Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


giovedì 22 novembre 2012

GAZA - Finalmente è tregua

Accordo tra Israele e Hamas per un cessate il fuoco dalle 20. Ma a Nord della Striscia suonano di nuovo le sirene.

Mercoledì, 21 Novembre 2012 - Le residue speranze di una tregua tra Israele e Hamas sembravano essere svanite definitivamente il pomeriggio del 21 novembre.
Invece, quasi all'improvviso, è arrivato l'annuncio: l'accordo per un cessate il fuoco è cosa fatta. Anche se fonti palestinesi ed egiziane hanno parlato di una «calma provvisoria».
Una svolta insapettata se si considera che è arrivata in una giornata caratterizzata da una preoccupante escalation di violenze.
TEL AVIV, BOMBA SUL BUS. Un evento, in particolare, ha rischiato di far saltare il banco: l’esplosione di un autobus in pieno centro a Tel Aviv, che ha causato il ferimento di una ventina di persone, tre delle quali versano ancora in gravi condizioni.
Immediata la risposta di Israele, che ha lanciato una serie di raid sulla Striscia di Hamas, uccidendo quattro persone - tra cui un bambino - e facendo salire a 147 il bilancio delle vittime palestinesi.
STRISCIA DI GAZA, APERTI I VARCHI. Tutto, insomma, lasciava presagire un'altra nottata di fuoco in Medio Oriente anche a causa dei razzi provenienti dal Libano. Improvvise e inaspettate, invece, hanno iniziato a rimbalzare le indiscrezioni di un accordo tra Israele e Hamas.
L'ufficialità è arrivata poco dopo le 18.30 ora italiana per bocca del ministro degli Esteri egiziano Kamel Amr: la tregua è entrata in vigore dalle 20.
RESTA L'EMBARGO. Tra i punti principali dell'accordo ci sono lo stop di tutte le ostilità da entrambe le parti, stop agli 'omicidi mirati' israeliani e apertura dei varchi della Striscia di Gaza per facilitare il passaggio delle persone. Fonti israeliane hanno precisato tuttavia che il blocco della Striscia di Gaza non sarà abolito. Lo Stato ebraico, trascorsa una fase di calma effettiva, dovrebbe poi allentare - pur senza abolirlo ufficialmente - il suo embargo.
«L'avventura israeliana a Gaza è fallita», ha commentato a caldo il leader di Hamas, Khaled Meshaal.
EGITTO: «VIGILEREMO SULL'ACCORDO». Un portavoce del governo egiziano, Yasser Ali, ha detto che Il Cairo si impegna a «vigilare sull'applicazione dell'accordo relativo all'introduzione della calma a Gaza». L'Egitto ha anche confermato il suo sostegno «duraturo alla giusta causa palestinese» e ha fatto appello a tutte le parti a rispettare l'accordo.
ONU: «L'INTESA SIA RISPETTATA». I membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu hanno accolto con favore l'accordo, al fine di arrivare a una cessazione duratura delle ostilità a Gaza e in Israele. In una dichiarazione adottata all'unanimità, i Quindici hanno invitato le parti ad agire con serietà per rispettare l'intesa.

Obama ringrazia Morsi e Netanyahu. E ribadisce il sostegno a Israele

Subito sono arrivate le reazioni internazionali. Il presidente americano Barack Obama ha parlato con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e ha espresso «apprezzamento per i suoi sforzi nel lavorare con il nuovo governo egiziano per raggiungere un cessate il fuoco sostenibile e una soluzione più duratura al problema».
Obama ha ribadito inoltre il suo «impegno per la sicurezza di Israele» e il diritto di Tel Aviv a difendersi.
Allo stesso tempo, il presidente Usa ha affermato che «gli Stati Uniti coglieranno l'opportunità offerta dal cessate il fuoco per intensificare gli sforzi volti ad aiutare Israele a far fronte alle sue necessità di sicurezza, specialmente per la questione del contrabbando di armi ed esplosivi verso Gaza» e per il sistema di difesa anti-missile Iron Dome.
ISRAELE: «DIAMO UNA CHANCE ALLA TREGUA». Dal canto suo Netanyahu ha deciso di «dare una chance alla proposta egiziana per un cessate il fuoco», e ha confermato la cooperazione con gli Usa nella lotta contro il traffico di armi attraverso il Sinai verso Gaza «che provengono per lo più dall'Iran».
Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha ringraziato l'Egitto per la sua mediazione nel raggiungimento di un accordo fra Israele e Hamas.
L'IRAN APPOGGIA HAMAS. Invece il leader di Hamas, Khaled Meshaal, ha espresso apprezzamento all'Iran per il suo sostegno nonostante le divergenze sulla Siria e ha chiarito di voler «rispettare l'accordo di tregua se Israele farà altrettanto. Se non lo farà risponderemo».
Ramadan Shallah, leader della Jihad islamica, ha detto che l'accordo per il cessate il fuoco a Gaza rappresenta «una sconfitta eccezionale nella storia dell'entità israeliana».
APPELLO DI NAPOLITANO E HOLLANDE. Dall'Europa, i presidenti della Repubblica di Italia e Francia, Giorgio Napolitano e François Hollande, nel loro incontro a Parigi hanno lanciato un forte appello affinché «siano intrapresi tutti gli sforzi per raggiungere una tregua indispensabile» e duratura.
ANP, RICHIESTA ALL'ONU. Dalla Cisgiordania, infine, è tornata a farsi sentire la voce del presidente moderato palestinese, Abu Mazen, il quale ha riaffermato che il 29 novembre l'Anp ha intenzione di presentare all'Onu la richiesta di riconoscimento come 'stato non membro'. A dispetto dei moniti Usa e della contrarietà del governo israeliano.
 

