Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


sabato 27 luglio 2013

ITALIA - Melandri, dal Maxxi arriva lo stipendio


Disse che avrebbe guidato il museo gratis. Ma da ottobre sarà pagata. La promessa è durata un anno.

Sabato, 27 Luglio 2013 - Gratis, sì, ma a tempo determinato. Quando nell'ottobre del 2012 fu nominata presidente del Maxxi di Roma, Giovanna Melandri decise di mettere fine alle polemiche annunciando a tutti che non avrebbe percepito alcun compenso. Mercoledì 24 luglio, però, il consiglio d'amministrazione è stato convocato: «Ordine del giorno: compenso del presidente».
A darne notizia è stato il sito del Corriere della sera.
ACCUSATA DI RICICLARSI. Lei, da cinque legislature in parlamento con il centrosinistra, e impossibilitata a candidarsi nuovamente per il limite dei 15 anni nel frattempo posto dal Partito democratico, venne scelta dall'allora ministro della Cultura Lorenzo Ornaghi per rilanciare la fondazione.
Una fondazione, appunto, ragion per cui, per la legge Tremonti, presidente e consiglieri d'amministrazione non avrebbero dovuto percepire alcun compenso.
Giovanna Melandri disse subito che per lei la legge era sbagliata, ma accettò. Quello che lei sapeva, ma in un primo momento non disse, è che era già stata avviata la procedura per trasformare il Maxxi da fondazione a ente di ricerca. Rimosso l'ostacolo legale, dunque, l'ex ministro dei Beni e delle attività culturali è pronta a prendere il suo stipendio.
LA RETTIFICA SEI MESI DOPO LA NOMINA. D'altra parte, sei mesi dopo la nomina e la promessa di regalare la propria professionalità a costo zero, aveva precisato che l'avrebbe fatto solo «per un anno».
«Lo prenderò da settembre-ottobre», ha spiegato a Panorama, «quando ho accettato l'incarico, sapevo che il Maxxi era una fondazione e che in base alla legge Tremonti avrei prestato la mia opera gratuitamente. Legge sbagliatissima, me lo si lasci dire, perché la cultura ha bisogno di grandi manager, e questi vanno pagati».
Messa la modestia da parte, dunque, Melandri è pronta a incassare per il proprio lavoro. Alla faccia delle promesse fatte per spegnere le polemiche sui dubbi politici intorno alla sua nomina.


Sarebbe bello, ora, se la post-deputata e neo-manager dedicasse un po’ del suo tempo prezioso alla lettera pubblica di un gruppetto di ricercatori che chiede i motivi, se il Maxxi è «un ente di ricerca», della sorpresa di fine giugno: «la Biblioteca chiusa, l’accesso agli archivi bloccato e nessuna assicurazione sui tempi e sulle modalità della riapertura. Per l’accesso alla biblioteca abbiamo pagato una tessera annuale e proprio nel periodo degli esami e di preparazione delle tesi di laurea e di dottorato il servizio pubblico è sospeso. Se un Museo pubblico, che vive con soldi dello Stato, è un ente di ricerca perché sospende proprio queste attività? Che ente di ricerca è?».
 
 

venerdì 26 luglio 2013

ITALIA – La scorta a Priebke? 1 milione all’Anno. Rispediamolo alla Merkel.


È un’immagine apparentemente qualsiasi e che invece ci racconta tutto il grottesco e l’insensatezza della vita, ma anche della giustizia umana quando cerca di quantificare delle pene per crimini che sono oltre ogni possibile conteggio. È la foto di un uomo segnato dagli anni e tuttavia dal portamento eretto che passeggia per una via di Roma appoggiato al braccio di una badante. Abbigliato sportivamente di una polo blu e di un berretto da baseball, quell’uomo sta per compiere cento anni e ha l’aria di portarli bene. Il suo nome è Erich Priebke. Il pomeriggio del 24 marzo 1944 da capitano delle SS di stanza a Roma fece parte del plotone tedesco che alle Fosse Ardeatine maciullò 335 italiani colpevoli di nulla e che i nazi avevano raccattato in tutta furia nelle varie carceri romane, fra i quali oltre 70 ebrei. Li uccisero cinque alle volta, sparando loro un colpo alla nuca. Cominciarono attorno alle 16 e finirono alle prime luci del crepuscolo. Infine i nazi misero la dinamite in quelle che erano originariamente delle cave, nella speranza di occultare un massacro di cui forse si vergognavano.

La cattura
Catturato in Argentina nel 1994, Priebke venne estradato in Italia nel 1995. Dopo un tortuosissimo iter giudiziario (cominciato con un’assoluzione perché il reato era andato prescritto), un tribunale italiano lo ha condannato all’ergastolo, pena poi commutata in arresti domiciliari in ragione della sua età. Nei vari processi lui s’era difeso dicendo che alle Ardeatine non era altro se non un ufficiale che eseguiva ordini, e l’ordine della «rappresaglia» romana era venuto direttamente da Hitler. La passeggiata di cui alla foto fa parte dei suoi diritti, uscire per andare in farmacia, per fare la spesa, per una passeggiata quotidiana, per andare a messa. Per un tempo Priebke aveva avuto il permesso di andare a sbrigare delle faccende in casa di un avvocato romano suo amico, ma le proteste della Comunità ebraica romana fecero revocare quel permesso. E siccome la sorte del vivere (quella sorte maledetta che ha ucciso di un tumore, pochi giorni fa, una bella e giovane violinista italiana di 24 anni) gli fa compiere 100 anni in discreta salute il prossimo lunedì 29 luglio, l’ex capitano delle SS accoglierà in casa alcuni amici per un brindisi.

Protezione costosa
Sia detto tra parentesi, la protezione di cui abbisogna Priebke sia quando sta in casa sia quando esce costa ai contribuenti italiani qualcosa come un milione di euro l’anno. Ne vale la pena pur di tenere ai domiciliari un colpevole-simbolo, uno che s’è reso corresponsabile di una delle centinaia e centinaia di «rappresaglie» attuate durante la Seconda guerra mondiale, talune e spaventose fatte dai soldati italiani che scorrazzavano in terra slava? Siamo o no nel regno del grottesco e dell’insensatezza, quando restano fra le sbarre non ricordo più se quattro o cinque dei milioni di uomini che hanno sparato a donne e bambini, ucciso prigionieri che si erano arresi, torturato durante quella Seconda guerra mondiale costata 50 milioni di morti? Ciascuno di voi scelga la sua risposta. La mia è semplice. Restituire Priebke alla sua terra natale, porre un termine al grottesco della sua detenzione né carne né pesce. Perché non può non essere né carne né pesce il tenere in detenzione un uomo di cento anni. A quanti mi stanno già guardando in cagnesco, e temono che io stia bestemmiando i morti delle Ardeatine (non c’è targa romana di quei morti innanzi alle quale io ogni volta non mi fermo e leggo), voglio ricordare che il partigiano comunista italiano detto «Giacca» che guidò il massacro di partigiani liberali fra cui il fratello di Pier Paolo Pasolini e lo zio di Francesco De Gregori, a un certo punto ebbe la grazia e si godé gli ultimi anni della sua vita in Jugoslavia.

