Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


mercoledì 26 settembre 2012

ITALIA - "Profumo" di laicità nella scuola italiana?

A meno di tre mesi dal rinnovo dell'intesa per l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole, il ministro dell'Istruzione sembra aver cambiato idea.

«Credo che l'insegnamento della religione nelle scuole così come è concepito oggi non abbia più molto senso. Nelle nostre classi il numero degli studenti stranieri e, spesso, non di religione cattolica tocca il 30 per cento. A questo punto sarebbe meglio adattare l'ora di religione trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica»: a dirlo non è un esponente di Sel o il ministro francese dell'educazione Peillon che aveva proposto di istituire un'ora di "morale laica" ma il ministro dell'istruzione Francesco Profumo.
In effetti dai dati del Ministero dell'Istruzione la percentuale degli alunni stranieri nelle scuole italiane è passata dallo 0,8% del a.s. 1996/97 al 7,9% dell'a.s. 2010/11 con presenze rilevanti di alunni provenienti da nazioni non-cristiane come Cina, India, Marocco e Tunisia.

Secondo l'ultimo dossier sull'immigrazione della Caritas, tra i 700mila alunni figli di genitori stranieri, solo il 20% è di religione cattolica. Il risultato è che, per la prima volta dal 1993, data della prima rilevazione, il numero degli alunni che non partecipano all'ora di religione ha superato il 10%.
Gli ultimi dati ufficiali del Miur sull'adesione all'Irc (Insegnamento della religione cattolica) sono del 2005 e rivelavano un'adesione nazionale del 93% che scende all'87% alle superiori. Seconda la Cei gli ultimi dati (anno scolastico 2010/2011) rivelano un'adesione nazionale dell'89,8% che scende all'83,7% alla scuola superiore confermando un calo lento ma inesorabile.

Sebbene le parole del ministro Profumo siano condivisibili, c'è da chiedersi se le abbia dette anche al cardinale Bagnasco il 28 giugno del 2012 nella sede della Cei in occasione del rinnovo dell'intesa tra ministero e Chiesa cattolica per l'insegnamento della religione cattolica oppure se allora aveva un'idea diversa sull'argomento.

Ovviamente le reazioni del mondo cattolico non si sono fatte attendere. La Santa Sede è intervenuta tramite il viceministro vaticano dell'Educazione cattolica Angelo Zani secondo cui «non è giusto chiedere ai cattolici di rinunciare ad essere sé stessi» precisando che «nei programmi scolastici l'ora di religione non ha un taglio da catechismo e già offre un inquadramento sulle religioni».

Sicuramente nessuno vuole chiedere ai cattolici di non essere sé stessi ma Angelo Zani dovrebbe sapere che l'Italia è un Paese sempre più indifferente alla religione (e ci sono molti segnali a conferma, come il calo dei matrimoni religiosi) e anche un sociologo famoso per le sue posizioni cattoliche come Massimo Introvigne arriva ad affermare che la secolarizzazione interessa i 2/3 della popolazione italiana: di questi cambiamenti anche la scuola deve prendere atto.
Nonostante ciò che afferma il viceministro vaticano, nell’intesa firmata a giugno si legge che le indicazioni didattiche «devono essere conformi alla dottrina della Chiesa» ed inoltre resta la competenza esclusiva della Cei «a definirne la conformità con la dottrina della Chiesa». Ovviamente non c'è nessun cenno ad un inquadramento generale sulle religioni.

Per il democratico Fioroni «la nostra legislazione è molto avanzata nel recepire la multietnicità e consente già da oggi sia di non frequentare la lezione che di pretendere un insegnamento alternativo». Purtroppo l'ora alternativa è spesso disapplicata e già nell'agosto 2010 il Tribunale di Padova - con una sentenza di condanna verso un istituto che, avendo ricevuto esplicita richiesta dai genitori, non erogava attività alternative - aveva stabilito che seppure gli insegnamenti alternativi siano facoltativi, devono essere «obbligatoriamente offerti per rendere effettiva la scelta compiuta dallo studente». Altrimenti si ravvisa una «discriminazione indiretta nell'esercizio del diritto all'istruzione e alla libertà di religione». Infatti il ministero aveva diramato una circolare alle scuole ricordando che deve essere assicurato l'insegnamento dell'ora alternativa alla religione cattolica. Insomma l'ora alternativa è solo sulla carta, infatti lo stesso Fioroni riconosce che «basterebbe dare agli istituti i mezzi per allestire le ore alternative»: sarebbe un considerevole passo in avanti.

Contrario alla proposta del ministro Profumo l'Udc Rotondi secondo cui «la crescente presenza di studenti stranieri nelle classi elementari e medie non deve servire da pretesto ad una scristianizzazione della nostra istruzione». Se l'istruzione non deve essere "scristianizzata" ciò significa che attualmente si offre un'istruzione "cristianizzata": se così fosse - a prescindere dalla presenza degli studenti stranieri - sarebbe necessario procedere almeno a una laicizzazione della cultura considerando che l'Italia è uno stato laico e non confessionale. (Cagliostro)

martedì 25 settembre 2012

ITALIA - Sicilia, impresentabili in lista

I candidati che hanno guai con la giustizia.

di Giuseppe Pipitone

Martedì, 25 Settembre 2012 - Se c’è un record indiscutibile che l’ultima legislatura dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana, ha registrato è senza dubbio il numero dei deputati che per varie ragioni hanno stimolato l’interesse della magistratura.
All’ultima conta gli onorevoli siciliani indagati, inquisiti o condannati durante il governo di Raffaele Lombardo - pure lui sotto processo per concorso esterno a Cosa Nostra - erano 27, il 30%. Come dire che uno su 10 dei politici che si muovono tra i corridoi di palazzo d’Orleans hanno o hanno avuto problemi con la giustizia.
IL LEIT MOTIV DELLA CAMPAGNA. Logico dunque che il leit motiv dei partiti politici alla vigilia della campagna elettorale per le elezioni del prossimo 28 ottobre abbia fatto rima con due parole: «liste» e «pulite».
A mettere al bando gli onorevoli «wanted» ci ha provato immediatamente il Pdl di Angelino Alfano, forse per giustificare lo slogan del suo candidato governatore, Nello Musumeci, che sui manifesti ha fatto scrivere: «Governare, con onestà».
Il Pdl ha quindi varato un codice etico che prevedeva lo stop ai candidati coinvolti in inchieste per reati di mafia, finanziamento illecito dei partiti, scambio elettorale e corruzione.
PDL, LA CANDIDATURA DI CORONA. Peccato, però, che alla presentazione del 'vademecum', il luogotenente di Silvio Berlusconi Dore Misuraca abbia dovuto confermare a mezza bocca la candidatura del deputato uscente Roberto Corona, arrestato lo scorso dicembre per reati finanziari e ora in attesa di giudizio. Fino a tre mesi fa gli era addirittura vietato dimorare in Sicilia.
«Dobbiamo tenere conto delle norme», ha spiegato Misuraca, «e il reato di cui è accusato Corona non rientra tra quelli previsti dal codice antimafia Pisanu per l'incandidabilità. Anzi, aggiungo che abbiamo fatto un codice di autoregolamentazione ancora più rigido».