 

mercoledì 21 novembre 2012

ITALIA - Omosessuali di Dio

Crescente l'aumento di gay credenti che tentano di sensibilizzare le comunità cristiane. Palermo all'avanguardia con iniziative culturali e associazioni.

Il diritto degli omosessuali a vivere serenamente, pubblicamente, la dimensione affettiva riguarda una minoranza trascurabile della società? Tra le statistiche ufficiali e le percentuali reali c'è sicuramente uno scarto. E i numeri, nelle questioni di civiltà, non sono decisivi. Anche se si trattasse di meno del 5 per cento della popolazione, sarebbe ugualmente importante l'impegno generale a salvaguardare la salute mentale, la dignità sociale e la qualità della vita di queste concittadine e di questi concittadini. Senza contare che l'omofobia è l'anticamera della misoginia o forse il rovescio della stessa medaglia.

Palermo è da anni all'avanguardia su questo fronte ed è sede di un festival annuale, Sicilia Queer Filmfest, che raduna artisti e intellettuali a vario titolo impegnati nella difficile battaglia civile. A fine ottobre ha avuto luogo un importante appuntamento, per così dire interlocutorio, fra l'ultima edizione del festival e la prossima. Al cinema De Seta dei Cantieri culturali della Zisa, aperto per l'occasione, è stato proiettato il docufilm Taking a chance on God (Scommetti su Dio, Usa 2012).
La singolarità dell'iniziativa (sottolineata dalla partecipazione al dibattito, dopo la proiezione, del regista Brendan Fay e di don Franco Barbero, della comunità di base di Pinerolo) sta nel tema del filmato: la vita del gesuita statunitense John McNeill. Sacerdote e teologo cattolico gay, pioniere per i diritti civili delle persone omosessuali nella società e nelle chiese e autore di opere rivoluzionarie di spiritualità per le persone omosessuali, impegnato nell'aiuto della comunità gay durante la crisi dell'Aids degli anni 80, rifiutò di essere messo a tacere sui temi dell'omosessualità dall'allora cardinale Ratzinger e perciò venne espulso dall'ordine dei Gesuiti. L'evento palermitano è stato replicato nei giorni seguenti a Catania.

Il riferimento alla teologia cattolica e alle posizioni ufficiali della chiesa non è certo casuale. Sappiamo quanta influenza abbiano le indicazioni etiche delle gerarchie ecclesiastiche nell'opinione pubblica, soprattutto quando non si tratta di rispettarle in prima persona, quanto di strumentalizzarle per stigmatizzare i comportamenti altrui. Non è un caso che il siciliano Alfredo Ormando, nel 1998, si sia lasciato bruciare vivo in piazza San Pietro in segno di protesta contro l'insegnamento vaticano (spesso smentito dalle abitudini sessuali di tanti preti e frati) che, come scrisse egli stesso a un amico, «demonizza l'omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l'omosessualità è sua figlia». Né è un caso che proprio a Palermo sia attiva da anni un'associazione (Ali d'aquila) che raccoglie omosessuali credenti desiderosi di sensibilizzare le comunità cristiane. Non molti i preti che hanno mostrato intelligente e fattiva solidarietà: tra questi don Cosimo Scordato, rettore di San Saverio, e don Franco Romano, parroco di San Gabriele. Più elastico l'atteggiamento di alcune chiese protestanti, come la valdese, in cui la prima benedizione in Italia di un matrimonio fra donne è stata celebrata a Trapani, dal giovane pastore Alessandro Esposito, poiché la maggioranza dei fedeli che frequentano le due comunità palermitane avevano espresso parere sfavorevole.

Il cammino che resta da percorrere non è né breve né privo di insidie. Sul piano teologico è facile dimostrare che la Bibbia non ha delle indicazioni vincolanti in ambito sessuale, ma questioni del genere vengono di solito affrontate più con la pancia che con la testa. E, a livello viscerale, si preferisce conservare alcuni pregiudizi culturali, rafforzati dalla medicina tradizionale e dalla stessa psicoanalisi freudiana, che rivedere i propri parametri di giudizio. Soprattutto per due ragioni. La prima riguarda il fondamento etico di ogni relazione sessuale, l'amore vissuto come riconoscimento reciproco e impegno per la gioia del partner: se questo criterio diventasse qualificante, quante relazioni eterosessuali rivelerebbero inconsistenza e ipocrisia? La seconda ragione riguarda la diversità statistica della persona omofila: come ogni altra "diversità" inquieta, mette in crisi la confortante certezza di essere "normali" ed esonera dalla fatica di aprirsi alla varietà della natura e della storia.

