Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


giovedì 8 maggio 2014

ITALIA - Appalti e tangenti, bufera Expo: 7 arresti tra cui Paris e Greganti


Milano, 8 mag. - "Vi do tutti gli appalti che volete, basta che mi garantiate che farò carriera". Queste, secondo quanto riferito dal pm Claudio Gittardi della Dda di Milano, le parole che ha pronunciato il direttore Pianificazione e Acquisti di Expo 2015 Spa e general manager Constructions dell'Esposizione milanese, Angelo Paris, finito in carcere questa mattina insieme con l'ex senatore di Forza Italia Luigi Grillo, l'ex segretario amministrativo della Dc meneghina Gianstefano Frigerio, l'ex esponente del Pds Primo Greganti (il "compagno G"), l'ex segretario regionale Udc della Liguria Sergio Cattozzo e l'importante costruttore vicentino Enrico Maltauro.

L'ultima ordinanza di custodia cautelare ha raggiunto Antonio Giulio Rognoni, l'ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde che si trovava già agli arresti domiciliari nell'ambito di un'altra inchiesta. Le accuse contestate a vario titolo sono quelle di associazione per delinquere, corruzione e turbativa d'asta.

Secondo l'accusa, l'organizzazione, al cui vertice ci sarebbero stati alcuni protagonisti della stagione di Mani Pulite come Frigerio, Greganti e Grillo, avrebbe condizionato diversi appalti relativi in particolare alla Sanità lombarda (come la gara da circa 350 milioni di euro per la Città della Salute) ma anche quelli dell'Esposizione universale (come la realizzazione dell'area parcheggi e i padiglioni di alcuni Stati partecipanti).

Il gip Fabio Antezza ha respinto per mancanza dei requisiti cautelari la richiesta della Procura di effettuare altri 12 arresti a carico di persone che risultano attualmente indagate a piede libero. Questa mattina, inoltre, la Dia e la Guardia di finanza hanno effettuato un'ottantina di perquisizioni.

Sempre secondo quanto riferito dal Procuratore Edmondo Bruti Liberati, insieme con i sostituti titolari dell'indagine Claudio Gittardi e Antonio D'Alessio coordinati dal Procuratore aggiunto Ilda Boccassini, l'inchiesta è nata dalla maxioperazione "Infinito" condotta il 13 luglio 2010 nei confronti delle cosche della 'ndrangheta in Lombardia. In particolare, nel blitz di quattro anni fa, era stato arrestato tra gli altri l'ex dirigente della Asl di Pavia, Carlo Antonio Chiriaco, (condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa) che, secondo i magistrati, era in contatto con diversi esponenti politici e manager ospedalieri.

E per l'accusa, la "cupola degli appalti in Lombardia" smantellata questa mattina aveva una "impressionante capacità di ramificazione nell'amministrazione e infiltrazione in particolare nel settore della salute con appoggi, agganci, amicizie e protezioni di carattere politico-istituzionale", invitando pubblici ufficiale e manager "a far parte della squadra" che pilotava appalti di enti pubblici e aziende ospedaliere lombarde verso società che facevano riferimento "a partiti di qualsiasi schieramento politico" e che in cambio avrebbero pagato mazzette "in contanti o attraverso fatture per consulenze".

"L'inchiesta è nata a prescindere da Expo, ma ci si arriva di fronte all'interesse mostrato dall'associazione a delinquere verso l'Esposizione" hanno precisato i pm che nell'autunno dell'anno scorso hanno riscontrato "la sorprendente disponibilità" del 47enne responsabile contratti di Expo 2015 Angelo Paris alle richieste dell'associzione. In pratica, sempre secondo i magistrati, il manager sarebbe stato "totalmente a disposizione fornendo al sodalizio ma anche direttamente alle aziende indicate dagli arrestati informazioni riservate sulle procedure delle gare d'appalto".

"Massima fiducia nella magistratura e massima severità se sono stati commessi reati" ha commentato il presidente del Consiglio Matteo Renzi a margine della sua vista all'Ansaldo Energia di Genova. "La politica non metta becco, i politici facciano il loro lavoro e non commentino il lavoro della magistratura", ha detto ancora il premier.

domenica 4 maggio 2014

ITALIA - Quello buono e quelli cattivi


Dunque, dice Matteo Renzi: "io non sono presidente del Consiglio perché ho vinto un concorso. Se non posso fare le cose, se hanno bisogno di uno che abbuia, che nasconde, allora si prendano un altro".

Ora, lasciamo perdere un attimo il merito della frase pronunciata da Renzi. Dimentichiamo per un attimo (soltanto per un attimo che tanto poi tempo otto righe e ci ritorniamo su) gli 80 euro in busta paga, l'edilizia scolastica, l'Irap, il Senato e l'Italicum. Concentriamoci sulla frase in sé.

Il primo aspetto è la sfida: io, loro. Una sfida innanzitutto personale (non è: "noi, loro"; è: "io, loro").