L’accanimento
Credo di conoscere come pochi i fatti e i dettagli della razzìa degli ebrei romani il 16 ottobre 1943, una razzìa che si concluse con la deportazione ad Auschwitz di 1020 di loro e ne tornarono vivi 17. E con tutto questo non capisco l’accanimento della Comunità ebraica romana contro un uomo di cento anni, e come se il nazismo lo avesse inventato lui.

Coprotagonista
Alla «Judenaktion» del 16 ottobre 1943 parteciparono oltre 300 SS, alcuni militi fascisti li coadiuvarono, non un uomo politico della Repubblica di Salò alzò la voce contro quel crimine, in molti aiutarono gli ebrei a fuggire ma qualcuno li denunciò. Vi ricordate di qualcuno di loro che abbia pagato quel crimine? Stenterete a trovare un paio di nomi. È la tragedia della guerra, sono gli orrori specifici alla Seconda guerra mondiale. Priebke è un coprotagonista troppo piccolo e troppo vecchio per portare sulle spalle il peso simbolico di un tempo tra i più orridi del Novecento. Davvero troppo piccolo e troppo vecchio. A insistere così tanto nel fargli scontare la pena per fatti di 70 e passa anni fa, siamo nel regno del grottesco e non in quello della giustizia umana.

di Giampiero Mughini

Turchia - la nuova via della Seta


Le cose di cui non si parla mai nel nostro dibattito localistico (come non si parla della risparmiosa e ambientalista Svizzera, che ha completato le perforazioni dei tunnel per la linea orizzontale (alternativa al passaggio per l’Italia) e verticale, collegata con Milano attraverso il Gottardo, a spese solo loro. Ma della svizzera non si parla neanche per il progetto in corso di realizzazione per ridurre il consumo energetico pro capite da oltre 6000 a 2000 watt annui, cosa di cui fa parte il passaggio da gomma a rotaia...

 Giuseppe Mancini - dal bollettino dell’Istituto Paralleli

Istanbul - Obiettivo 2023: 10.000 chilometri di alta velocità ed estensione totale della rete ferroviaria da 11.000 a oltre 25.000 chilometri. Un reticolo che si espande a vista d'occhio, che mette in comunicazione città prima semi-isolate favorendone lo sviluppo e che consente un più celere trasferimento delle produzioni industriali verso i mercati interni e d'esportazione.

Il ponte è praticamente pronto, mancano solo i collaudi. E' stato realizzato dall'italiana Astaldi, scavalca il Corno d'oro ed è parte integrante della nuova linea della metropolitana che – dal 29 ottobre 2013, l'anniversario della Repubblica – congiungerà la sponda occidentale e orientale di Istanbul attraverso un tunnel sotto il Bosforo. Lo stesso giorno, ci sarà anche un'altra inaugurazione ferroviaria: quella della linea ad alta velocità da Istanbul a Eskişehir, che proseguendo il viaggio consentirà di raggiungere la capitale Ankara in circa tre ore, contro le cinque attuali. Non solo, perché grazie alla Baku-Tbilisi-Kars e alla connessione Aktau-Urumchi – in fase di avanzata costruzione – si verrà a creare un passaggio ininterrotto da Londra alla Cina. E' la nuova “via della Seta” per il trasporto di passeggeri e di merci. La Turchia aspira infatti a diventare un hub nella rete di corridoi multi-modali tra l'Asia e l'Europa.

L'alta velocità è una novità recente, in Anatolia. La prima tratta – per l'appunto da Eskişehir ad Ankara – è entrata in funzione nel 2009, quella da Ankara a Konya due anni dopo, mentre il 23 marzo 2013 il primo ministro Erdoğan ha tagliato il nastro della Konya-Eskişehir. Gli obiettivi sono estremamente ambiziosi e sono stati esplicitamente enunciati nel programma elettorale per le politiche del 2011: costruire entro il 2023 – nel centenario della Repubblica – 10.000 chilometri di alta velocità, portare l'estensione totale della rete ferroviaria da 11.000 a oltre 25.000 chilometri. Un reticolo che si espande a vista d'occhio, che mette in comunicazione città prima semi-isolate favorendone lo sviluppo e che consente un più celere trasferimento delle produzioni industriali verso i mercati interni e d'esportazione. Solo per l'alta velocità è previsto un investimento complessivo – comprensivo dei lavori già eseguiti – di circa 20 miliardi di euro.

Sempre il 23 marzo, il premier turco ha più concretamente annunciato la costruzione entro il 2015 – anno in cui si terranno le prossime elezioni nazionali – di altre 14 linee, a partire dalla Istanbul-Izmir. Congiungeranno inoltre Eskişehir – snodo dell'Anatolia interna – alle province di Afyon, Bursa, Izmir, Kırıkkale, Manisa, Sivas, Uşak, Yozgat; Konya a quelle di Adana, Gaziantep, Karaman, Mersin, Osmaniye. Le altre previste, per un successivo futuro, sono Bursa-Izmir, Eskişehir-Antalya, Erzincan-Trabzon, Sivas-Erzincan, Kars-Diyarbakır. Nel frattempo, la compagnia statale Tdcc, dal 2009 al 2013 ha già accolto sui suoi treni nove milioni e mezzo di passeggeri, tutti sottratti ai potenti operatori di bus extra-urbani che hanno tratto vantaggio per decenni da una rete ferroviaria – alternativa debolissima – assolutamente inadeguata per uno stato moderno e in crescita. L’obiettivo è portare il traffico passeggeri e merci su rotaia - oggi a un livello ancora bassissimo - rispettivamente al 15% e al 20% del totale (ovviamente, quando tutto il sistema sarà completato, entro il fatidico 2023).

In questa determinatissima opera di innervamento, indispensabile per sostenere lo sviluppo economico della Turchia, i fondi di pre-accessione forniti dall'Unione europea – insieme ad altri finanziamenti internazionali – si sono rivelati indispensabili per tenere il bilancio sotto controllo. Già dal 2003, con un primo piano quinquennale lanciato dal governo da poco in carica dell'Akp, alla componente monetaria si è aggiunta quella legislativa: l'adeguamento progressivo all'acquis comunitario. Questo processo si è fondamentalmente concluso grazie alla legge approvata lo scorso 24 aprile – dopo un precedente decreto del 2011 – per la liberalizzazione del settore, in base ai principi già esistenti per autostrade e aeroporti.

In concreto, la nuova legge sancisce una separazione tra infrastrutture e servizi ferroviari. Se ne occuperanno due società distinte. La Tdcc manterrà la proprietà della rete, avrà il compito di proseguire col suo ampliamento – come previsto – e di gestirla; la novità è che operatori esterni potranno essere autorizzati a costruire delle tratte secondo il modello “build-operate-transfer”: costruirle, assicurarne il funzionamento (per al massimo 49 anni) in cambio dei proventi dell'attività, e cedere la proprietà al pubblico. Verrà poi costituita una seconda compagnia statale, la Türk Tren, che proporrà servizi commerciali di trasporto passeggeri e merci, ma lo farà in regime di concorrenza, perché il settore sarà aperto a operatori privati che potranno ricevere tratte in affidamento oneroso.