Sia chiaro che non è necessario abbracciare nessuna esaltazione retorica della opzione omo-affettiva né, tanto meno, farne una bandiera di contestazione del sistema borghese. Su questioni del genere è del tutto ovvio che si possano legittimamente coltivare idee, perplessità, argomentazioni di segno opposto. Non opinabile è solo ciò che i padri costituenti, fino a revisione della Carta, hanno sancito solennemente, tranciando alla radice ogni forma di fanatismo ideologico e di bigottismo pratico: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Augusto Cavadi

INFANZIA - In Paesi ex comunisti 15.000 bambini abbandonati l'anno

L'allarme dell'Unicef: sono le cifre più alte al mondo

Sofia, 21 nov. - La pratica ereditata dall'epoca comunista di affidare i figli indesiderati alle cure dello Stato si è mantenuta nei 21 paesi europei e asiatici dell'ex blocco comunista al ritmo di 15.000 abbandoni di minori l'anno. Lo ha annunciato stamani a Sofia Marie-Pierre Poirier, direttrice regionale dell'Unicef. "Molti Paesi puntano ancora oggi sul collocamento in massa nelle istituzioni, ignorando le prove esistenti che questo va a scapito degli interessi dei bambini e provoca handicap fisici e cognitivi che si trascinano per tutta la vita" ha detto Poirier in occasione di un convegno di ministri ed esperti del 21 paesi.

Oggi 1,3 milioni di bambini e ragazzi sotto i 18 anni in Europa dell'Est e Asia centrale vivono separati dalle loro famiglie. "Sono le cifre più alte al mondo" si legge in un rapporto dell'Unicef presentato al convegno. "Si tratta di un'eredità dell'epoca sovietica, che poneva gli interessi pubblici al di sopra di quelli privati e cedeva allo Stato la responsabilità principale di allevare i bambini", spiega il rapporto, compilato nell'ambito di una campagna per porre fine all'abbandono negli orfanotrofi dei bambini con meno di tre anni, lanciata a giugno 2011 dall'Unicef e dall'Alto commissariato Onu per i diritti umani.

ISRAELE - Attentato su bus a Tel Aviv, Hamas si compiace ma non rivendica

Altoparlanti delle moschee diffondono la notizia, giubilo a Gaza. Diciassette feriti. Arrestato un uomo, si cerca complice

La televisione Al Aqsa, espressione di Hamas, ha detto che "Hamas si compiace per l'operazione di martirio (l'attentato al bus di Tel Aviv, ndr) e sottolinea come questa sia una risposta naturale al massacro della famiglia Al-Dalu e alla strage di cittadini palestinesi", riporta Bbc Monitoring. Il movimento Hamas, alla guida dei territori palestinesi, non ha rivendicato ufficialmente la responsabilità dell'attentato a Tel Aviv, nel quale sono rimaste ferite almeno 17 persone. Ma dagli altoparlanti delle moschee di Gaza sono stati diffusi annunci dell'operazione, che hanno suscitato il giubilo delle persone in strada.

Intanto la polizia israeliana teme che un altro ordigno sia nascosto nei dintorni del luogo dove è avvenuta l'esplosione, secondo il corrispondente di Al Jazeera. La polizia ha rafforzato le misure di sicurezza nella zona, vicina alla sede del ministero della Difesa, e ha invitato i cittadini ad allontanarsi dal luogo dell'attentato. Secondo alcuni media un uomo è stato fermato e la polizia ne sta ricercando un secondo.

E intanto proseguono i colloqui per trovare una soluzione al conflitto nella Striscia di Gaza, dopo che l'annuncio di un cessate il fuoco, dato per "imminente" ieri sera, è slittato senza alcuna altra indicazione.

Il segretario di stato americano Hillary Clinton ha un secondo incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, quello della Difesa Ehud Barak, nella residenza ufficiale del premier a Gerusalemme. L'incontro di ieri sera, durato tre ore, si era concluso all'una di notte. E intanto nella notte i raid israeliani sulla Striscia di Gaza non si sono fermati. L'esercito ha affermato di aver bersagliato "più di cento siti terroristi" disseminati sul territorio palestinese, di cui la metà erano basi sotterranee per il lancio di razzi. Secondo Israele 12 razzi lanciati nella notte da Gaza hanno raggiunto il territorio israeliano, altri 7 sono stati intercettati.

Il segretario di Stato Usa ha chiesto oggi al presidente palestinese Abu Mazen di rinviare la sua richiesta all'Onu di riconoscere lo status di osservatore alla Palestina: un voto è previsto per il prossimo 29 novembre. Clinton "ha ribadito la posizione americana ed ha esortato il presidente palestinese a rinviare" la sua iniziativa, ha confermato il negoziatore Saeb Erekat. L'Autorità palestinese si presenterà alle Nazioni Unite il prossimo 29 novembre per richiedere di elevare il proprio status da "entità osservatrice" a "stato non membro", nonostante la richiesta di rinvio. "Il presidente le ha risposto che i palestinesi non andranno all'Onu per sfidare gli Stati Uniti o chiunque altro, ma per salvare la soluzione dei due Stati e per sostenere il processo di pace", ha detto il capo dei negoziatori dell'Anp, Saeb Erekat.