Il secondo aspetto è la divisione tra il buono e i cattivi: io sono qui per fare le cose, loro vogliono impedirmelo.

Ma davvero è così? E, nel caso, chi vuole impedire cosa?

La maggior parte di chi solleva dubbi e critiche e proposte alternative rispetto alle riforme renziane non mette in discussione l'obiettivo, ma soltanto gli strumenti per arrivarci. Tanti di quei loro che, secondo Renzi, vogliono abbuiare, per esempio, condividono la fine del bicameralismo perfetto, l'adozione di una legge elettorale decente, gli sgravi fiscali in busta paga; in alcuni casi ne parlano da quando ancora Renzi non organizzava gli incontri alla Leopolda per rifare l'Italia. Semplicemente, coltivano il dubbio che proprio quella proposta sulla fine del bicameralismo perfetto, proprio quella proposta di legge elettorale, proprio quella proposta di sgravi sia non dico la migliore (che anche qui, forse, sono in pochi a pretendere davvero una cosa del genere), ma anche soltanto la meno peggiore tra quelle effettivamente e realmente possibili. 

Insomma, per come la sta mettendo Renzi, qui siamo al "vox populi vox dei" (l'adagio generatore di populismi) non sugli obiettivi - e già sarebbe discutibile - ma addirittura sugli strumenti per raggiungere gli obiettivi. E siccome "vox populi vox dei", chi la pensa diversamente è "vox diaboli". Il guaio è che a stabilire che quella proposta di riforma sia non soltanto l'unica possibile, ma pure la migliore, è stata non la "vox populi", ma la "vox renzi". Infatti, tolti i pasdaran renziani, di perplessità ne sono state espresse tante e da tanti. 

Due cose, infine, da aggiungere.

La prima è che una narrazione impostata in questo modo, amplificata da media compiacenti e da una vulgata che antepone il "fare" al "far bene", mette in gran difficoltà l'interlocutore critico: che prima ancora di argomentare come valide le proprie ragioni (e già questa è un'impresa, in un'epoca in cui campiamo di slogan, frasi fatte e banalità variamente assortite), dovrà dimostrare di muoversi senza secondi fini (abbuiare, agire per personalismi, gufare e così via) e di non essere cattivo, di non essere la "vox diaboli". 

La seconda cosa riguarda loro: quelli che vogliono abbuiare, che vogliono impedire a lui di fare le cose. La narrazione "io / loro" è una costante dell'ultimo ventennio politico. Ma fino ad oggi i loro contrapposti all'io erano una parte facilmente identificabile, anche fisicamente distante dall'io. I "loro" di Berlusconi erano i comunisti, i magistrati, la Cgil. I "loro" del vecchio centrosinistra erano i fascisti, erano i berlusconiani. I "loro" di Grillo erano e sono i vecchi partiti. Quando Renzi parla di "loro", invece, si rivolge innanzitutto a persone che militano nel suo stesso partito, gente con cui magari in passato ha condiviso esperienze e battaglie e che ora finiscono nella lista dei cattivi solamente perché la pensano diversamente sul modo con cui fare alcune riforme. E' un'evoluzione interessante. Anche alla luce del fatto che fino a pochi mesi fa tra i "loro" c'era gente che oggi invece è con lui in prima fila, a spada tratta, e vai a sapere te cos'è che li ha convinti a cambiare radicalmente idea in così poco tempo. 

NUCS

N.B. - Io non ho rimpianti di un tempo in cui vigeva la regola dell'immobilismo. semplicemente, tra immobilismo e muoversi tanto per muoversi credo ci sia tutta una serie di velocità intermedie che potrebbero tranquillamente essere rispettate senza che ciò nuoccia al Paese (anzi, forse hai visto mai che si potrebbe anche star meglio).

ITALIA - 10 cose che devi sapere prima di aprire la partita Iva (se no sei fottuto)


Dire “Ho la partita Iva” per molti oggi equivale a dire: “Ho una malattia incurabile”. Eppure aprire la partita Iva non è per forza un male, lo diventa quando è una finta partita Iva (chi svolge un lavoro da dipendente mascherato da autonomo) o quando la si apre senza sapere a cosa si va incontro. Ecco 10 consigli del commercialista per non rimanere fottuti.

1.    Se il tuo datore di lavoro vuole farti passare dal contratto attuale alla partita Iva sai già che perderai ogni tutela e buona parte dello stipendio. Potresti rimanere fottuto.

2.    Se ricorrono almeno due di queste condizioni devi sapere che sei una finta partita Iva, ovvero una persona che svolge un lavoro dipendente mascherato da lavoro autonomo.

3.    Fino ai 35 anni puoi usufruire del regime fiscale dei minimi, che consiste in una tassazione totale di circa il 33% di quello che guadagni, così divisi: 5% di Irpef e 28% di Inps. Questo discorso vale per chi ha la “gestione separata”, cioè tutti quei lavoratori generici che non usufruiscono di casse previdenziali di settore (come giornalisti, avvocati, commercianti) e con la clausola che i ricavi siano entro i 30.000 euro l’anno (per l’anno in corso il limite potrebbe aumentare a 65.000). Superati i 35 anni e i 30.000 euro di reddito l’Irpef sale dal 5% al 23% creando una pressione contributiva totale del 51%. Insomma, se hai più di 35 anni sei un po’ fottuto. 

