Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


mercoledì 5 giugno 2013

ITALIA - Sanità/ Ticket troppo cari, in oltre 12mln 'fuggiti' nel privato


Rbm Salute-Censis: Per 50% italiani è una tassa iniqua


Roma, 4 giu. - Negli anni della crisi 12,2 milioni di italiani per curarsi hanno aumentato il ricorso alla sanità a pagamento (dalle prestazioni private all'intramoenia) a causa soprattutto della lunghezza delle liste d'attesa (61,6%) e per la convinzione che se paghi vieni trattato meglio (18%). La fuga nel privato riguarda soprattutto l'odontoiatria (90%), le visite ginecologiche (57%) e le prestazioni di riabilitazione (36%). Ma il 69% delle persone che hanno effettuato prestazioni sanitarie private reputa alto il prezzo pagato e il 73% ritiene elevato il costo dell'intramoenia. E' quanto emerge dalla ricerca di Rbm Salute-Censis 'Scenari evolutivi per il welfare integrativo' presentata oggi in occasione del Terzo Welfare Day.

Secondo il dossier il ticket sanitario è la tassa più odiata dagli italiani: per il 50% è una tassa iniqua, il 19,5% pensa che sia inutile e il 30% lo considera invece necessario per limitare l'acquisto di farmaci. Il 56% dei cittadini ritiene troppo alto il ticket pagato su alcune prestazioni sanitarie, mentre il 41% lo reputa giusto. Si lamentano di dover pagare ticket elevati soprattutto per le visite ortopediche (53%), l'ecografia dell'addome (52%), le visite ginecologiche (49%) e la colonscopia (45%).

Molto diffusa è la percezione di una copertura pubblica sempre più ristretta: il 41% degli italiani dichiara che la sanità pubblica copre solo le prestazioni essenziali e tutto il resto bisogna pagarselo da soli, per il 14% la copertura pubblica è insufficiente per sé e la propria famiglia, mentre il 45% ritiene adeguata la copertura per le prestazioni di cui ha bisogno.

sabato 1 giugno 2013

GERMANIA - I veri complici dell’Nsu


Il processo a Beate Zschäpe, unica superstite del gruppo neonazista, monopolizza l'attenzione dei tedeschi. Ma il principale imputato dovrebbe essere il pregiudizio che ha coperto gli assassini.

Thomas Schmid maggio 2013 DIE WELT Berlino


Il processo iniziato a Monaco il 6 maggio e subito sospeso su richiesta della difesa non è il processo all’Nsu, il gruppo Nationalsozialistischer Untergrund. Non più di quanto il processo di Norimberga del 1945-46 o il processo di Auschwitz a Francoforte dal 1963 al 1965 furono processi al nazismo, e non più di quanto il processo di Stammheim (1975-77) fu un processo alla Raf.

Ogni volta, infatti, si è trattato – e così pure è ancora oggi – di giudicare i singoli accusati, nazisti e terroristi di destra e di sinistra. Quello di Monaco sarà dunque il processo a Beate Zschäpe e altri neonazisti. Niente di più, niente di meno. Un tribunale ha le competenze e il dovere di determinare le responsabilità individuali e di punire i colpevoli. Non è autorizzato a esprimere giudizi su un’epoca o un’ideologia, né sul radicamento di quest’ultima tra la popolazione.

Tutto ciò potrà deludere qualcuno. Infatti gli imputati sono individui insoddisfatti, scombussolati, cocciuti. Non sono sconcertanti o mostruosi, ma meschini. Se li si guarda dritto negli occhi, non vi si vede il male o i loro moventi.

È per questo motivo che il clamore destato dal processo di Monaco ben prima del suo inizio era un po’ esagerato. Questo processo, infatti, sembra già superfluo, e non permetterà di far luce su ciò che almeno una parte dell’opinione pubblica pare attendere con impazienza. Esso attribuisce in modo quasi inevitabile all’accusato principale una personalità interessante ed enigmatica che palesemente non ha – da quel che si sa e malgrado il suo silenzio. Ancora una volta, il male è solo banale. Ma ci si rifiuta di accettarlo.

È così che l’opinione pubblica, per quanto sia attenta, rischia di non vedere il vero scandalo: il numero di anni occorsi per capire e spiegare gli omicidi dell’Nsu, quando la loro motivazione era chiara ed evidente, come è facile dedurre ora a posteriori.

Dal 2000 al 2006 la Germania è stata tempestata di omicidi. Tante persone sono state assassinate per il solo fatto di essere di origini straniere o ex immigrati. Le motivazioni razziste di questi omicidi oggi saltano agli occhi. Oggi sappiamo ciò che avrebbe dovuto essere chiaro dopo il secondo omicidio, al più tardi dopo il terzo. Oggi sappiamo in quale direzione orientare le indagini: verso gli ambienti dell’estrema destra.

Invece i servizi incaricati delle indagini si sono ostinatamente attardati su un’altra pista. Certo, avevano trovato un collegamento tra i nove omicidi in questione, ma tale collegamento aveva gettato discredito sulle vittime, senza alcuna giustificazione, e li aveva addirittura paragonati a delinquenti. Se sono tutti stranieri o di origini straniere – si è ipotizzato – ci sono forti probabilità che si tratti di criminali.

Ancora una volta, quindi, il fatto che si trattasse invece di un’azione di ostracismo delirante salta agli occhi soltanto a posteriori: le vittime sono state considerate su un piano distinto rispetto ai tedeschi di origine tedesca che, loro sì, sono ben integrati e non bazzicano con i criminali. Il fatto che sette delle nove persone assassinate fossero imprenditori non è stato interpretato come il segno tangibile della riuscita di quegli immigrati che avevano avuto il coraggio di mettersi in gioco, ma soltanto come un indizio che si trattasse necessariamente di affari loschi e che tutti fossero vittime di regolamenti di conti all’interno della comunità turca.