Per garantire il buon funzionamento del sistema – che secondo i piani entrerà completamente in vigore nell'arco di cinque anni – e determinare assegnazioni e costi, la Direzione generale dei trasporti ferroviari in seno al relativo ministero è stata trasformata in “autorità regolatrice”. Si attendono cospicui benefici: per le casse dello stato, che avrà meno compiti e non sarà più costretto a elargire sussidi, per i viaggiatori e gli operatori economici in virtù dell'effetto concorrenza sulle tariffe di mercato. O almeno per le tratte a maggiore redditività, perché il pubblico continuerà a sovvenzionare i servizi passeggeri – soprattutto nelle zone depresse del paese – strutturalmente in perdita, ma considerati essenziali.

ITALIA - Nemmeno un socialista



luglio 25, 2013 -Discorrendo di politica con alcuni esponenti del Partito Democratico di provenienza Pci, ho chiesto loro se il fatto che i due leader del momento, cioè Enrico Letta presidente del Consiglio, e Matteo Renzi candidato premier fossero entrambi di estrazione democristiana ponesse loro dei problemi.

Uno mi ha risposto seccamente che il Pd rappresenta il superamento delle aree partitiche originarie e quindi lui, ex comunista, non provava alcun imbarazzo, né riteneva di dover rivolgere critiche ai dirigenti del suo ex partito.

L’altro invece mi ha risposto in modo più sofferto ed elaborato. A suo avviso c’era anche un secondo elemento da considerare: attualmente pure la segreteria del Partito Democratico e quella generale della Cgil (cioè della sola organizzazione di sinistra rimasta a livello di massa) non sono rette da ex Pci bensì da ex socialisti come Guglielmo Epifani e Susanna Camusso.

Quindi l’intero fronte delle posizioni strategiche dell’area democratica non vede in campo nessun ex comunista.

Per questo mio secondo interlocutore, ciò è il frutto dell’abbandono da parte della classe dirigente comunista pur dopo la mezza svolta dell’89 di una consapevole politica di formazione politica volta a superare il post-comunismo, e a porsi nel solco cioè del socialismo europeo. Il rifiuto di scegliere la via socialdemocratica o socialista o laburista europea, la via del PSE in sostanza, ha posto gran parte della dirigenza ex comunista in una sorta di terra di nessuno.

Con Veltroni che si dichiarava “clintoniano” (e chissà cosa voleva dire), con altri che continuavano a confondere la storia del Psi e magari anche quella del Pse con Craxi e col craxismo, con altri ancora (la maggioranza) i quali credevano che bastasse dichiararsi orientati verso il socialismo europeo per essere di già socialisti europei. Senza pagare dazio, senza fare i conti col passato che conta. L’ho già detto un’altra volta: in una delle sezioni “storiche” dell’ex Pci e ora del Pd ci sono alle parete i ritratti di Gramsci, di Togliatti, di Berlinguer, di Moro e di Scoppola.

Non c’è un socialista (nemmeno Pertini), non c’è un laico (un La Malfa, per esempio),non c’è neppure Vittorio Foa, nessuno che non sia rigorosamente o Pci (e il povero Gramsci si sa quanti contrasti ebbe alla fine col proprio partito) o Dc. C’è un futuro per una simile formazione politica?

Vittorio Emiliani - Posted by fondazione nenni

martedì 23 luglio 2013

KAZAKISTAN - “Prodi riceve uno stipendio milionario dal dittatore Nazarbayev” . Ma chi è veramente Romano Prodi?


Lo Spiegel International punta i riflettori sui rapporti tra i due, rivelando che l’ex premier è membro dell’Intenarnational Advisory Board del leader kazako. Risale invece al 23 maggio l’ultima visita dell’ex leader dell’Ulivo nel Paese, dove dal 2011 è tornato tre volte l’anno

Silvio Berlusconi non è l’unico politico italiano ad avere rapporti con Nursultan NazarbayevUn articolo pubblicato a marzo da Spiegel International punta i riflettori sul legame tra l’ex premierRomano Prodi e il dittatore kazako. “Per essere un tiranno, il signore del Kazakistan ha a sua disposizione alcuni insoliti sostenitori: gli ex cancellieri tedesco e austriaco Gerhard Schröder e Alfred Gusenbauer, gli ex primi ministri britannico e italiano Tony Blair e Romano Prodi, così come l’ex presidente polacco Aleksander Kwaniewski e l’ex ministro degli interni tedesco Otto Schily”, afferma il quotidiano, ricordando che “tutti costoro sono membri nei loro Paesi di partiti socialdemocratici”.

Gusenbauer, Kwaniewski e Prodi, prosegue lo Spiegel, “sono ufficialmente membri dell’Intenarnational Advisory Board di Nazarbayev. Si incontrano diverse volte ogni anno, nella più recente occasione due settimane fa (quindi all’inizio di marzo, ndr) nella capitale kazaka Astana, e ciascuno di loro percepisce onorari annuali che raggiungono le sette cifre”. Secondo la stampa britannica, l’ex primo ministro britannico Blair, pure lui advisor, “riceve ogni anno compensi che possono arrivare a 9 milioni di euro (11,7 milioni di dollari)”.

Schröder, per quanto lo riguarda, nega di essere membro dell’Advisory Board. Ciononostante, egli s’incontra di quando in quando faccia a faccia con l’autocrate venuto dalle steppe asiatiche ed elogia il Kazakistan come un “Paese internazionalmente riconosciuto e aperto”. Nel novembre del 2012, Schröder si congratulò col Kazakistan in quanto Paese scelto per ospitare l’Expo 2017, che egli descrisse come il “prossimo passo verso la modernizzazione”.

“Il fatto che un diplomatico tedesco si inchini davanti ai kazaki fino a tale punto è già abbastanza brutto”, dice la deputata dei Verdi Viola Von Cramon. “Ma peggio ancora, sottolinea, è il fatto che politici come Schröder, Schily, Prodi e Blair si lascino coinvolgere negli interessi di Nazarbayev. “Specialmente perché ora il suo regime sta diventando sempre più severo. Ma grazie all’influenza dei lobbisti occidentali, poco di quello che succede oltrepassa i confini”.

L’ultimo incontro tra Prodi e Nazarbayev risale al 23 maggio, una settimana prima del blitz che ha portato all’espulsione della moglie e della figlia del dissidente kazako. Con un discorso di dieci minuti al Palazzo dell’indipendenza di Astana, capitale del Paese, l’ex premier ha parlato dei problemi dell’Eurozona, dopo l’introduzione di Nazarbayev. E, come spiega Panorama, “dal 2011 ha fatto visita tre volte l’anno, mantenendo ottimi rapporti con il dittatore”.

Per definire gli intrecci tra i due Paesi, prosegue il settimanale, bisogna invece tornare al 1997. Il 4 maggio l’ex leader comunista, padre padrone del Paese, viene decorato con il Gran cordone, la più alta onoreficenza concessa dal Quirinale, su proposta di Prodi, allora presidente del Consiglio. Nel 2000 viene poi scoperto il giacimento di Kashagan e l’Eni entra subito nel consorzio per lo sfruttamento. Risale invece al 2009 la firma del trattato tra Italia e Kazakistan, con Berlusconi presidente. E oggi l’Italia è il terzo partner commerciale del Paese, dopo Cina e Russia.