4.    Alla pressione contributiva devi aggiungere gli acconti sulle tasse dell’anno successivo. Funziona così: tra giugno e agosto 2014 inizierai a pagare le rate delle tasse relative alla tua dichiarazione dei redditi del 2013. Ma assieme a queste dovrai pagare anche l’acconto sulle tasse dell’anno successivo, quindi sul 2014 che è in corso (che in teoria dovresti pagare nel 2015). Questo acconto consiste nel 50% di quanto hai appena pagato per le tasse del 2013. In breve: hai dichiarato 21.000 euro di ricavi per il 2013 e hai pagato 7.000 euro (33%) di tasse? Bene, dovrai pagare subito altri 3.500 euro, come acconto dell’anno successivo. Questa cifra verrà poi scalata dalle tasse che ti ritroverai a pagare l’anno successivo. Ma non te ne accorgerai neanche, perché l’anno successivo ti ritroverai a pagare comunque l’acconto dell’anno dopo ancora, il 2015. E così via.

5.    Difficilmente potrai fare a meno di rivolgerti e pagare un commercialista per fare la dichiarazione dei redditi. Vuoi provarci?

6.    La partita Iva per essere sostenibile prevede che tu, svolgendo il tuo lavoro, abbia dei costi. La benzina per l’auto, metà di quanto spendi per l’affitto se lavori in casa, i biglietti del treno o di aereo, il ristorante: tutte queste cose si possono detrarre, ma non tutte al 100%. Hai ricavi per 21.000 euro l’anno? Bene, se hai avuto 6.000 euro di costi, il tuo reddito è di 15.000 euro, e su quelli pagherai un terzo di tasse (al regime dei minimi). Se nel tuo lavoro non hai costi aprire una partita Iva è difficilmente sostenibile. Facciamo un esempio: su un reddito lordo di 12.000 euro – i miseri mille euro al mese – ci si trova a dover pagare 4.000 euro di tasse più 2.000 di acconto e 1.000 (circa) di commercialista. Un totale di 7.000 euro di tasse, e in tasca ne rimangono meno della metà, 5.000. Oltre i 35 anni, poi, si paga molto di più. Insomma, se non fai i conti sei fottuto.

7.    Se usufruisci del regime fiscale dei minimi puoi detrarre un elenco molto ristretto di costi, diversamente da chi ha più di 35 anni, che paga un 51% di tasse (28% Inps + 23% Irpef) ma può detrarre molte più cose.

8.    La cosa migliore che puoi fare è capire in anticipo, mese per mese, quanti costi dovrai fare entro la fine dell’anno per abbassare il reddito, e pagare una cifra sostenibile di tasse.

9.    Metti da parte un terzo (o più) dei tuoi guadagni dal primo momento: così facendo eviti il rischio, molto comune, di non rientrare più con le cifre una volta che inizierai a pagare le tasse.

10.  Non avrai alcun diritto o tutela: ammortizzatori sociali, malattia, assicurazioni o ferie. Ti capita una disgrazia, il tuo committente ti abbandona da un giorno all’altro? Sei fottuto. Non dire che non te l’avevamo detto.

