Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


sabato 19 gennaio 2013

MALI - Emergenza esodo dei profughi


Allarme umanitario: oltre 700 mila pronti a lasciare il Paese. Per fuggire dall'inferno di al Qaeda. Ma anche dalle bombe francesi. Casa Bianca e Pentagono in disaccordo su intervento.
di Barbara Ciolli
Sabato, 19 Gennaio 2013 - Un esodo di massa dalla bombe francesi e dalla furia jihadista.
Il flusso di profughi dentro e fuori i confini del Mali è in crescita esponenziale a una settimana dall'inizio della nuova guerra al terrorismo.
L'Alto commissariato per i rifugiati dell'Onu (Unhcr) ha stimato che oltre 700 mila persone fuggiranno dalle barbarie nei prossimi mesi. In 300 mila potranno essere accolte nei campi delle Nazioni unite nello stesso Mali martoriato dai combattimenti e dalla povertà.
Altri 407 mila sfollati dovranno invece trovare posto in Mauritania, Burkina Faso, Niger, Algeria, Guinea e Togo: Stati vicini, a loro volta politicamente instabili, minacciati dalle rivolte e in drammatica emergenza siccità.
OLTRE 180 MILA ESPATRIATI. La crisi umanitaria montava da tempo. Da quasi un anno, con l'avanzare degli islamisti, la striscia del Sahel stretta tra il Sahara e l'Africa nera vive una drammatica emergenza. L'Algeria è oggi schiacciata dal peso di oltre 30 mila profughi che premono sugli oltre 6 mila chilometri di confine.
Mentre 150 mila persone spingono per entrare in Mauritania, Burkina Faso e Niger; il Sud del Mali è assediato da quasi 230 mila sfollati e si teme l'emergenza sanitaria.
FUGA DA SHARIA E BOMBE. Chi fugge, ha raccontato alle Ong, lo fa per tre motivi: scampare alla legge del taglione degli integralisti, trovare cibo e acqua con cui sfamarsi. E, sopravvivere, scappare dalle bombe. I raid stranieri hanno aggiunto sofferenze a sofferenze.
Alle amputazioni e agli abusi contro le donne dei jihadisti si sono anzi sommate le esecuzioni brutali e gli stupri dei soldati. Di entrambi gli schieramenti e in un clima di violenza etnica bipartisan.

Amputazioni, stupri e lapidazione: i profughi traumatizzati del Mali

Nella triade di fondamentalisti che occupa il Nord del Paese, il Movimento per l'Unicità e la Jihad in Africa occidentale (Mujao) è il gruppo più estremista e crudele.
Abbattuti i millenari mausolei di Timbuctù (patrimonio dell'Umanità dell'Unesco), i miliziani hanno sottomesso gli abitanti alla versione più integralista della sharia. Per reati ordinari come il furto di bestiame, i tribunali islamici sommari dei nuovi talebani ordinano l'amputazione di braccia e gambe, frustate e fustigazioni pubbliche.
Fumare e bere è proibito, così come ascoltare musica o saltare la preghiera quotidiana. Alle donne è stato imposto il velo integrale e chi, anche minorenne, rifiuta i matrimoni combinati con i miliziani jihadisti, rischia la morte per lapidazione.
SPOSE-BAMBINE STUPRATE. La Commissione nazionale del Mali per i diritti umani ha denunciato casi di spose-bambine di 10 anni, costrette alle nozze e poi violentate. Ha fatto notizia anche la storia di una ragazza maliana “moglie” di sei miliziani in una notte: l'unione in nozze diventa infatti spesso la scusa per perpetrare stupri di gruppo.
Gli stessi comandanti del Mujao hanno ammesso alla stampa africana come la religione prescriva loro di «sposare una ragazza che, a 12 anni, potrebbe perdere la verginità in modo sbagliato». Bambini di 10-12 anni sarebbero stati poi sottratti ai genitori, in cambio di 10 dollari per il cibo, e reclutati nei campi militari per sparare e piazzare bombe.
Ma neanche gli islamisti di al Qaeda nel Maghreb (Aqmi) e i tuareg salafiti di Ansar Dine, alleati del Mujao, ci vanno per il sottile durante le loro razzie: anche nel loro caso sposare minorenni, per avere una copertura legale con cui stuprarle, e poi abbandonarle dopo il «divorzio» è ormai una prassi diffusa.
UNA MATTANZA INDISCRIMINATA. A riprova delle violenze ormai indiscriminate, un report del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite ha riferito di abusi e atrocità commessi anche dall'esercito regolare del Mali, e di esecuzioni sommarie di soldati da parte degli indipendentisti “moderati” del Movimento nazionale per la liberazione dell'Azawad (Mnla).
Ospedali e scuole sono stati distrutti negli scontri, manca persino il carburante per rifornire le stazioni di depurazione dell'acqua. Metà dei profughi, descritti come profondamente traumatizzati dalle agenzie umanitarie, è composta da bambini in fuga con le madri, con gravi carenze nutrizionali e sanitarie.
I TAGLI NEGLI AIUTI. Acqua potabile, kit igienici e farmaci anti-malarici sono di prima necessità. Ma, mentre Amnesty international ha invocato l'invio di osservatori internazionali, il programma alimentare delle Nazioni unite, con i tagli di budget del 2013, vacilla.
L'esodo dal Mali, ogni giorno conta migliaia di persone. E con quasi 100 milioni di dollari in meno a Palazzo di Vetro, la distribuzione di cibo e bevande è a rischio.

ITALIA - Ingroia rompe col Pd


Il leader di Rivoluzione civile: «Stop al dialogo. Ci vediamo in Parlamento». Colpa dell'accordo già fatto con Monti.Bersani: “ nessuna ipotesi di desistenza”.