RICORDIAMO SINTETICAMENTE CHI E’ ROMANO PRODI
La ‘complicità’ (lo affermerà la stessa Magistratura)  tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti inizia nel luglio 1982, quando Prodi viene nominato presidente dell'IRI, il più grande ente economico dello Stato, in casa del suo storico compare Carlo De Benedetti (proprietario del gruppo Repubblica ed Espresso e di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia), nel caso di Repubblica addirittura De Benedetti ne è l'unico editorialista, quindi gli articoli se li scrive lui stesso (ci immaginiamo l’obiettività).

L'attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico compito:
Svendere (o regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi truccati.

De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente tali società al loro reale valore di mercato (di solito 20 volte il loro prezzo d'acquisto) a gruppi stranieri (o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a prezzi folli), realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.

Prodi, per 7 anni guidò l’ IRI dello Stato, concedendo tra l'altro incarichi miliardari alla sua società di consulenza "Nomisma", con un evidente conflitto di interessi.

Al termine di questi 7 anni il patrimonio dell’ IRI risultò dimezzato per la cessione di importanti gruppi quali Alfa Romeo e FIAT, dalla quale prese grosse somme di denaro in tangenti per la Nomisma, passando da 3.959 a 2.102 miliardi. La Ford aveva offerto 2.000 miliardi in contanti per l'Alfa Romeo, ma Prodi la regalò alla FIAT per soli 1000 miliardi a rate. Egli nel frattempo lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.

Le privatizzazioni dell'IRI fatte da Romano Prodi sono state delle vere e proprie svendite del patrimonio economico italiano a gruppi privati della Sinistra (De Benedetti, Coop Rosse) complici del professore, anche se "svendere" un ente pubblico a un decimo del suo valore quando ci sono altri gruppi privati che offrono il doppio, più che una "svendita" è un regalo, o per essere ancora più precisi è una serie incredibile di furti colossali a danno dello Stato e degli italiani perpetrata impunemente per anni.

Giocando sulle parole e sull’interpretazione dello statuto dell’Ente, Romano Prodi vantò utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985). La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, portò alla luce l'enorme falso in bilancio di Prodi: «Il complessivo risultato di gestione dell’Istituto IRI per il 1985, cui concorrono... sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984». La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203 miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.

Romano Prodi, davanti alle folle dei suoi fan (si sa, l’Italia non scarseggia in quanto a coglioni) tutt’oggi si vanta tantissimo che durante i suoi 7 anni alla presidenza dell' IRI riuscì a far guadagnare utili stratosferici. La verità, come chiarito dalla Corte dei Conti, è che invece di utili stratosferici realizzo perdite stratosferiche, regalando il patrimonio dello Stato e degli Italiani ai suoi amici della Sinistra.

Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano S.P.A. di diritto privato e quindi i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali. Mani Pulite cambierà anche questo, per cui le società controllate da enti pubblici sarebbero state considerate tutte operanti nell'interesse pubblico, con le relative conseguenze per gli amministratori.

La conferma di tutto questo si trova nell’indebitamento dell’Istituto, salito dal 1982 al 1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a 45.672 (+30 per cento). Perdite stratosferiche appunto.

Lo stesso D’Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Romano Prodi, da lui scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando lasciò l’IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi». Fu facile confutare queste affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.

La vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a costo zero. La conferma ci viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino, nel quale rileva che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di nascita dell’IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500!

Nel 1986, Romano Prodi, con un contrattino di appena 4 paginette (anziché centinaia come normalmente si fa) a trattativa privata, svendette il più grande gruppo alimentare dello Stato, la SME, alla Buitoni del suo amicone Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi. La SME, già nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, ma il suo valore globale era di 3.100 miliardi. A Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte d'appello e in Cassazione da ben 15 magistrati, all'unanimità. Il magistrato Saverio Borrelli del pool Mani Pulite di Milano, 6 anni dopo, incriminerà invece penalmente Silvio Berlusconi, per aver impedito (insieme a Ferrero e Barilla con una pubblica offerta d'acquisto enormemente superiore rispetto a quella di De Benedetti) l'ennesima svendita di Romano Prodi: la SME (un regalo di 3100 miliardi dello Stato) a Carlo De Benedetti, nonostante a questi due compari fosse stato dato torto in tutti e 3 i gradi di giudizio dal Tribunale di Roma e dal TAR del Lazio e nonostante Berlusconi e gli altri imprenditori non ci avessero guadagnato alla fine nulla.

Come presidente dell'IRI, svendette anche la Italgel alla Unilever, essendo contemporaneamente consulente di quest'ultima, nonostante quindi un conflitto di interessi evidente.

Se l'IRI era, come in realtà era, un covo di corruzione senza limiti sarebbe stata giusto arrestare e processare Prodi, che la presiedette per 7 anni e non solo chi (Nobile) lo fece per soli 17 mesi.

Durante Tangentopoli, Di Pietro stava per arrestare Prodi, ma lui se ne andò dritto a piangere (nel vero senso della parola) da Mancuso e dal presidente della Repubblica Scalfaro, il quale, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, riuscì a non farlo incriminare. Tutto in un giorno.

Durante il suo Governo nel 1996 regalò 5.000 miliardi alla Fiat per fare una rottamazione.

Durante i fallimenti Parmalat e Cirio, Prodi difese i banchieri che truffarono i risparmiatori e loro ricambiarono il favore con i loro giornali schierati.

I PM dovrebbero usare lo stesso metro, lo stesso zelo sia con Fiorani che con Consorte; o, almeno, sullo stesso Fiorani credergli sempre o mai. Anche quando dice, e Boni conferma, d'aver dato 750 mila euro Palenzona (Margherita), che sono 15 volte di più di quanto dato (e rifiutato) dal leghista Giorgetti. Anche se il Corriere su Giorgetti ha fatto un titolo 15 volte più vistoso di quello per Palenzona.

martedì 16 luglio 2013

ITALIA - A chi spetta la scorta e perchè?


OGNI MATTINA 2 AUTO E 3 AGENTI PER ACCOMPAGNARE D’ALEMA AL PARCO COL CAGNOLINO

Roma – Sarebbe bello sapere come mai ogni mattina due automobili di servizio e tre uomini di scorta presidino e accudiscano la passeggiatina di Massimo D’Alema e del suo labrador nero che per differenti necessità visitano i giardini pubblici allestiti a spartitraffico

Si tratta forse di persona in pericolo? E se sì, per cosa? Per avere controllato con la consueta astuzia, ai tempi del Copasir, il segretissimo lavoro dei nostri Servizi ignari di essere a loro volta controllati dai cugini americani? O forse si tratta di un privilegio a lento rilascio per certe alte cariche ricoperte nella remota Seconda Repubblica?

Quando gli accadde per una volta di agguantare Palazzo Chigi, giusto il tempo di far fuori Romano Prodi e bombardare gli ex compagni Serbi coadiuvato dai simpatici Rondolino & Velardi. Un’altra di accedere al dicastero degli Esteri e di tessere strategie di pace nella macelleria mediorientale con la fattiva collaborazione di Hezbollah. È il Mossad che lo minaccia? È Veltroni che aspetta il piatto freddo della vendetta?

A meno che non siamo tutti fuoristrada. D’Alema non dà noia a nessuno e la scorta che paghiamo non è per lui. È per il Labrador.

Pino Corrias per il Fatto Quotidiano

A CHI SPETTA LA SCORTA IN ITALIA E PERCHE’?