Le ostilità sono proseguite anche ieri fino a tarda sera tra Israele e Gaza, con diversi raid israeliani sul territorio palestinese e lanci di razzi dalla Striscia sul territorio israeliano, che hanno causato la morte di un soldato e di un civile israeliani. Sul fronte palestinese ieri si sono contate 26 vittime, nel sesto giorno di offensiva, con un bilancio totale di 135 palestinesi uccisi, di cui molti bambini, e 5 israeliani.

TUNISIA - I salafiti minacciano il governo

In protesta per la morte in carcere del leader in sciopero della fame.

Salafiti in rivolta, in Tunisia, dopo la morte per stenti, nella notte tra il 16 e il 17 novembre, del giovane sceicco Mohamed Bakhti, 28 anni, in sciopero della fame da più di 50 giorni per l'arresto, dopo l'assalto all'ambasciata americana per il film blasfemo L'innocenza dei musulmani.
Il 15 novembre era morto un altro detenuto salafita, il 23enne Bekir el Kolli, anche lui in sciopero della fame. Sui due casi, il ministero della Giustizia ha disposto l'apertura di un'inchiesta per accertamenti.
Per il fronte salafita, che nel Paese ha largo seguito, «la pazienza è ormai finita». Dai social network, il movimento integralista ha lanciato pesanti avvertimenti al governo. In un video su Facebook vengono minacciati coloro che «intralciano la legge di Dio», con un implicito riferimento al partito islamista moderato Ennahdha, che guida l'esecutivo.
LIBERARE I DETENUTI SALAFITI. Nel messaggio si chiede l'immediata liberazione di tutti i salafiti incarcerati. Altrimenti scatterà la «collera dei discendenti di Okba», il califfo sanguinario che, alla fine del '600, si impadronì di alcune zone del nord dell'Africa, strappandole ai bizantini. Nelle prigioni tunisine, 56 salafiti sono in sciopero della fame, per protestare sulle modalità del loro arresto.
Tre di loro, secondo un responsabile del ministero della Giustizia, sarebbero in condizioni «preoccupanti».

GERMANIA - Berlino, crociata anti neonazi

La Germania cerca un meccanismo che consenta di vietare l'attività politica del partito di estrema destra Npd.

di Pierluigi Mennitti

Mercoledì, 21 Novembre 2012 - Un nuovo impulso alla battaglia contro l'estremismo di destra in Germania potrebbe arrivare dai singoli Länder.
La questione che da mesi impegna governo e partiti nazionali è quella di trovare un meccanismo che consenta di vietare l'attività politica del Nationaldemokratische partei Deutschland (Npd), il braccio politico dell'estrema destra da sempre in bilico fra populismo nazionalista e neonazismo.
Una questione delicata, che si intreccia con il ruolo svolto dagli infiltrati dei servizi di sicurezza nelle maglie del Npd, tutelato dalla costituzione e considerato decisivo per monitorare umori e intenzioni dell'universo radicale.
ULTIMO TENTATIVO NEL 2003. Già in passato, analoghe iniziative erano state bocciate dalla Corte costituzionale, non tanto perché un bando dall'attività politica avrebbe leso la libertà di opinione garantita anche alle forze estremiste, quanto perché avrebbe impedito l'opera degli infiltrati rendendo così più difficile mantenere contatti diretti con il magma sempre più effervescente del mondo neonazista. L'ultimo caso risale al 2003.
LA BATTAGLIA DELLE REGIONI. Ma ora il presidente della Conferenza dei ministri dell'Interno delle regioni tedesche, il cristiano-democratico Lorenz Caffier, ha annunciato al Financial Times Deutschland  «che molti Länder sarebbero intenzionati ad agire da soli e ad avanzare una propria autonoma richiesta ai giudici di Karlsruhe, senza attendere la decisione del governo o del Bundestag».
Di fronte alle prudenze mostrate dai due altri organi istituzionali, le singole Regioni hanno deciso di non perdere altro tempo: «Non giudico le titubanze di governo e parlamento», ha detto Caffier al quotidiano finanziario, «e anzi spero che alla fine le resistenze vengano superate e che i due organi possano affiancare una loro richiesta a quella che presenteranno le regioni. Sarebbe un segnale forte, che rafforzerebbe anche le nostre spalle. Ma noi intendiamo muoverci anche autonomamente».