Sabato, 19 Gennaio 2013 - Fine dei giochi. Antonio Ingroia ha chiuso definitivamente la porta al Partito democratico. In una conferenza stampa per la presentazione dei candidati della lista Rivoluzione Civile, sabato 19 gennaio, ha annunciato il venir meno di una qualsiasi ipotesi alleanza.
«Abbiamo interrotto il dialogo con il Pd. Ci vediamo in Parlamento dove il primo provvedimento da esaminare dovrà essere quello sul conflitto di interessi, visto che Bersani non ha mai trovato il tempo per approvarlo negli ultimi 20 anni», ha chiosato l'ex pm.
«PD RESPONSABILE DEL DISASTRO MONTI». «Il Pd porta con sé la responsabilità politica del disastro del governo Monti che ha scaricato la crisi sui ceti medi e bassi», ha aggiunto Ingroia, «sono un uomo del dialogo e nonostante i gravissimi errori politici del democratici, ho fatto due appelli al dialogo senza che sia arrivata nessuna risposta. Avremmo potuto valutare la desistenza ma ci hanno mandato solo intermediari».
«NO ALLA DESISTENZA». «Diciamo no alla desistenza, anche perché Pier Luigi Bersani non mi ha mai chiamato per chiedermela», ha poi riferito il leader di Rivoluzione Civile che ha respinto al mittente l'accusa secondo la quale senza desistenza si favorirebbe Silvio Berlusconi e ha sottolineato che il vero pericolo è Mario Monti.
«A me l'ex premier», spiega Ingroia, «non fa paura perché è finito e non rappresenta più un pericolo. Non accetto che la figura di Berlusconi venga usata dal Pd come uno spauracchio. Gli italiani sono vaccinati. Il vero pericolo per noi è Mario Monti e la sua proposta politica perché può condizionare il Centrosinistra che è già suo alleato».
«Se avessimo accettato il voto utile avremmo avvantaggiato il Professore e noi non vogliamo aiutarlo», ha concluso l'ex pm, «anche il Pd dovrà fare i conti con noi abbandonando le sue politiche liberiste».
EMERGENZA MORALE. E ha aggiunto: «Sulla questione morale in Italia c'è una emergenza democratica. Per questo ringraziamo i partiti che ci appoggiano e hanno deciso di fare un passo indietro per favorire le candidature di un'Italia pulita».
L'ex pm ha citato una frase di Enrico Berlinguer del 1981 nella quale il segretario del Pci sottolineava che «la questione morale esiste da tempo ma è diventata una questione politica perché da questo dipende la tenuta della democrazia».
«No a giochini, no ad accordi sottobanco», ha aggiunto Ingroia, «come quelli che hanno ucciso la credibilità della politica nella prima e nella seconda Repubblica. Anche accettare la desistenza e rinunciare alle liste al Senato sarebbe stato un patto sottobanco».

ITALIA - La violenza dei medici obiettori


Pochi mesi fa una chiassosa e colorata marcia di protesta si è svolta a Roma, vi erano radunate tutte le associazioni cattoliche, vi erano i gruppi della destra più oltranzis...te e fasciste, vi erano i partiti che hanno in uggia la nostra Costituzione, vi erano prelati benedicenti e semplici pretini con suorine, vi erano anche gli allegri ragazzotti scout, vi era anche il sindaco di Roma Alemanno, fino a poco tempo fa famoso manganellatore fascista vi era la Signora Polverini Presidente della Regione Lazio. Questa allegra combriccola vuole che si abolisca una legge dello Stato italiano, la 194, che regolarizza l’interruzione volontaria delle gravidanze.
Ma coloro che si battono contro la 194 cosa vogliono? Vogliono che si ritorni alle “mammane”, che con intrugli pestilenziali e con i ferri delle calze facevano abortire le donne povere, e vogliono far arricchire i medici che per soldi, tantissimi soldi, praticavano gli aborti clandestini per la gente ricca prima dell’enrtata in vigore della legge.
Occorre premettere che in Italia non vi è alcuna legge a favore dell’aborto ma vi è una legge che regolamenta questa dolorosa esperienza delle donne prima di tutto, un legge che vuole che vi siano i consultori per aiutare le donne in questo traumatico passaggio. Tutto questo è stato fortemente combattuto e viene combattuto dal mondo cattolico e para cattolico come le formazioni della destra anticostituzionale, si vuole tornare a come era prima, nel paradiso della ‘violenza’ verso le donne, la donna desogettivizzata, priva di dignità nel suo essere persona, nel suo essere pensiero, nel suo essere cittadina. Si vuol tornare alla donna ancella della chiesa che ascolta le sante parole ed accetta tutte le prescrizioni comportamentali dell’esegesi cattolica.
Questo universo che si batte contro la 194 è lo stesso che ha bloccato le grandi riforme laiche, dunque di una democrazia compiuta, che si sono susseguite negli anni 70 del secolo scorso, come quelle degli asilo nido e del tempo pieno nelle scuole, dell’apertura dei manicomi, del divorzio breve e via elencando. Tutte riforme che toglievano penetrazione ideologica e denaro per il Vaticano. Tutte riforme che avrebbero portato l’Italia a primeggiare socialmente. L’opposizione a queste, a volte svolta aperta ma molte altre esercitata subdolamente penetrando nei meandri del sistema, le ha rese vane, inapplicabili, inutilizzabili.La legge che regolamenta l’interruzione volontaria della gravidanza è sempre stata una di quelle riforme democratiche più contrastate e la più ipocritamente resa inefficace con l’invenzione degli obiettori di coscienza tra i medici e tra i paramedici. Le conseguenze, terribili, sono perfettamente descritte nel libro di Laura Fiore “Abortire tra gli obiettori” (edizione Tempesta): l’autrice ha vissuto in pieno il viaggio negli inferi degli obiettori, è essa stessa la protagonista dei fatti narrati con lucida consapevolezza.
Il libro è una minuziosa cronaca della sua esperienza, un diario scandito da ipocrisia, menefreghismo, leggi posticce; il tutto senza tenere in nessun conto la volontà di chi, con sofferenza, ha deciso di abortire.
Laura Fiore si trova a viaggiare in un labirinto che si dipana continuo e potenzialmente infinito scoprendone artifici e meccanismi che rimandano non a uomini che dovrebbero liberare dall’angoscia e dal dolore sia fisico e psichico i cittadini, ma addetti a far sì che il labirinto si chiuda e serri come una maledizione divina chi si trova nella legittima, almeno per la sua coscienza e per la legge, condizione di dover interrompere una gravidanza. Un viaggio nell’orrore e negli errori voluti per farti sentire in colpa e maledire la tua consapevole volontà. Laura Fiore grida no a questa orribile, meschina, ipocrita macchinazione; si senta pienamente cittadina e dunque pienamente responsabile delle sue scelte“Abortire tra gli obiettori” diviene il paradigma di quest’Italia decadente che rincorre forsennatamente il passato e precipita nell’irrilevanza storica, economica e sociale. Chi legge il libro, dopo il fremito per la flessibile brutalità descritta, rimane con un brivido di rabbia e una domanda pressante: “è possibile che ciò che è descritto compiutamente accada oggi in Italia?” Sì, accade ed accade spesso, ed è tempo di fermare questa vergognosa prassi.
Il libro è correlato da articoli, riflessioni, analisi sulla legge utilissime per comprendere sino in fondo il valore democratico della 194. Vi è alla fine una intervista al professor Carlo Flamigni che con intelligenza delinea gli spazi e i limiti di questa legge e costringe a una riflessione forte chi è medico ma ha scelto di essere obiettore. Alla domanda se si possono costringere i medici obiettori a praticare l’aborto egli risponde. «No, ma si può costringerli ad andare a fare un altro mestiere. Io non metterei mai un medico Testimone di Geova a fare trasfusioni, e lui non lo chiederebbe mai». Laura Fiore
Giancarlo Nobile
Coordinatore Consulta napoletana per la laicità delle Istituzioni
Via Belsito, 41 89123 Napoli napolilaica@gmail.com