Omicidi kebab


I neologismi inventati per quegli avvenimenti – "Döner-Morde", letteralmente “omicidi kebab”, o "commissione ‘Bosforo’” per indicare la commissione d’inchiesta incaricata – parlano da soli, con le loro allusioni offensive e diffamanti. Questa ignoranza della realtà, i fallimenti delle indagini, la stravagante scomparsa dei documenti e lo smacco dell’Ufficio per la protezione della costituzione, specialmente in Turingia, purtroppo hanno permesso alla serie di omicidi di proseguire.

Il presidente del tribunale di Monaco ha la sua parte di responsabilità nel discredito della giustizia tedesca. Non ha afferrato la mano che gli aveva teso la corte costituzionale proponendo di autorizzare tre posti in più nell’aula delle udienze per i giornalisti turchi. E cercando di tenere ancora una volta alla larga i giornalisti esperti di questioni giudiziarie, ha dimostrato di non aver capito l’importanza di questo processo. Una volta di troppo.

Nessun altro paese al mondo si è dovuto confrontare in modo così sistematico e spontaneo con il suo pesante passato criminale. Lo si deve a funzionari instancabili, per esempio l’ex procuratore generale Fritz Bauer, un ebreo tornato a vivere in Germania, senza il quale il processo di Auschwitz a Francoforte non avrebbe avuto luogo. Il merito di tutto ciò va anche a un’opinione pubblica che ha il coraggio di dialogare e che, anche se in ritardo, ha fatto del nazismo un passato che non può e non deve essere tenuto nascosto.

Tuttavia, questa consapevolezza del passato, questa autocritica, non hanno evitato che la giustizia e i media conservassero per anni i loro pregiudizi, e che si trascurasse l’evidenza dei fatti su questi omicidi. Non è mai facile coniugare al presente le lezioni del passato. (Traduzione di Anna Bissanti)

Ritratto

Beate Zschäpe, la terrorista della porta accanto

Beate Zschäpe non è solo una dei fondatori dell'Nsu, ma anche il volto del gruppo terrorista, scrive Der Spiegel. Zschäpe è imputata di diversi crimini commessi tra il 2000 e il 2007, tra cui nove omicidi di immigrati (otto turchi e un greco), l'omicidio di una poliziotta e un attentato dinamitardo a Colonia.

Zschäpe è nata a Jena nel 1975 da madre tedesca e padre romeno, ed è stata cresciuta dalla nonna dopo essere stata abbandonata dai genitori. Secondo lei la sua vera famiglia era composta da Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt, i suoi due complici. "Ha avuto rapporti sentimentali con entrambi, per poi condurre una vita criminale e clandestina", spiega la rivista.

Negli anni novanta il trio è entrato a far parte di Thuringer Heimatschutz (Difesa della patria turingia), la più grande organizzazione neonazista dello stato. Oltre a imbrattare i monumenti alle vittime del nazismo, i tre avevano affittato un garage per fabbricare esplosivi. Il ruolo di Zschäpe era mantenere un'apparenza di normalità, scrive Der Spiegel:

Curava la copertura del gruppo, recitando la parte di amabile vicina, amica leale e coinquilina corretta. Con il suo carattere aperto ed ematico ispirava fiducia. Era come se avesse un infinito desiderio di normalità nella sua vita clandestina.

UE - La Germania accusa l’Italia di mandare i clandestini a nord


29 maggio 2013 Linkiesta  - “L’Italia paga gli immigrati per andare in Germania”, titola Linkiesta citando le accuse dell’ufficio immigrazione di Amburgo. Le autorità cittadine sostengono di aver arrestato circa 300 immigrati africani in possesso di permessi di soggiorno scaduti emanati in Italia, e chiedono che siano rispediti indietro.

Secondo gli immigrati i funzionari italiani li avrebbero esplicitamente invitati a fare rotta verso la Germania, destinazione prediletta per la maggior parte degli immigrati che entrano nel territorio dell’Ue attraverso i paesi del Mediterraneo. Gli immigrati raccontano che le autorità italiane hanno addirittura pagato una somma fino a 500 euro per convincerli a lasciare il paese.

Secondo il sito d’informazioni le autorità italiane hanno ammesso la loro responsabilità e si sono dette pronte ad accogliere nuovamente gli immigrati. La maggior parte di loro sono stati ammessi con lo status di rifugiati perché erano in fuga dalla guerra civile in Libia del 2011 e dai successivi attacchi xenofobi dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Il problema è che in gran parte si tratta di cittadini di paesi considerati democratici come il Ghana, il Togo e la Nigeria, e dunque non hanno diritto in Germania all’asilo concesso a chi fugge dalle violenze, scrive La Repubblica. La vicenda, che dipenderebbe dalla necessità di chiudere i centri di accoglienza temporanea in Italia, è stata scoperta diversi mesi fa, e riguarda un numero molto maggiore di immigrati entrati in Germania, scrive La Repubblica. Secondo il quotidiano

Adesso le elezioni politiche federali del 22 settembre si avvicinano, ed è magari malizioso ma facile immaginare che parlarne in pubblico serva.

