Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


lunedì 30 dicembre 2013

ITALIA – PSI: Perché pretendiamo di entrare al governo


Francamente non mi è dato sapere se ci sarà il cosiddetto rimpasto. Ad ascoltare le frasi che Renzi dedica a Letta quest’oggi c’è da stare poco allegri. Altro che rimpasto o rimpastino. Renzi sostiene che tra lui Alfano e Letta non c’è niente in comune. Passi per Alfano, che però è suo alleato di governo. Ma che con Letta, che non è solo presidente del Consiglio, ma anche autorevole esponente del Pd, Renzi non senta alcuna affinità è davvero sorprendente. La motivazione è che Letta sarebbe stato nominato ministro qualche tempo fa da D’Alema. E quando si pronuncia quel cognome ormai nel Pd renziano è solo per disprezzo. Se le parole hanno un senso quella che doveva essere una smentita delle affermazioni di Faraone, giovane guerrigliero della nuova segreteria, sono diventate peggio che una conferma. Governo sempre più traballante, dunque.

Letta farà bene a mettere le cose in chiaro e a chiedere un pronunciamento del suo partito sulla necessità o meno di continuare questa esperienza, perché un percorso costellato di logoranti polemiche porta diritti nel burrone. E a me pare che questa sia la via scelta da Renzi e dal suo éntourage. Non chiedere mai apertamente la crisi e non pretendere che il governo vada a casa, sia per non assumersi questa gravosa responsabilità, sia perché senza legge elettorale è folle pensare alle elezioni. Quel che interessa a Renzi è mostrare la sua diversità nei confronti di questo esecutivo. Renzi è l’uomo della nuova Italia che non può confondersi con la vecchia. E l’Italia di Renzi è fatta di bipolarismo, meglio se bipartitico, di due candidati che si contrappongono con programmi e uomini, i suoi giovani e pimpanti.

Si compone di un’idea della politica di stampo esclusivamente leaderistico, e concilia l’antipolitica grillina e la soppressione dei partiti, che peraltro è in gran parte già avvenuta, con una riforma del mercato del lavoro di stampo tedesco. Queste promesse vengono rinviate a dopo il suo avvento e non possono essere sciupate oggi. Noi osserviamo e prendiamo nota. Ma abbiamo una semplice considerazione da fare. Il nostro piccolo partito, di stampo identitario, dispone oggi di sette parlamentari, di cui tre senatori. Non ha alcuna rappresentanza governativa, eppure al Senato i tre valgono trenta, visto che la maggioranza è piuttosto risicata. Si vada o no verso il rimpasto, alcune caselle, dopo il ritiro della delegazione di Forza Italia, sono rimaste vuote. O si vorrà tenere presente la nostra legittima, anzi ovvia, esigenza di qualche rappresentanza nell’esecutivo, oppure anche il Psi che, diversamente da Renzi, considera di aver molte cose in comune con Letta, dovrà ripensare al suo atteggiamento nei confronti del governo.

Mauro Del Bue

domenica 29 dicembre 2013

ITALIA - Renzi: «Con Letta e Alfano niente in comune»


«Premier e vicepremier? Io sono diverso, ho un mandato popolare».

Domenica, 29 Dicembre 2013 - Sostiene il governo, ma prende le distanze da Enrico Letta. Matteo Renzi, in un'intervista alla Stampa ha detto la sua sul premier e su Angelino Alfano, i suoi «coetanei».
«Io sono totalmente diverso, per tanti motivi, da Letta e Alfano, ma quanto al governo bisogna tener fede a quanto detto: se Letta fa, va avanti. Certo, se si fanno marchette e si passa dalle larghe intese all'assalto alla diligenza, non va bene», ha dichiarato il segretario del Pd al quotidiano torinese.
«NEL 2014 SI PASSA DAL LAVORO ALLE RIFORME». «Le cose bisogna raccontarle per come stanno», ha continuato, «lui, Enrico, è stato portato al governo anni fa da D'Alema, che io ho combattuto e combatto in modo trasparente; e Angelino Alfano al governo ce l'ha messo Berlusconi, quando io non ero ancora nemmeno sindaco di Firenze».
«Io sono diverso in primis perché ho ricevuto un mandato popolare. Per questo», ha sottolineato, «con l'anno nuovo si passa dalle chiacchiere alle cose scritte: lavoro e riforme».
«L'idea è di continuare a sostenere il governo a condizione che faccia quel che deve. Però potevano risparmiarsi e risparmiarci tante cose. E la faccenda della nomina da parte di Alfano di diciassette nuovi prefetti è soltanto la ciliegina sulla torta.
NO AL RIMPASTO DI GOVERNO. Di 'rimpasto' il sindaco di Firenze non vuole sentir parlare: «Quella parola, intendo rimpasto, non l'ho mai pronunciata e mai la pronuncerò. Io fatico a tenere dietro al governo, perché ogni tanto mi dice che vorrebbe lasciare: è quello il mio problema, non ho alcun interesse a mettere pedine e scambiare caselle: chiedo solo che si cambino stile e velocità nel governo».
Sulla legge elettorale Renzi ha iniziato a preparare una nuova offensiva, anche nei confronti di Grillo e Berlusconi: «Vediamo cosa risponderanno gli uni e gli altri ma io con loro ci parlo e ci parlerò. Il voto subito? Calma, bisogna tener fede a quando detto: se Letta fa, va avanti».