Ce n'è per tutti i gusti: dal peculato all'associazione a delinquere


Il Pdl infatti alle prossime Regionali candiderà anche Giuseppe Buzzanca, giramondo delle cariche pubbliche condannato a sei mesi per peculato dopo aver utilizzato l’auto blu per andare in vacanza. In teoria doveva decadere dalla carica di sindaco di Messina, ma fu salvato da una leggina inventata per lui dal governo Berlusconi, che ovviamente prese il nome di legge ad Buzzancam.
CAPUTO E L'AFFAIRE DELLA MULTA. Prova a tornare a Palazzo d’Orleans col partito del predellino anche Salvino Caputo, deputato dai tanti comunicati stampa antimafia, e con una condanna in secondo grado a un anno e cinque mesi per tentato abuso d’ufficio: quand’era sindaco di Monreale, avrebbe tentato di far cancellare una multa all’autista del vescovo.
I MORSI DI FAZIO. Solo in primo grado è invece la condanna per violenza privata dell’ex sindaco di Trapani Girolamo Fazio, pure lui del Pdl, recentemente sorpreso a mordere il naso di un avversario politico al termine di un chiassoso Consiglio comunale nella città delle saline.
I DUBBI DI MICCICHÈ. Sarà forse per questo che le liste pulite non sono invece piaciute a Gianfranco Miccichè, ex braccio destro di Berlusconi ora candidato presidente con Grande Sud. «Il tema della legalità e delle liste pulite va affrontato, ma con prudenza», ha detto cauto l’ex manager di Publitalia che infatti ha candidato Riccardo Minardo, deputato uscente del Movimento per l’Autonomia, arrestato nel 2011 per associazione a delinquere, truffa e malversazione ai danni dello Stato.
IL PANORAMA NEL MPA. L’onta dell'ordinanza di custodia è stata vissuta anche da Fabio Mancuso, pure lui approdato sul fronte autonomista dopo una vita nel Pdl, arrestato per bancarotta nel 2011.
Alla corte di Lombardo si è ricandidato anche anche Giuseppe Arena, già esponente dell’Udc, condannato per falso in bilancio a due anni e nove mesi di carcere con l’interdizione dai pubblici uffici.

Il curriculum degli uomini di Rosario Crocetta


Qualche problemino con la giustizia si registra anche dalle parti dell’antimafioso doc Rosario Crocetta , candidato alla successione di Lombardo grazie all’appoggio dell’Udc e del Pd.
Nel partito di Pier Ferdinando Casini si è ricandidato Marco Forzese, indagato nell’inchiesta sulle promozioni facili al Comune di Catania dopo essere già stato condannato dalla Corte dei Conti a risarcire il comune etneo con 4 mila e 850 euro.
NICOTRA SPINA DELL'UDC. In lista con l’Udc c’è anche Raffaele Nicotra, chiamato da tutti semplicemente Pippo. Nicotra era stato indagato per voto di scambio ma l'inchiesta poi era stata archiviata. Il suo slogan è «il nuovo si costruisce con l’esperienza». E nel suo caso l’esperienza racconta di una nomina a sindaco del Comune di Aci Catena, finita con uno scioglimento per mafia. Nel 1993 Nicotra si oppose al divieto di funerali pubblici per un giovane parente del boss della zona e, contrariamente alle direttive del questore, si recò platealmente al cimitero per abbracciare la famiglia del giovanotto defunto in odor di mafia. E siccome in Sicilia non ci facciamo mai mancare nulla, Nicotra è arrivato in seguito a fare parte della commissione antimafia regionale.
Al fianco di Crocetta c’è anche l’ex sindaco democratico di Alcamo Giacomo Scala, presidente dell’Anci, attualmente imputato per abuso d’ufficio e falso per alcune consulenze elargite quand’era primo cittadino della città in provincia di Trapani.
OMBRE SUGLI ASPIRANTI GOVERNATORI. Le famose liste pulite però non risparmiano neanche i candidati presidenti. È il caso di Cateno De Luca, ex autonomista ora aspirante governatore con il suo movimento Rivoluzione siciliana.
Nel giugno del 2011 fu arrestato e continua a essere indagato per tentata concussione e abuso d’ufficio, nonostante la Cassazione abbia sancito la nullità della sua custodia cautelare.
Di De Luca però rimarrà nella storia il giorno in cui presentò il suo movimento, arrivando in sala stampa coperto soltanto da una bandiera della Sicilia: quella volta nessuno tirò fuori le manette.