PORTGALLO - Lisbona, la festa dei senza lavoro


Disoccupazione record. Salari da fame. Il Portogallo chiede aiuto all'Onu. E scende in piazza.

di Daniele Coltrinari

Quando le speranze sono finite, non resta che appellarsi alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Succede anche questo nel Portogallo piegato da cinque anni di recessione, sopraffatto dai debiti e in cui quasi un cittadino su quattro è senza lavoro.
I disoccupati in terra lusitana sono il 17% della popolazione: il record dai tempi della fine della dittatura, nel 1974. Allora ci si appellava alla Carta universale per chiedere libertà e democrazia, oggi s'invoca per chiedere dignità: quella che arriva dall’avere un impiego e un salario.
L'APPELLO ALLE NAZIONI UNITE. L’idea è del Movimento sem emprego, movimento senza lavoro, un gruppo spontaneo formatosi all'inizio del 2012 tra i molti che la crisi ha costretto ai margini della società. E che nelle associazioni già esistenti, sindacati in testa, non trovano rappresentanza.
I Sem emprego chiedono così che «vi sia un'effettiva attuazione dell'articolo 23 della Dichiarazione universale, cui il Portogallo è vincolato da trattati internazionali, che sancisce che ogni individuo abbia diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e una giusta protezione sociale contro la disoccupazione», spiega a Lettera43.it Bruno Cardiga, attivista dell’associazione, laureato, disoccupato da un anno e mezzo, con una figlia di quattro anni a carico.
IN PIAZZA PER IL PRIMO MAGGIO. Al governo di Lisbona vincolato a doppia mandata ai diktat europei - come il prestito da 78 miliardi di euro ricevuto a fine 2011 per evitare la bancarotta - la richiesta deve apparire come una follia.
Ma il Movimento sem emprego è diventato sempre più grande. E non è l'unico gruppo nato da giovani, precari e disoccupati in rivolta con un sistema che li esclude. Come testimonia la manifestazione indetta per il 1 maggio - festa internazionale del lavoro - dai Precários inflexíveis. Ovvero coloro che il lavoro non ce l’hanno. Né tanto meno hanno qualcosa da festeggiare.

La nuova generazione è schiacciata dalla crisi


Esclusione è la parola chiave della generazione lusitana affondata nella crisi. Cresce tra i giovani la rabbia nei confronti di chi detiene il potere o ha modo di influenzarlo. Ma anche verso chi ancora gode di qualche forma di protezione a loro negata.
A Lisbona, infatti, da anni il lavoro nero o atipico è l’unico biglietto da visita di una generazione di laureati, poliglotti e specializzati senza però possibilità di impiego alla luce del sole.
NESSUNA TUTELA DAI SINDACATI. «I sindacati si occupano solo dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. I diritti degli altri non contano», riassume per tutti Rui Martinho 36 anni, un master e un'esperienza come docente d'inglese prima che la crisi travolgesse persino il pubblico impiego, che dà lavoro al 12% della popolazione.
Martinho si è messo in proprio come libero professionista e oggi fa il traduttore per aziende internazionali. Ma la sua fiducia nella rappresentanza e nella politica si è frantumata.
IL SALARIO MINIMO È DI 485 EURO. Il suo percorso è comune a molti. La maggior parte dei laureati del Paese (il 15% dei giovani fino a 34 anni) può infatti ambire a poco di più che a un lavoro in un call center internazionale, pagato per 40 ore settimanali non più di 900 euro al mese.
«Ci salva solo il fatto che in Portogallo esiste un salario minimo di 485 euro, soglia sotto la quale non si può scendere per una retribuzione mensile, nel settore pubblico e privato», conclude Sérgio Raposo, 35 anni, laureato in geografia e impiegato otto ore al giorno a rispondere alle telefonate di clienti scocciati in arrivo dai Paesi più ricchi del Nord Europa che qui delocalizzano i propri servizi.

Per la disoccupazione servono almeno sei mesi di lavoro


Sopravvivere non è facile. Per ricevere dal governo il sussidio di disoccupazione bisogna aver lavorato almeno sei mesi in modo regolare, cosa che di questi tempi è quasi impossibile.
In base all’ultimo salario e alla durata dell’impiego cambia l’importo e la durata dell’aiuto statale: durante il primo anno di disoccupazione si riceve l’80% del vecchio stipendio, dopo un anno lo si percepisce decurtato del 10%, dopo altri sei mesi si scende di un altro 10%.
Per ottenere il sussidio, inoltre, bisogna dimostrare che si sta cercando attivamente una nuova occupazione e presentarsi ogni 15 giorni in un ufficio del Centro de emprego (il centro di impiego), un modo con cui Lisbona evita il lavoro in nero. Il risultato, spiegano i ragazzi, è che per prendere la disoccupazione si rischia di perdere ogni occasione di entrata.
L'UNICA SPERANZA È FUGGIRE. Non solo. Le cifre degli aiuti sono esigue.
«Prima ricevevo 485 euro al mese, ora 427 euro», racconta Ines Santos Adão, 24 anni, residente ad Almada, a qualche chilometro di distanza da Lisbona.
La sua conclusione, come quella della maggior parte dei lusitani, è una sola: andarsene. Magari verso l’Angola o il Brasile, antiche colonie diventate l'Eldorado per giovani laureati senza speranze.
LA COLONIZZAZIONE DELLA TROIKA. L’unica altra speranza è che s'invertano le politiche dell’Eurozona: «Dobbiamo cambiare politica economica, il Portogallo non può essere 'colonizzato' dalla Troika (Unione europea, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea, ndr, dice Arménio Carlos, segretario generale del Cgtp, il primo sindacato del Paese.
Il suo grido, però, si perde nella risacca del Tago che attraversa Lisbona. Nessuno crede infatti che sia davvero possibile. E qualcuno, in Portogallo, inizia a dubitare persino che neppure Carlos creda più alle sue parole.