ITALIA - Immigrati, Mario Mauro: «Cittadinanza in cambio di leva militare»


Il ministro della Difesa: «Bisognerebbe fare come negli Stati Uniti. Si faccia una piccola modifica alla Costituzione italiana».

Sabato, 28 Dicembre 2013 - Anche il ministro della Difesa Mario Mauro ha la sua proposta sugli stranieri presenti nel nostro Paese: «Si faccia una piccola modifica alla Costituzione italiana e si dia la possibilità agli immigrati di poter entrare nelle forze armate», ha detto il ministro dalle colonne del quotidiano Libero.
«I CIE DEVONO ESSERE EUROPEI». Mauro è favorevole a modificare la Bossi-Fini, perché, ha sottolineato, «credo che si possa fare molto di più dal punto di vista della sicurezza» e anche «in dimensione umanitaria. E qui torniamo al discorso dei centri che debbono essere coordinati e guidati a livello europeo».
«SERVE UNO IUS CULTURAE». Tuttavia, ha precisato, «più che di ius soli, in Italia avremmo bisogno dello 'ius culturae'. Perché non facciamo una piccola modifica alla Costituzione in modo da poter consentire a chi arriva in Italia di poter fare parte delle forze armate? Questo naturalmente purché abbiano un minimo di requisiti. Bisognerebbe fare come negli Stati Uniti», ha proposto, «dove, se si presta servizio nelle forze armate per un certo periodo, si è agevolati nel conseguimento della cittadinanza».
«KYENGE NEL GOVERNO? UN BENE». «È solo un bene per il nostro Paese che il ministro Kyenge abbia accettato di essere coinvolta nel nostro governo», ha aggiunto. «È l'esempio di una persona che ha fatto un lungo percorso di integrazione e che ha messo la sua esperienza al servizio del Paese».
«LE TRATTE ALIMENTANO IL TERRORISMO». Il ministro ha analizzato la situazione nel Sud del Mediterraneo e ha sottolineato che «il grosso del flusso di immigrati arriva non più solo dalle coste libiche o tunisine, ma anche e soprattutto dall'Egitto». Considerando «che gli scafisti chiedono 3 mila euro a persona per il viaggio della speranza» un barcone può arrivare ad avere «un carico umano del valore di 3 milioni di euro. Questi soldi servono per finanziare non solo le cosche malavitose egiziane, ma anche il terrorismo internazionale. Ecco perché il rischio non riguarda solo l'Italia, ma l'Europa intera».

SUD SUDAN - Lotta per il petrolio dietro agli scontri


Accordo su un cessate il fuoco a Juba. Ma i morti sono 1.000 in 10 giorni. E la furia tra etnie è alimentata dal profumo dei giacimenti di idrocarburi. Su cui allungano i tentacoli Usa e Cina.

Sabato, 28 Dicembre 2013 - In 20 anni di guerra civile, tra il 1983 e il 2005, in Sudan morirono quasi 2 milioni di africani, in larga parte civili. In questa fine 2013, nonostante un’intesa sul cessate il fuoco raggiunta il 27 dicembre, la mattanza potrebbe ripetersi: in soli 11 giorni, dal tentato golpe del 16 dicembre, i morti in Sud Sudan, sono già 1.000.
Le organizzazioni internazionali e i Paesi vicini sanno per esperienza che in questa area di mondo gli scontri tra popoli dilagano rapidamente in bagni di sangue, espandendosi nelle regioni limitrofe. Nel primo conflitto tra il governo centrale e i separatisti del Sud, tra il 1955 e il 1972, ci vollero 500 mila vittime prima che le due parti raggiungessero, grazie alla mediazione dell'Etiopia, l'accordo su una precaria autonomia del Sud dal Nord.
LE DIVIONI ETNICHE E RELIGIOSE. Infine indipendente da Khartoum dal 2011, nella capitale Juba è però ricomparso un vecchio nemico: le divisioni etniche e religiose tra i separatisti dell'Esercito per la liberazione popolare.
Per fermare i massacri, i leader di Kenya ed Etiopia sono volati a Juba il 27 dicembre, per convincere il presidente Salva Kiir, della tribù dei dinka, a venire a più miti consigli con il suo ex compagno di battaglie Riek Machar, della tribù rivale dei nuer, nonché suo vice-presidente. Missione compiuta, formalmente: il governo di Juba si è impegnato per un immediato cessate il fuoco con le milizie legate all'ex vicepresidente Riek Machar.
ONU, CASCHI BLU RADDOPPIATI.  Ma le Nazioni Unite, che nell'arco di 48 ore hanno inviato 6 mila caschi blu di rinforzo ai 6.500 presenti, stimano «oltre un migliaio di morti». E il conflitto, in sole due settimane, si è propagato nella metà dei dieci Stati del Paese.