ITALIA - Laziogate ora il Pd dimostri la sua, diversità

Dopo lo scandalo che ha travolto Polverini, la sinistra deve colmare il vuoto culturale e morale della politica

Il grande paradosso di queste ore è che la ricostruzione di un'idea positiva, sobria, democratica della politica può partire dalla crisi di un'istituzione - la Regione Lazio - che è uno dei luoghi più torbidi, non solo negli ultimi tempi, del sistema italiano.
Le dimissioni di Renata Polverini e il prossimo scioglimento del Consiglio regionale sono state ottenute, tutto sommato in pochi giorni, sulla base di un'indignazione popolare inarrestabile.
Lo spettacolo osceno dello sperpero del denaro pubblico, e della sostanziale convinzione di impunità che unisce trasversalmente tutte le forze politiche le quali, in tempi di drammatici sacrifici e di spending review non hanno esitato a concedersi elargizioni e disponibilità finanziarie che non esistevano neppure nei tempi più bui - gli ultimi - della Prima Repubblica, impone un radicale rinnovamento.
INUTILE LA TERAPIA DI RENZI. Magari bastasse la terapia di Renzi: più giovani, da parte gli altri. Ma è lì il festino con i maiali, organizzato per un giovane neoeletto, a raccontarci che quello che manca, a destra come a sinistra, non è tanto il rinnovamento generazionale (nei listini e nelle liste bloccate abbiamo visto anche nel Partito democratico nominati e nominate in parlamento portaborse, segretarie particolari, beneficiati/e dal capo di turno), ma è una cultura politica solida.
Quanto sono da rimpiangere gli scontri politici e ideali, anche durissimi, tra comunisti e democristiani, fascisti e antifascisti, socialisti e liberali.
ORA SERVE L'ENTUSIASMO. La passione, la capacità di pagare dei prezzi di persona, lo slancio generoso, lo spirito di sacrificio. Ma davvero non è più il tempo di questi valori? E davvero, per la sinistra, chiamarsi e dirsi democratici vuol dire essere uguali agli altri, usare gli stessi linguaggi e le stesse parole?
In queste convention politiche, con gli stessi colori e gli stessi slogan, non c'è nulla che crei entusiasmo: se non lo sperare che alla corte del nuovo capo, sorridente e rassicurante, da blandire e da adorare, ce ne sia per tutti. Da magna' per tutti, come si dice a Roma. Ecco perché hic Rhodus hic salta. Qui è Rodi, qui devi saltare.
NECESSARIA UNA RIFORMA POLITICA. Ora il Pd deve dimostrare quali valori ci sono dietro quella parola, democratico.
Demos, il popolo, il lavoro, la lotta a ogni sfruttamento, il rifiuto dei privilegi, la partecipazione, il controllo dei governati sui governanti, e così via. E Rodi oggi dev'essere un grande movimento democratico di riforma della politica, che veda, come scrive giustamente Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di martedì 25 settembre, come ci sia un grande vuoto culturale e morale nella politica di oggi, più forte in istituzioni come le Regioni (aspettiamo il coperchio che si può e si deve aprire altrove) che non sono sottoposte a controlli e a vincoli, e molte delle quali hanno interpretato la riforma della seconda parte della Costituzione come una dichiarazione di indipendenza.
Il banco di prova sarà la Regione Lazio e la qualità della risposta che si saprà dare. Cominciando dal non ricandidare più tutti coloro che hanno votato, condiviso, partecipato a quest'ultima spartizione

Pietro Folena

Spagna - Ci mancava solo la Catalogna

La regione più ricca non vuole più pagare per gli altri e minaccia di staccarsi: una replica in scala ridotta di quello che succede in Europa e un altro grattacapo per Bruxelles.

Claudi Pérez 24 settembre 2012 El PAIS Madrid

Le crisi hanno la tendenza a semplificare tutto. L'interpretazione tedesca della crisi europea è un racconto moralistico basato sulla convinzione che il problema economico sia dovuto all'irresponsabilità dei paesi del sud, che hanno peccato e devono quindi essere puniti. Ma con un copione sbagliato come punto di partenza le soluzioni sono sempre più difficili da trovare, i meccanismi di solidarietà si fanno più rari, i cittadini di alcuni paesi del nord diventano diffidenti e nel sud si sviluppa un sentimento antitedesco (o antieuropeo). Del resto in occasione di diverse recenti elezioni si è assistito a una riaffermazione degli estremismi. A livello nazionale la Spagna riproduce la crisi dell'euro attraverso l'opposizione catalana, che ha curiosi punti in comune con questa storia

Le origini dirette dei problemi economici catalani sono la drammatica recessione prodotta dall'enorme bolla immobiliare e le decisioni prese dai diversi governi nel corso degli anni. Secondo l'analisi di Bruxelles i problemi di questa regione non sono il frutto dei tagli di bilancio (anche se il sistema di finanziamento non è perfetto e si può discutere sulla portata del deficit), come invece sostiene il movimento separatista per giustificare le sue pretese. L'Ue assiste a questa polemica con crescente preoccupazione, perché è apparsa nel momento più critico della crisi spagnola.

La Catalogna ovviamente non è la Germania, in primo luogo perché è la prima vittima dei danni provocati dalla recessione e dalla disoccupazione. Ma sotto molti punti di vista l'analogia funziona. Ancora una volta il nord vuole ridurre la solidarietà in tempo di crisi.

Bruxelles osserva questo dibattito con timore: "La Catalogna è un'ulteriore fonte di preoccupazione. La Spagna ha già molti problemi ed ecco che una delle comunità autonome più ricche del paese reclama un piano di salvataggio. Nel frattempo questa regione minaccia di diventare indipendente e propone una sorta di patto fiscale, che in fin dei conti consiste nel ridurre le risorse messe a disposizione delle casse dello stato, adesso che la salute dei conti pubblici si va degradando", afferma un diplomatico.

Il presidente della Generalitat [governo regionale] Arturo Mas si è rivolto almeno in due occasioni a Bruxelles per ribadire le sue rivendicazioni in merito a un nuovo sistema di finanziamento. Si è intrattenuto con il presidente della Commissione José Manuel Barroso e con quello del Parlamento europeo Martin Schultz. In Europa Mas ha contattato molte persone, ma tutte le fonti che abbiamo interpellato affermano di non averlo mai sentito fare allusione alle aspirazioni separatiste della Catalogna.

"Non rinunciamo alla nostra identità. Il nostro slogan è: più Catalogna, più Europa", ha dichiarato Mas alla stampa durante una di questi incontri. Ai giornalisti che gli chiedevano se questo significava allontanarsi dalla Spagna, il presidente della Generalitat ha risposto: "No. Noi siamo positivi, preferiamo le affermazioni e non rifiutiamo nulla". A Bruxelles questa dichiarazione ha stupito più di una persona e un funzionario europeo si è affrettato a dichiarare: "Alcune rivendicazioni catalane sono viste con benevolenza, ma oggi la regione supera una frontiera pericolosa. La sua richiesta è comprensibile per ragioni finanziarie, ma anche in Germania, con un sistema fiscale federale che può servire da modello, si ammette che non si può affrontare la questione delle aspirazioni indipendentiste alla leggera. A Bruxelles queste rivendicazioni hanno fatto suonare il campanello di allarme a causa dei rischi che altre regioni ripetano questo schema".