Il rischio boomerang per l'iniziativa


La decisione verrà presa nella Conferenza dei ministri dell'Interno in programma il 5 e 6 dicembre. Per presentare istanza alla Corte costituzionale è necessaria comunque l'unanimità di tutti i ministri, una condizione non scontata. I rappresentanti dell'Assia e della Bassa Sassonia condividono le preoccupazioni del titolare federale degli Interni, Hans-Peter Friedrich della Csu (il partito cristiano-sociale bavarese), che teme una nuova bocciatura da parte dei giudici di Karlsruhe basata ancora sul ruolo fondamentale che la costituzione affida al ruolo degli infiltrati dei servizi.
Se governo e Bundestag falliscono nuovamente di fronte alla Corte, questo il timore del ministro, sarà un boomerang che renderà ogni altra iniziativa ancora più difficile.
AUMENTO DI CONSENSI PER L'ESTREMA DESTRA. Caffier, che guida la sicurezza nella regione del Meklenburgo-Pomerania Anteriore, il Land nord-orientale stretto fra il Baltico e la Polonia dove l'Npd ha ottenuto recenti successi elettorali a livello comunale e regionale, è però più preoccupato per l'aumento di consensi per l'estrema destra, non solo elettorali.
L'attivismo dei gruppi extraparlamentari è in crescita, le manifestazioni sono sempre più numerose e violente, le vittorie elettorali sono solo il riflesso di una crescente penetrazione nel cuore della società civile.
Il fenomeno riguarda un po' tutta la Germania anche se appare più diffuso e preoccupante nelle regioni orientali, dove una tradizione democratica recente, e dunque più debole, si mescola con una maggiore incertezza economica e con tassi di disoccupazione più elevati.
LA CELLULA NEONAZISTA DI ZWICKAU. La stessa Corte ha classificato l'Npd come partito estremista. Le falle mostrate dai servizi di sicurezza negli ultimi casi di indagine, in particolare riguardo all'azione della cellula neonazista di Zwickau denominata Nationalsozialistische Untergrund (Sottosuolo nazionalsocialista, Nsu) potrebbero però creare un contesto diverso rispetto a quello del 2003.
Caffier, che si è dichiarato ottimista sulla possibilità di raggiungere un accordo unanime in seno alla Conferenza, ha ammesso i rischi cui andrebbe incontro anche l'iniziativa dei Länder: «Ma ogni politico democratico, convinto delle sue idee, deve anche assumersi qualche rischio. Chi decide di presentarsi di fronte ai giudici, sa bene di poter anche perdere. Sostanzieremo la nostra istanza con una documentazione estesa e ricca di fonti, dalla quale emerge la pericolosità dell'Npd per la sicurezza democratica della Germania. Il fatto che l'azione politica aggressiva di questo partito venga finanziata con il denaro pubblico dei contribuenti crea sempre maggior turbamento fra i cittadini. È giunto il tempo di contribuire affinché venga presa una decisione».

USA/CINA - Relazioni che contano

Barack Obama incontra Wen Jiabao in Cambogia. Al centro rapporti bilaterali e intese economiche.

di Marco Zappa

Pechino - Il 21 novembre i media cinesi sono tutti focalizzati sulla giornata conclusiva del meeting dell'Asean a Phnom Penh, in Cambogia. Martedì 19, infatti, il premier Wen Jiabao ha incontrato il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama per porre le basi di una collaborazione stabile tra Pechino e Washington nel prossimo decennio. In particolar modo in vista del cambio di leadership cinese che si concluderà a marzo con l'insediamento di Xi Jinping alla presidenza della Repubblica popolare cinese.
TENSIONI ANCORA IRRISOLTE. Sotto la superficie di amichevole collaborazione e promesse di prosperità comune sul bacino del Pacifico , il vertice Asean allargato di Phnom Penh ha lasciato intravvedere alcuni nervi scoperti. Il Global Times, quotidiano di Pechino di posizioni nazionaliste, ha etichettato la tre giorni di meeting interasiatico come un'«occasione per alcuni Paesi di internazionalizzare le questioni territoriali che li vedono coinvolti con la Cina».
ECONOMIA E SICUREZZA AL CENTRO. Di sicuro, è stata un'occasione per Cina e Usa, le prime due superpotenze mondiali, per discutere degli assetti bilaterali futuri, con la speranza di «portare un messaggio positivo a tutto il mondo».
Obama e Wen, insieme per l'ultima volta, riportano oggi il China Daily e il Global Times, quotidiani in lingua inglese vicini al Pcc, hanno discusso soprattutto di economia e sicurezza. Maggiore attenzione, dicono i media cinesi, è stata dedicata soprattutto a questo secondo punto.
«Gli Usa si aspettano che le controversie territoriali siano risolte in modo pacifico», ha dichiarato Obama. È chiaro il riferimento alla disputa sulle isole Senkaku o Diaoyu che oppone Pechino a Tokyo.
IL PROBLEMA GIAPPONE. In molti si aspettano che nel caso la disputa si trasformasse in un conflitto bellico, Washington supporterebbe la seconda più che la prima. A latere dei colloqui Wen-Obama, il primo ministro giapponese Yoshihiko Noda ha ricordato al presidente Usa il capitolo 'sicurezza in Asia'.
Noda, rivela il Global Times, ha sottolineato l'importanza delle relazioni bilaterali Giappone-Usa, in vista della «crescente severità della situazione in Asia-Pacifico». Obama ha però risposto alla controparte nipponica che nonostante gli Usa supportino l'alleanza con Tokyo, Washington «vuole evitare potenziali escalation».