La pulizia etnica di dinka e nour:  esecuzioni e stupri e fosse comuni


Sin dall'esplosione dei primi scontri tra dinka e nuer, Palazzo di Vetro ha temuto operazioni di pulizia etnica. Come quelle tra hutu contro tutsi che, nel 1994, dilaniarono il Ruanda. L'Alto commissariato per i diritti umani dell'Onu ha denunciato una fossa comune con almeno 75 corpi senza vita nello Stato di Unità e almeno altre due buche piene di cadaveri si troverebbero nello Stato di Juba.
I morti senza nome della prima fossa sarebbero della tribù del presidente Salva Kiir.
PULIZIE ETNICHE BIPARTISAN. Ma secondo altre testimonianze riportate dai media internazionali, nella capitale oltre 200 persone, per lo più di etnia nuer come il vice Machar e i suoi guerriglieri, sarebbero state giustiziate dalle forze regolari. Altri 250 civili sarebbero stati fucilati a Juba, in un'altra esecuzione sommaria.
Stupri di massa e rappresaglie sarebbero in corso, nonostante l'apertura formale al dialogo tra Kiir e Machar, per mano di entrambi le fazioni, con oltre 100 mila rifugiati nel paese e migliaia di cittadini stranieri evacuati dal Sud Sudan.
FINANZIAMENTI A RISCHIO. Gli Usa - finanziatori dei movimenti indipendentisti e decisivi per gli accordi di pace con il Sudan - hanno richiamato all'ordine sia il presidente Kiir, che ha cacciato Machar dall'incarico di vice-presidenza, sia Machar, che si è alleato con altri gruppi ribelli, uscendo dall'orbita istituzionale.
La Casa Bianca, che ha inviato 45 soldati a Juba a presidiare l'ambasciata, ha minacciato il governo del Sud Sudan di «ritirare i tradizionali, robusti finanziamenti» e «agire», inviando in Sud Sudan i marine trasferiti dalla Spagna alla base di Camp Lemonnier, nella Repubblica di Gibuti. Se non ci saranno progressi verso la pace.

Nella corsa al petrolio gli Stati Uniti con Kiir e la Cina con Machar


Ma come sempre non è solo la democrazia che gli Stati Uniti sono pronti a difendere, con i loro uomini e con le missioni internazionali.
Le abbondanti estrazioni dai giacimenti di petrolio sono il pilastro delle economie del Sud Sudan e del Sudan, e sono cruciali per i Paesi limitrofi.
È su queste risorse che, sin dal 1800, si sono concentrate le mire delle potenze colonialiste in lotta per la spartizione dell'Africa, prima ancora che i popoli indigeni iniziassero a litigare per ridisegnare i confini dei loro Stati sovrani.
ALLEANZE SPACCATE NEL PAESE. Alla base dell’appoggio di Washington agli indipendentisti cristiani e animisti del Sud Sudan c’era la volontà di creare una nuova entità statale ricca di risorse, che fosse più malleabile verso l'asse atlantico. Visto che il governo di Khartoum, una volta affrancatosi dalla morsa inglese ed egiziana e prima dell'indipendenza del Sud, aveva stretto legami politici ed economici con la Cina, destinando alla Repubblica popolare oltre la metà del greggio estratto dal Sud.
IL PRESSING DI PECHINO. Non a caso, Pechino ha fatto sapere di avere intenzione di inviare «presto» un delegato a Juba, per influenzare le trattative. Tra gli interlocutori privilegiati della Cina ci sarebbe l'entourage di Machar, già vice presidente dal 2005, quando il Sud Sudan, prima del referendum che ne ha sancito l'indipendenza nel 2011, era una regione autonoma: dunque, ancora legata a doppio filo alle autorità sudanesi.
I dinka a prevalente religione cristiana del presidente Kiir sono la maggiore etnia del Paese. Ma messi insieme contano appena il 20% della popolazione.
LA LOTTA KIIR-MASHAR. Il vice e nemico Machar, nuer di religione e con tradizioni proprie, ha ricompattato le opposizioni critiche verso la corruzione e l'autoritarismo del governo in un esercito parallelo, che ha già occupato alcuni campi petroliferi.
Il capo di Stato accusa l'ex braccio destro di tentato colpo di Stato, mentre Machar si ritiene vittima di una epurazione, per aver annunciato la sua candidatura alle presidenziali del 2015.
Ma le divisioni tra il presidente Kiir e il suo vice Machar, responsabile nel 1991 del massacro di 85 mila civili a Bor, e le divisioni tra le popolazioni che rappresentano, i dinka e i nour, sono di lunga data. Per decenni i protettori inglesi hanno tenuto il nord musulmano diviso dal Sud cristiano del Sudan. E, insieme con belgi e francesi, ne hanno anche alimentato e foraggiato le spaccature.