La scusa della troika

L'indipendenza della Catalogna dovrebbe ovviamente fare i conti con gli ostacoli giuridici derivanti dall'elegante formulazione dell'articolo 4.2 del trattato di Maastricht. Infatti la presa di decisioni nell'Ue si indirizza verso una generalizzazione della maggioranza qualificata in tutti i casi tranne uno, l'adesione di nuovi stati, che continuerebbe ad avere bisogno dell'unanimità. Questi meccanismi possono rappresentare uno sbarramento: il presidente della Commissione è stato chiaro sull'argomento. Da un lato la questione è "interna" alla Spagna; dall'altro se una procedura di secessione dovesse aver luogo all'interno di uno stato membro, "si dovrebbe fare appello al diritto internazionale per trovare una soluzione".

Nel frattempo il governo del Pp [Partito popolare] ha dichiarato che i responsabili del deficit spagnolo sono le comunità autonome, ma questo è falso. Inoltre l'esecutivo ha anche l'intenzione di operare una nuova centralizzazione delle competenze (con il pretesto che i vincoli imposti da Bruxelles non gli lasciano alternativa). Questo suscita molti timori in Catalogna e spiega in parte la reazione della regione. Anche in questo caso le somiglianze con il contesto europeo sono preoccupanti: la troika invia i suoi funzionari a Madrid, poi il governo centrale invia i suoi uomini nelle comunità autonome che hanno beneficiato di un salvataggio come la Catalogna. (Traduzione di Andrea De Ritis)

 Opinione

Federalisti dell’ultim’ora


“Il Parlamento prepara una dichiarazione sovranista”, titola il quotidiano di Barcellona La Vanguardia. Tre partiti nazionalisti – tra cui il Ciu (Convergència i Unió), alla guida del governo regionale – vogliono pubblicare una dichiarazione che riassuma lo spirito della manifestazione per l’indipendenza catalana dell’11 settembre a Barcellona. Mentre incombe l'ombra di elezioni regionali anticipate in autunno, che rischierebbero di trasformarsi in un plebiscito sulla secessione dalla Spagna, la dichiarazione dovrebbe includere la richiesta di un referendum sull’indipendenza.

Questa nuova tappa nella crisi tra il governo di Madrid e le autorità catalane mette in discussione il modello di organizzazione territoriale del regno. Secondo El País il paese è davanti a una sfida difficilissima, soprattutto considerando il momento di crisi profonda:

È necessario un patto di stato, se vogliamo affrontare al meglio le tre crisi che ci hanno colpito: quella economica, quella istituzionale e quella della costruzione europea. […] Chiedere la sovranità fiscale mentre l’Europa ci invita a condividerla a livello continentale sembra un controsenso. […] La singolarità della Catalogna dev’essere strutturata attraverso lo stato federale, perché la separazione con la Spagna porterebbe la regione sulla strada di un declino prolungato.

Davanti all’articolo del País e alle altre prese di posizione in favore di un modello federale – come quella dell’ex primo ministro Felipe GonzálezEnric Juliana si dice stupito dalle “manifestazioni di improvviso federalismo”. Secondo il direttore aggiunto e corrispondente da Madrid per La Vanguardia

Uno spettro si aggira per l’Europa, […] cercando di formulare una risposta rapida e intelligente alla titubante rivolta della Catalogna. L’incantesimo si chiama federalismo. […] Il tanto denigrato federalismo asimmetrico comincia ad avere sostenitori insospettabili. […] Le posizioni di fondo non sono cambiate, ma c’è uno scarto nei toni.

FRANCIA - Incubo crisi, Hollande crolla

Economia a picco e popolarità sottozero.

Si annuncia una settimana nera per François Hollande, quella che ha preso il via lunedì 24 settembre.
Proprio mentre il presidente francese si trova a New York, impegnato nell'assemblea generale dell'Onu, la sua popolarità in patria sembra aver toccato i minimi storici. L'ultimo sondaggio la stima al 43%, di quasi 20 punti inferiore a quella misurata al suo insediamento all'Eliseo.
PEGGIO SOLO DE GAULLE E CHIRAC. Peggio di lui, soltanto il generale de Gaulle nel lontano 1962, all'epoca della firma degli accordi di Evian che posero fine alla guerra d'Algeria, e Jacques Chirac nel giugno 2005, in occasione del fallimento del referendum sul trattato costituzionale europeo. Nicolas Sarkozy, per esempio, dopo quattro mesi aveva una fiducia di gran lunga superiore, pari al 61%.
MINISTRI PREOCCUPATI. La situazione, tuttavia, per Hollande è problematica al di là delle statistiche e dei freddi numeri. Nonostante i ripetuti inviti a non farsi prendere da giudzi affrettati, ricordando che «i conti si fanno alla fine dei cinque anni», persino i suoi ministri tradiscono un certo scetticismo e una malcelata preoccupazione per l’economia del Paese. «La situazione è più complicata di quanto non avessimo immaginato», ha confessato a Le Figaro un consigliere dell'Eliseo.
Licenziamenti, annunci di cassa integrazione, e stipendi bloccati campeggiano sulle prime pagine dei giornali.
TAGLI IN MOLTE AZIENDE. Molte delle principali imprese nazionali, da Sanofi e ArcelorMittal a Petroplus hanno preannunciato piani di ristrutturazione con tagli corposi di personale. Il tutto, in attesa dei dati ufficiali sulla disoccupazione.
Venerdì 28 settembre, infine, dovrebbe essere dettagliatamente illustrato il piano di rigore del governo che prevede di portare 30 miliardi nelle casse dello Stato entro il 2013

NO AL FISCAL COMPACT. Ad aggravare il quadro, la decisione choc dei Verdi di votare contro il Fiscal compact. Un dissenso che potrebbe sommarsi a quello di alcuni socialisti poco inclini all'euopeismo. Le Monde, in un editoriale al vetriolo, ha addirittura invitato Hollande a disfarsi dei due ministri ecologisti Cecilel Duflot e Pascal Canfin, «per rispetto degli elettori». Mossa esclusa ufficialmente da un comunicato dell'Eliseo.