Austria e Danimarca i paesi meno scortati, seguono Francia e Inghilterra.
In Italia sono circa 585 le personalità sotto scorta, di cui 411 con auto blindata

P asseggiando per le vie del centro se ne possono vedere a centinaia: Audi, Wolkswagen, Mercedes. Le auto blu sono dappertutto nel centro di Roma. Se ci si avvicina, poi, ai palazzi del potere, è ancora più facile incontrare baldi giovani vestiti di tutto punto, in giacca e cravatta, attrezzati con auricolari e woki-toki. Sono le scorte che “proteggono” i nostri politici e uomini di potere, che dovrebbero proteggerli dalla criminalità organizzata e dal terrorismo. Ma andando a guardare più da vicino, molti di coloro che ne godono, non sanno neanche dell’esistenza di minacce terroristiche o criminali. Infatti non si capisce per quale motivo, alcuni di loro, dovrebbero temere questo pericolo, loro che non si sono mai schierati contro la criminalità organizzata, loro che in più di una occasione ci hanno convissuto con la criminalità organizzata, magari li hanno anche difesi in tribunale, o si sono abbassati a scambi di favori. Che senso ha dare la scorta ai presidenti delle regioni, a semplici parlamentari, a ex ministri, agli stessi ministri se non sono sotto una minaccia specifica? Queste scorte vengono pagate con i soldi dei contribuenti italiani e per cui c'è un dispiego di forze dell'ordine probabilmente un pò spropositato. È difficile in realtà capire quanto effettivamente costino le scorte ai cittadini , sembra ci sia un alone di mistero. Il ministero degli Interni non ha mai fornito numeri precisi e forse non li conosce nemmeno. Da alcune indagini e ricerche sembrerebbe che sono circa 585 le personalità sotto scorta, di cui 411 con auto blindata.

Una “lista di priorità”
Ma ci si può tranquillizzare, perché esiste una "lista di priorità" degli scortati, suddivisa in livelli. Il primo livello, è concesso a 16 personalità e consiste in due o tre auto blindate con 3 agenti per auto. Il secondo livello, invece, prevede due auto blindate con 3 agenti ciascuna ed è assegnato a 82 personalità. Una sola blindata con 2 agenti a 312 personalità per il terzo livello. L'ultimo prevede un'auto non blindata con 1-2 agenti, dato a 174 personalità. Ma chi usufruisce dell'auto blindata? Per lo più magistrati e politici; in minima parte anche giornalisti, pentiti, sindacalisti e presidenti di regione e sindaci. Le forze dell'ordine impiegate per la sicurezza di queste personalità sono principalmente agenti di polizia e carabinieri, ma c'è anche un alto numero di circa 400 uomini della vigilanza, impiegati come bodyguard. Per citare solo alcuni che godono di questo servizio: il presidente della Lazio Claudio Lotito, l'ex ministro Paolo Cirino Pomicino, per altro condannato in via definitiva per corruzione che ha una guardia giurata e un'auto blu, i coniugi Mastella, Clemente e Alessandra Lonardo, rinviati a giudizio per aver recepito tangenti. Tra i giornalisti saltano all'occhio Vittorio Feltri, Bruno Vespa, Emilio Fede e Maurizio Belpietro, nonostante un'inchiesta giudiziaria abbia accertato che quest'ultimo non subì mai l'attentato denunciato dalla sua guardia del corpo. Ci sono, poi, i casi in cui la sicurezza dura tutta la vita, la così detta scorta eterna, di cui ne godono: l’ex ministro della Giustizia, Oliviero Diliberto che ha a disposizione autista e agente, l’avvocato ed ex deputato Carlo Taormina che gira con quattro uomini, mentre sono cinque gli agenti per l’ex sottosegretario Mario Baccini. Ma a questi si possono aggiungere gli ex presidenti di Camera e Senato, come Marcello Pera, Fausto Bertinotti e Pier Ferdinando Casini che sono sempre sotto controllo. E, in dolce sin fundo, come non citare Claudio Scajola, l'ex ministro che negò la scorta a Marco Biagi, che fu poi assassinato dalle Nuove Brigate Rosse nel 2002.
Proprio a lui, all’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola, spettano otto poliziotti e due blindate. Niente a che vedere con i 18 agenti e le quattro auto che difendono il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo. Mentre personalità come il sacerdote Pino Puglisi e il giornalista Beppe Alfano non avevano la scorta e infatti sono stati uccisi dalla mafia, lasciati soli come tanti altri minacciati da pericoli quotidiani eppure non tutelati dallo Stato.

Il nodo delle revoche
e il confronto con l’Europa
Una volta alcuni politici a rischio la scorta la sopportavano a mala pena perché gli era imposta per la reale incolumità della loro vita e del loro lavoro. Ora la scorta i politici che non corrono alcun rischio la vogliono. La pretendono e se non gliela danno fanno il diavolo a quattro. Senza scorta si sentono come un generale senza medaglie e non hanno nulla da mostrare e dimostrare. Un altro dato reso noto è che, negli ultimi anni, lo Stato ha investito 120 milioni di euro per comprare più di 600 Bmw e più di 100 Audi e un’ottantina di Audi A8 e Bmw 7, nei garage pubblici ci sono Lancia Thesis e Lybra, decine di Alfa 164, Fiat Corma e qualche Subaru Legacy. Ma oltre al grave problema dell’assegnazione della scorta, ce n’è un altro ben più grave, quello delle revoche! Sembrerebbe, infatti, che l'assegnazione della scorta avviene attraverso una valutazione della gravità del rischio e non v'è dubbio che, quando l'assegnazione avviene, una necessità esiste. Ma il vero problema riguarda la revoca, ovvero il momento in cui questo rischio cessa e si dovrebbe procedere all'interruzione del servizio, perché il pericolo non esiste più o perché la persona ha cambiato incarico . A questo punto sembra intervenire una specie di meccanismo di resistenza da parte della persona , così spesso si prosegue in un servizio che non ha più ragione di esistere.
Ed è qua che cominciano gli sprechi. Gli ex presidenti di Camera e Senato, per esempio, hanno diritto a mantenere auto blindata e angeli custodi, anche se hanno ormai lasciato la politica: è accaduto con Irene Pivetti e Carlo Scognamiglio come per altri, accompagnati a spese dello Stato persino a mangiare la pizza o a partecipare a un convegno. Ma se guardiamo ai nostri vicini e alle altre capitali europee, la situazione è drasticamente diversa. Il governo danese è avanti su tutto rispetto a noi! Innanzi tutto le recenti elezioni hanno portato al potere una coalizione di socialdemocratici, di una sinistra più radicale e liberale, per lo più affidato nelle mani di una donna di 42 anni che ha scelto a sua volta altre 9 donne e in più ha due ministri di 26 e 28 anni rispettivamente assegnati alle finanze e alla sanità. Inoltre subito dopo l’elezione sono andati dalla loro Regina in bicicletta, attraversando in fila indiana il centro di Copenaghen e la meravigliosa piazza centrale pedonale. Ovviamente l’avvenimento in Italia è stato ignorato dalle nostre televisioni. Il nostro capo di governo potrebbe sfigurare, considerato che quando fa qualche passo a piedi è circondato da circa 31 uomini della scorta e 16 automobili di cui 13 sono blindate. Ma anche l’Austria viaggia sullo stesso binario della Danimarca ed è ugualmente da lodare. Infatti Reinhold Lopatka, sottosegretario alle infrastrutture, ha ricevuto molte mail e lettere di minaccia da sconosciuti. L’esponente politico, infatti, conduceva da mesi una battaglia contro i privilegi dei ferrovieri austriaci, una corporazione che gode di grandi benefici come nessun’altra in Austria e gli fu consigliato di munirsi di scorta, ma lui si è rifiutato accettando solo alcuni consigli su come proteggersi. Neanche da paragonare, insomma, alla doppia scorta di alcuni dei nostri politici. Va sottolineato che in Austria, di politici sotto scorta, ce ne sono soltanto due: il presidente della Repubblica e il cancelliere federale. Per nessun altro uomo pubblico lo Stato austriaco ha disposto un servizio di protezione analogo. Heinz-Christian Strache, leader della destra nazionalista, ha una scorta privata, pagata dal suo partito. Una scorta privata vigila anche sulla vita di Ariel Muzicant, presidente della Comunità ebraica, spesso preso di mira da fanatici neonazisti. Persino il palazzo della Cancelleria, nella Ballhausplatz, o quello del Ministero degli interni, nella Herrengasse, non sono protetti da uomini armati. Potete entrare fin nell’androne, prima che qualcuno vi si avvicini per chiedervi cortesemente che cosa desiderate. Anche in Francia e Inghilterra molti degli esponenti politici che usufruiscono del privilegio delle bodyguard, le pagano privatamente, mettendo mani al proprio portafoglio. Insomma altra politica, altri paesi, altra Europa, altri cittadini, solita Italia.