ITALIA - L'attaccamento dei partiti al Porcellum


Odiata. Eppure mantenuta. Perché in fondo «fa comodo a molti». Il senatore leghista Calderoli spiega perché la «sua» legge elettorale avrà ancora lunga vita. E scongiura «maquillage» dell'ultimo minuto.

Sabato, 01 Giugno 2013 - Roberto Calderoli è passato alla storia come il padre del Porcellum, l'odiata legge elettorale definita dallo stesso creatore una «porcata». Tanto che il senatore della Lega nord è tra i primi a voler tornare al Mattarellum, così come proposto da una parte del Partito democratico, Sel e M5s con la mozione Giachetti.  

«LA LEGGE PIÙ ODIATA? IL MATTARELLUM». L’ex ministro ha spiegato che la sua legge «provoca una sorta di amore e odio» trasversale tra tutti i partiti. Ed è questo il motivo per cui è ancora in vita. Anzi, Calderoli è convinto che sia il Mattarellum il sistema più odiato, perché cancella di fatto la certezza dei listini bloccati.
Per questo nel futuro non vede molti cambiamenti in vista ed è sicuro che «per il momento il Porcellum sta tranquillo».

DOMANDA. Sembra la settimana decisiva per la legge elettorale...
RISPOSTA.
Quanto tempo è che lo sentiamo ripetere? A parole sono sempre tutti d’accordo.
D. Poi che succede?
R.
Non sanno che cosa fare, è tutto in forse.
D. Cioè?
R.
Nessuno ha le idee chiare. Cambiare la legge elettorale non è così semplice.
D. A che cosa si riferisce?
R.
Il Porcellum garantisce la governabilità alla Camera. Se si cambia la legge elettorale è probabile che ci sia instabilità in entrambi i rami del parlamento.
D. Che ne pensa della mozione per il ritorno al Mattarellum?
R.
Lo propongo da tre legislature. Sarebbe la soluzione più logica.
D. E non se ne fa niente?
R.
No, perché anche quel sistema è odiato dai partiti. In fondo il listino bloccato fa comodo a tanti. Poi sul Mattarellum si litiga per le liste civetta, lo scorporo…
D. Quindi sono tutti fan più o meno inconsapevoli del Porcellum?
R.
Sì, provoca una sorta di amore-odio ed è un sentimento trasversale. A parole vogliono farlo fuori poi resta sempre lì.
D. Come mai?
R.
I partiti sono incoerenti, altroché. Mai vista una legge così osteggiata che viene usata per tre elezioni.
D. Tanto possono sempre dare la colpa a lei.
R.
All’inizio mi arrabbiavo parecchio perché quella legge è stata votata dal parlamento, non solo da me. Poi ho capito che ogni iniziativa parlamentare deve avere una paternità e in quel caso me la sono assunta io.
D. Lei che cosa proporrebbe?
R.
Prima sarebbe bene fare le riforme istituzionali, modificare il Senato e tagliare il numero dei parlamentari. Poi si potrebbe mettere mano alla legge elettorale.
D. Così si posticipa ancora...
R.
Basta una settimana per fare approvare una nuova legge.
D. Ottimista.
R.
Bisognerebbe avere la volontà di farlo, cioè quello che manca nei fatti.
D. Qual è la sua previsione?
R.
Per il momento il Porcellum sta bello tranquillo.
D. Non sarà neanche modificato?
R.
Per carità! C’è bisogno di un cambiamento radicale. Un’operazione di maquillage peggiorerebbe solo la situazione.
D. E le modifiche al premio di maggioranza?
R. È il modo migliore per avere l’ingovernabilità anche alla Camera.
D. Si era parlato di una soglia al 40%.
R.
Troppo alta. Di un ritocchino del genere beneficerebbe solo Scelta civica.
D. Ma qual è il suo modello preferito?
R.
Ne ho numerosi. A novembre si era trovato un accordo Pd-Pdl per una modifica che avevamo chiamato «l’ascensore».
D. Cioè?
R.
Il premio di maggioranza sale progressivamente al crescere del risultato elettorale della lista che arriva prima.
D. Non se n’è fatto nulla?
R.
No, il Pdl ha fatto marcia indietro.
D. Altre proposte?
R.
Quella della preferenza flessibile per superare il listino bloccato.
D. Come funziona?
R.
I seggi vengono attribuiti in base alla percentuale di preferenze dei cittadini e solo il resto è assegnato con l’ordine di lista. Così si responsabilizza l’elettore.
D. Intanto gli elettori vi hanno punito alle ultime Amministrative.
R.
Avevamo preso una bella botta anche nel 2001 quando precipitammo al 3,9%. La politica ha dei cicli.
D. Si parla di crisi irreversibile.
R.
Le morti annunciate di solito portano bene. Torneremo a crescere.
D. Sicuro che sia solo una questione di tempo?
R.
Le Amministrative non sono andate bene ma abbiamo tempo per riprenderci.
D. Come?
R.
L’unico progetto politico vero al momento è quello della macroregione.
D. Ed è davvero percorribile?
R.
Di sicuro non in tre mesi, si tratta di un percorso più ambizioso. Con Maroni alla guida della Lombardia c’è la volontà di farlo.
D. Stare all’opposizione a Roma aiuta?
R.
Non quando il governo è formato dal 70% delle forze politiche. Per carità anche noi volevamo che ci fosse una maggioranza...