Il Qatar soccorre le banlieu


A questo funesto scenario va poi aggiunto il clamore suscitato in patria dal deciso intervento del Qatar favore delle banlieu.
FONDO SPECIALE PER LE PERIFERIE. Il ricco emirato che si affaccia sul Golfo persico, partito alla conquista della Francia attraverso gli acquisti del Paris Saint-Germain e dei lussuosissimi alberghi di Parigi e della Costa azzurra, è riuscito a ottenere dal governo francese il via libera per creare un fondo speciale per le periferie transalpine.
5O MILIONI DA DOHA. L'emiro di Doha aveva raccolto la richiesta di aiuto sollecitata da alcune associzioni locali approntando già a dicembre un pacchetto di 50 milioni di euro per finanziare progetti ideati dagli abitanti delle banlieu.
Una scelta che per molti aveva significato mettere in discussione la sovranità nazionale.
FONDO CONGELATO. Così, a marzo l'allora presidente Nicolas Sarkozy aveva fatto congelare il fondo. Dopo l'elezione di Hollande era stata presa la decisione di utilizzare quei 50 milioni per finanziare piccole e medie imprese non scelte, però, dagli emiri, ma da un ventaglio di progetti selezionati dal governo francese. Sull'onda delle proteste delle stesse banlieu, il ministro delle Attività produttive, Arnaud Montebourg, ha, quindi, deciso di fare nuovamente retromarcia, aggiungendo al denaro degli emiri una partecipazione dello Stato.
LE PEN INFURIATA. Su tutte le furie la leader dell’estrema destra Marine Le Pen: «Con la riattivazione di questo fondo, Montebourg dimostra che il nostro Paese è in vendita alle monarchie del Golfo. Monarchie che sostengono, tra l'altro, l'islamismo radicale e la jihad», ha gridato la leader del Fronte nationale, sottolineando che «questi investimenti non hanno nulla di umanitario, ma sono politici e religiosi. Accettarli è un grande errore politico, che un domani metterà a rischio la nostra indipendenza non solo sul nostro territorio ma anche al livello internazionale».

LIBIA - Rivolta permanente

Il Paese alla prova sicurezza. Bengasi contesta le milizie.

di Giovanna Faggionato

Girano con il kalashnikov sulle spalle e sul volto il sorriso di chi si sente un eroe. Al petto hanno appuntate stelle immaginarie, quelle dei combattenti che con la vittoria hanno conquistato l'ingresso nella storia. Le milizie libiche sono riuscite a trascinare nella polvere la dittatura quarantennale del colonnello Muhammar Gheddafi, ne hanno fatto a brandelli l'impero, e in nome della libertà si sono divise terra, armi e potere.
Ora però la popolazione ha chiesto loro di lasciare il passo.

 LA MARCIA DEI 30 MILA. Venerdì 21 settembre in 30 mila hanno marciato per le strade di Bengasi per chiedere ai colpevoli dei disordini al consolato Usa di lasciare la città. Hanno assaltato le sedi dei miliziani, appiccato il fuoco e risposto agli spari: praticamente una seconda rivoluzione. Tanto che il governo finora incapace di controllare il traffico e la detenzione di armi, ha ordinato la dissoluzione delle bande armate non autorizzate, in nome della sicurezza e di una convivenza pacifica per tutti.
IL TEMPO DELLE ARMI È SCADUTO. Ma la legittimità dei gruppi armati è di difficile definizione e anche quelli che agiscono sotto il mandato del ministero degli Interni rivendicano autonomia.
Il compito di riportare l'ordine dunque è arduo e l'intelligence americana, pur presente, finora non è sembrato all’altezza della missione. Resta un'unica via: tocca ai libici dimostrare di saper passare dal tempo delle armi a quello della costruzione dello Stato, da quello della guerriglia a quello della politica.

Il fallimento dell'intelligence e la popolazione in rivolta


Da tempo Tripoli ha perso il controllo di intere aree del Paese: l'universo degli ex combattenti è un calderone di sigle e appartenenze: ci sono gli oppositori che hanno riscattato anni di prigionia in carcere, i guerriglieri scesi dalle montagne per liberare la capitale, i gruppi integralisti, i salafiti e gli affiliati ad al Qaeda. C'è chi ha preso sul serio il compito di garantire la sicurezza e chi taglieggia i commercianti; chi difende gli ospedali e chi depreda i villaggi.
LA CIA AL LAVORO. Eppure il territorio è presidiato, e da tempo, anche dai servizi statunitensi. Quando Washington ha ordinato di evacuare il Paese, decine di cittadini americani si sono ritrovati in fila all'aeroporto di Bengasi. Soprattutto diplomatici e agenti di sicurezza.
MA GLI STANDARD DI SICUREZZA SONO LACUNOSI. La Cia, la prima agenzia di intelligence a stelle e strisce ha ammesso di aver dispiegato il suo personale per tracciare gli spostamenti degli armamenti che componevano l'arsenale dell'ex raìs Gheddafi, per mettere in sicurezza i depositi di armi chimiche e per addestrare gli agenti segreti della nuova Libia.
Tuttavia fonti diplomatiche hanno fatto notare come nella stessa Bengasi, dove è avvenuta la morte dell'ambasciatore J. Christopher Stevens, mancassero i più semplici standard di sicurezza e non vi fosse per esempio una sede di emergenza da affiancare ad ambasciate e consolati per garantire la protezione al corpo diplomatico. Anche per questo i libici hanno finalmente deciso di provvedere alla loro sicurezza da soli.
I CITTADINI CHIEDONO PACE: «NO ALLO STATO AFGHANO». A Bengasi, capitale della resistenza anti Gheddafi ma anche dell'integralismo montante, gli scontri tra dimostranti contrari alle milizie e i guerriglieri di Ansar al Sharia (i partigiani della Sharia) sono andati avanti ore e sono costati una ventina di morti in due giorni.
Al «grido di Pace» e «Non vogliamo uno stato afghano», la popolazione della Cirenaica ha convinto i miliziani ad andarsene, anche se portando via con sé le armi.