Ora la scorta i politici che non corrono alcun rischio la vogliono.
La pretendono e se non gliela danno fanno il diavolo a quattro

Lista di priorità. Primo livello: due o tre auto blindate con 3 agenti. Secondo livello: due auto blindate con 3 agenti ciascuna. Una sola blindata con 2 agenti per il terzo livello. L'ultimo prevede un'auto non blindata con 1-2 agenti.

In Italia ci sono 1.000 uomini dedicati ogni giorno alle scorte a cui ne vanno aggiunti altre centinaia per le ‘protezioni leggere’. Le personalità sotto tutela sono 585 più qualche altro centinaio con tutela meno rinforzata. Sono numeri eccessivi che vanno rivisti. E qui la parola spreco è una eredità che si tramandano i vari governi. Sforbiciate ne sono state già date, ma il lavoro da fare è ancora tanto. E lasciamo perdere lo spettacolo infelice della senatrice beccata al supermercato con i poliziotti che spingono il carrello. Lo Stato deve garantire la sicurezza personale a chi ne ha necessità e a partire dai prefetti ci deve essere il coraggio civile di negare i casi di protezione inutile. In un momento in cui i tagli della spesa investono (un errore) di nuovo le forze dell’ordine ci sono uomini e mezzi che vanno recuperati proprio per la sicurezza di tutti noi. E non solo di alcuni.

domenica 14 luglio 2013

SIRIA - Jihad nikah, le donne arabe offrono sesso in Siria


Credono a sedicenti religiosi. Che promettono il Paradiso. Così le ragazze islamiche partono per donarsi ai ribelli del regime. Ma chi torna è ripudiata a casa. E altre sono imprigionate da Assad.

Domenica, 14 Luglio 2013 - Il richiamo, diffuso da sedicenti religiosi e islamici radicali, suona più o meno così: «Offri il tuo corpo a chi combatte gli infedeli e si apriranno le porte del Paradiso».
È l’esortazione rivolta alle donne arabe a regalare qualche momento di intimità ai combattenti siriani, ennesimo, drammatico corollario della guerra di. In nome di quella ‘Guerra santa’ che si identifica soprattutto con la battaglia contro il regime di Bashar al Assad.
L’AMORE REGALATO. È noto che, tra le varie anime della ribellione, ce ne siano alcune legate a doppio filo con l’estremismo islamico: la pratica della jihad nikah (dove la parola nikah, che indica il matrimonio musulmano, in questo caso si identifica con la fornicazione) ne è un’ulteriore prova.
La formula è in auge soprattutto in Tunisia, grazie a predicatori radicali che esortano giovani donne a lasciare i propri cari per dirigersi in Siria dando vita a unioni-lampo con i combattenti. Unioni che a volte, per le giovani della jihad nikah, si traducono in una gravidanza non prevista, osteggiata dai familiari e dominata dalla vergogna.
DIFFUSO IN TUNISIA E IN SOMALIA. Il fenomeno, sin dall’inverno 2012, ha trovato numerose aderenti, emergendo in tutta la sua drammaticità, soprattutto in Somalia e più ancora negli ambienti tunisini più vicini ai salafiti.
Una reporter e attivista tunisina, Hanene Zbiss, è stata tra le primi a renderlo noto, denunciando la sparizione soprattutto di minorenni, tra la disperazione dei familiari.
I 13 CASI CERTI. Il numero preciso delle tunisine che hanno scelto questa via alternativa alla jihad non è noto: le notizie sono scarse, le decisioni di recarsi in Siria avvengono molto spesso nel più stretto segreto, a volte all’oscuro perfino dei familiari. Il quotidiano britannico Daily Mail ha riferito di almeno 13 tunisine reclutate dagli islamisti per un viaggio in Siria.
Ma il computo totale, oggi, appare più alto e ha cominciato a destare l’allarme tra le organizzazioni tunisine per la difesa dei diritti umani e perfino tra i politici e le istituzioni nazionali. Tanto che il ministero per gli Affari religiosi tunisino aveva esortato le ragazze a non farsi influenzare dai predicatori islamici.

Adolescenti sottoposte al lavaggio del cervello


Combattere queste fatwa, tuttavia, non è facile. I richiami alla jihad nikah sono spesso diffusi sul web e sui social network. Altre volte il reclutamento avviene all’interno delle associazioni religiosi più conservatrici, nelle periferie più misere delle grandi città, o perfino all’università.
LA BUONA MUSULMANA. È il caso di Aicha, studentessa 20enne di Monastir che, in un’intervista video, ha raccontato le diverse tappe del lavaggio del cervello cui era stata sottoposta assieme a un gruppo di coetanee da una 40enne che aveva proposto loro di iscriversi a un corso per diventare 'buone musulmane'.
LA RICOMPENSA ETERNA. Durante il corso, che si teneva a casa della donna, i riferimenti all’Islam più radicale e ai suoi precetti si sono fatti via via più frequenti fino alla proposta di un viaggio in Siria per combattere gli infedeli e acquistare un «biglietto per il Paradiso».
Solo all’ultimo momento, insospettita dal cambio di atteggiamento della figlia, la madre di Aicha si è accorta che qualcosa non andava. La 20enne è stata bloccata e oggi figura tra coloro che stanno lanciando l’allarme sul fenomeno.
NELLE MANI DI ASSAD. Ad altre, invece, è andata peggio.
Alcune - come è accaduto per sei ragazze ad Al Quseir, che hanno ammesso di praticare la jihad nikah - sono finite agli arresti, nelle mani del regime di Damasco.