Barbara Ciolli

sabato 21 dicembre 2013

ITALIA - Il flop dei forconi .... ed i fascisti vanno in vacanza


Alla fine la protesta dei forconi si è sgonfiata da sola e quando entrano in gioco qualunquismo e rigurgiti fascisti, il paese risponde a dovere.

Che la situazione sia seria e grave per gran parte del paese è un fatto incontrovertibile, ma fra il dire ed il fare c'è sempre di mezzo il mare e quando questo mare è torbido e poco chiaro, è difficile coinvolgere la gente purché disperata.

Sta tutto qui l'insuccesso della manifestazione dell’altro ieri organizzata dal movimento dei forconi o del 9 dicembre come lo si voglia chiamare.

Già il movimento si era diviso con una parte del movimento stesso che si era dissociato dalla protesta romana a causa dell'infiltrazione dei fascisti di Casapound e di Forza Nuova (che poi non ha partecipato), ulteriori distanze non annunciate, ma che di fatto si sono verificate ieri, sono state prese dalla maggioranza del popolo della protesta del 9 dicembre.

In buona sostanza ieri a Roma si sono trovati poche migliaia di persone che dopo urla e grida da stadio e da ultras sono stati congedati e inviati a trascorrere le feste natalizie. In Italia è già molto difficile chiamare a manifestare un popolo che si smuove a fatica dalle proprie sedie, se poi le parole d'ordine della protesta sono poco chiare e qualunquiste, non è sufficiente il malcontento della gente e la crisi sta vivendo il paese per far scendere in piazza la gente. Intendiamoci i motivi per scendere in piazza e per protestare ci sono tutti ed anche di più, ma per organizzare una protesta che sia efficace e che possa raggiungere qualche risultato non è sufficiente urlare tutti a casa alla Grillo, ma sono necessarie quanto meno parole d'ordine chiare e non ambigue e soprattutto prive di rigurgiti del passato.

La politica oggi in Italia è lontana dai ceti medio bassi che sono stati dissanguati dalla crisi e dagli interventi del governo e dell'europa, e non si vede uno sbocco chiaro e un movimento o un partito in grado di modificare questo atteggiamento, ma i politici che ci stanno governando sono quelli che il paese ha votato appena 9 mesi fa e quindi è il paese stesso la causa de proprio male.

Che cosa ci si poteva aspettare mandando in parlamento Pdl e Pd e cioè i responsabili della situazione disastrosa in cui versa l'Italia ? O che cosa ci si poteva aspettare da un Movimento, i grillini, guidati da un fascista nell'anima, il cui programma è costituito da una serie di parole d'ordine senza un progetto che le supporti ?

In questi mesi la situazione è peggiorata e non si vedono miglioramenti o sviluppi, i fatti di questi mesi lo confermano.

Il Pdl si è diviso in Forza Italia e Nuovo Centro Destra per non perdere i voti di quei moderati che si erano stancati degli atteggiamenti eversivi del condannato e dei suoi leccapiedi.

Il Pd ha eletto un segretario che come prima mossa presenzia alla presentazione del libro annuale di Bruno Vespa, un servo della destra che sfrutta il servizio pubblico della Rai per le sue schifezze editoriali.

 Il M5S è stretto nelle grinfie del duo Grillo-Casaleggio ed oltre a salure sui tetti o restituire qualche milione di euro (bel gesto comunque), dopo essersi tirato in dietro dal diventare protagonista di un possibile cambiamento, non sa fare altro.

 Insomma o motivi di una rivoluzione ci sarebbero tutti, ma per fare una rivoluzione è necessario anche avere idee su cosa fare dopo che la rivoluzione ha avuto successo e l'Italia non è mai stata capace da sola di organizzare e fare una rivoluzione.

ANTIPOLITICO

lunedì 16 dicembre 2013

ITALIA - 1 minore su 10 vive in povertà assoluta


Save the Children: stretta relazione fra povertà e bassi livelli di istruzione, competenze, salute

Roma, 10 dic. - Condizioni sempre più drammatiche dei minori in Italia. Oltre 1 milione in povertà assoluta (+30%) pari a 1 minore su 10; 1 milione e 344 mila in condizioni di disagio abitativo; 650.000 in comuni in default o sull'orlo del fallimento; -138 euro al mese il taglio dei consumi nelle famiglie con bambini; appena 11 euro il budget familiare mensile per libri e scuola e 23 euro per tempo libero, cultura e giochi. E' la fotografia scattata dal "Quarto Atlante dell'Infanzia (a rischio)" di Save the Children che sottolinea la stretta relazione fra povertà e bassi livelli di istruzione, competenze, salute, opportunità di bambini e ragazzi.