venerdì 18 gennaio 2013

ITALIA - COMINCIARE DI NUOVO


L’Italia in pulsione elettorale sta tirando fuori,a piene mani,tutta la sua vacuità. 

Mettersi a contare il tutto e il contrario di tutto che viene fuori sarebbe troppo lungo;la realtà è che alla crisi della democrazia,caratterizzata e allargata dall’ esperimento Monti, nessuno sembra mettere attenzione in un gioco di furbizie e accuse reciproche che sono il termometro di un qualcosa di cui non solo non si respira nemmeno la percezione,ma su cui si scivola con irresponsabilità generalizzata nella visione visionaria o dell’interdizione di una forza o di uno schieramento rispetto a un altro oppure,ed è la cosa che pesa di più,della conquista del governo. 

La sensazione è più per il gusto dell’esercizio del potere che per la responsabilità del governare. Comunque vedremo.

Naturalmente di cose da dire ce ne sono tante; ciò che a noi interessa è richiamare ancora una volta la necessità e l’urgenza della questione socialista in Italia; questione resa ancor più pressante dal momento che,come la Costa Concordia è affogata nelle onde del Giglio,il PSI lo è nei marosi del Partito Democratico. Intendiamoci, non è che se non lo avesse fatto la questione avrebbe cambiato qualità;fatto si è che la scelta di avere qualche scranno parlamentare non solo non ha niente a che vedere con il ritorno dei socialisti sulla scena politica,ma,soprattutto,è del tutto aliena dalla questione del socialismo che in Italia va rifondato,ricostruito e,forse,anche,reinventato. Il fatto poi che il PSI appartenga al PSE significa la sublimazione del nulla poiché il PSE è solo la sigla che giustifica un gruppo al Parlamento europeo;per il resto non è nemmeno una delusione,bensì solo una sigla che raccoglie forze che si definiscono tali;per il resto quale sia l’ideologia del PSE è,e rimane,un mistero. 

E certo che,messi da parte i revenants, se il PSE – ma bisognerebbe esistesse – desse una mano a ricostruire in’Italia una forza socialista avrebbe fatto il minimo che gli sarebbe dovuto. Così,se il PSI,formalmente rappresenta il soggetto socialista non è che nel cono d’ombra da esso emanato sia raccolto l’insieme della galassia socialista e non parliamo di quei già socialisti,come che hanno aderito al berlusconismo,ma dei tanti compagni che, o senza tessera oppure nel PD,in SEL o nel PSI si rendono conto dell’insufficienza genetica del quadro e vorrebbero muoversi per riagganciare la questione socialista alla storia italiana sia per riiniziare un processo di ricostruzione della sinistra, sia per dar vita a una presenza di garanzia e sviluppo democratico nel momento in cui,con la crisi del berlusconismo,l’anomalia del montismo e la perdita di senso della democrazia repubblicana, il Paese ha iniziato una decisa svolta a destra con conseguenze sociali devastanti.