Marianna Venturini

venerdì 31 maggio 2013

UE - Dalla Spagna all'Italia i partiti impantanati in una politica stantia


Aznar pensa al ritorno. Il Cav non molla. Per il politologo Monedero l'Europa è vittima del vecchio che avanza.

Un’immagine si aggira per la Spagna. È quella dell’abbraccio sorridente tra il premier spagnolo Mariano Rajoy e José Maria Aznar, fondatore del Partito popolare, a capo del governo di Madrid dal 1996 al 2004.
Il sodalizio ricorda la coppia Angelino Alfano-Silvio Berlusconi: il delfino con il vecchio maestro, il giovane vicino al decano. Che, nonostante dichiarazioni e promesse, non ha nessuna intenzione di farsi da parte. Anche Aznar, che di Berlusconi peraltro è amico, aveva infatti promesso di fare spazio ai più giovani quando il socialista Luis Zapatero gli rubò la poltrona. Ma erano parole al vento.
L'ANNUNCIO DI UN POSSIBILE RITORNO. Il 61enne leader dello storico partito della destra spagnola ha infatti dichiarato a maggio di essere «pronto a prendersi le proprie responsabilità davanti al Paese», e annuncia un possibile ritorno con una ricetta anti-austerity e parole molto dure nei confronti delle politiche economiche di Bruxelles.
SARKÒ PER TRAINARE I CONSERVATORI. Il copione si ripete uguale in angoli diversi d’Europa. Anche nella Francia colpita dalla recessione, infatti, l’ex presidente Nicolas Sarkozy ha immaginato un proprio ritorno sulle scene, per trainare i conservatori che non riescono a farsi strada nemmeno di fronte al declino di consensi del progressista François Hollande.
Il sistema, insomma, sembra auto perpetuarsi. E non ci sono Beppe Grillo o affini che bastino davvero a rivoluzionare il panorama: maggiore è la difficoltà del Paese, maggiore pare anzi la tendenza a rivolgersi al vecchio.
«Non c’è democrazia senza partiti, ma non con questo tipo di partiti», ha spiegato Juan Carlos Monedero, politologo dell’università Complutense di Madrid. Anzi, i partiti «devono essere riformati sul modello della democrazia partecipativa».


DOMANDA. Cosa non va nei partiti come li conosciamo?
RISPOSTA.
Sono stati per decenni delle imprese di collocamento per incarichi pubblici, e questo non è più possibile. Basta finanziamenti pubblici, basta gerarchie e congressi.
D. Questo garantirebbe il rinnovamento?
R.
Bisogna cominciare dalla democrazia partecipativa, che deve essere alla base del nuovo sistema. E poi inserire un vero ed efficace meccanismo di controllo dei cittadini sull’attività dei partiti. Rendere vincolanti tutti i referendum.
D. Sembra di sentire le proposte di Beppe Grillo, in Italia.
R.
Io sono d’accordo sul fatto che bisogna de-professionalizzare la politica.
D. Sì, ma il M5s e i suoi dilettanti sono stati puniti alle elezioni amministrative.
R.
Sono stati puniti tutti, a quanto ho visto. Perché ha vinto l’astensionismo.
D. E questo cosa significa?
E.
Mi pare un altro segno che i partiti, così come sono oggi, sono destinati a fallire. Non credo che quello del M5s sia un fallimento definitivo: forse è sbagliata la forma, ma le idee sono corrette.
D. Qual è la forma giusta?
R.
Per arrivarci bisogna affrontare un processo lungo e tortuoso, e quando si parte da zero è più facile sbagliare. Ma la sensazione è che qualcosa sia cambiato per sempre.
D. Cosa?
R.
In ampi strati della società c’è una domanda di partecipazione e di cambiamento fortissima. La distruzione del verticismo, l’orizzontalità, la partecipazione sono concetti rivoluzionari e condivisi. Gli esponenti del Movimento 5 stelle in Italia e gli indignados in Spagna, sia pure in modo improvvisato e a tratti immaturo, sono stati gli unici a intercettare questa esigenza di cambiamento.
D. Gli indignados però oggi sono poco presenti sulla scena.
R.
I giovani non sono riusciti a comporre in un sistema al quale sia riconosciuta una legittimità politica.
D. E i vecchi ne hanno approfittato per tornare. Per esempio Aznar.
R.
Per gli italiani non è difficile capire perché lo abbia fatto: gli serviva per garantirsi un salvacondotto giudiziario. E questo vi ricorderà qualcuno.
D. Chi?
R.
Silvio Berlusconi.
D. José Aznar, però, non è imputato in alcun processo.
R.
Sì, ma ci sono due inchieste in corso. I giudici hanno accertato l’esistenza di fondi neri per finanziare i popolari, e una trama di corruzione tra partito e imprese. Gli inquirenti sostengono che Aznar abbia incassato per anni uno stipendio extra proveniente da quei fondi.
D. Dunque il suo ritorno sarebbe dettato da secondi fini?
R.
La sua non è una volontà reale di rimettersi in gioco. Vuole invece spaventare l’attuale governo e i vertici del partito in modo da essere difeso e tutelato.
D. Nella politica spagnola c’è un cambio generazionale?
R.
La generazione di politici emersa durante la transizione dal franchismo è stata molto potente, pervasiva, ha egemonizzato il dibattito culturale. Si disse che loro avevano «ucciso i loro padri», perché avevano rotto con tutto quello che c’era prima.
D. Ma oggi non si fanno rottamare.
R.
No, perché è rimasto a loro il complesso che i figli avrebbero fatto lo stesso con loro.
D. Esiste una categoria di politici inamovibili?
R.
In Spagna chi si avvicinava alla politica negli Anni 90 e 2000 poteva guardarla solo attraverso il filtro della generazione della transición. Un filtro che nel tempo è diventato un tappo.
D. Perché?
R.
Perché oggi i principali partiti sono guidati da leader che bloccano ogni vera proposta di rinnovamento: il socialisti sono guidati da un uomo che 30 anni fa era già ministro e nei popolari sono ancora dominanti alcuni ex franchisti.
D. C’è mai stato un momento in cui i partiti sono stati efficaci e vicini alla gente?
R.
Forse solo nei primi anni dopo la dittatura, perché c’era da ricostruire l’identità di un Paese. Ma in generale sono sempre stati uno strumento di potere, strutture per cedere parti di potere o benefici economici. Da questa consapevolezza, in tutta Europa, si deve ripartire.
 