mercoledì 30 aprile 2014

EGITTO – Repressione, condanna a morte per 683 pro Morsi


Processo contro oltre 1.200 sostenitori della Confraternita. Pena capitale anche per la guida spirituale Badei. La Casa Bianca chiede l'annullamento: «Profonda preoccupazione». Scontri all'Università di al Azhar al Cairo.
28 Aprile 2014 - Il tribunale di Minya in Alto Egitto ha condannato a morte 683 pro-Morsi, tra cui la guida spirituale Badei, e ha deferito il caso al Gran mufti d'Egitto, nell'ambito del processo contro oltre 1.200 sostenitori della Confraternita.
La stessa corte ha commutato in ergastolo la pena capitale a 492 pro Morsi dei 529 condannati a marzo 2014. Per 37 di questi ultimi è stata invece confermata la pena capitale. Ora possono ricorrere in Cassazione. La maggior parte degli accusati per violenze e scontri avvenuti a Minya il 14 agosto sono contumaci.
USA: «PROFONDAMENTI PREOCCUPATI». Gli Stati Uniti, che hanno chiesto l'annullamento della pena tramite un comunicato della Casa Bianca, si sono detti «profondamente preoccupati per il continuo ricorso in Egitto di processi e sentenze di massa».
SCONTRI A IL CAIRO. Intanto nel Paese la tensione è alle stelle. Soprattutto all'Università di al Azhar al Cairo dove si sono registrati violenti scontri fra forze dell'ordine e studenti pro-Morsi in corteo. Secondo testimoni due poliziotti sono rimasti feriti, mentre una vettura di un professore dell'Ateneo è stata data alle fiamme. I dimostranti sarebbero centinaia. Le forze della sicurezza stanno usando gas lacrimogeni per disperderli.
Il processo nei confronti degli oltre 1.200 pro Morsi era iniziato il 22 marzo e due giorni dopo il giudice aveva deciso di condannare a morte una prima tranche dei condannati, (529) e aveva sottoposto il caso a Gran mufti. Il caso aveva sollevato proteste a livello internazionale.
LEADER MOVIMENTO 6 APRILE IN CARCERE. In Egitto però la situazione si sta facendo sempre più incandescente. Il tribunale degli Affari urgenti del Cairo ha dichiarato fuorilegge il Movimento 6 Aprile, il più importante della rivolta contro l'ex presidente Hosni Mubarak.
Il tribunale ha chiesto al presidente ad interim egiziano Adly Mansour, al premier Ibrahim Mahlab, al ministro dell'Interno Mohamed Ibrahim, al titolare della Difesa, il generale Sedki Sobhi e al procuratore generale Hisham Barakat, di vietare tutte le attività politiche del Movimento del 6 Aprile, la chiusura dei suoi uffici e l'organizzazione di dibattiti e manifestazioni.
SPIONAGGIO E DANNO DI IMMAGINE. Il movimento è accusato di spionaggio e di avere commesso atti che hanno danneggiato l'immagine dello Stato egiziano. I leader del gruppo, in carcere dal dicembre 2013, sono stati condannati in appello a tre anni di prigione, con l'accusa di disordini e incitamento alla violenza, e per aver violato la legge sulle dimostrazioni.

UCRAINA - Turchinov: «Est Ucraina fuori controllo»


Kiev: «Perse Donetsk e Lugansk». Esercito in massima allerta

30 Aprile 2014 - L'Ucraina dell'Est rimane in caos, mentre Kiev si prepara al peggio. Le forze militari ucraine, ha spiegato il presidente Oleksandr Turchinov in un incontro con i capi delle amministrazioni regionali come riferito dell'agenzia Unian, sono state messe in massima allerta per il rischio di un attacco russo.
Per Turchinov esiste un pericolo reale che Mosca scateni una guerra continentale contro Kiev.
OCCUPAZIONE A GORLIVKA. Intanto i secessionisti filorussi hanno occupato nella mattinata del 30 aprile la sede del municipio e il commissariato di Gorlivka, cittadina di 250 mila abitanti 40 km circa a nord di Donetsk, Ucraina orientale. L'ha riferito il sito online locale Ostrov. Il blitz è stato realizzato da alcune decine di uomini armati e in tuta mimetica.
«KIEV NON CONTROLLA PIÙ LE REGIONI SUD-ORIENTALI». Il presidente ucraino così ha dovuto ammettere che Kiev ha perso il controllo delle regioni dell'Ucraina sud-orientale di Donetsk e di Lugansk. «Le autorità e le forze dell'ordine non sono in grado di ottenere il controllo delle regioni di Donetsk e Lugansk e dei loro capoluoghi», ha riconosciuto. Turchinov ha aggiunto che ci sono stati vari tentativi di destabilizzare la situazione anche nelle regioni di Kharkov, Odessa, Kherson, Nikolaiev e Zaporozhie.
«EVITARE IL CONTAGGIO». Per il presidente ucraino «il nostro obiettivo numero uno è di impedire che il terrorismo si estenda dalle regioni di Donetsk e Lugansk ad altre regioni». «Abbiamo già deciso di creare delle milizie territoriali composte di volontari in ciascuna regione», ha aggiunto, citato dai media ucraini.
SCONTRI A KIEV IN PIAZZA DELL'INDIPENDENZA. La stessa capitale ucraina però ha vissuto nella serata del 29 aprile momenti di tensione. Nella Piazza dell'Indipendenza (Maidan Nezalezhnosti), simbolo della protesta ucraina contro il regime corrotto, ci sono stati scontri con feriti tra ultranazionalisti e attivisti moderati.
Gli estremisti, circa un centinaio di persone vestite tutte di nero, con il passamontagna e una fiaccola in mano, stavano marciando in corteo per ricordare le cento vittime della rivolta (chiamate i 'cento celesti') quando sono stati fermati all'altezza di una barricata dagli esponenti delle forze di autodifesa del Maidan. Ne è scaturita una rissa nella quale sono stati usati bastoni, petardi, lacrimogeni e anche armi con proiettili di gomma. Il bilancio finale è stato di alcuni feriti, ma non gravi.
RIUNIONE CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU. Il 29 aprile si è svolta anche una riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu in cui è stata di nuovo sollevata la questione degli osservatori Osce catturati dai separatisti filorussi a Slavjansk. Il capo degli affari politici dell'Onu, Jeffrey Feltman, ha ribadito la «forte condanna» delle Nazioni Unite per il rapimento degli osservatori. Nel corso della riunione del Consiglio di Sicurezza sull'Ucraina, Feltman ha sottolineato che «la situazione nell'Est e nel Sud del Paese continua a deteriorarsi, e l'attuazione dell'accordo di Ginevra è in stallo».

