, caste e particolarismi, nelle quali si osservi il progressivo concentrarsi della ricchezza verso il vertice della piramide sociale, impoverendone i livelli inferiori e medi e svilendo chi vive del proprio lavoro o attività, e sia evidente l’aumento delle sperequazioni, anziché la loro riduzione, minano le basi materiali della democrazia. E, insieme a queste, la convinzione che la democrazia sia tuttora la premessa necessaria per una società non solo più libera, ma anche più giusta e felice.
• Se la politica è arte di scelte operate in una realtà complessa e riferite ad orizzonti temporali e di interessi vasti, e se la storia ci insegna che la democrazia è, almeno sino ad ora, il più razionale strumento per realizzare una buona politica, la democrazia non può esser né semplificata, né realizzarsi attraverso il particolarismo.

L’esercizio della democrazia presuppone infine l’attitudine al dubbio, al considerare non irrilevanti le molte variabili indotte da diversità di interessi, punti vista, credenze, attitudini; presuppone il considerare irreversibile la trasformazione del suddito in cittadino che si è andata affermando in secoli di lotte; la presenza di un saldo impianto di regole e garanzie a tutela non solo della possibilità di governare, ma soprattutto dei diritti dei più deboli e delle minoranze. Come ogni altra forma politica, la democrazia presuppone una classe dirigente, anzi, deve formarla; ma quando le élites si trasformano in casta chiusa ed autoriproducentesi, la democrazia si trasforma in feudalesimo.
La democrazia è quindi un meccanismo articolato, complesso, e dinamico, che non perdura senza che la politica intervenga con continuità ad assicurarne il funzionamento, e senza che sappia interpretarne e gestirne la complessità. Il pretendere di semplificarla, di considerarla come un dato acquisito rinunciando a svilupparla, e di ridurre le complessità del ragionamento politico che comunque dovrebbe esserne la premessa alle forme dei criteri comunicativi moderni, è funzionale, appunto, alla visione di una democrazia monca e limitata.

E’ facile constatare come negli ultimi due decenni questi principii, sui quali, in fin dei conti, è stata modellata la nostra Costituzione, non solo non abbiano visto il compimento della loro attuazione, ma siano stati ampiamente contraddetti.
Venuta meno la stagione delle grandi riforme, ed a partire dal lento declino della cosiddetta Prima Repubblica, una profonda trasformazione culturale e sociale ha investito il Paese, manifestandosi per un verso nella progressiva denigrazione della Costituzione e delle Istituzioni della democrazia, nel restringere gli spazi di democrazia diffusa, nella limitazione della rappresentatività elettorale centrale e locale, nella compressione di diritti, nel particolarismo sociale e territoriale, nella riduzione del pluralismo e dell’indipendenza dell’informazione, nell’indebolimento dei corpi intermedi della società e nell’affermarsi di un sistema politico feudale fondato su partiti la cui funzione primaria è risultata quella di mantenere le posizioni dei relativi gruppi dirigenti.
E, sul versante sociale ed economico, manifestandosi nel venir meno di ogni velleità di programmazione da parte del sistema pubblico, nella sostituzione di un’impresa pubblica inefficiente e divenuta sovente centro di potere autonomo con monopoli ed oligopoli privati, nel contrarsi della mobilità sociale, nell’incremento delle sperequazioni nella distribuzione della ricchezza, in una iniquità fiscale degna della tassa sul macinato, nelle concessioni e nei condoni per i furbi e nel rigore per gli altri; il principio delle pari opportunità è rimasto una pura astrazione, ed insicurezza e timori per il futuro sono divenuti l’orizzonte di riferimento di settori sempre più larghi del Paese. Una bassa o mancata crescita ha così caratterizzato l’ultimo ventennio, anche prima del prorompere della crisi economica degli ultimi anni, che ha solo aggravato la preesistente situazione di difficoltà. Cattiva amministrazione, sprechi, favoritismi, non volontà di affrontare nodi cruciali quali evasione, elusione ed equità fiscale hanno fatto il resto: e, se nel nostro Paese, il sistema fiscale ha svolto un’azione redistributiva, questa è avvenuta alla rovescia.