La galassia delle milizie e il ritorno dei lealisti


Le milizie nel mirino della protesta di Bengasi sono diversissime per origini e aspirazioni.
C'è Ansar al Sharia Bengasi (Asb), guidata da Muhammad al Zawahi, un ex detenuto del super carcere di Abu Salim. La sua organizzazione conta centinaia di affiliati, abituati a indossare le divise dei muhajeddin afghani e ha l'obiettivo di instaurare la Sharia, la legge coranica.Ma al contrario di Ansar al Sharia Derna (la città della Cirenaica roccaforte dei jihadisti provenienti dall'Iraq e dall'Afghanistan) non ha contatti con al Qaeda. In questi mesi ha tentato di fare proseliti, provvedendo ai bisogni della comunità locale, ha pulito e sistemato le strade e fornito aiuti alle famiglie durante il Ramadan.
LA BRIGATA SAHATI PROTEGGE L'OSPEDALE. La brigata Sahati, invece, ha sede in un'ex residenza di Gheddafi, ora adibita a carcere e a deposito di armi. Nell'ultimo anno si è occupata sia del servizio d'ordine durante le elezioni politiche, sia della sicurezza del Jalaal Hospital. Nonostante sia composto da islamisti radicali, sulla carta il gruppo gode della protezione del governo. Tanto che a difenderla dagli assalti dei dimostranti sono giunti miliziani dall'Ovest.
LO SCUDO DELLA LIBIA E LA BRIGATA 17 FEBBRAIO. Altri gruppi autorizzati sono il Libya Shield, cioè lo scudo della Libia, guidato da Wassam Bin Hamaad, un leader islamista, divenuto celebre per la capacità di risolvere le dispute tra le diverse fazioni tribali, che sono poi moderne corporazioni in lotta per appetiti territoriali ed economici. E infine c'è la Brigata 17 febbraio, il cui leader è il fawzi Abu Kataf, che è invece considerato vicino ai Fratelli musulmani che potrebbero trovare spazio nel nuovo scenario politico.
L'OMBRA DELLE TRUPPE FEDELI AL COLONNELLO. Insomma, non solo salafiti. Ma anche guerriglieri con funzioni e competenze prettamente militari che potrebbero essere integrati nel nuovo esercito; e gruppi politici finora censurati. Al punto che qualcuno ha ipotizzato che dietro all'ondata di protesta contro le brigate, possa celarsi il ritorno delle forze lealiste dell'ex regime. La missione di Tripoli è complessa: servono distinzioni e scelte oculate. Bisogna indurre gli eroi della rivoluzione a farsi da parte, ma senza tradire la rivoluzione.

ITALIA - Lavoratori immigrati, persa l'opportunità di regolarizzazione

La legge impedisce a molti datori d'impiego di far emergere i rapporti con i dipendenti stranieri: è quanto emerge dal Tavolo immigrazione in un incontro col ministro Riccardi.

Si è svolto il 20 settembre presso il ministero dell'Integrazione un incontro tra le organizzazioni del Tavolo nazionale immigrazione e rappresentanti dei ministeri dell'Interno e del Lavoro, coinvolti nella procedura di emersione prevista dal dl 109/2012 attuativo della Direttiva europea n.52. Alla riunione, alla quale hanno partecipato il ministro Riccardi e funzionari dei vari ministeri, i rappresentanti del Tavolo hanno esposto le preoccupazioni derivanti dall'estrema difficoltà di utilizzare il provvedimento a causa di alcune condizioni previste per accedervi.
I rappresentanti dei ministeri presenti hanno confermato la posizione del Governo che, secondo le organizzazioni del Tavolo immigrazione, impedisce di fatto a una parte dei datori di lavoro di far emergere i rapporti di lavoro in corso. In particolare, come ha ribadito nell'intervento introduttivo a nome del Tavolo Oliviero Forti di Caritas italiana, l'esperienza dei primi giorni dall'entrata in vigore conferma il rischio di un insuccesso dell'intervento di emersione in assenza di chiarimenti sui principali punti critici.

La richiesta della prova di presenza in Italia al 31 dicembre 2011, è a nostro parere incongrua e ingiustificata e si configura come una vessazione sia nei confronti dei lavoratori che dei datori di lavoro. Ricordiamo infatti che le pubbliche amministrazioni non possono produrre documentazione, salvo in casi molto particolari, per stranieri irregolarmente presenti nel territorio.
La nostra richiesta, che non ha ottenuto risposta, è di chiarire al più presto almeno cosa si intenda per organismi pubblici, ampliando il più possibile il novero dei soggetti che possono rientrare in questa categoria, non escludendo anche il ricorso a certificazioni emesse da enti privati. L'attuale situazione determina fra l'altro uno scenario che potrebbe dar luogo a un ampio contenzioso giurisdizionale.
Il rischio che abbiamo evidenziato anche in questa occasione ai rappresentanti del Governo è che il provvedimento venga applicato in maniera restrittiva e disomogenea e che, in assenza di una circolare esplicativa, si alimenti il mercato delle prove false e l'attività di faccendieri e imbroglioni. Non ci resta dunque che sperare che da parte del governo arrivi finalmente un segnale che vada nella direzione da noi indicata per rendere davvero efficace e fruibile un provvedimento così atteso.

Claudia Anfossi, Asgi

CITTA’ del VATICANO - La violenza per ragioni di fede

Benedetto XVI ha detto che «i fondamentalismi falsificano la fede». Se è così la religione cattolica è stata falsificata fin dall'inizio. E non migliora.

«Il fondamentalismo è sempre una falsificazione delle religioni» - ha detto Benedetto XVI all'inizio del suo viaggio in Libano del 14 settembre, riferendosi alle proteste violente dei fondamentalisti islamici per un film contro Maometto -, «perché Dio invita a creare pace nel mondo e compito delle fedi è creare la pace».
Tutto il contrario di quando il Concilio di Vienna intimava ai principi cattolici di vietare ai Saraceni riunioni in templi o moschee «per adorarvi il perfido Maometto» (1311-12) o di quando il Santo Officio decretava che «Amico di Dio è chi uccide i nemici di Dio» (1605).