In tale contesto, frastagliato e a geometria variabile, non tutto è stato fermo.L’esperienza di Volpedo e del Network socialista ha segnato momenti significativi sia per quanto concerne una testimonianza militante,anche diffusa, sia perché ha espresso punti di coagulo che hanno impedito una ulteriore dispersione tenendo aperta l’esigenza di un’azione la quale, peraltro, strategicamente, non è mai stata esplicitata in modo chiaro e univoco. Si è, infatti, andati dal cercare di influenzare verso il socialismo il PD,o almeno una parte di esso,al ritenere che SEL – ossia l’archeologia vivente del bertinottismo – potessero evolvere verso collocazioni socialiste oppure che,in vista delle prossime elezioni europee,attorno al PSI si condensasse,nel nome del PSE e magari sotto le sue insegne una raccolta di quanti più momenti socialisti possibile. Sia chiaro:tutte le idee hanno legittimità,ma la controreplica della realtà è stata più forte delle intenzioni per cui,nell’ indeterminatezza di un’azione decisa che facesse capire di volere essere in qualche modo almeno un embrione di “soggetto”,non solo non vi è stata strategia,ma lo spesso tatticismo,dell’uno come dell’altro, è stato travolto fino a cancellarne,nei fatti,l’impostazione e l’intenzione orginaria. Nella fase nuova che si è aperta non sono riproponibili gli schemi originari né di Volpedo né del Network;e se questi due soggetti esprimevano,con forza, passione e impegno,un profilo di soggettività socialista ora,soprattutto dopo che l’annegamento del PSI nel PD ha anche formalmente allargato ulteriormente gli spazi,è il momento di sapere,senza ambiguità,né tatticismi,né attese di virtuosità esterne che possono venire dal PSE,se ci vogliamo porre con la serietà e responsabilità voluta mettere alla prova perché quel profilo di soggettività lo divenga di un soggetto.

Le obiezioni a tale osservazione già ce le sentiamo fischiare negli orecchi.Ma c’è bisogno,proprio bisogno,di un altro partitino a sinistra?che senso ha?o non c’è SEL,ove si può fare una battaglia – come,poi,nessuno lo sa – non c’è l’esperienza degli arancioni in cui pure qualificati compagni socialisti sono impegnati;non ci sono nel PD presenze di sinistra che fanno bene sperare? E allora,cosa potrebbe rappresentare,un nuovo luogo che si definisce socialista? Ora,fermo restando che il bello della democrazia e della libertà consiste nel fatto che ognuno è,appunto,libero di pensare e di agire come meglio crede,tutte queste ipotetiche,ma non tanto,osservazioni,non danno risposta al problema che rimane aperto poiché una presenza socialista che, riaggacciandosi alla storia del PSI nella storia d’Italia,rivendichi la legittimità della nozione sociale e culturale di sinistra e di quella che un tempo veniva definita “la cultura del movimento operaio”,ossia dei salariati,dei lavoratori contro i cui diritti il governo Monti si è addirittura scatenato con sussieguo sapienziale e talora toni sprezzanti sul concetto – ma che bella innovazione,riconosciamolo! – che destra e sinistra sono concetti superati e che è l’ora che tutti i riformismi convergano. Confessiamo che troviamo assai difficile commentare un così ampio cesto di scemenze!

Noi crediamo che i socialisti oggi abbiano l’occasione per mettersi alla prova,sempre che ne abbiano l’intenzione visto che il quadro generale è sgombro da ogni possibile equivoco:il PSI è nel ventre nel PD; SEL cammina serena e tranquilla sul tragitto bertinottiano; il PD,al di là delle voci di dentro, è tutto e il contrario di tutto; l’esperienza arancione non può essere rapportata a una qualsiasi forma partito poiché ha una valenza di chiara cifra localistica; Grillo, Ingroia e Di Pietro non sono cose nostre. 

Bisogna accertare se c’è l’intenzione ripartendo,in primo luogo,da quanto è rimasto di Volpedo e del Network e stilare un manifesto di raccolta e di rifondazione del socialismo italiano. Questa è la prova. Insomma, cominciare di nuovo.

PAOLO BAGNOLI

ITALIA - Venezia, il professore di religione agli studenti: "I gay possono essere curati in appositi centri"

Ora di religione. Gli studenti chiedono al professore di commentare le battaglie per l'approvazione dei matrimoni omosessuali, argomento scottante. Così nella lezione successiva il docente distribuisce un foglio con appunti scritti a mano, dove spiega che l'apertura ai diritti gay porterebbe al riconoscimento della pedofilia e della poligamia, sottolineando che le relazioni amorose tra persone dello stesso sesso sono caratterizzate dalla “brevità”. E consiglia agli alunni dubbiosi del proprio orientamento sessuale appositi centri dove è possibile curare la tendenza omosessuale.

Accade al liceo classico “Marco Foscarini” di Venezia, in una classe quarta. Il professore di religione si chiama Enrico Pavanello, 49 anni, laico, autore del testo finito poi nelle mani di uno studente dell'istituto che, deluso e ferito, ha deciso di pubblicarlo su Facebook. Nel testo l'insegnante descrive l'omosessualità come una "elaborazione della psiche di modelli affettivi diversi da quelli verso cui la natura normalmente orienta", "una ferita dell'identita'", per poi concludere dicendo che questa "tendenza e' reversibile".

Pavanello si concentra soprattutto sulla "ideologia gay" ovvero sugli effetti nefasti della "cultura gender" che sovverte la norma eterosessuale: se venisse lasciato spazio al pensiero secondo il quale e' l'orientamento sessuale a decidere, allora - scrive - si dovrebbe dare spazio pubblico anche alla pedofilia, alla poligamia e all'adozione dei bambini da parte di coppie dello stesso sesso: "Non basta l'amore per crescere dei bambini, servono due personalita' differenti dal punto di vista psichico e fisico".
La singolare lezione include anche riferimenti storici e sociologici: il celebre rapporto Kinsey sulla sessualita' dei maschi americani, che appurava come almeno il 10% della popolazione maschile adulta statunitense fosse omosessuale, e' definito "una bufala".

E va oltre: ormai "c'e' l'idea che la famiglia sia una creazione culturale della storia e del cristianesimo". Va dunque fatta una distinzione, secondo il docente: "Chi l' ha detto che un omosessuale debba identificarsi con l'ideologia gay" ovvero chiedere maggiori diritti?

ALL'HUFFPOST SPIEGA: "APPUNTI PER INIZIARE RIFLESSIONE" Raggiunto al telefono dall'Huffington Post, il docente non si scompone: " Ho scritto quegli appunti perche' i ragazzi hanno sollecitato in classe una discussione sull'omosessualita'. Ho poi consegnato loro il foglio affinche' potessero portarlo a casa e cominciare una riflessione".