ITALIA - Dl Droga, la Camera conferma la fiducia


Scontro su tabelle cannabis, si preannuncia battaglia al Senato.

La Camera ha confermato la fiducia al governo sul decreto legge tossicodipendenze. I sì sono stati 335, 186 i no. Il via libera finale sul provvedimento è previsto il 30 aprile, ma già si annuncia battaglia al Senato: il Nuovo centrodestra (Ncd) ha infatti contestato il diverso trattamento riservato alla cannabis: inserita nella tabella delle droghe pesanti se ottenuta da sintesi di laboratorio, ma collocata tra le droghe leggere se 'naturale' ogm, e contenente quindi, secondo Ncd, un'analoga quantità di principio attivo dannoso rispetto alla cannabis di sintesi.
Il provvedimento potrebbe dunque subire modifiche nel passaggio a Palazzo Madama. Tuttavia, come ha affermato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin in conferenza stampa, «siamo giunti a un buon risultato e a un testo equilibrato».
MESSAGGIO FORTE AL PAESE. Il punto, ha spiegato, è che «c'è la necessità di dare un messaggio forte al Paese, e cioè che drogarsi non è normale e dobbiamo sconfiggere la cultura della normalizzazione del drogarsi che sta provocando danni enormi sia agli adulti sia ai giovani».
Sul fronte farmaci invece, ha aggiunto, il dl «ci dà una libertà maggiore nell'utilizzo efficace dei farmaci off label». Il testo del dl si basa su una «impostazione condivisa» anche secondo Eugenia Roccella, che tuttavia ha annunciato battaglia in Senato sul 'nodo' cannabis.
GIOVANARDI SODDISFATTO. Si è detto soddisfatto Carlo Giovanardi, secondo cui il provvedimento arrivato in Aula «ricalca la filosofia della stessa legge Fini-Giovanardi».
Resta invece critico il giudizio di Fratelli d'Italia-Alleanza nazionale, il cui esponente Fabio Rampelli, intervenendo in Aula, ha rivolto il «benvenuto a questo governo di spacciatori». E il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri ha chiesto che il Senato «voti modifiche sostanziali al decreto». In campo sono scesi anche operatori e associazioni del settore che, pur dando 'luce verde' al dl, hanno chiesto che al più presto venga avviato un percorso di riscrittura della normativa sulle dipendenze.

Martedì, 29 Aprile 2014

Decreto droga, la Camera approva il testo

In Aula 280 sì, 146 no e due astenuti. Ora la misura al Senato.

Sì dell'Aula della Camera al decreto legge tossicodipendenze. Il testo è stato approvato con 280 sì, 146 no e due astenuti, e ora passa al Senato.

Mercoledì, 30 Aprile 2014

ITALIA - Renzi a Porta a Porta su Senato, stipendi magistrati e riforma Pa


Il premier: «Le misure faranno discutere». Poi critica l'Anm. Riforma verso l'intesa nel PD. Primo voto il 10 giugno.

29 Aprile 2014 - È una presa di posizione dura quella che il premier Matteo Renzi ha voluto inviare alle toghe italiane dagli studi di Porta a Porta, gli stessi che più volte hanno ospitato le invettive di ben altro genere di Silvio Berlusconi contro i giudici.
«RISPETTO PER LE LEGGI». «La storia dell'Anm che toccare lo stipendio dei magistrati sia un attentato alla libertà e all'indipendenza della magistratura è offensiva per il decoro e dignità dei magistrati che non guadagnano quella cifra e per i cittadini. Mi auguro che ci sia da parte della magistratura rispetto per leggi dello Stato», ha detto il presidente del Consiglio.
Ma le domande di Bruno Vespa sono state l'occasione per parlare anche della riforma del Senato, annunciando per il 10 giugno il primo voto in Aula, e per parlare di quella della pubblica amministrazione.
IL 30 APRILE SI PRESENTA LA RIFORMA DELLA PA. «Domani (il 30 aprile), presentiamo i provvedimenti che noi proponiamo con un metodo un po' diverso. Molte misure faranno discutere». Nessun decreto legge, però, non ancora: «Il dettaglio lo vedrete nelle prossime settimane».
Una riforma ambiziosa: «Io so che è difficile ma come disse John Kennedy si scelgono gli obiettivi non perché son facili. La cosa più difficile che possiamo fare è cambiare la pubblica amministrazione e lì non ci basta nemmeno la Nasa, forse i marine», ha scherzato il presidente del Consiglio.