Washington preferisce non dare giudizi


Posizione confermata durante l'incontro tra Obama e Wen Jiabao. «Washington non prenderà le parti di nessuno nelle contese territoriali e di sovranità». Obama ha poi sottolineato l'importanza di una ascesa pacifica della Cina in quanto cruciale per la sicurezza e la prosperità mondiali. Tanto che la nuova amministrazione Usa ha già in cantiere per il prossimo quadriennio una roadmap per i rapporti bilaterali Usa-Cina.
DISPONIBILITÀ A COLLABORARE. Wen Jiabao, da parte sua, ha assicurato la piena disponibilità della Cina a collaborare per «risolvere le difficoltà e le differenze attraverso un'economia di larga scala e la cooperazione finanziaria», da un capo all'altro del Pacifico.
E sulle controversie territoriali che vedono Pechino opposta a Tokyo nel Mar cinese orientale, ma anche ad Hanoi e Manila nel Mar cinese meridionale, «nonno Wen» ha assicurato che la Cina «ama e mantiene la pace» e «continuerà a migliorare la comunicazione e le consultazioni su questioni internazionali e regionali, soprattutto in Asia-Pacifico».
NO A FUTURE PENALIZZAZIONI ALLA CINA. Alcuni specialisti degli Usa raggiunti dal China Daily confermano che l'atteggiamento da entrambe le parti è positivo e incentrato alla collaborazione sul piano economico e del commercio. Anche se gli Usa rimangono fermi nel difendere le misure adottate contro le imprese cinesi accusate di immettere sul mercato americano beni a prezzi troppo concorrenziali, penalizzando gli operatori nazionali. «Le nuove misure bilaterali in campo», dice Jia Xiudong, altro ricercatore all'Istituto di studi internazionali di Cina, contattato dal China Daily, «non devono penalizzare ingiustamente la Cina o essere adottate unlateralmente dagli Usa».
USA ACCUSATI DI PROTEZIONISMO. Washington rimane ancora nel mirino dei grandi gruppi industriali cinesi per il suo 'protezionismo'. Prima le indagini a carico di Huawei e Zte, principali fornitori cinesi di apparecchiature per la telecomunicazione, per spionaggio industriale. Poi la stessa amministrazione Obama ha fermato i progetti del più grande costruttore di macchinari cinese, Sany Group, per un impianto eolico in Oregon.

domenica 18 novembre 2012

ITALIA – Elsa Fornero ammette il golpe, si apra un fascicolo

Di Paolo Barnard

Voi milioni di italiani pestati a mazzate dalla riforma delle pensioni di Elsa Fornero, voi esodati, voi che avete subito, che sempre subite, voi senza voce, e voi giovani che non avete lavoro perché gli anziani sono oggi incatenati a lavorare dalle decisioni di questa lugubre sicaria dell’Economicidio italiano, voi…


Perché vi hanno fatto tutto questo? Cosa vi hanno detto? Vi hanno detto che era nell’interesse del Paese, che risparmiare attraverso i vostri sacrifici era la via dura, ma virtuosa, per ridare speranza all’Italia, che per voi ultra sessantenni significa i vostri figli, vero? Vi hanno detto questo, e voi, che a 17 anni vi riboccaste le maniche per tirarla su quest’Italia che viaggiava in 600 e aveva una sola tv in bianco e nero per condomino, anche questa volta lo farete, stringerete i denti, perché “è per i nostri figli”. Anziani, vi dicono che meno pensione è necessario per lo Stato, per tutti i cittadini, che è necessario…

Pomeriggio del 15 novembre 2012, WorldPensionSummit ad Amsterdam, la conferenza che riunisce i colossi mondiali delle pensioni private, gente con interessi finanziari per 1.925 miliardi di dollari, millenovecentoventicinque miliardi. Cioè: solo in quella sala erano presenti una decina di gruppi privati con interessi quasi pari all'intero Prodotto Interno Lordo italiano. Sono quelli che aspettano a bocca spalancata come lo squalo bianco sotto la barca, che la barca affondi, l’Inps. Sulla barca ci siete voi, vogliono i vostri soldi, la vostra pensione, i contributi di chi lavora. E voi, torturati dalla Fornero e da quelli che a lei seguiranno, glieli darete, farete le pensioni integrative costretti a mazzate, e loro ci speculeranno sopra cifre inimmaginabili. Poi, quando uno o cento di questi gruppi esploderanno come accaduto negli USA nel 2007, milioni di voi perderanno la pensione per sempre. Ma chissenefrega, voi siete la gente, quelli che non contano.

Ok, è il pomeriggio del 15 novembre, al WorldPensionSummit prende la parola Elsa Fornero e dice che

I cambiamenti portati dalla riforma delle pensioni del governo Monti erano necessari per compiacere i mercati finanziari, altrimenti i mercati avrebbero devastato l’Italia.