Una lunga scia di sangue
L' intolleranza verso eretici e infedeli si manifestò fin dalla nascita del cattolicesimo. Appena dodici anni dopo l'editto di Milano (313), che concedeva ai cristiani libertà di culto, il Concilio di Nicea condannò a morte chi conservava i libri dell'eretico Ario. Venti anni dopo il neoconvertito Firmino Materno esortava gli imperatori ad abbattere i templi pagani.
La lotta contro gli infedeli fu poi condotta soprattutto attraverso la guerra contro i sassoni, le crociate, l'evangelizzazione forzata delle Americhe, l'attività "missionaria" al seguito delle potenze coloniali, la persecuzione degli ebrei; mentre la repressione degli eretici fu dapprima lasciata alle autorità civili, poi gestita insieme a loro o in proprio attraverso spedizioni militari, guerre di religione, i tribunali dell'inquisizione, i processi alle streghe.

Dio lo vuole
Un argomento spesso usato per giustificare le uccisioni di eretici e infedeli è che, come insegna la Bibbia, sono volute da Dio. Scrive Agostino: «Cosa Mosè compì o ordinò di tanto crudele quando, pieno di santo zelo per il popolo a lui affidato . avendo saputo che si era abbandonato a fabbricare e adorare un idolo . si vendicò con la spada su pochi che Dio stesso, che avevano offeso, nel suo profondo e segreto giudizio aveva voluto che venissero assaliti e abbattuti?» (Contro Fausto Manicheo, libro XXII, 74-79, 397-8).
E ancora il Catechismo romano del 1566, a proposito degli israeliti uccisi dai figli di Levi perché si erano dati all'idolatria, scrive: «i leviti non peccarono . quando uccisero per ordine del Signore migliaia di persone; meritarono anzi l'elogio di Mosè» (§ 328). Un Dio evidentemente tutto diverso, neppure lontano parente, di quello mite e pacifico adorato da Benedetto XVI.

Meritano la morte
Un altro e ancor più decisivo argomento, specie nel caso degli eretici, è che la morte costituisce una giusta punizione per la loro colpa. A sostenerlo fu soprattutto Tommaso d'Aquino per il quale gli eretici «hanno meritato . di essere tolti dal mondo con la morte» perché hanno corrotto la fede «in cui risiede la vita dell'anima». Ciò è assai peggio che «falsare il denaro, con cui si provvede alla vita temporale». Perciò se vengono condannati a morte i falsari tanto più è giusto che lo siano gli eretici. Quanto ai recidivi: «Se essi si ravvedono, vengono accolti con il perdono, ma non liberati dalla pena di morte» (Somma teologica, IIa, IIae, q. 11). Da ricordare, per inciso, che non toccava agli inquisitori provare l'accusa, ma all'eretico dimostrare la sua innocenza.
In conclusione a fondamento della condanna vi è l'identificazione del peccato con il reato, tipica di ogni stato confessionale, fondato su una qualche sharia. Uno stato cui ancora oggi la Chiesa aspira (vedi campagne contro le unioni di fatto, o sul fine-vita).

Delazione, tortura, espropri
La lotta contro l'eresia era quindi un dovere per il credente, come stabiliva il Concilio Laterano IV (1215): «I cattolici che, presa la croce, si armeranno per sterminare gli eretici godano delle indulgenze e dei santi privilegi .. quelli che prestano fede agli eretici, li ricevono, li difendono, li aiutano, siano soggetti alla scomunica». E il Manuale dell'inquisitore di Eymerich del 1376 spiega che è premiata con indulgenze la delazione, mentre la mancata delazione è punita con la scomunica.
Inoltre per far confessare gli eretici e i loro complici fu autorizzata la tortura, introdotta da Innocenzo IV con la bolla Ad extirpanda (1254) e divenuta pratica costante. Nel 1557 Paolo IV, col Decreto I del Santo ufficio, tranquillizzò i chierici che partecipavano ai processi contro gli eretici e agli "interrogatori", dando loro «licenza e facoltà . di emettere voti e sentenze che non solo comportino interrogatori e torture nei confronti dei rei . ma anche una pena appropriata e una condanna fino alla mutilazione o al versamento di sangue fino alla morte naturale inclusa».
Infine agli eretici si comminavano, oltre la morte, la confisca di tutti i beni e la distruzione delle case in cui si rifugiavano. Da misure analoghe erano colpiti secondo le Costituzioni papali sull'Inquisizione anche i loro figli, benché «fedeli alla dottrina», come precisa Innocenzo III nella bolla Vergentis del 1199, con logica che ricorda il dogma del peccato originale dei progenitori fatto pagare a tutta l'umanità.

E poi è per il loro bene
Ma non è facile far accettare l'idea che un eretico sia equiparabile a un assassino, o che l'inquisizione sia consona a una «religione dell'amore». Di conseguenza nel mondo cattolico si è sviluppato - insieme alla giustificazione dell'omicidio per ragioni di fede - il tentativo ipocrita di negare la realtà o rovesciarla.
Così la formula con cui gli inquisitori affidavano l'eretico al braccio secolare perché fosse messo al rogo, era: «Ti abbandoniamo al braccio secolare e al suo potere, allo stesso tempo preghiamo questa curia secolare di non giungere nella sua sentenza fino alla effusione del tuo sangue e alla pena di morte». Una «vile ipocrisia» (Lea), cioè l'esatto contrario di quanto si voleva tanto è vero che quando le autorità civili anche solo tardavano nell'eseguire la sentenza di morte rischiavano di essere processate a loro volta per eresia!
Un altro modo di occultare la verità era poi di dire che sì, gli eretici venivano uccisi. Ma per il loro bene. Così nel XVI secolo il teologo Clemente Dolera, riprendendo Tommaso d'Aquino, scrive che mandare a morte gli eretici pertinaci «era considerato un favore perché si toglieva loro la possibilità di continuare ad abusare della grazia, aumentando le proprie responsabilità davanti a Dio» (in Dottrina ecclesiologica del cardinale C. D., L'Inquisizione, Città del Vaticano 2003).