Con la cosiddetta Seconda Repubblica, venuto meno l’argine costituito da partiti politici che, per quanti difetti potessero avere, si erano comunque costruiti sin dal periodo della clandestinità antifascista in rapporto a concezioni politiche ed a progetti di trasformazione sociale, mantenendo un chiaro rapporto con la realtà attraverso la propria base sociale, si è affermata la forma di partiti che non sono né partiti di militanti, né partiti di opinione, ma semplicemente partiti-contenitore e partiti-persona, tenuti insieme da relazioni di interesse e di opportunità.
A gruppi dirigenti costruiti nelle battaglie politiche, dotati di indubbia statura intellettuale, si sono, nel corso degli anni, sostituiti leaders inamovibili incapaci di valutazioni che andassero oltre il ristretto orizzonte dell’opportunità immediata per il proprio clan, ed incapaci di guardare invece alla società nel suo complesso. E la politica, distaccatasi per un verso dalle concezioni culturali, e per l’altro da un confronto razionalmente empirico con la realtà, si è ridotta a gioco indifferente, la cui posta, pur prescindendo da degenerazioni riguardanti il Codice Penale, non era l’interesse comune, ma la perpetuazione della propria sopravvivenza.
L’incapacità di produrre scelte e risultati politici percepibili ne è risultata quindi diretta conseguenza, e l’istinto di sopravvivenza ha fatto sì che questa venisse addebitata alle Istituzioni in sé ed alle regole della democrazia che le governano, e non alle incapacità del sottostante sistema politico. Si sono così andati diffondendo i mantra sul bipolarismo, sul bipartitismo e sui piccoli partiti, sul presidenzialismo, la volontà semplificatoria e riduttrice del sistema politico e del sistema delle garanzie e del check of powers istituzionale; ed infine l’idea bislacca che un sistema plebiscitario nel quale un Parlamento limitato nella sua funzione rappresentativa, controllato a priori nella selezione dei suoi membri e limitato nei suoi poteri possa definirsi democrazia, i tentativi di asservire la magistratura e la stampa, la sostituzione del concetto di etica pubblica con quello di opportunità, politica od economica che sia.

La storia del ventennio chiamato Seconda Repubblica è così risultata la storia della vittoria culturale di una destra che non ha mai fatto mistero della propria concezione organicistica ed anticonflittualistica della società, di una concezione oligarchica del potere che considera le articolazioni e le complessità della democrazia come un inutile fardello, e che non ha mai nascosto di considerare particolarismi e privilegi come valori da tutelare.
Ed è la storia dell’incapacità delle forze di centrosinistra e di sinistra a farvi fronte ed a comprendere come ciò avrebbe richiesto da parte loro un profondo rinnovamento culturale e di metodo politico. Troppo a lungo si è pensato di potere evitare di fare i conti con un mondo che stava cambiando e con il venir meno delle certezze del ventesimo secolo. Troppe volte si è agito con supponenza, pensando di aver sconfitto il “nemico”. Troppo a lungo si è pensato di poter vivere di rendita sull’antico patrimonio di consenso elettorale e sociale che invece, come un capitale eroso dall’inflazione, andavano assottigliandosi. Troppe volte ci si è divisi in incomprensibili dispute che di politico avevano solo l’apparenza; e spesso, neanche quella. Troppe volte sono stati posti in atto comportamenti che, rispondendo unicamente a prospettive individuali, immaginavano di neutralizzare la destra evitando, per puro opportunismo, contrapposizioni di prospettive ed interessi, sino alla logica conclusione di finire col condividerne metodi e valori, come difatti è avvenuto.