Una tenaglia di povertà e deprivazione che giorno dopo giorno stringe ai fianchi sempre più bambini e adolescenti, costringendoli a vivere un presente con pochissimo "ossigeno": cibo al discount, pochi o nessun libro, scuola solo la mattina senza neanche un'ora in più per attività di svago e socializzazione, e poi a casa, in uno spazio piccolo e soffocante, nient'altro da fare nel tempo libero perché non ci sono soldi e gli aiuti che arrivano dai servizi sociali se ci sono, sono pochi, perché il Comune è in default.

Il 22,2% di ragazzini è in sovrappeso e il 10,6% in condizioni di obesità: il cibo buono costa e le famiglie con figli hanno ridotto i consumi e gli acquisti (-138 euro in media al mese), anche alimentari; 1 bambino su 3 non può permettersi un apparecchio per i denti. 11 euro mensili il budget delle famiglie più disagiate con minori, per libri e scuola, una cifra 20 volte inferiore a quella del 10% delle famiglie più ricche; sui 24 paesi Ocse, Italia ultima per competenze linguistiche e matematiche nella popolazione 16-64 anni e per investimenti in istruzione: +0,5% a fronte di un aumento medio del 62% negli altri paesi europei (Ocse); sono 758.000 gli early school leavers (1) e oltre 1 milione i giovani disoccupati.

Tra il 2007 e il 2012, la spesa media mensile dei nuclei con bambini si è ridotta di 138 euro (pari al 4,6%), quasi il doppio rispetto a quanto accaduto sul totale delle famiglie. I tagli sono andati a colpire soprattutto l'abbigliamento, i mobili e elettrodomestici, la cultura, il tempo libero e i giochi: quelli più consistenti si registrano al Sud e al Centro (rispettivamente - 2,56 e 1,82) per quanto riguarda il vestiario, al Nord per la sanità (-0,66%) e nuovamente nel Mezzogiorno per il tempo libero e la cultura (-0,90 punti percentuali). Per quanto riguarda la spesa alimentare, nel 2012 il 66% di famiglie con figli - ovvero ben 4 milioni 400 mila nuclei familiari con prole - ha ridotto la qualità/quantità della spesa per almeno un genere alimentare.

Inoltre, sono oltre 650 mila i minori che vivono in comuni completamente falliti (72) o sull'orlo della bancarotta (52). Amministrazioni costrette ad alzare al massimo le tasse per le prestazioni fondamentali o anche a ridurre alcuni servizi cruciali, come si evince dal calo (-0,5%) - per la prima volta dal 2004 - di bambini iscritti agli asili comunali nel 2011-2012.

Dal 2007 al 2012 i minori in povertà assoluta sono più che raddoppiati, passando da meno di 500 mila a più di un milione. Solo nel 2012, il loro numero è cresciuto del 30% rispetto all'anno precedente, con un vero e proprio boom al Nord (+ 166 mila minori, per un incremento del 43% rispetto al 2011) e al Centro (+41%). Il Sud già fortemente impoverito ha conosciuto un aumento relativamente più contenuto (+20%) e raggiunto la quota stratosferica di mezzo milione di minori nella trappola della povertà.

Ma chi sono i bambini che non hanno il necessario per una vita dignitosa? Sono i figli di genitori disoccupati (+8,5% il tasso di povertà assoluta nelle famiglie senza occupati), oppure monoreddito ( +3,1% l'escalation della povertà), o ancora bambini i cui genitori hanno un livello d'istruzione basso. Fra i nuclei familiari con capo-famiglia privo di titolo di studio, l'incidenza della povertà assoluta è stata del 3,1%.

domenica 15 dicembre 2013

UE – Gli smemorati di Berlino


La Germania, che fa tanto la moralizzatrice con gli altri Paesi europei, è andata in default due volte in un secolo e le sono stati condonati i debiti di due guerre mondiali per consentirle di riprendersi. Fra i Paesi che le hanno condonato i debiti, la Grecia, prima di tutto, che pure era molto povera, e l’Italia. 

Dopo la Grande Guerra, John Maynard Keynes sostenne che il conto salato chiesto dai Paesi vincitori agli sconfitti avrebbe reso impossibile alla Germania di avviare la rinascita. L’ammontare del debito di guerra equivaleva, in effetti, al 100% del Pil tedesco. Fatalmemte, nel 1923 si arrivò al grande default tedesco, con l’iperinflazione che distrusse la repubblica di Weimar. Adolf Hitler si rifiutò di onorare i debiti, i marchi risparmiati furono investiti per la rinascita economica e il riarmo, concluso, come si sa, con una seconda guerra, ben peggiore, in seguito alla quale a Berlino si richiese un secondo, enorme quantitativo di denaro da parte di numerosi Paesi. L’ammontare complessivo aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora!)