"Non ho equiparato l'omosessualita' alla pedofilia. Ho semplicemente scritto che quando si mette in discussione il criterio del matrimonio tra un uomo e una donna, e quando si prende come nuovo criterio il semplice orientamento sessuale allora puo' accadere come in Olanda dove e' stato riconosciuto un partito di pedofili". E l'omosessualita' come "tendenza reversibile"?

Pavanello e' sicuro: "L'omosessualita' e' una scelta, e lo dicono anche autorevoli studiosi". Poi rivela: "Quando gli studenti manifestano un orientamento omosessuale, oppure mi chiedono spiegazioni, consiglio loro dei centri dove e' possibile rivedere questo orientamento. Ce ne sono molti". Insomma, per il prof, le persone gay vanno curate.

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ITALIA - BETTINO CRAXI, UN BILANCIO

E’ profondamente sbagliato demonizzare Craxi, ritenendolo responsabile di tutte le cose negative che sono accadute in Italia. E’ una demonizzazione che purtroppo continua ad essere sostenuta da molti, anche a sinistra. Se Craxi non va demonizzato, non va però nemmeno santificato.

Andrea Ruini

Craxi è stato un leader politico, con le sue luci e le sue ombre, con i suoi meriti e i suoi errori. Cominciamo con i meriti politici di Craxi, che un bel libro di Edoardo Crisafulli (“Le ceneri di Craxi”, Rubbettino editore) sintetizza in questi punti. In primo luogo, la restaurazione della autorità statale. Soprattutto negli anni in cui era Presidente del Consiglio, Craxi ripristinò l’autorità dello Stato democratico, gravemente lesionata durante gli ‘anni di piombo’ e durante la lunga crisi politica e sociale degli anni Settanta. Il secondo punto, la proposta di una “grande riforma” per costruire una democrazia governante, che ponesse fine alla gravissima instabilità politica, al consociativismo, al trasformismo. Il terzo, l’idea di una democrazia conflittuale. Il suo riformismo aveva assimilato la cultura liberaldemocratica, imperniata sul concetto di conflitto pacifico tra forze diverse. Il quarto, la difesa dell’Occidente dalla minaccia sovietica. La svolta craxiana in politica estera prevedeva la solidarietà verso il Terzo Mondo, ma non nella tradizionale ottica terzomondista, rivoluzionaria, pauperista; il sostegno ai movimenti di liberazione, purché di ispirazione democratica; la denuncia dell’imperialismo sovietico e la proposta di un atlantismo coerente con la tutela della nostra sovranità nazionale; il ripudio delle tirannide e delle dittature, non importa se fossero nere, rosse o di altro colore. Ricordo in particolare la decisione che portò, in risposta all’installazione dei missili sovietici SS 20, all’installazione dei missili Cruise e Pershing, ristabilendo l’equilibrio delle armi nucleari in Europa.
Tra gli errori politici di Craxi, il più grave fu l’aver fatto e l’aver permesso un uso eccessivo, e alla fine incontrollabile, dei finanziamenti illegali al PSI, che ebbero l’effetto di diffondere a macchia d’olio la corruzione dentro il Partito. Il secondo errore fu quello di avere una visione ‘politicista’ del consenso, che lo induceva a riporre speranze eccessive nell’appello diretto agli italiani. Craxi era molto popolare, il PSI no. Strategia fallimentare, perché il PSI crebbe troppo lentamente, dal 9,8 del 1979 al 13,6 del 1992. Soprattutto di fronte ad un PCI che, in piena crisi ideologica e politica, passava dal 29,9 al 22 per cento (16 PDS e 6 Rifondazione). Terzo errore, la prosecuzione della ‘guerra civile’ a sinistra anche dopo il 1989: nelle nuove condizioni proseguire nella offensiva anticomunista non aveva più alcun senso. Quarto errore, l’aver riportato il PSI al governo con la DC nel 1980, e aver mantenuto l’alleanza fino all’ultimo. Craxi non si rese conto che la Prima Repubblica si stava sfasciando con velocità inarrestabile. Per non finire sugli scogli, sarebbe stata necessaria una brusca virata che non ci fu. Mentre la nave colava a picco, aveva in mente una solo idea: quella di ritornare a Palazzo Chigi, da cui si sentiva ingiustamente sfrattato. Il PSI avrebbe dovuto essere alternativo alle forze conservatrici, e l’aver stipulato una alleanza organica con quelle forze fu un errore scellerato e suicida.
Nel 1991 era già evidente che la strategia politica di Bettino Craxi, da quindici anni alla guida del PSI, si era rivelata fallimentare. Una strategia che aveva suscitate molte attese e molte speranze, sia nella base socialista che tra gli osservatori esterni. Dieci anni prima, nel 1981, Craxi aveva vinto il congresso socialista di Palermo, diventando il leader incontrastato e carismatico del Partito. Nel 1982 l’assemblea socialista di Rimini aveva delineato i tratti di un riformismo moderno, capace di conciliare merito ed equità. L’esperienza di Presidente del Consiglio aveva dato a Craxi una autorevolezza e riconoscibilità a livello anche internazionale.
Che cosa è andato storto ? Con l’approdo al riformismo, nei primi anni Ottanta, il PSI dava inizio a una nuova stagione della sua storia: una stagione che avrebbe dovuto renderlo finalmente omogeneo al modello dei partito socialisti e socialdemocratici europei. Ma la svolta del 1979-1981, in sé positiva, venne gravemente indebolita, per non dire contraddetta, dalle circostanze in cui venne a maturare e più ancora dalle scelte tattiche che la accompagnarono. In primo luogo il brusco abbandono di qualsiasi progetto di alternativa, che pure era la linea approvata al congresso di Torino del 1978, e il frettoloso ritorno dei socialisti ad un governo con la DC. Un rientro che contrastava con la linea seguita dal partito negli ultimi anni, e che lasciava al PCI il monopolio dell’opposizione, un PCI che poteva così limitare i danni provocati dalla irreversibile crisi storica del modello comunista. Il PSI veniva così catturato da logiche di governo e di sottogoverno. E’ vero che era cresciuto lo spazio di manovra per il partito, che poteva far pesare la sua indispensabilità, ottenendo per un quadriennio la guida del governo e inaugurando un trend elettorale positivo, anche se non travolgente. Tutti questi risultati erano stati ottenuti in base a una logica tutta interna al sistema politico italiano di allora. Sfruttando tutte le opportunità offerte da quel sistema, un sistema che pure si dichiarava di volere riformare, e diventandone il massimo beneficiario in termini di potere, il PSI finiva con l’identificarsi con il sistema, e rinunciava alla possibilità di intercettare l’ondata crescente di dissenso che, soprattutto dopo il 1989, stava montando contro quel sistema.
Il progetto di “grande riforma” si rivelò essere solo una nebbia propagandistica. Nel corso degli anni Ottanta il PSI si impegnò infatti a massimizzare i vantaggi derivanti dal sistema politico, e non a lavorare per un sistema diverso. Eppure il ruolo di forza alternativa è il solo ruolo adatto a un partito socialista moderno, che deve candidarsi alla guida del Paese in alternativa alle forze moderate, per gestirlo in rappresentanza dei ceti più disagiati e in nome degli ideali di solidarietà e di giustizia sociale. Un partito socialista non può rinunziare alla funzione di fornire un punto di riferimento all’elettorato di sinistra in senso lato, di rappresentare il polo progressista del sistema politico, assicurando la possibilità di un ricambio del governo. A questo compito fondamentale il PSI di Craxi non ha saputo dare risposte soddisfacenti. Il PSI avrebbe dovuto cercare di allargare e irrobustire l’area del suo insediamento elettorale, recuperando consensi a sinistra. Un obiettivo che non si poteva raggiungere con la penetrazione aggressiva e sfacciata in tutte le strutture del potere nazionale e locale. Il PSI doveva invece distinguere la sua immagine da quella di una classe dirigente logorata e usurata, doveva farsi sostenitore di una diversa e più corretta gestione della cosa pubblica, doveva guardare a quella ampia area di elettorato progressista che votava PCI non perché credeva al comunismo, ma in quanto forza di opposizione e di alternativa agli equilibri esistenti e al malgoverno democristiano.
Tutto questo il PSI di Craxi non lo ha saputo fare, e per questo la sua strategia politica era in crisi molto prima che si scatenasse la bufera giudiziaria di Tangentopoli-Mani Pulite. Dopo l’inizio della "tempesta perfetta" politico-giudiziaria, il crollo del partito era solo questione di tempo.