Fermi, fate un lungo respiro, per favore. La capite la gravità di questa cosa detta e firmato da un Ministro della Repubblica?


Un Ministro di un Paese, che risponde allo Stato, alla Costituzione, e al popolo sovrano, il cui dovere costituzionalmente sancito è l’interesse pubblico nello Stato, ha fatto una riforma delle pensioni per compiacere le banche, le assicurazioni, i fondi monetari, gli hedge funds, cioè i gruppi privati di speculatori dediti al profitto che, altrimenti, ci avrebbero distrutti, distrutto l’intero Paese.

Un Ministro di un Paese, che risponde allo Stato, alla Costituzione, e al popolo sovrano, il cui dovere costituzionalmente sancito è l’interesse pubblico nello Stato, NON HA FATTO un riforma delle pensioni per motivi legati all’interesse del popolo sovrano. Non è vero che la riforma Fornero è la cura economica giusta per l’Italia. Poteva essere l’abolizione nazionale del diritto di allattare i figli, non importa un accidenti, ma se la ordinavano i mercati il Ministro della Salute era costretto a sancirla.

Viviamo in un golpe finanziario. Lo Stato non esiste più, Monti e la Fornero lavorano per i mercati violando la Costituzione. Il presidente Napolitano è in coma. In centinaia di procure italiane sono state depositate denunce di cittadini esattamente su questo. Esiste un giudice degno in questo Paese? Apra un fascicolo d’inchiesta, altrimenti Silvio Berlusconi aveva ragione. Magistrati siete servi di chi?

Fonte: paolobarnard.info

sabato 17 novembre 2012

ITALIA - La City e la sovranità nazionale

Solo nella anomala democrazia italiana si può presentare come uno scoop, a titoli cubitali, l’articolo che giorni fa occupava l’intera prima pagina su Libero, a firma del direttore Maurizio Belpietro: “La City ha già deciso il destino dell’Italia”. E ancora: “Documento riservato” e “ I rapporti dei colossi finanziari svelano che presto dovremo chiedere gli aiuti e saremo commissariati. Monti resterà per eseguire i voleri della Merkel. Ha ancora senso votare?”

Diamo per scontata la strumentalizzazione politica del giornale vicino alle posizioni del centrodestra. Ma è proprio questo che più lascia esterrefatti. Che si possa cavalcare un argomento che non dovrebbe essere di per sé esplosivo, addirittura uno scoop, visto che si fa riferimento ad un “documento riservato”. Ma davvero è una notizia di oggi che i “poteri forti”, cioè finanziari a livello internazionale si sono saldati per determinare secondo i loro interessi il nostro futuro? E che a questo strapotere, nell’Europa comunitaria si aggiunge quello delle potenti euro burocrazie non legittimate da alcuna investitura popolare e quindi letteralmente irresponsabili?

E’ uno dei temi nodali dei giorni nostri, in Italia molto più che altrove. La perdita di sovranità popolare è andata a vantaggio non si sa bene di chi, anche se si sa benissimo perché. E il maggiore delitto della classe politica e dei partiti italiani è di ignorare da decenni il problema. Ontologicamente, cioè per il loro modo di essere: fenomeni accidentali, prodotto di spinte particolaristiche o localistiche, formazioni padronali e familistiche. Non che manchino esempi di ciò in altri Paesi. Ma, nella maggior parte dei casi, accanto a partiti che hanno radici salde nella storia e nella società. E, cosa più importante, strettamente collegati a partiti fratelli di altre nazioni.

In conclusione: senza partiti in grado di collegarsi con soggetti di stessa ispirazione presenti in molti altri Paesi in Europa e nel mondo, l’Italia non uscirà mai dal suo stato di soggezione alle lobbies finanziarie internazionali e ai burocrati di Bruxelles. Abbiamo necessità di un corrispettivo delle grandi socialdemocrazie europee, dei grandi partiti popolari e dei partiti liberali. Cioè di partiti che si colleghino credibilmente e autorevolmente con i loro simili. Questa è la vera battaglia per rinnovare la nostra politica e farle recuperare credibilità in Italia e all’estero. Assistiamo, invece, a un desolante brulicare di imprenditori con lunga storia alle spalle che si propongono per l’Italia futura, magistrati-sindaci di città squassate da mille problemi, che invece di risolverli pensano a partiti arancioni, comici, ancora ex magistrati manipulitisti e magistrati palermitanguatemaltechi, ed altri improbabili saltimbanchi, oltre ad una miriade di ultras di sinistra e di destra. E ci meravigliamo che sia la City a decidere il destino dell’Italia?

Nicola Cariglia (dal sito Pensalibero)

ITALIA - Aborto, l'Europa riceve il ricorso contro l'obiezione di coscienza

L'elevato numero di obiettori in Italia limita l'attuazione della legge sull'interruzione di gravidanza? Lo deciderà a breve il Comitato europeo dei diritti sociali.