Marco Todarello

UE - Londra discrimina sul welfare


Bruxelles non arretra. Pure Madrid rischia.

Giovedì, 30 Maggio 2013 - L'accusa è arrivata dalla Commissione dell'Unione europea. E nel mirino è finita la Gran Bretagna.
Bruxelles ha deciso di farsi paladina dei diritti - riconosciuti dai Trattati - dei cittadini Ue che vivono, lavorano o viaggiano in un altro stato membro, ma vengono discriminati e privati dei vantaggi sociali a cui hanno diritto solo perché di un'altra nazionalità.
OLTRE 28 MILA CASI CONTESTATI. Secondo l'Ue, infatti sono stati circa 28.400 casi di discriminazione nell'applicazione tra il 2009 e il 2011 dei benefici sociali - assegni per i figli, disoccupazione, crediti di pensione e allocazioni complementari - da parte di Londra approdati sul tavolo di Bruxelles, contro cui, dopo mesi di 'dialogo tra sordi', la Commissione Ue ha deciso di agire. E ha scelto le maniere forti, portando la Gran Bretagna davanti alla Corte di giustizia Ue.
«Londra discrimina ingiustamente i cittadini di altri stati membri», ha scritto la Commissione Ue, «e contravviene alle regole comunirarie sul coordinamento dei sistemi sociali che vietano discriminazioni dirette e indirette nel campo dell'accesso ai benefici della sicurezza sociale».
CONTRO IL TURISMO DEL WELFARE. La mossa ha fatto infuriare la Gran Bretagna, che insieme con Germania, Olanda e Austria, aveva scritto ad aprile a Bruxelles chiedendo un giro di vite sulle regole comunitarie per impedire il 'turismo del welfare' - mai comprovato da cifre per l'Ue - in vista della fine delle limitazioni imposte agli spostamenti dei lavoratori bulgari e romeni il 1 gennaio 2014.
«Combatterò questo a ogni passo della procedura», ha avvertito il ministro britannico responsabile Iain Duncan Smith.
ALTRI EPISODI ANCHE IN SPAGNA. Intanto sono finiti sotto il tiro di Bruxelles anche gli ospedali spagnoli, dove molti turisti - con i britannici proprio tra i più assidui 'vacanzieri' in Spagna - si sono visti rifiutare cure di emergenza al pronto soccorso o addebitare cifre da capogiro nonostante avessero la regolare tessera sanitaria Ue.
Madrid ha ora due mesi di tempo per mettersi in regola, o come Londra è destinata a trovare davanti i giudici di Lussemburgo.

ITALIA - Altro che gratis, la Melandri stipendiata al Maxxi. Ennesima promessa tradita da casa PD.


Disse: «Niente paga». Ma Profumo cambiò la destinazione d'uso dell'ente. Ed ecco il compenso.

Venerdì, 31 Maggio 2013 - La promessa tradita di Giovanna Melandri e la Maxxi ondata di polemiche.
Non c'è pace per l'ex ministro finito a presiedere il Maxxi, ovvero il museo d'arte moderna di Roma fondato nel 2010.
Al veleno della stampa e al fuoco incrociato di Pdl-Pd contro il riciclo di una esclusa eccellente della politica, la Melandri aveva risposto: «Vado gratuitamente a rilanciare un'istituzione pubblica».
E ancora: «Da oggi querelo tutti quelli che parlano di spese folli».
Poi però le cose sono cambiate, come rivelato da Dagospia: il compenso ci sarà.
COLPO DI CODA DI PROFUMO. Tutto merito dell'ex ministro dell'Istruzione del governo tecnico Francesco Profumo, che poco prima di lasciare il suo incarico ha firmato l'ok per cambiare la destinazione d'uso della struttura: da museo a ente di ricerca. Di conseguenza l'ex deputata del Partito democratico incasserà, come Paolo Baratta - il suo omologo alla Biennale di Venezia - una paga, grazie ovviamente a soldi pubblici.
CIFRA DECISA DA DUE CONSIGLIERE. A quanto ammonta la cifra? Ancora non è stato deciso. Ma la scelta spetta a due consigliere d'amminsitrazione indicate dalla stessa Melandri, cioè Monique Veaute e Francesca Trussardi.
E ora se anche la remunerazione diventerà 'Maxxi', la promessa tanto sbandierata dell'impegno gratis risuonerà come un annuncio beffardo.

lunedì 27 maggio 2013

UNIONE EUROPEA: Senza opposizione non c’è democrazia


Il deficit di democrazia dell’Ue non dipende dalla poca rappresentatività delle sue istituzioni, ma dalla mancanza di un’alternativa credibile che organizzi il dissenso come negli stati.