Andrea Ruini

EGITTO - I giovani rivoluzionari egiziani senza speranza

Fautori delle proteste che hanno rovesciato Mubarak, molti ventenni ora si sentono persi di fronte alla nuova leadership islamica che governa l'Egitto.

I ventenni egiziani, affamati di una società più giusta e di nuove opportunità economiche, si sentono disorientati dopo l'approvazione, il mese scorso, della nuova Costituzione. I giovani, come il graffitaro Mahmoud Aly e lo studente Mohamed Abdelhamid, in Egitto sono stati le truppe d'assalto della rivoluzione. Scesi in piazza nel febbraio del 2011, hanno gridato di andarsene all'allora presidente Hosni Mubarak. E il loro entusiasmo è esploso quando Mubarak l'ha effettivamente fatto. Ora si guardano intorno: e si domandano se qualcuno abbia a cuore i loro interessi nella battaglia tra gli islamisti al potere e le opposizioni liberali.
Aly, i cui jeans strappati sono sporchi della pittura che usa per tracciare slogan politici e immagini sui muri e sugli edifici pubblici di Alessandria, dice che il governo attuale non rappresenta né lui, né i suoi amici e famigliari. Ha perso la fede dopo che il presidente Mohamed Morsi e i Fratelli Musulmani che lo sostengono hanno approvato la nuova Costituzione basata sulla legge islamica, lo scorso dicembre, ignorando le obiezioni di molti egiziani. Abdelhamid, studente universitario del Cairo che lo scorso mese si è schierato con l'opposizione, è convinto che la nuova classe politica farà ben poco per quelli come lui.

La disperazione dei giovani può essere pericolosa sia per gli islamisti al potere, che con le loro misure autoritarie rischiano di alienarsi le simpatie della maggioranza della popolazione, sia per l'opposizione, che volentieri s'ingaggia in proteste ma sembra incapace di offrire una potente strategia di governo o di mobilitare la popolazione locale al momento del voto. «La politica attuale non può garantire stabilità», dice Ammar Ali Hassan, importante scrittore nonché studioso di sociologia politica, il quale stima che il 60 per cento degli 82 milioni di egiziani abbia meno di quarant'anni. «Nessuno creerà un altro regime autoritario, e nessuno riuscirà a restare al potere a lungo, senza l'appoggio dei giovani».
Aly ha creato un graffito per comunicare il suo messaggio di libertà. Una sua opera raffigura i giovani che protestano contro i leader politici del Paese, dominati dai Fratelli Musulmani e dal movimento ultraortodosso dei Salafiti. Attraverso il suo lavoro, Aly spera di contribuire a diffondere consapevolezza politica e un autentico potere ai giovani. «Quando la gente guarda quello che faccio, non voglio che sia per accettare il mio punto di vista: voglio semplicemente far riflettere», afferma. «Forse io sono nel torto e il mio messaggio è sbagliato, ma lascio che siano gli altri a prendere le loro decisioni».
Aly, che ha 19 anni, è ancora convinto che possano essere i giovani a cambiare le cose. «I graffiti e l'arte in generale raggiungono tutti; quando le autorità eliminano un nostro lavoro nelle strade, noi ci rimettiamo subito all'opera», racconta. «Uno di noi torna lì e ridisegna, loro cancellano, noi ridisegnamo, e così via». Aly sente molto forte la distanza tra quelli come lui e i sostenitori di Morsi. Un mese fa, dice, si sarebbe unito agli islamisti dell'università, ma ora non lo farebbe più. Guardarli prendere il potere lo ha riempito di amarezza. «Sono testardi e non vogliono ascoltarci. Se ci fosse speranza, ci avrei già parlato; ma ora la speranza è di convincere la gente per la strada», afferma. «E se i Fratelli Musulmani continuano a non mantenere le loro promesse, la gente comincerà a capire prima o poi».