Alla fine di questo percorso, per effetto del tracollo delle condizioni economiche e sociali del Paese, e del più che meritato discredito generale che ha colpito il sistema dei partiti, il meccanismo è andato in crisi. Cambiando più volte linea, il PD ha abbandonato già prima delle ultime elezioni politiche le posizioni che si erano espresse nella coalizione “Italia Bene Comune”, conseguendo l’inutile vittoria tattica di essere il primo partito e, al tempo stesso, una sostanziale sconfitta strategica che ha portato alle convulsioni precedenti la formazione del governo Letta ed all’avvento di Renzi alla segreteria del partito.
Nel frattempo, la Consulta, cancellando il Porcellum, ha obbligato le forze politiche ad uscire allo scoperto.
Il patto Berlusconi-Renzi (non noto in tutte le sue clausole) nasce così come il tentativo comune di un’oligarchia politica -quella dei due maggiori partiti della Seconda Repubblica- di condividere e blindare il controllo sul sistema politico, asservendo a questo disegno le Istituzioni della Repubblica, facendo proprio e dando forma compiuta ed istituzionale al percorso di svuotamento della democrazia che ha caratterizzato l’ultimo ventennio, di cui si è detto.
Poco importa se i risultati delle vicinissime elezioni europee potranno esser tali da far capire a Berlusconi come Italicum e Senato svuotato e non elettivo possano ritorcersi a danno della sua parte politica marginalizzandola, e tali da indurlo quindi a prender le distanze da queste riforme: i due contraenti del patto hanno, e continueranno comunque ad avere, bisogno l’uno dell’altro, e nuove posizioni della destra su Italicum e Senato non rappresenterebbero affatto una vittoria politica, né un momento di democratizzazione, ma semplicemente l’ennesima riprova di come in Italia le norme vengano di volta in volta piegate alle convenienze. Si tratterebbe, in sostanza, di nient’altro che di un aggiornamento del patto di sindacato tra i due contraenti.

In tutta questa vicenda spicca la virtuale assenza di un’opposizione che non sia quella apolitica di Grillo e dei suoi seguaci.
Le forze minori dell’attuale maggioranza di governo hanno rinunziato a recitare alcun ruolo autonomo.
A cinque anni da un’origine che aveva fatto sperare in una sinistra nuova e plurale, capace di dar risposte in una società oramai postindustriale, SEL appare sempre più involuta nell’alternativa perdente tra l’essere la sinistra del PD od una ristampa della Sinistra Arcobaleno.
Un accenno a parte riguarda il piccolo PSI, su cui non pochi (tra cui il sottoscritto) avevano confidato perché potesse rappresentare il potenziale nucleo di una nuova sinistra critica e non ancorata agli ideologismi del secolo passato, solo che avesse avuto la volontà di condurre battaglie politiche autonome: in primis, quella per la democrazia. Così non è stato, ed abbiamo visto i parlamentari socialisti votare una legge peggiore dell’esecrato Porcellum. Un’occasione storica, persa.

Su tutto, si sta stendendo un velo di generale conformismo: il Paese sembra rassegnato e stanco, in cerca, come troppo spesso nella sua storia, di un salvatore. E sembra, al riguardo, disposto ad accontentarsi di molto poco: di annunci, di tweets, di promesse televisive.
L’Italia si sta così incamminando, nella generale rassegnazione e nel conformismo generale, all’alternativa, esiziale per la democrazia, tra Grillo ed un PD alleato di Berlusconi, e che solo quest’ultimo, e solo per ragioni di concorrenza elettorale, riesce ancora a definire come forza di sinistra.
A naturale conclusione del ventennio berlusconiano e dell’esser venute meno nella nostra società, insieme alle premesse culturali, sociali, ed economiche della democrazia, le forme di partecipazione e di democrazia diffusa, ci si incammina verso una Repubblica oligarchica nella quale, grazie a leggi elettorali di comodo, una minoranza abbia la possibilità di governare con la benevola copertura di un’altra minoranza sostanzialmente corresponsabile. Il tutto, senza che vi sia una vera opposizione, o avendola resa del tutto marginale.