Un pin per eliminare le code


Per i cittadini, Renzi ha annunciato l'introduzione di una «identità digitale», il che vuol dire «dare a tutti un pin» che permetta l'accesso alla Pa. «Il pin vuol dire mai più code per un certificato e non pagare più in un certo modo la bolletta».
«BECCARE I FANNULLONI». Inoltre «servono dirigenti che facciano i dirigenti, non è possibile poi che il premio di produzione aumenti con l'indennità e a prescindere dai risultati e dalla situazione del Paese. Se il Paese va male, anche i dirigenti devono stringere la cinghia. L'obiettivo è beccare i fannulloni e farli smettere e valorizzare i tanti non fannulloni incentivando gli scatti di carriera e magari lo stipendio».
85 MILA ESUBERI? CIFRA TEORICA. Gli 85 mila esuberi indicati da Cottarelli tra i dipendenti della Pa? «È una cifra teorica», ma «non si fa così. Anche perché con il blocco del turnover la percentuale dei dipendenti pubblici in Italia è ora simile a quella degli altri Paesi: noi siamo al livello della Francia. La Germania ha una percentuale minore, ma perché non conteggia gli operatori della sanità. Non faccio gli esuberi del povero dipendente, nessuno verrà licenziato perché il governo ha da tagliare. I dipendenti non li dobbiamo far lavorare di meno, ma di più».
RUBINETTI CHIUSI AI COMUNI POCO SERI. Si può risparmiare in tanti modi, soprattutto evitando gli sprechi: «I comuni che si comportano in modo poco serio gli chiudi il rubinetto, perchè non vale che uno virtuoso deve pagare anche per quello spendaccione. Privatizzare le municipalizzate? Può essere una soluzione, a Firenze l'ho fatto».
Fondi in arrivo, invece, per la scuola: «Il 2 maggio sblocchiamo 244 milioni dal patto di stabilità».

«Se fallisco mi fanno fuori»


Nessuna intenzione di arrendersi: «Vado avanti perché penso che questo Paese, se risolve questioncine come il fisco e la giustizia, diventa un Paese leader mondiale». Se non riesco «mi fanno fuori politicamente, più di così non posso fare».
Spazio anche a messaggi diretti ai rivali per le Europee: «Quando i professionisti sono all'opera a fare i fuochi di artificio tutti i giorni, noi paghiamo il biglietto e assistiamo», ha detto Renzi riferendosi alla campagna elettorale di Beppe Grillo e Silvio Berlusconi.
«IL VOTO AL M5S È UN URLO». Grillo «non ha a cuore l'Italia ma il suo spettacolo, vuole che l'Italia vada male». Il voto al M5s alle Europee, è «come un urlo, poi cosa hai risolto?».
Frecciate anche al leader di Forza Italia: «Vedo che in questi giorni di ritrovata vivacità di Berlusconi gira la battuta del simpatico tassatore. Lo ringrazio per il simpatico, ho dubbi di esserlo ma certo non sono un tassatore».
E ancora: «No, non la penso sulla giustizia come Berlusconi. Rispetto le sue opinioni perché sono abituato a rispettare gli altri, a non odiarli, non ritenerli nemici. Ma rispetto, chiedendo lo stesso rispetto, le sentenze della magistratura. Si possono rimettere in discussione? Non commento e le rispetto».
«CLIMA SFAVOREVOLE ALLA RIFORMA DELLA MAGISTRATURA». Per risolvere i problemi della giustizia italiana, secondo Renzi, bisogna cambiare prospettiva: «La responsabilità civile dei magistrati già c'è, con una procedura molto complicata. Abbiamo molti margini di lavoro» ma «finché i toni saranno da derby ideologico e da campagna elettorale» non ci potrà essere «nessun intervento sulla giustizia, non finché ci sarà chi dice che la magistratura è un cancro».

ITALIA -Elezioni Europee, i partiti senza bussola nel Mare Nostrum


Questo commento è stato pubblicato oggi su L’Arena di Verona, Giornale di Vicenza e Brescia Oggi.

Forse basterebbe passare dal latino al tedesco, da “Mare Nostrum” a “Unser Meer” perché l’Europa guidata da Angela Merkel capisse l’allarme italiano sul Mediterraneo. Allarme rosso. Al Viminale già scorgono all’orizzonte del Mare nostro e di tutti l’arrivo di ottocentomila essere umani che nessuna Lampedusa, per quanto generosa, potrebbe accogliere. Ma la polemica politica arriva ancor prima degli sbarchi annunciati, e allora al ministero dell’Interno mettono a fuoco i binocoli e si correggono: tranquilli, la situazione è complessa, ma sotto controllo. Le masse si vedono, in particolare in Libia. Ma non è detto che salperanno. Così suona la retromarcia.

Tuttavia, i dati statistici dicono che nei primi quattro mesi di quest’anno sono giunti via mare 25 mila migranti: più della metà di quelli contati nell’intero 2013. E non occorrono Sibille Cumane né vedette al Viminale per sapere che il futuro sarà sempre più drammatico per chi accoglie, e soprattutto per chi scappa arruolandosi, a rischio della propria vita e con tutti i pochissimi risparmi accumulati, nelle mani di trafficanti senza scrupoli.