Abdelhamid, lo studente ventenne di economia all'università del Cairo, esprime il medesimo disincanto. Accusa la leadership islamica di usare la religione per mobilitare i sostenitori e per mettere a tappeto chi li critica, ma dichiara di sentirsi altrettanto frustrato dall'«incompetenza» dell'opposizione. «Dobbiamo cominciare a fare quello che abbiamo fatto ai tempi di Mubarak, quando ci siamo concentrati sul cambiare il paese e la gente: e questo è stato il processo d'innesco della rivoluzione», dice lo studente. «L'opposizione ha bisogno di rivolgersi al popolo perché non ha nessun peso politico al momento». Abdelhamid pensa che per i partiti all'opposizione sarà la solita storia alle prossime elezioni parlamentari, tra qualche settimana, perché sono impreparati e disuniti. Nel frattempo i Fratelli Musulmani hanno già cominciato, in via ufficiosa, la loro campagna elettorale.
Il giovane resta ottimista sul fatto che prima o poi il popolo egiziano saprà indurre un cambiamento come quello che ha spodestato Mubarak. Ma non sa se riuscirà ad aspettare. «Il Paese è allo sfascio; economicamente siamo sull'orlo del precipizio. Abbiamo dato il via alla rivoluzione per un futuro migliore, e ora ci ritroviamo a non vedere nemmeno un futuro», afferma. «Mi laureo a luglio e al momento sto prendendo in considerazione l'idea di lasciare l'Egitto e andare a vivere all'estero». Nonostante Abdelhamid sia figlio unico, la madre incoraggia questa idea e lo spinge a cercarsi un futuro altrove. «Preferirei restare a lavorare in Egitto», dichiara, «ma non posso nascondere la mia voglia di andarmene. Per trovare una via di scampo».

Reem Abdellatif
Articolo originale su Los Angeles Times, traduzione di Belinda Malaspina

Mali: L’Europa è renitente

Fermare gli islamisti in Sahel è nell'interesse di tutta l'Ue, ma nessuno sembra disposto ad aiutare la Francia. La politica di sicurezza comune si è dimostrata ancora un volta un fallimento.

Martin Winter 16 gennaio 2013 SUDDEUTSCHE ZEITUNG Monaco

Se il problema del Mali riguardasse solo questo paese, molto probabilmente i militari francesi non si sarebbero impegnati in questa guerra contro gli islamisti. Gli interessi dell'ex potenza coloniale nel continente africano non bastano a giustificare un intervento così rischioso. In realtà la Francia interviene perché lo stato saheliano minaccia di diventare un pericolo per l'Europa. E se si è impegnata da sola è perché gli altri paesi europei hanno preferito defilarsi. Tutto ciò la dice lunga sulle condizioni della politica di sicurezza e di difesa comune. E non lascia presagire nulla di buono.

Il fatto che Parigi abbia ricevuto dai suoi partner europei solo delle dichiarazioni cordiali e qualche aereo da trasporto dimostra che qualcosa non funziona nell'Unione europea. Impedire agli islamisti e ai terroristi di conquistare il Mali è nell'interesse dell'intera Unione europea. L'Ue sa dell'esistenza di questa minaccia da più di un anno. Nelle mani di Al Qaeda e dei suoi simpatizzanti il Mali si trasformerebbe in un Afghanistan alle porte dell'Europa, da utilizzare come base, campo di addestramento e retrovia del terrorismo internazionale.

Tuttavia l'Ue, anche se ha riconosciuto pienamente questo pericolo, non è mai riuscita a dargli una risposta comune. L'unica cosa su cui è riuscita a mettersi d'accordo è stato l'invio di una piccola missione per addestrare l'esercito maliano. La volontà comune europea ha i suoi limiti e l'Ue non è in grado di elaborare un piano di azione preventivo per reagire a un'emergenza militare come questa.

Il fatto che ora si voglia accelerare il calendario della missione di formazione assume aspetti grotteschi. Prima di tutto perché questa missione non cambia nulla al fatto che gli altri paesi europei rimangono indifferenti a guardare i francesi impegnati a difendere gli interessi europei. In secondo luogo perché i soldati maliani non avranno probabilmente tempo da dedicare ai loro istruttori europei mentre sono coinvolti nei combattimenti contro le milizie nel centro e nel nord del paese. La situazione ha finito per travolgere la stessa Unione europea.

In questo momento l'Ue deve piuttosto chiedersi se vuole seriamente dotarsi di una politica di sicurezza comune. Una politica che implicherebbe di non lasciare che la Francia se la sbrighi da sola in Mali. Di recente l'ex ministro degli esteri francese Hubert Védrine ha espresso un giudizio molto duro sulla politica di sicurezza e di difesa comune, alla quale l'Ue cerca di dare forma da 20 anni. Se i leader dei paesi Ue non saranno capaci di trovare rapidamente un terreno di intesa sulle basi della loro cooperazione, l'ambizione europea di diventare una potenza mondiale non avrà alcuna speranza di realizzarsi. Védrine non aveva probabilmente immaginato che l'Europa sarebbe stata messa alla prova così rapidamente e che il test decisivo si sarebbe avuto nella regione del Sahel.