La Germania sconfitta non avrebbe mai potuto pagare i debiti accumulati in due guerre, peraltro da essa stessa provocate.

Mentre i sovietici pretesero e ottennero il pagamento della somma loro spettante, fino all’ultimo centesimo, ottenuta anche facendo lavorare a costo zero migliaia di civili e prigionieri, il 24 agosto 1953 ben 21 Paesi, Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia, con un trattato firmato a Londra le consentirono di dimezzare il debito del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il default, che c’era di fatto. L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie, ma nel 1990 l’allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo, che avrebbe procurato un terzo default alla Germania. Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto.

Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro.

Senza l’accordo di Londra che l’ha favorita come pochi, la Germania dovrebbe rimborsare debiti per altri 50 anni. E non ci sarebbe stata la forte crescita del secondo dopoguerra dell’economia tedesca, né Berlino avrebbe potuto entrare nella Banca Mondiale, nel Fondo Monetario Internazionale e nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Quindi: che cos’ha da lamentare la Merkel, dal momento che il suo Paese ha subito e procurato difficoltà ben maggiori e che proprio dall’Italia e dalla Grecia ha ottenuto il dimezzamento delle somme dovute per i disastri provocati con la prima e la seconda guerra mondiale? La Grecia nel 1953 era molto povera, aveva un grande bisogno di quei soldi, e ne aveva sicuramente diritto, perché aggredita dalla Germania. Eppure… Perché nessun politico italiano ricorda ai tedeschi il debito non esigito?

Roberto Schena

sabato 14 dicembre 2013

ITALIA - Così la buona politica può disinnescare il populismo dei Forconi


Da troppo tempo il sistema politico italiano, l’odiosa Casta autoreferenziale e clientelare, gioca in difesa, incapace di produrre proposte veramente innovative agli Italiani: istruzione, fisco, sanità, giustizia, pensioni, lavoro rantolano in cerca di una boccata d’ossigeno, negata dalla mancanza di idee coraggiose.

STESSI PROBLEMI
I problemi che ci affliggono oggi sono sempre gli stessi di ieri, magari un po’ peggiorati, ma il vero rischio è che rappresentino anche le incognite di domani, in un continuo rinvio all’insegna del mantenimento dello status quo e del “non si può fare”: il tempo a disposizione del Paese è ormai scaduto, ora si devono intraprendere nuove strade, abbandonare modelli datati e convinzioni consolidate; in una parola assumersi la responsabilità di correre qualche rischio, agendo con coraggio e fantasia.

UNA PROTESTA CAOTICA
Le manifestazioni che in questi ultimi giorni stanno interessando l’Italia e che sono sfociate nei violenti scontri di Torino tratteggiano una protesta caotica, all’insegna dell’esasperazione per il perdurare di una crisi costellata di suicidi, debiti, timore di non poter più dar da mangiare ai propri figli. È il ceto medio degli artigiani, dei commercianti, dei trasportatori, dei piccoli imprenditori che è sceso in piazza a gridare il proprio disagio; ridotto allo stremo da tasse ed eccesso di burocrazia, si rivolta contro una Casta politica che, pur di espandere la propria ingerenza ovunque, ha mancato al suo compito principale: far funzionare le strutture basilari dello Stato.

UN DISAGIO COLLETTIVO
La protesta «Fermiamo l’Italia» è iniziata lunedì scorso e, complici l’assenza ed il disinteresse del sistema e delle forze sociali, si è subito caratterizzata per momenti di ordinaria follia, inammissibili ed ingiustificabili, dietro ai quali però si intravede, per meglio dire si percepisce, l’estremizzazione di un disagio collettivo: «Ci hanno accompagnato alla fame, hanno distrutto l’identità di un Paese, hanno annientato il futuro di intere generazioni (..) contro il Far West della globalizzazione che ha sterminato il lavoro degli Italiani (..) per riprenderci la sovranità popolare e monetaria» si legge sui volantini distribuiti a Milano.

VICINI AL TRACOLLO
Proclami all’insegna del populismo, la cui pericolosità deriva dal contesto esterno: una sensazione di vuoto allo stomaco fatta di banche che non danno più credito a famiglie e imprese, di disperazione dei pensionati, di un’economia che non regge più, ad un passo dal tracollo, del dilagare del clientelismo, dello svilimento della democrazia, di piazze in fiamme come in Grecia.
Gli Italiani scesi in piazza in questi giorni mal sopportano una politica ossessionata dalle imposte piuttosto che dalla necessità di produrre occupazione, dimostrandosi pronti a riversare sulla Casta lamentele e problematiche economiche mediate dalla crisi, circostanza che ripropone prepotentemente la necessità di tracciare una nuova e ben più responsabile rotta per il Paese, nell’intento di affrancarlo dalla palude della recessione.