Un destino di solitudine e ripudio


Altre ragazze sono sparite, improvvisamente, senza che il genitori avessero neppure il tempo di fermarle. Ai parenti non è rimasto che pubblicare video-appelli su YouTube, come hanno fatto due tunisini - genitori di un’adolescente partita per la Siria - che, mostrando la sua foto lamentavano: «Ha solo 16 anni. Le hanno fatto il lavaggio del cervello».
I FIGLI NON VOLUTI. Ma ci sono anche le giovani tunisine che compiono più di una volta il viaggio attraverso Egitto o Turchia, per arrivare nelle terre siriane controllate dai ribelli. E per loro cresce la possibilità che la jihad nikah si tramuti in una maternità difficile.
I figli, nati al di fuori del matrimonio e di cui non si conosce il padre, in Tunisia sono destinati a diventare dei nessuno, senza un cognome e soprattutto senza una famiglia: genitori, fratelli e sorelle tendono a ripudiare la loro madre, colpevole di aver generato al di fuori del matrimonio. E il viaggio per aiutare i jihadisti si tramuta così per queste giovani nel baratro.
NUMERO IMPRESSIONANTE DI RECLUTE. Eppure, secondo l’avvocato Badis Koubakji, membro dell’associazione per il Sostegno ai tunisini all’estero, il numero delle reclutate è «impressionante» e corre di pari passo a quello dei tunisini più radicali che scelgono di combattere al fianco dei ribelli sul fronte siriano.
Ma se per gli uomini si prospettano laute ricompense per le giovani della jihad nikah il risultato è solo vergogna e solitudine.

Michele Esposito

sabato 13 luglio 2013

ITALIA: Che tutto tremi, ma nulla muti.


Primo risultato del governo dalle larghe intese: una giornata da colpo di stato

mercoledì 10 luglio 2013 - Ormai in Italia siamo assuefatti a tutto e niente piu' stupisce ma oggi e' accaduto un fatto gravissimo che purtroppo e' solo un timido preludio di quello che potrebbe accadere il 30 luglio se saranno confermate le condanne al plastificato ( 4 anni piu' 5 anni di interdizione dai pubblici uffici).

Fino ad oggi almeno una voce, se pur flebile, a contrastare le proteste degli affiliati alla massoneria del Pdl c'era, ma da oggi in poi con il governo delle larghe intese e delle grandi fregature anche questa si e' spenta.

Ma non solo questo e' accaduto in questa triste giornata per la democrazia, oggi si e' messo a tacere il parlamento per protestare contro la corte di cassazione e la giustizia in generale che, per evitare l'ennesima prescrizione a carico del politico piu' inquisito del pianeta, ha accelerato i tempi della prossima sentenza.

Un fatto che avrebbe dovuto ricevere il plauso da parte di tutto il mondo politico e che invece e' stato letteralmente condannato e questa volta non solo dai massoni del Pdl mai anche dagli amici del Pd per arrivare fino al Presidente della Repubblica che ha badato bene di non dire una parola in merito.

Unica voce contro a questo scippo della democrazia messo in atto da chi governa il paese, e' stata quella dei grillini che se riuscissero a liberarsi dall'ideatore del movimento, Beppe Grillo, potrebbero davvero diventare una forza rivoluzionaria. I parlamentari di Pd e Pdl hanno deciso di bloccare il parlamento e quindi di indire una giornata di sciopero, sarebbe interessante sapere se la loro paga giornaliera sara' decurtata dallo stipendio mensile considerato che a tutti i lavoratori quando effettuano degli scioperi viene tolto il salario corrispondente alle ore di sciopero.

Ed ora che cosa accadra' ? Vivremo nell'immobilismo totale e nell'attesa del 30 luglio quando la corte di cassazione si pronuncera' e forse quel giorno potrebbe scoppiare la guerra civile.

Torno quasi subito

venerdì 12 luglio 2013 - Dopo il piccolo golpe, durato solo qualche ora, da ieri sera ad oggi se ne sono ascoltate di tutti i colori da parte degli esponenti del Partito Democratico al fine di dimostrare che quello che hanno autorizzato ieri non è stato un atto eversivo.

Certo che comunque lo si deve ammettere: come sono bravi quelli del Pd ad arrampicarsi sugli specchi, nessuno può batterli.

Epifani prima ha dichiarato che interrompere i lavori del parlamento per un giorno non era assolutamente un atto eversivo, come lo sarebbe stato se la chiusura fosse stata prolungata per tre giorni..

Stamani ha rincarato la dose affermando addirittura che nella vicenda è uscito vincitore in quanto Brunetta aveva chiesto tre giorni di stop, mentre il Pd ha autorizzato solo una giornata.

Altri esponenti di quello che ormai più che un partito, ammesso che lo sia mai stato, sembra un'accozzaglia di persone con teste, progetti, programmi ed ideali diversi, hanno dichiarato che è prassi comune interrompere i lavori della camera o del senato per consentire ad un gruppo parlamentare che ne faccia richiesta di riunirsi per discutere.

Fa parte del gioco democratico. Nessuno che avesse fatto cenno alle motivazioni di questa richiesta da parte del Pdl. Certo interrompere la seduta per discutere sui provvedimenti che sono all'esame dell'aula fa parte sicuramente del gioco, ma fa parte del gioco anche interrompere i lavori del parlamento per discutere di vicende private e giudiziarie di un politico anche se questo si chiama Silvio Berlusconi ? Questo è un fatto che riguarda il gruppo e non certo tutto il parlamento e quindi accettare l'interruzione dei lavori è come accettare che il parlamento sia ad uso e consumo del singolo politico.

Un concetto che dovrebbe essere molto semplice ma ormai per il Pd non c'è niente di semplice anche se si deve dar atto appunto di un'estrema fantasia nel giustificare l'ormai quasi totale asservimento al partito del plastificato. Ieri hanno attaccato un cartello sulla porta di Camera e Senato, non c'era scritto torno fra tre giorni come voleva il Pdl ma nemmeno torno subito perchè si sarebbe potuto interpretare come una normale chiusura e sempre al Pdl non stava bene, ed allora si è scelto il torno quasi subito e tutti sono stati contenti. Il governo però ha lavorato ugualmente .... ha annullato la cerimonia per l'inizio dell'assemblaggio del primo F35 che nonostante il rinvio si è iniziato a montare.

Antipolitico

SPAGNA - Rajoy convocato dal parlamento per lo scandalo Bárcenas


10 luglio 2013 El Mundo, El País

Il primo ministro Mariano Rajoy dovrà presentarsi davanti al parlamento per rispondere dell'accusa di aver ricevuto dal 1996 al 2000 premi irregolari provenienti da una doppia contabilità del Partito popolare (Pp). Dopo aver consegnato al giudice nuovi documenti  provenienti dagli appunti dell’ex tesoriere Luis Bàrcenas che dimostrano l’esistenza di una doppia contabilità e di premi irregolari all’interno del Partito popolare, El Mundo sottolinea che

finora Rajoy ha scelto la strategia di guadagnare tempo e aspettare che la tempesta si plachi, ma ormai non può più andare avanti. Deve fornire una spiegazione convincente a proposito dei suoi rapporti con Bárcenas e della posizione del suo ex tesoriere. Per questo motivo sarebbe molto grave se il Pp decidesse di bloccare l’intervento davanti ai deputati, assolutamente necessario per un’elementare igiene democratica.