Ma tutto fa pensare che l'Europa non uscirà bene da questa vicenda, perché in materia di politica estera e di sicurezza gli interessi dei paesi Ue sono ancora troppo distanti. Il Mali ne è la prova: gli europei sono d'accordo nel riconoscere la minaccia, ma non sui mezzi per combatterla, né sul fatto che bisogna prepararsi a ogni evenienza, compresa la guerra. La politica di sicurezza dell'Ue soffre dell'assenza di unità e di una mancanza di atteggiamento e volontà comuni. Carenze che non scompariranno in tempi brevi.

Tuttavia è necessario che oggi gli altri europei sostengano militarmente la Francia. È una questione di solidarietà, ma sul lungo periodo anche di buon senso: se si vuole lasciare la porta aperta a una politica di sicurezza europea degna di questo nome bisogna evitare che Parigi si trovi costretta a fare appello alla Nato in caso di stallo della situazione militare. Questa richiesta rappresenterebbe la prova definitiva dell'incapacità degli europei a mettersi d'accordo. (Traduzione di Andrea De Ritis)

Unione europea

Parigi è sola

Quando ha deciso l’intervento militare in Mali, probabilmente il presidente francese François Hollande si aspettava un aiuto dai partner europei, come già accaduto in Libia. Invece, a cinque giorni dall’inizio delle ostilità, non è successo niente. “Presentandosi davanti all’Europa, la diplomazia e lo stato maggiore francese rischiano di incassare soltanto buone scuse”, scrive Le Figaro. “La Germania, ultima potenza europea ad aumentare la spesa militare, non può inviare un solo soldato o un carro armato senza il voto del Bundestag, un’eventualità che Angela Merkel preferisce evitare in periodo di campagna elettorale”, pur esprimendo il suo “sostegno” a Hollande.

Der Tagesspiegel critica il comportamento della Germania:

I tedeschi vogliono far credere ai francesi e a loro stessi di essere molto vicini ai loro più stretti alleati europei, ma allo stesso tempo escludono la possibilità di inviare soldati e si limitano a un supporto logistico. Se anziché sorvolare Hollande prendesse seriamente questo affronto, l’asse franco-tedesco sarebbe messo a dura prova. E invece oggi va di moda la finzione, con un'eccezione: i gruppi jihadisti

Quanto agli altri partner europei, non bisogna aspettarsi granché, aggiunge Le Figaro:

L’Italia (anch’essa in piena campagna elettorale) e la Spagna (travolta dalla crisi) non mostrano alcun entusiasmo. A nord i maggiori contribuenti della Nato come Danimarca e Paesi Bassi non sono molto interessati all’Africa, mentre a est la Polonia ricorda che è ancora impegnata in Afghanistan. Né il dibattito avviato martedì al Parlamento europeo né l’appuntamento dei 27 ministri degli esteri Ue in programma giovedì a Bruxelles cambieranno la situazione sul fronte maliano. Al massimo i capi della diplomazia potranno stilare un bilancio (deludente) dell’“iniziativa per il Sahel” lanciata in pompa magna nel marzo 2011 con l’obiettivo di rafforzare paesi come il Mali. Se Bruxelles ha davvero assegnato i fondi, la fase militare e di sicurezza non è mai cominciata.

In ogni caso l’assenza di rinforzi da parte dell’Ue complicherà i calcoli dello stato maggiore sulla “seconda fase”, dopo che diversi giorni di bombardamenti sono riusciti a bloccare l’avanzata jihadista.

EU – Corruzione: Serve un procuratore europeo

17 gennaio 2013 European Voice

La condanna a quattro anni di prigione per corruzione dell’ex ministro dell’interno austriaco ed eurodeputato Ernst Strasser dovrebbe essere “sbandierata in lungo e in largo nell’Unione europea” come deterrente contro le mazzette, scrive European Voice. Strasser è stato smascherato da alcuni giornalisti del Sunday Times che si sono presentati come lobbisti e gli hanno offerto denaro in cambio di sostegno politico. “La condanna di Strasser evidenzia la necessità di un pubblico ministero dell'Ue”, prosegue il settimanale elogiando le autorità austriache per aver chiuso il caso “con decisione e rapidità”.

È difficile pensare a un un’altra autorità nazionale così determinata nel punire la corruzione nei corridoi dell’Ue. Nonostante la condanna di Strasser, triste eccezione piuttosto che la norma, l’Ue ha ancora bisogno di un suo pubblico ministero con l’autorità di agire ovunque all’interno dell’Unione in difesa degli interessi finanziari dell’Ue. Il trattato di Lisbona ha concesso all’Ue la possibilità di creare una figura di questo tipo. È arrivato il momento di sfruttare questo potenziale.

GB - Cameron: «Algeria, in Gb pronti a brutte notizie»

Il premier britannico ha rimandato il discorso sui rapporti con la Ue.

Giovedì, 17 Gennaio 2013 – Il primo ministro britannico David Cameron ha dichiarato il 17 gennaio che il Regno Unito «deve prepararsi alla possibilità di ulteriori cattive notizie sull'evolversi della situazione in Algeria ».
Downing Street ha fatto sapere che Cameron avrebbe preferito essere informato dell'operazione militare e che il governo algerino ha sottolineato di aver dovuto agire «immediatamente».
RIMANDATO IL DISCORSO IN OLANDA. In serata, poi, il primo ministro britannico David Cameron ha deciso di rimandare l'atteso discorso sui rapporti tra Regno Unito e Unione europea che avrebbe dovuto pronunciare il 18 gennaio in Olanda, ampiamente annunciato e già più volte rinviato: il premier ha deciso di rimanere a Londra per seguire gli sviluppi sulla crisi degli ostaggi in Algeria
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