Oggi, si pone quindi la questione di avviare quantomeno l’aggregazione di coloro che vedono questa prospettiva come pericolosa non solo per la democrazia in sé, ma anche per gli interessi e lo sviluppo del Paese, che richiederebbero la riduzione di ineguaglianze e sperequazioni sociali, economiche, territoriali e la promozione di una società più aperta e più equa. Il che significa definire in una società oramai postindustriale ed in un’economia tendente alla globalizzazione, i parametri di una Nuova Sinistra, al di fuori di preconcetti ideologici, ma in rapporto alle premesse culturali, politico-istituzionali, sociali ed economiche di sussistenza di una democrazia compiuta.

Gim Cassano

ITALIA - Disastri ambientali, la legge che Confindustria non vuole dorme al Senato. Le ecomafie ringraziano


Nel disinteresse (quasi) totale dei principali media, il disegno di legge sui reati ambientali potrebbe non vedere mai la luce. Si tratta del numero 1345, approvato dalla Camera lo scorso febbraio, nei giorni della nascita del governo Renzi, e ora abbandonato in un cassetto di Palazzo Madama. DDL che divide e su cui sembra ripetersi una sceneggiatura simile a quella recitata durante l'iter di approvazione di un altro disegno di legge atteso per anni, quello sul voto di scambio politico-mafioso.

In Italia, mentre Legambiente nel suo annuale rapporto sull'ecomafia ci informa che il fatturato del 2013 è stato pari a 15 miliardi di euro, la normativa sui reati ambientali è a dir poco carente. 10 anni fa venne introdotta la legge che puniva il traffico illecito di rifiuti, alcuni mesi fa è arrivato il decreto sulla Terra dei Fuochi, ma se è vero come è vero che siamo il paese in cui spesso regna una "imprenditoria eco-criminale", lo è altrettanto la mancanza di norme adeguate a contrastarla. 

Fino ad oggi il 'disastro ambientale' viene preso in considerazione dall'articolo 434 del codice penale: "Chi commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque anni. La pena è della reclusione da tre a dodici anni se il crollo o il disastro avviene".

Tre giorni orsono, durante la presentazione a Roma del Rapporto Ecomafia, erano tutti d'accordo: il ministro della Giustizia Andrea Orlando, quello dell'Ambiente Gianluca Galletti, il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, la presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi, i presidenti delle Commissioni Giustizia e Ambiente della Camera, i piddini Donatella Ferrante e Ermete Realacci. "E' necessario" approvare il DDL 1345 che inasprisce le pene, contempla il traffico di materiale radioattivo, introduce l'aggravante mafiosa e il cosiddetto ravvedimento operoso. 

Anche sul voto di scambio erano tutti d'accordo, poi la norma venne in parte depotenziata. Un passo in avanti rispetto alla precedente normativa, praticamente inservibile, ma comunque una legge su cui si poteva fare meglio e di più. Lo stesso può accadere con il DDL sui reati ambientali. La legge in questione (consulta qui il PDF), approvata da Montecitorio con 386 sì, 4 no e 45 astenuti (Lega e Forza Italia) sembra presentare delle criticità, soprattutto in un passaggio. "Costituisce reato ambientale l'alterazione irreversibile dell'equilibrio dell'ecosistema o l'alterazione la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali, ovvero l'offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza oggettiva del fatto per l'estensione della compromissione ovvero per il numero delle persone offese o esposte al pericolo" (articolo 452-ter, punito con pene fino a 15 anni). Il primo problema sorgerebbe con quel termine: "irreversibile". Ecco un parallelo con il DDL sul voto di scambio, quando durante uno dei passaggi fra Camera e Senato nella legge vennero inseriti i termini "consapevolmente" e "procacciamento" che depotenziavano la punibilità.