Armin Nassehi 24 maggio 2013 SUDDEUTSCHE ZEITUNG Monaco

sostenitori e i detrattori dell'organizzazione politica europea e dei suoi processi decisionali transnazionali sono concordi nel diagnosticare un deficit di democrazia. Per i sostenitori del sistema questo deficit è soprattutto dovuto all'assenza di una coscienza e di un'opinione pubblica europea. I detrattori invece mettono in evidenza il fatto che una tale coscienza non può essere imposta a causa dei particolarismi culturali, politici e soprattutto – nel contesto attuale – economici dei vari paesi.

Il problema sembra quindi chiaramente esposto: la politica europea soffre di un deficit di democrazia. Rimane il problema di sapere cosa vuol dire questo deficit. Il Parlamento europeo è eletto democraticamente, i membri della Commissione europea sono nominati da parlamenti eletti democraticamente e approvati dal Parlamento europeo. E in questo settore la Corte di giustizia europea vigila sul rispetto del diritto. Di conseguenza il deficit di democrazia in Europa risiede nell'assenza di opposizione, cioè di un'organizzazione politica delle opinioni di minoranza.

I mandati sono legittimati dalle maggioranze in occasione di elezioni più o meno dirette: questo è il principio di base della democrazia. Ma questi mandati sono democratici solo se hanno una durata determinata. Per questo motivo l'atto determinante in una democrazia non è il voto, ma la destituzione esplicita attraverso il voto. E per fare in modo che la destituzione si applichi a tutti è necessario avere nel sistema politico un'opposizione che possa essere eletta. Questa opposizione deve essere dotata delle risorse e delle competenze necessarie, di un programma appropriato, di un'équipe e di un gruppo di riferimento sensibile ai suoi discorsi. È l'opposizione che permette la destituzione dei dirigenti o dei governi e questa è la condizione fondamentale di una politica democratica.

Una volta chiariti questi concetti possiamo definire con più precisione il deficit democratico dell'Europa. In occasione delle elezioni europee è ovviamente possibile cambiare maggioranza, con pesanti ripercussioni sulle decisioni politiche concrete in Europa. Ma questo non equivale a un'esplicita destituzione, che segna una rottura e rende più evidente la comunicazione politica all'opinione pubblica.

L'opacità dell'Europa non è il frutto di strutture vaghe o di un eccesso di burocrazia, gli apparati politici nazionali sono altrettanto complessi. Se l'Europa sembra così complessa è solo perché l'opinione pubblica non può integrare un'opposizione nella sua percezione del processo politico europeo. Si potrebbe dire che il problema della politica europea è quello di essere giudicata su un piano puramente fattuale. Di fatto ci si interessa molto di più ai suoi risultati che all'attività dei politici, che devono dimostrare le loro capacità difendendo delle soluzioni davanti all'opinione pubblica e che devono tenere conto dell'eventualità di una destituzione.

Una conseguenza di questa mancanza di opposizione in Europa è la rinazionalizzazione della comunicazione politica in occasione della crisi europea. In questo sistema non esiste alcuna politica di opposizione né alcuna possibilità di destituzione attraverso il voto, come non esiste alcuna soluzione alternativa nella politica europea e nelle sue istituzioni – o quanto meno nessuna che sia comprensibile per l'opinione pubblica. L'unica opposizione visibile prende la forma di un atteggiamento antieuropeo che avvelena la politica promuovendo la chiusura all'interno delle frontiere comuni e la rinazionalizzazione. Il risultato è che le soluzioni proposte prendono la forma di alternative tra modelli nazionali e non tra scelte politiche. Il fatto che il partito antieuropeo nato di recente in Germania si chiami Alternativa per la Germania si inserisce in questo contesto.

A livello nazionale una formazione del genere avrà l'effetto di limitare i margini di manovra, mentre a livello europeo non rappresenterà una vera opposizione. Alternativa per la Germania si limita a danneggiare la democrazia europea, perché rappresenta un'opposizione che non sarà mai capace o anche solo intenzionata a governare. L'Europa ha più che mai bisogno di critica, ma di una critica – e di un'opposizione – politica a livello europeo.

Forza mediatica


Le campagne promozionali dell'Europa non dovrebbero puntare sulle professioni di fede e sugli appelli alla solidarietà, che sono facili da ottenere. Queste campagne possono avere influenza solo se sarà possibile destituire il governo europeo con il voto o se ci sarà un'opposizione ufficiale alla Commissione europea, [sul modello dell'opposizione ufficiale nel Regno Unito], dotata di una vera forza mediatica. Un'opposizione del genere porterebbe all'affermazione di un'opinione pubblica europea transnazionale.

Paradossalmente l'Europa avrebbe molto da imparare dalla genesi delle nazioni. Le nazioni europee sono riuscite ad arrivare all'unità politica solo quando sono state capaci di integrare delle forme interne di opposizione. L'Europa dovrebbe dotarsi di una costituzione comune – in modo che ci si possa opporre in Europa, contro l'Europa e per l'Europa. In altre parole bisogna dare all'opinione pubblica la possibilità di revocare il "governo" europeo senza revocare la governance europea.

Traduzione di Andrea De Ritis

domenica 26 maggio 2013

ITALIA - Partiti, all'estero non rinunciano ai soldi


Il Governo trova l’accordo per l’abolizione dei finanziamenti. E Letta minaccia un decreto. Ma nel resto del mondo i fondi alla politica resistono. Berlino ha pure alzato il tetto. Renzi: “Vittoria dell’Italia”.