Non è, dunque, soltanto l’enormità del fenomeno, incontenibile come ogni tempesta di mare e dell’animo, a esigere l’intervento dell’Europa. E’ la ragion stessa dei valori in gioco, che partono dal doveroso soccorso verso i fuggitivi dell’Africa, da considerare nostri fratelli non soltanto quando giocano da campioni di calcio nelle squadre europee. Che passa dalla capacità politico-strategica di saperli inserire e integrare con gradualità e buonsenso in tutti i Paesi del continente. Che richiede durezza nel punire il crimine di pochi trafficanti che sfruttano il dolore di tanti disperati. L’Europa non potrà consolare tutta la sofferenza del mondo, e meno che mai potrà farlo da sola la nostra piccola, grande Italia, che non si tira indietro quand’è in ballo il cuore suo e degli altri: le numerose operazioni navali e militari confermano che nessuna missione è impossibile, se fatta con lungimirante umanità.

“Meglio gli arrivati che i morti”, è il crudo, ma efficace pensiero di chi ha potuto salvare molte vite. Ma anche la carità si fa coi soldi, e qui è in ballo ben più di un atto caritatevole. E’ in ballo l’ambizione di aiutare gli africani in Africa, perché nessuno ama lasciare la famiglia e la patria. E’ un tema capitale per quest’Europa che non c’è. Ma che arriva, pure lei, con il voto di maggio. Ne discutano i vari partiti e candidati che navigano senza bussola nel Mare Nostrum.

30 - 04 – 2014 Federico Guiglia

martedì 29 aprile 2014

ITALIA - Tutti gli annunci di Matteo non ancora rispettati da Renzi


Tempi e contenuti dell’iniziativa riformatrice solennemente annunciata dal premier sono frenati da ostacoli politici e corporativi difficili da superare. Ecco il divario (su scuola, lavoro, bonus e riforme istituzionali) tra proclami e fatti

Matteo Renzi aveva messo a punto un calendario ambizioso di interventi radicali in tutti i gangli vitali della vita pubblica. Il ritmo arrembante con cui era stato preannunciato un programma rigoroso e vincolante di grandi riforme ogni mese sembrava aver conquistato cittadini, mass media, osservatori scettici. Tuttavia la realtà odierna sconfessa, o quanto meno ridimensiona, la forza dirompente delle solenni promesse del premier. Mentre la minoranza del Pd si organizza esibendosi al Teatro Eliseo.

RIFORME ISTITUZIONALI NELLA PALUDE

Preannunciata tra la fine di febbraio e le Idi di marzo, la nuova legge elettorale, approvata in modo rutilante dalla Camera dei deputati, è arenata tra le mura di Palazzo Madama. Complice il timore diun inusitato ballottaggio per il governo tra Partito democratico e Movimento Cinque Stelle e lo stallo sulla revisione del Senato, il meccanismo di voto vedrà la luce – salvo colpi di scena – prima della pausa estiva.

CERCASI JOBS ACT

Marzo avrebbe dovuto rappresentare uno spartiacque storico per le regole sul lavoro, le relazioni industriali, l’innovazione degli ammortizzatori sociali. Nulla di tutto ciò è stato previsto nell’unico provvedimento messo in cantiere dall’esecutivo e dal responsabile del Welfare Giuliano Poletti. La portata del decreto legge che porta il suo nome, frutto di un logorante braccio di ferro tra Nuovo Centro-destra, Scelta Civica, riformisti del PD da una parte e sinistra del Nazareno e CGIL dall’altra, è limitata a modifiche dei contratti a termine, delle regole sull’apprendistato e sulla formazione pubblica.

Il cuore della riforma è rinviato a un disegno di legge delega i cui tempi appaiono incerti. A quel punto si conosceranno i pilastri del Job Act che avrebbe dovuto rivoluzionare e rilanciare il tessuto produttivo-occupazionale del nostro paese. Per ora restano evanescenti i confini del nuovo Codice del lavoro, del contratto unico flessibile e indeterminato con garanzie crescenti nel tempo, di una rete moderna di ammortizzatori sociali orientati al Welfare to work.

TEMPI QUASI SCADUTI PER LA NUOVA BUROCRAZIA

Un architrave del programma annunciato dal Presidente del Consiglio prevedeva il rinnovamento strutturale entro aprile della Pubblica amministrazione. Il calendario potrebbe venire rispettato in “zona Cesarini”, visto che in settimana il governo approverà il testo base di riforma messo a punto dal ministro competente Marianna Madia.

L’obiettivo di conferire efficienza alla macchina statale passa per una strategia di tagli e assunzioni mirate. Una mescolanza di mobilità obbligatoria e sblocco del turn over che dovrebbe tradursi in una nuova entrata per ogni cinque uscite dal servizio. Permettendo così una riduzione non traumatica di 85mila dipendenti pubblici prevista dal progetto di spending review redatto da Carlo Cottarelli.