COME PORRE RIMEDIO
Ritorno alla solidarietà, anche generazionale, equa distribuzione delle risorse, centralità del lavoro, programmazione di medio e lungo periodo devono essere i criteri a cui informarsi per ridare credibilità all’Italia, ricalibrando in maniera trasparente ed equa ciò che compete o meno allo Stato: ridurre costi ed ingerenze della Casta congiuntamente ad una più generale (e sostanziale) revisione della spesa pubblica sono i primi ed indifferibili passi da compiere per limitare l’attuale uso clientelare della politica.

Fabio Angioletti

ITALIA - Ed ora per il tresette il tavolo è completo


Due fascisti, un pregiudicato, un ex democristiano travestito da uomo di sinistra, l'Italia è in mano a questi personaggi che se la giocheranno come in una partita a carte, rimane solo da stabilire quali saranno le coppie. Fra loro alcuni punti in comune in maniera trasversale che porta ad unire il fascista leghista al fascista comico (son contrari all'europa ed ai sindacati entrambi, poi il comico per altri versi è simile al condannato (ultimamente si fanno l'occhiolino su Napolitano e sulla illegittimità dei parlamentari eletti con il premio di maggioranza e non su tutti come sarebbe più logico), infine il condannato è legato con un filo sottile al nuovo segretario del Pd, il fonzie nazionale (cenano insieme, telefonate di congratulazioni, entrambi hanno frequentazioni discutibili per racimolare fondi).

Questo è il panorama politico che ci aspetta nei prossimi mesi e che vedrà il dibattito politico districarsi fra le volgarità dei primi due, le esternazioni del condannato che come un animale ferito tenta di creare caos fra le istituzioni, ed il bello e pulito che fa il piccolo dittatore ma senza usare parolacce e sfoderando la tipica ironia toscana ... ops pardon fiorentina. Si perchè per coloro che non lo sapessere se ad un fiorentino domandate: "Ma tu sei toscano ?" .. Lui 99 su 100 vi risponderà: "No io sono di Firenze". Tipica boriosità dei cittadini del capoluogo della regione toscana.

Con l'ultimo arrivato i presupposti per chiudere definitivamente il discorso del Partito Democratico come partito di sinistra ci sono tutti, a partire dal risultato delle primarie. La scelta di aprire l'elezione del segretario del partito a chiunque e non solo agli iscritti è stato un espediente per evitare la figuraccia in termini di numero di votanti.

Nonostante questo strattagemma il risultato, qualunque cosa ne dica il popolo del Pd, è stato deludente ed in continua decrescita dalla eprime primarie che videro quasi 5 milioni di partecipanti. Indipendentemente poi dal numero dei votanti, rimane l'incognita di chi siano stato questi votanti e di quale provenienza politica.

La scelta poi è caduta sulla figura più vicina alle altre tre: grande comunicatore, grande imbonitore di folle, grande venditore di fumo. Certo ora che si trova a gestire un partito di governo magari si rivelerà un grande politico ed un grande stratega, dopo i tanti discorsi ora è il momento dei fatti e vedremo quali saranno questi fatti. Per il momento i presupposti sono deludenti e di certo il quadro politico con Renzi subirà uno spostamento a destra non indifferente tanto da sovrapporsi ancora di più con il centro destra vecchi e nuovo.

Le prospettive non sono buone ed anche il rinnovamento anagrafico della direzione speriamo che non provochi gli stessi risultati di quelli ottenuto da Movimento 5 stelle, un disastro assoluto causa spesso incompetenza e impreparazione politica.

Antipolitico

UE - GIOCHI DI POTERE: Angela Merkel, Vladimir Putin e un legame indissolubile

 

La cancelliera fa la voce grossa sull'Ucraina. Ma l'intesa con lo zar è forte. Per gli interessi economici miliardari. Allarme della Bild: Mosca ha schierato missili atomici al confine con l’UE

