L'imposizione del sacramento tradisce il carattere di
una dottrina che considera le persone come oggetti, il cui destino è deciso a
loro insaputa da dio e dalla Chiesa.
Secondo la dottrina
cattolica il battesimo «rimette il peccato originale [...] incorpora a Cristo e
alla sua Chiesa [...] elargisce le virtù teologali e i doni dello Spirito
Santo. Il battezzato appartiene per sempre a Cristo: è segnato, infatti, con il
sigillo indelebile di Cristo (carattere)» (Catechismo della Chiesa cattolica.
Compendio, 2005; § 263). E poiché tutti gli esseri umani «se non rinascono a
Dio con la grazia del Battesimo, sono procreati dai loro genitori [...] per la
miseria e la morte eterna» (Catechismo romano, 1566, § 177), la Chiesa ritiene
necessario battezzare i bambini appena nati, cioè quando certo non vogliono e
neppure sanno di essere battezzati, affinché non muoiano senza «essere liberati
dal potere del Maligno e [...] trasferiti nel regno della libertà dei figli di
Dio» (Compendio citato; § 158), in Paradiso. Tale posizione non è mutata
neppure oggi, benché un documento approvato nel 2007 da Benedetto XVI dichiari
fondata la speranza «che i bambini morti senza battesimo siano salvi e godano
la visione beatifica».
Un marchio indelebile
Come si vede, oltre a garantire la vita eterna, il battesimo impone al
battezzato il sigillo indelebile, si direbbe il "marchio", di membro
della Chiesa, assoggettato alla sua autorità. Lo ribadisce anche il canone 96
del Codice di diritto canonico: «mediante il battesimo l'uomo è incorporato
alla Chiesa di Cristo e in essa è costituito persona, con i doveri e i diritti
che ai cristiani, tenuta presente la loro condizione, sono propri».
Proprio perché il battesimo "marchia" indelebilmente come cristiano
anche chi lo riceve contro la sua volontà o a sua insaputa, nel Medioevo ci
poteva essere una relativa tolleranza verso gli ebrei o i musulmani (benché
ghettizzati e vessati), ma mai verso i non battezzati. A loro Innocenzo III
riteneva non irragionevole imporre «l'osservanza della religione cristiana»
anche se fossero stati costretti a battezzarsi con «terrori e supplizi» o «per
non esporsi al danno» (Maiore Ecclesiae causas, 1201). E se diventavano
eretici, ammonisce Tommaso d'Aquino, «devono essere costretti anche fisicamente
ad adempiere quanto promisero». Diversamente «meritano di essere tolti dal
mondo con la morte» (Summa teologica, IIa IIae, q. 11).
Per lo stesso motivo, nel Settecento, Benedetto XIV sostenne la validità del
battesimo anche quando somministrato invitis parentibus, cioè contro la volontà
dei genitori (ad esempio da serve cristiane che battezzavano di nascosto i
figli dei loro padroni ebrei). Tale battesimo era illecito, affermò papa
Benedetto XIV, «ma l'effetto dell'atto restava valido [...] Di conseguenza, se
il bambino battezzato, una volta diventato adulto, fosse tornato alla religione
dei padri si doveva procedere giudizialmente contro di lui in quanto apostata o
eretico» (Marina Caffiero, Battesimi forzati, Viella 2004). Sulla base di tali
argomenti, un secolo dopo, Pio IX giustificò il rapimento di due bambini ebrei,
sottratti con la forza alla famiglia per educarli cristianamente e avviarli al
sacerdozio.
Una doppia violenza
La ragione, o il pretesto, per cui la Chiesa battezza i bambini è la necessità
di "salvarli", ossia di rimediare alla brutale violenza commessa
contro di loro da un Dio insensato e malvagio, che li ha condannati alla morte
eterna per un peccato mai commesso. Ma l'effetto è un nuova violenza, cioè
l'imposizione, per di più in modo irrevocabile («indelebile»), di una religione
che non si è scelta e del conseguente obbligo di obbedire vita natural durante
alle gerarchie cattoliche.
Questa doppia violenza tradisce il carattere disumano di una dottrina che considera
le persone alla stregua di oggetti, il cui destino terreno ed eterno è deciso a
loro insaputa da Dio e dalla sua Chiesa. E mostra la smisurata sete di dominio
di quest'ultima, che estende il proprio gregge e il suo potere su di esso
attraverso un "reclutamento" operato senza interpellare l'interessato
mentre ipocritamente (l'ipocrisia, si sa, è un elemento costitutivo del
cattolicesimo) finge di farlo per interposto padrino.
Il battesimo come stupro
In conclusione il battesimo è la forma più generalizzata di pedofilia del
clero, anche se si tratta di uno stupro spirituale. Quando diventi cosciente ti
trovi già irrevocabilmente cattolico. Una prepotenza che anticipa, fin dalla
culla, quella che ti faranno sul letto di morte per indurti a baciare il crocifisso
e a subire un funerale religioso.
L'immoralità del battesimo, analoga a quella della circoncisione dei musulmani
e degli ebrei o all'infibulazione, è palese anche se sfregia la psiche invece
che il corpo. Conseguentemente tutte queste pratiche dovrebbero non avere
cittadinanza ed essere vietate in uno stato laico. Tanto più il battesimo
poiché, come si è visto, esso rappresenta anche l'adesione a una religione e
tale adesione, secondo la sentenza 239/84 della Consulta, deve essere frutto di
decisione consapevole. Né la volontà del neonato può venire surrogata da quella
dei genitori o del padrino dato che la legge, come fa notare l'Uaar nella sua
campagna per lo sbattezzo, «impedisce ai genitori di iscrivere i propri figli a
un sindacato, a un partito, a un'associazione». E perché allora a una religione
e per di più in modo irrevocabile, marchiando il neonato con un «sigillo
indelebile»?
Walter Peruzzi