L’ALLENTAMENTO BLANDO DEL PATTO DI STABILITA’ INTERNO

Sempre sul piano locale emerge una clamorosa contraddizione tra impegni assunti dal premier e concrete realizzazioni. Un punto che riguarda l’allentamento del Patto di stabilità interno, cavallo di battaglia dell’ex primo cittadino di Firenze. Perché, come rivela il Sole 24 Ore, nel provvedimento fiscale promosso da Palazzo Chigi i progetti di riqualificazione, ammodernamento, messa in sicurezza degli edifici scolastici potranno beneficiare di 544 milioni di euro.

NUMERI IN CONTRADDIZIONE

Cifra ben diversa dai 3,5 miliardi “pronti per essere impiegati in tempi brevi”, preannunciati da Renzi nel corso della sua prima conferenza stampa da capo dell’esecutivo. Il testo del decreto legge governativo in materia tributaria è molto chiaro. All’articolo 48, riferendosi agli investimenti realizzati dalle amministrazioni comunali per l’edilizia educativa, il provvedimento prevede un’esclusione dai vincoli di bilancio di 244 milioni di euro per gli anni 2014 e 2015. A tali risorse vanno aggiunti 300 milioni destinati allo stesso scopo dal Fondo comunitario per lo sviluppo e la coesione relativo al periodo 2014-2020.

A QUANTO AMMONTANO LE RISORSE PER LA SCUOLA?

Ma le somme stanziate dai programmi dell’Unione Europea per la ristrutturazione delle scuola non erano pari a 3 miliardi? Guardando a questa cifra il premier aveva promesso la creazione di una “cabina di regia” per velocizzare le pratiche edilizie e consentire a sindaci e presidenti di provincia di “intervenire sui luoghi ove vivono e studiano i nostri figli”.

CHI BENEFICIA DEL BONUS FISCALE

Altro tema cruciale relativo al provvedimento tributario concerne le fasce economico-sociali che riceveranno il bonus fiscale sui redditi IRPEF. La platea per ora coinvolge esclusivamente le retribuzioni da lavoro dipendente medio-basso. Ripetere, come fa Renzi da giorni, che il beneficio verrà allargato a pensionati, persone prive di stipendio, e partite IVA, richiede un’accurata analisi sulle coperture di bilancio. E un necessario confronto con il capo del Tesoro. L’unica certezza su una misura di significativa portata finanziaria è il rinvio alla legge di stabilità di fine anno.

LE RAGIONI DEL DIVARIO TRA PAROLE E ATTI

Una spiegazione plausibile della notevole differenza, in taluni casi del fossato, tra impegni assunti dal premier e realizzazioni dell’esecutivo viene offerta da Oscar Giannino. A giudizio dell’analista economico, Renzi è chiamato a concretizzare oggi tutti gli interventi riformatori che il ceto politico italiano degli ultimi venti e trent’anni ha preferito rinviare, abbandonare, annacquare. Una responsabilità storica che ha provocato un ritardo enorme per l’Italia rispetto alle democrazie industriali avanzate. E che l’attuale capo del governo è costretto a colmare, in una fase di recessione economica, in modo frettoloso e superficiale.

Ulteriore motivazione, scrive l’editorialista del Messaggero, va ricercata nella mancanza di un genuino e convinto supporto del Partito democratico verso gli obiettivi prospettati dal suo segretario. La cui leadership non è mai stata accettata dal “ventre profondo” del Nazareno, bensì digerita temporaneamente per opportunismo.

È una parte rilevante di quell’universo, ancorata alla conservazione dello status quo, che il premier dovrà sfidare a viso aperto per tenere fede all’originario e ambizioso calendario di riforme. Soltanto così potrà ambire, come Tony Blair e Gerard Schroeder, a imprimere una traccia profonda nella politica e nella sinistra italiana. (EdoardoPetti)

UCRAINA - A Karkhiv scontri tra ultras e filorussi


A Karkhiv i tifosi in marcia verso lo stadio fanno salire la tensione.

28 Aprile 2014 - Nel caos ucraino si sono inseriti anche i tifosi di calcio.
Alcune migliaia di utras dei club di calcio Dnipro e Metalist hanno attaccato il 27 aprile circa 300 filorussi a Karkhiv, Ucraina orientale: almeno 14 persone, compresi due agenti, sono rimaste ferite. Otto i ricoverati.
IN MARCIA PER L'UNITÀ DEL PAESE. I tifosi, secondo la versione della tivù filo Cremlino Russia Today, ma anche dell'agenzia ucraina Unian, intendevano marciare a sostegno dell'unità del Paese da piazza della Costituzione, dove erano radunati i filorussi, allo stadio del Metalist, dove in serata era prevista la partita tra le due squadre.
MASCHERATI E MUNITI DI MAZZE. Le violenze sono scoppiate quando gli ultras, molti dei quali mascherati e muniti di mazze, pietre, petardi e fiaccole, hanno raggiunto il luogo del raduno filorusso. Alcuni video girati da tivù locali hanno mostrato le aggressioni e i danneggiamenti a qualche auto. Secondo Russia Today, tra i tifosi c'erano anche diversi gruppi del gruppo di estrema destra 'Pravi Sektor', protagonista del Maidan