Ad esempio: il danno ambientale causato dall'Ilva a Taranto è irreversibile? Lo è quello dell'ENI-Pertusola a Crotone o di altre 'terre dei fuochi' sparse per l'Italia? Se così non fosse e il danno potesse essere 'estinto' con provvedimenti non eccezionali, i vertici delle aziende responsabili di quel danno non sarebbero riconosciuti 'colpevoli' di disastro ambientale? E ancora, prendiamo l'amianto: il mesotelioma pleurico è un killer che si manifesta spesso con decenni di ritardo. Anche nei confronti dei familiari degli operai. Come si fa a stabilire in questo caso "l'estensione della compromissione" o "il numero delle persone offese o esposte al pericolo"?

Il primo firmatario del testo è Ermete Realacci il quale, tanto nelle settimane passate che ieri durante la presentazione del rapporto di Legambiente, ha sostenuto il testo uscito da Montecitorio, definendolo "migliorabile" ma attaccando chi "vuole la luna". Ma proprio in seno al PD, si sono levate voci fortemente critiche. come quella di Felice Casson, vicepresidente della Commissione Giustizia al Senato ed ex magistrato. "Il testo, che resta un importante passo avanti, presenta però criticità di impostazione tecnica tali da impattare pesantemente su indagini e processi in corso. Allora proposi di modificarlo e rinviarlo alla Camera, piuttosto che farlo entrare in vigore così. A questo punto presenteremo emendamenti correttivi, ma sarà dura. Perché c'è una pressione forte da parte del centrodestra per difendere il testo e farlo passare così com'è".

Secondo Casson la legge così com'è uscita dalla Camera potrebbe influenzare anche indagini e processi in corso, in senso negativo. E tira in ballo il centrodestra, che non vuole modificare il testo. Lo stesso centrodestra che fu decisivo (il NCD è sempre la stampella della maggioranza di Renzi al Senato) nell'abbassamento delle pene (anziché da 7 a 12, da 4 a 10) sul voto di scambio. Un'impostazione criticata anche da Nicola Gratteri (leggi). 

Sia da Legambiente che da Libera non si sostiene la posizione di Casson, ma piuttosto vengono evidenziati due aspetti: un testo, seppur non il migliore possibile, va approvato in tempi brevi. E non bisogna cedere alle pressioni, che arrivano anche dall'esterno (leggasi Confindustria). "Bisogna dare un segnale forte al paesespiega Antonio Pergolizzi, coordinatore dell'Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente - Non è possibile che il nostro codice penale non preveda delitti ambientali, ma solo delle contravvenzioni che non hanno alcuna capacità deterrente". Gli chiediamo delle parole di Casson: "Non commento Casson, ma bisogna fare i conti con la realtà: in questa maggioranza ci sono persone che sono espressione di determinate logiche industriali ed economiche, di più non si può chiedere. Questo testo ha di fronte a sè uno schieramento agguerrito che ha promesso di affossarlo, come sta accadendo. Secondo noi può essere un piccolo passo avanti, dal pericolo astratto al danno concreto, dando cittadinanza giuridica e penale ai delitti ambientali". Meglio un uovo oggi di una gallina che non potrebbe arrivare mai? "Sì, purtroppo la politica è fatta anche di questo: piccoli passi che vanno verso la direzione da noi auspicata".

Sulla stessa linea Enrico Fontana, direttore di Libera. "Casson dice che il testo è un regalo alle lobby? Un giudizio eccessivo. Il regalo alle lobby si fa con la prescrizione sistematica di tutti i reati ambientali che sono di natura contravvenzionale. La politica si assuma la propria responsabilità e se ci sono modifiche da fare, si facciano. Se ci sono rischi per processi già in corso si evitino. C'è un soggetto che questa riforma non la vuole e l'ha detto esplicitamente: Confindustria. Se questo ddl viene ancora impantanato, da chi dice che non si può punire un 'comportamento umano' o da chi sostiene che è un regalo alle lobby... forse siamo sulla strada giusta. I reati citati dal Rapporto vanno sempre prescritti, le violazioni formali che determinano danno ambientale non sono punite. Migliaia di numeri che sono la fotografia di un fallimento, l'ennesimo".
(Claudio Forleo)