Come sovente accade, i diritti dei cittadini italiani devono passare dal Consiglio d'Europa e poi forse - ma non è detto - vengono recepiti dalla nostra legislazione. E così il fatto che il Italia il numero dei medici obiettori di coscienza sia talmente alto da invalidare l'applicazione della legge sull'interruzione volontaria di gravidanza è stato denunciato il mese scorso dall'organizzazione non governativa Ippf (International planned parenthood federation european network) con il supporto della Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per la applicazione della legge 194) al Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d'Europa. Il quale, proprio in questi giorni, ha giudicato "ricevibile" l'istanza rigettando allo stesso tempo la richiesta del governo italiano di dichiararla "irricevibile". Il che non significa certo che seguirà una sentenza favorevole per i diritti delle donne, ma l'accoglienza del ricorso è già un segnale positivo. Entro il 6 dicembre il governo italiano dovrà inviare le proprie argomentazioni ed entro il 17 gennaio l'Ippf dovrà rispondere.

I numeri riguardati l'obiezione di coscienza in Italia sono aberranti: come riporta la stessa Relazione annuale sull'attuazione della legge 194 del ministero della Salute, pubblicata all'inizio di ottobre, rifiutano di praticare le interruzioni di gravidanza il 69,3 per cento dei ginecologi e il 44,7 per cento degli anestesisti. E in alcune regioni italiane - precisamente Campania, Molise, Sicilia e Basilicata - si supera la soglia dell'80 per cento di ginecologi obiettori. Ma i numeri indicano solo delle medie e andrebbero analizzati ospedale per ospedale. Perché in Italia, percentuali a parte, accade anche che alcune strutture chiudano il servizio per l'assenza di medici non obiettori: è successo proprio quest'anno a Fano e a Jesi, nelle Marche.

È la stessa legge 194, all'articolo 9, a permettere l'obiezione di coscienza. Ma se nel 1978, anno in cui è entrata in vigore, poteva avere un senso tutelare i medici già in servizio per non costringerli ad accettare una mansione "in più" che poteva non accordarsi con la loro etica, oggi non se ne capisce davvero più il motivo. In 34 anni c'è stato un completo ricambio generazionale all'interno delle strutture ospedaliere e non è più pensabile che chi vuole fare il ginecologo del servizio pubblico possa rifiutare una sua mansione "scaricandola" sui colleghi disponibili e invalidando l'applicazione stessa della legge. Che però rimane vaga e imprecisa sul fenomeno dell'obiezione, limitandosi a stabilire che «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l'espletamento delle procedure previste [...] La Regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la mobilità del personale». Ma non definisce i parametri sui quali si misura il servizio, la sua accettabilità e quali sono le contromisure che lo Stato può intraprendere nei confronti delle Regioni in cui il numero di obiettori compromette la stessa applicazione della legge. E in questa ambiguità proliferano situazioni di stallo e inadempienze, con donne costrette a cambiare provincia se non regione per abortire senza che ci sia chiara responsabilità dei soggetti coinvolti e soprattutto senza l'attuazione di misure correttive (mobilità del personale, assunzioni mirate) ad appianare le disfunzioni.

Ma c'è un quesito che viene a monte e su cui il nostro parlamento, ancor prima prima dell'Europa, dovrebbe interrogarsi: l'obiezione di coscienza all'aborto è davvero un diritto del medico? Un diritto riguarda l'individuo e la sua libertà, ma ha un limite endemico: quello di non ledere diritti di altri. Quando il soldato di leva rifiutava di imbracciare le armi - e bisogna ricordare che il servizio militare era un obbligo, al contrario della professione di ginecologo - lo faceva "per sé". Non ledeva l'altrui libertà di sparare, solo si rifiutava di farlo lui stesso. La sua scelta non solo non aveva conseguenze, ma veniva anche penalizzata: prima dell'approvazione della legge sull'obiezione di coscienza alla leva militare con la galera; dopo con un "servizio civile" più lungo rispetto a quello ordinario. Lo Stato, cioè, faceva pesare il rifiuto del cittadino a una imposizione di legge. Ed è esattamente quello che non accade con gli obiettori all'aborto: stesso stipendio dei colleghi e meno oneri. Ma c'è di più. Nel caso dell'obiezione di coscienza all'aborto, al contrario di quella all'obbligo di leva, si crea una inaccettabile contrapposizione di diritti: il diritto di chi obietta contro il diritto di una donna di scegliere l'interruzione della gravidanza. Perché l'obiettore all'aborto non fa una scelta "per sé", come faceva l'obiettore alla leva, ma la fa per altri. L'azione che decide di non eseguire non riguarda se stesso ma altre persone che invece l'hanno liberamente scelta secondo la legge.

Ecco perché non si può parlare di "diritto", come fa chi rivendica la possibilità del medico di scegliere. L'obiezione di coscienza all'aborto non è un diritto perché non è un dovere fare il ginecologo, l'anestesista o l'infermiere in una struttura pubblica. E perché nessun diritto personale, in uno Stato che aspiri a definirsi civile, può ledere altro diritto di altra persona.

Cecilia M. Calamani