Dopo anni di attese, promesse e proclami, qualcosa si è mosso sull'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Per ora ci sono le linee guida del governo guidato da Enrico Letta che ha promesso di «intervenire con un decreto» nel caso in cui «dopo l'estate il parlamento non abbia approvato un testo per sbloccarlo».
«Non arriveremo alla fine del 2013 senza aver abrogato il finanziamento ai partiti», ha poi precisato il premier dalle colonne del quotidiano Il Corriere della Sera.
DONAZIONI DAI CITTADINI. Nei progetti del presidente del Consiglio, la cui battaglia sui finanziamenti pubblici è stata bollata come un «bluff» da parte di Beppe Grillo (il Partito democratico, soprattutto nella sua componente renziana, ha accolto con soddisfazione la proposta, ad eccezione del segretario Guglielmo Epifani), c'è anche la volontà di regolarizzare i fondi privati: «I cittadini, se vogliono, potranno destinare l'1 per mille dell'imposta sul reddito», ha continuato Letta.
PREVEDERE DETREAZIONI. La modalità immaginata dal governo per il finanziamento ai partiti attraverso il versamento dell'1 per mille ha «due opzioni: la prima è che i soldi vadano direttamente ai partiti scelti dagli elettori, la seconda è convogliare le donazioni in un monte risorse che venga poi diviso in base ai risultati elettorali».
La Ragioneria sta lavorando a deducibilità e detraibilità dei soldi per «evitare meccanismi fraudolenti e fissare le soglie». Ma bisogna anche «creare un meccanismo per rendere trasparenti i bilanci delle forze politiche e vedere chi li controlla».
FINANZIAMENTO UNIVERSALE. Tuttavia, il finanziamento pubblico ai partiti non è un tema che interessa solo il nostro Paese. Dalla Francia alla Germania, passando per gli Usa, i fondi destinati alla politica, con modalità e forme diverse, sono previsti ovunque.
E mentre l'Italia ha trovato l'accordo sulla sua abrogazione, la Germania ha fissato, per il 2013, il tetto più alto della storia della Repubblica federale per finanziare le forze politiche.

Ecco come viene disciplinato nei diversi Paesi

FRANCIA. I partiti hanno un finanziamento pubblico in due tranche.
La prima (33 milioni di euro nel 2007) è proporzionale ai risultati del partito alle precedenti elezioni politiche. Il finanziamento viene attribuito a ogni formazione che abbia presentato dei candidati che abbiano ottenuto almeno l'1% dei voti in almeno 50 circoscrizioni. In pratica, ogni voto frutta circa 1,70 euro annuali fino alle politiche successive.
La seconda tranche (circa 40 milioni di euro nel 2007) è proporzionale al numero di parlamentari che si dichiarano iscritti a ciascun partito. Le spese elettorali vengono rimborsate ai candidati che ottengono almeno il 5% dei suffragi.

GERMANIA. È regolato in base alla legge sui partiti. Lo Stato fissa ogni anno un tetto complessivo, che per il 2013 sarà il più alto della storia della Repubblica federale, pari a oltre 154 milioni di euro.
A ogni partito vanno 70 centesimi per ogni voto conquistato per ciascuna elezione. Per i primi 4 milioni di voti viene calcolata una somma di 85 centesimi. A questi si aggiungono 38 centesimi per ogni euro ricevuto come donazione da iscritti, eletti o sostenitori, ma con un tetto di 3.300 euro per persona fisica.
Ogni partito non può ricevere dallo Stato più di quanto abbia raccolto con i propri mezzi. Per ottenere il finanziamento un partito deve raggiungere lo 0,5% delle preferenze nelle elezioni federali o europee o l'1% in quelle dei Laender. 

GRAN BRETAGNA. Gran parte del finanziamento ai partiti arriva da donazioni private. C'è comunque un contributo pubblico, che nel 2012 è stato di 8,8 milioni di sterline (11,3 milioni di euro). Gran parte di questi fondi fanno parte del cosiddetto Short Money, destinato ai partiti che stanno all'opposizione sulla base del loro 'peso' politico.

SPAGNA. Il sistema di finanziamento è misto: tramite rimborso elettorale, in base ai seggi conquistati (almeno uno) e sui voti conquistati e con finanziamenti privati.
Nel 2011 il totale di quello pubblico è stato di 131 milioni (2,84 euro per abitante): 86,5 milioni di contributo e 44,5 come rimborso elettorale. Per il 2012 è previsto un taglio del 20 per cento dei finanziamenti pubblici.

USA. Il sistema americano pone al centro i candidati, non i partiti, e prevede sia finanziamenti pubblici sia privati. Quello pubblico è previsto solo durante le campagne elettorali. Ma ogni candidato può decidere di usufruire del denaro raccolto presso privati attraverso i cosiddetti fundraiser, oppure attraverso i comitati elettorali (vedi i cosiddetti 'Superpac' durante la campagna per le presidenziali) o attraverso le donazioni dei singoli cittadini. Un sistema che solleva crescenti dubbi sulla dipendenza dei politici dalle lobby. Per le elezioni locali, ognuno dei 50 Stati Usa o ognuna delle città ha le sue norme.

GIAPPONE. Sulla base dei voti ricevuti nelle ultime elezioni generali, i soggetti con lo status di partiti politici (Seito, cioè che abbiano cinque rappresentanti nella Dieta o abbiano avuto il 2% dei voti a livello nazionale, proporzionale o locale nell'ultima elezione per la Camera bassa o in una delle due ultime elezioni della Camera alta) ricevono come finanziamento pubblico 250 yen a cittadino, per un monte totale di circa 32 miliardi di yen (240 milioni di euro, al cambio attuale) per ogni anno fiscale.