Mentre il Partito popolare continua a negare le accuse e Rajoy resta in silenzio, l’editorialista Victoria Prego riassume le attese dei cittadini con due parole: “spiegazioni” e “prove” al posto delle “chiacchiere”:

fortunatamente siamo già entrati nel territorio della giustizia, dove valgono le prove e non le opinioni. Se Bárcenas possiede delle prove deve presentarle immediatamente. Fino a questo momento abbiamo assistito a una tempesta di supposizioni sufficienti a nuocere all’onorabilità di molti e soprattutto a quella di Mariano Rajoy. Il premier non è esente dall’obbligo di parlare all’opinione pubblica per fornire spiegazioni. Non possiamo lasciare un paese nell’incertezza o addirittura in preda alla collera.

El País sottolinea che Bárcenas ha “cambiato strategia” dopo il suo incarceramento e sta portando avanti “un ricatto contro lo stato”:

ormai resta la parola di Bárcenas contro quella del primo ministro, che ha personalmente negaato il 2 febbraio di aver ricevuto o distribuito denaro in segreto. A questo punto si pone la quesitone della legalità del finanziamento del Pp e di una possibile violazione della legge da parte degli esponenti del governo Aznar, se davvero hanno ricevuto premi irregolari mentre svolgevano incarichi ministeriali.

venerdì 5 luglio 2013

ITALIA - L’utilità dei socialisti


Si svolgerà a Venezia, dal 25 al 27 ottobre, il congresso nazionale del PSI. Il partito, che è tornato in parlamento grazie all’accordo stipulato con il PD, è di fronte a scelte importanti. Qualcuno dice che è in gioco la sopravvivenza. A noi piacerebbe che non di questo si discutesse (sarebbe comunque una sopravvivenza stentata e di scarsissima utilità e incidenza). Ci piacerebbe, piuttosto, che si discutesse di una reale trasformazione. E di un contributo alla creazione, assieme ad altri, di una presenza politica nuova anche se saldamente ancorata alla cultura laica, liberale e progressista. Sul congresso del PSI pubblichiamo un articolo di Alberto Benzoni.

Ci è stato spiegato, nel corso della discussione che ha fatto seguito alla mancata presentazione della nostra lista alle ultime elezioni, che tale scelta era obbligata. Nel senso che tale ipotesi era stata oggetto di un vero e proprio veto da parte del Pd.
Data l’autorevolezza della fonte, non c’è motivo di dubitare dell’esattezza di tale informazione. E, dunque, c’è stato un veto. E noi l’abbiamo subìto. Su questo secondo aspetto si è polemizzato e si polemizzerà aspramente; anche nella prospettiva del prossimo congresso. Con accuse; autodifese; e rimpalli di responsabilità. Come è giusto e inevitabile che sia. Proprio per questo, però, è bene soffermarsi, in questa sede, sul primo, sperando (ma senza contarci più di tanto …) che la realtà che, attraverso questa vicenda si è manifestata, sia oggetto da parte nostra di una qualche riflessione collettiva. Come sarebbe politicamente necessario che fosse.
Di quale realtà intendiamo parlare? In modo sintetico e volutamente brutale, del fatto che, nell’orizzonte politico del Pd, il partito socialista non esiste. E non esiste perché non rappresenta né una risorsa né una minaccia.
Così, nel caso che abbiamo ricordato, la mancata presentazione della nostra lista non costituiva per Bersani né un lucro cessante né un danno emergente. Non un lucro cessante perché ci si attribuiva una percentuale intorno all’1% che non avrebbe consentito l’entrata in Parlamento di Tabacci & C. e, guarda caso, il vertice Pd considerava, a torto o a ragione, l’apporto politico del sullodato Tabacci più significativo del nostro.
Non un danno emergente perché era certamente vero che l’assenza di una nostra lista avrebbe ridotto il voto socialista alla lista Pd, ma era altrettanto vero che questo apporto era stato assai scarso nel sostegno a Bersani, nonostante i 640 (o 645) comitati creati dal Psi a suo favore. E a conclusione di questo sgradevole discorso basterà ricordare che cinque anni fa, l’ottimo Veltroni così rispose (citazione a senso) ad un esponente del Partito socialista europeo che gli chiedeva (peraltro, senza insistere più di tanto …) perché avesse escluso la lista Psi dall’apparentamento: “Nessuna discriminazione; è che il problema dei socialisti è irrilevante”.
Insomma, per dirla tutta, non siamo temuti o combattuti, siamo semplicemente ignorati. E allora come reagire? Perché reagire dobbiamo.
Finora, la nostra reazione è stata essenzialmente psicologica. Accentuazione dell’ostilità nei confronti dei comunisti; rifiuto pregiudiziale di qualsiasi ipotesi di entrata nel medesimo; auspicio, appena sotto pelle, che il Pd “si sfasci”, insomma che subisca la stessa sorte riservata a noi vent’anni fa.
Pure, prima o poi, la questione politica dovremo porcela. Nel senso di domandarci perché siamo irrilevanti e cosa dovremmo fare per non esserlo.
Mettendola in altro modo: quando, poco meno di vent’anni fa, abbiamo deciso di vivere, come collettività organizzata, all’interno del centro-sinistra (mentre il nostro elettorato andava nel centro-destra), lo abbiamo fatto in omaggio al nostro passato, ma anche come scommessa per il nostro futuro. Eravamo socialisti e non potevamo quindi che stare a sinistra. Eravamo socialisti riformisti e, come tali, eravamo nel centro-sinistra un valore aggiunto.
Valore aggiunto sì, ma di che tipo? A questa domanda abbiamo dato, sostanzialmente, due risposte: la prima chiara, ma sbagliata; la seconda, del tutto inconsistente. Abbiamo detto che il nostro compito era quello di richiamare a noi la diaspora socialista, ma questa è clamorosamente mancata all’appuntamento nel 1999 e, ancor più, nel 2008. Abbiamo poi detto che stavamo lavorando per il rinnovamento della sinistra in senso riformista, ma senza mai degnarci di spiegare a noi stessi prima ancora che agli altri, in che cosa questo rinnovamento consistesse e, quindi, senza dare alcun contributo in tal senso.
Oggi però ci si apre finalmente un finestra di opportunità, perché si è aperto a sinistra, e segnatamente nel Pd un dibattito “senza rete” e perché questo non riguarda, vivaddio, soltanto la figura e il ruolo del leader e la forma partito, ma anche, e soprattutto la natura stessa della sinistra.
Ci si misurerà d’ora in poi, e in modo drammatico, sui problemi economici e sociali e sulle risposte possibili che non sono certamente quelle del governo Letta e dell’Europa.
In questo passaggio decisivo, i socialisti dovranno assumere in pieno le loro responsabilità. Qui e subito. E in forme e modi su cui avremo da subito, occasione di tornare.
Quello che è certo è che l’iniziativa socialista dovrà investire, in primo luogo, il Pd. E che, per avere la forza necessaria, dovrà venire dall’esterno. Per quanto ci riguarda, discutere e associarsi nell’azione con tutti significa anche non accasarsi con nessuno. Come forza irrilevante potremmo indifferentemente rimanere subalterni fuori o entrare dentro con effetti, in ambedue i casi, nulli. Come portatori della cultura socialista non possiamo che coltivare la nostra indipendenza.