Sabato, 14 Dicembre 2013 - Sono la coppia più unita del continente, anche se non vogliono sbandierarlo troppo ai quattro venti.
A dire il vero non si amano, ma il loro legame si basa sul pragmatismo politico ed economico che unisce i Paesi che in questo momento rappresentano.
Vladimir Putin e Angela Merkel, rispettivamente l’uomo e la donna più potenti del mondo, guidano due nazioni che negli ultimi 20 anni sono passate dalle divisioni della Guerra fredda a una già solida partnership destinata a diventare sempre più stretta.
MERKEL SULLA SCIA DI KOHL. L’asse Mosca-Berlino può fare ricordare tempi bui e, anche se Vova e Angie non sono Stalin e Hitler, è meglio che il rapporto passi inosservato. Soprattutto in casa tedesca, dove - come un po’ in tutto l’Occidente - l’inquilino del Cremlino non gode di una fama impeccabile, a ragione o a torto.
Il punto è che Frau Merkel continua a calcare il solco tracciato prima dal suo mentore Helmut Kohl e poi da Gerhard Schröder, i cancellieri tedeschi che dal 1991 hanno sviluppato le relazioni con la Russia anche attraverso rapporti personali da Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin a Putin.
UNA COOPERAZIONE STRATEGICA. Germania e Russia sono legate in modo strategico e la cooperazione economica - in particolare nel settore energetico - è il binario più evidente.
Berlino è il terzo partner commerciale per Mosca a livello mondiale e nel solo 2012 imprese tedesche hanno investito nella Federazione russa per oltre 25 miliardi di euro. I tubi del Nordstream, il gasdotto targato Gazprom che passa sotto il Mar Baltico aggirando la Polonia e per questo ai tempi della realizzazione ha sollevato a Varsavia i fantasmi del patto Molotov-Ribbentropp, unisce dal 2011 i due Paesi ancora più di prima. Ma molto deve ancora venire.
Il nuovo governo tedesco di Angela Merkel ha infatti messo nero su bianco nel proprio programma di coalizione che i rapporti con la Russia devono essere approfonditi e allargati.
COLLABORAZIONE IN MATERIA DI SICUREZZA. Nel Koalitionsvertrag (il contratto sottoscritto da Cdu, Csu e Spd, in cui sono raccolte le linee guida per i prossimi quattro anni) un capitolo extra è dedicato alla questione. Oltre a un richiamo formale e politicamente corretto sul fatto che la Germania si aspetta dalla Russia il rispetto degli standard democratici, un passaggio essenziale è inoltre quello della collaborazione più stretta nella politica estera e di sicurezza.
Dettaglio non di poco conto, se si calcola che nel passato recente Kanzleramt e Cremlino, indipendentemente dai loro inquilini, si sono già trovati spesso sulle stesse posizioni, dal no alla guerra in Iraq a quello in Libia e in Siria, per finire al recente Datagate, caso che ha fatto scendere le quotazioni delle relazioni transatlantiche.

Il doppiogiochismo di Berlino


Non si tratta certo di una Ostpolitik che degrada le relazioni con gli Stati Uniti, che rimangono in ogni caso un perno per Berlino, ma è evidente che la Germania dopo il crollo del Muro e della Cortina di ferro si è emancipata, prendendo strade che a Washington non sono certo condivise.
Nonostante l’apparenza e la voce grossa di rito che la cancelliera ha fatto nel caso ucraino, sottolineando le ingerenze russe a Kiev nel tentativo di bloccare l’Accordo di associazione (Aa) con l’Ue, in realtà la Germania sembra condurre un doppio gioco destinato alla fine a non irritare troppo Mosca.
IL VETO SU TYMOSHENKO. La linea irremovibile sul caso Tymoshenko che l’Unione a portato avanti sino allo schianto del vertice di Vilnius è stata farina della signora Merkel.
Mentre alti Paesi, come la Polonia, sarebbero stati disposti a un compromesso, siglando l’intesa anche con l’eroina della Rivoluzione arancione dietro le sbarre, la Germania ha imposto il veto. Senza la scarcerazione di Tymoshenko, niente intesa.
SITUAZIONE FLUIDA. Dopo la richiesta di 20 miliardi di euro fatta dal premier ucraino per arrivare alla sottoscrizione dell’Accordo sono state le voci tedesche a respingere per prime l’offerta.
La Germania non vuole in sostanza ritrovarsi a pagare ora o nel futuro il conto ucraino. Gli ultimi sviluppi convulsi tra Kiev, Bruxelles e Mosca, dove il presidente ucraino Victor Yanukovich è pronto a recarsi martedì 17 dicembre, rendono possibile qualsiasi soluzione.
L'INCOGNITA STEINMEIER. Se ora pare che Ucraina e Ue si siano accordate per una road map che porti alla firma dell’Aa il prossimo anno, anche se ci sono ancora molti punti interrogativi a partire proprio dal destino dell’ex premier incarcerata, resta da vedere come si comporterà il nuovo governo tedesco di Angela Merkel, con il nuovo probabile ministro degli Esteri Frank Walter Steinmeier, molto vicino all’ex cancelliere Schröder che a sua tempo aveva definito l’amico Putin un «vero democratico».
Berlino, che già nel 2008 aveva bloccato l’entrata dell’Ucraina nella Nato, potrebbe in fondo trovare il modo di fare ancora un favore a Mosca, oltre che a se stessa.

Stefano Grazioli