Un monumento di ipocrisia
In questa lunga storia di omicidi per ragioni di fede, legittimati in punta di dottrina, si sono formate una chiesa e una religione irrimediabilmente impastate di intolleranza e di ipocrisia. Non stiamo infatti parlando, come l'apologetica cattolica vorrebbe far credere, di qualche episodio sporadico, remoto nel tempo, ma di pratiche che non solo hanno prodotto un numero incalcolabile di vittime (si parla di venti milioni solo per le crociate) ma sono state giustificate e sono continuate ininterrottamente, con maggiore o minore intensità, dal Concilio di Nicea (325) alla chiusura degli ultimi forni dell'inquisizione (1808) e alla presa di Roma (1870), ossia per tutta la vita bimillenaria della Chiesa, tolta una manciata di anni.
Significa che per 1500 anni circa sui 1700 scarsi in cui la Chiesa cattolica ha operato liberamente (cioè per quasi il 90% della sua esistenza) il cattolicesimo ha compiuto e teorizzato delitti per ragioni di fede che hanno visto coinvolti (nell'eseguirli o nel sostenerli, condividerli, giustificarli almeno) 223 papi su 233 (96%) e la grandissima parte dei vescovi e dei preti succedutisi in venti secoli.
Difficile credere che ciò non abbia plasmato e improntato di sé una Chiesa che, per di più, fondamentalista lo è ancora, dato che tenta ancora di imporre la sua morale allo stato laico e a tutti i cittadini, benché senza ricorrere al rogo. Altrettanto difficile credere che questa Chiesa, sia tutta pace e miele come Benedetto XVI ce la dipinge, «santa e immacolata» (Catechismo della Chiesa cattolica, § 1426), dotata «del carisma dell'infallibilità in materia di fede e di costumi» (ibid., § 890), «colonna e sostegno della verità» (ibid., § 2032), e non invece un monumento di ipocrisia.

Walter Peruzzi

ITALIA - Della Valle: «Fiat ci inganna»

«Perché non fanno auto in Italia?».

L'impegno assunto dai vertici della Fiat nell'incontro fiume a Palazzo Chigi è chiaro: salvaguardare la sua presenza in Italia e investire soltanto «al momento più idoneo», quando ci sarà la piena ripresa del mercato europeo dell'auto.
Tuttavia le parole del presidente John Elkann e dell'amministratore delegato Sergio Marchionne sembrano non aver rincuorato il proprietario della Tod's Diego Della Valle.
«CI PRENDONO IN GIRO». Così, dopo l'affondo di qualche giono fa («Il vero problema in Fiat sono Elkan e Marchionne»), lunedì 24 settembre, intervenendo a un convegno all'università Bocconi a Milano, al quale ha partecipato anche il ministro per lo Sviliuppo, Corrado Passera, ha ribadito: «Questi improvvisati della Fiat ci vogliono raccontare perché non fanno automobili in Italia». La banalità, ha aggiunto «è tale che l'indisponenza viene perché ci si vuole prendere in giro con argomenti non convincenti.
Immediata la replica del manager italo-canadese: «La smetta di rompere le scatole. Non parliamo di gente che fa borse».

«Lingotto? Preso con la mani nella marmellata. Se ne voleva andare»


La Fiat è stata presa «con le mani nella marmellata perché se ne voleva andare, con gli uffici stampa che lavorano più degli uffici progettazione». Per l'imprenditore, poi, «se qualcuno viene dall'estero, tipo la Volkswagen, farà belle macchine. La crisi esiste per chi non ha nulla da vendere».
Il nodo cruciale è l'innovazione: «Vogliono spiegare a noi imprenditori seri che non si può innovare in tempo di crisi e non si possono fare nuovi prodotti, mentre noi restiamo soli perché innoviamo» ha dichiarato, rivedicando il ruolo di big dell'imprenditoria italiana.
«NON CHIEDIAMO AIUTI». Sul made in Italiy ha ribadito: «Siamo un settore abituato a fare da sè. Siamo imprenditori che non si alzano la mattina e vanno a chiedere allo Stato aiuti di sorta». Ha quindi mostrato preoccupazione: «Dobbiamo sbrigarci altrimenti andranno avanti solo alcune imprese toniche, magari acquirenti di altri gruppi stranieri o come prede dall'estero».
MONTI: «NIENTE CONCESSIONI FINANZIARIE». Proprio sul tema di aiuti, il presidente del Consiglio, Mario Monti aprendo la conferenza dell’Ocse ha affermato che «Fiat non ne ha chiesti, nemmeno cassa in deroga».
«Non sono state chieste», ha precisato Monti «concessioni finanziarie e se fossero state chieste non sarebbero state concesse».
Per il premier l'esito dell'incontro di sabato 22 settembre può essere visto «come una scommessa» per l'azienda e per l'esecutivo. «Il governo», ha proseguito «non si è impegnato a dare aiuti finanziari alla Fiat ma a salvaguardare la Fiat in Italia e il suo patrimonio di ricerca».

lunedì 24 settembre 2012

LIBIA - Stop milizie armate: 48 ore per smobilitare

Ultimatum del governo di Tripoli. Braccio di ferro dopo le violenze.

Domenica, 23 Settembre 2012 - La Libia ha deciso di girare pagina e di fare piazza pulita delle milizie armate che, infischiandosene del potere costituito e legittimo, hanno reso il Paese un terreno di battaglia quotidiana.
Gli eventi di Bengasi hanno dato al governo di Tripoli la possibilità di dichiarare guerra alle milizie e non importa di cosa o di chi esse siano espressione, così come non importano gli interessi di cui sono portatrici.
Anche se appare abbastanza scontato che la capacità offensiva dell'esercito regolare sarà fatta pesare soprattutto sulle milizie islamiche che, nonostante la loro «irregolarità», hanno costituito anche nelle grandi città delle formidabili enclave blindate, protette da uomini in armi.
ULTIMATUM SECCO. Dal governo, domenica 23 settembre, è giunto un ultimatum secco: da qui a 48 ore tutte le milizie dovranno smobilitare.

Smantellare strutture paramilitari ormai consolidate


Anzi, dovranno «dissolversi», verbo che si presta a presagi non certo fausti per i gruppi che non riterranno di dovere obbedire all'ordine.
48 ore, due giorni per smantellare strutture paramilitari che sono ormai consolidate e che per questo potrebbero costituire un grosso problema.
Ma quanto accaduto domenica 23 a Tripoli, dove l'esercito ha sloggiato una di queste milizie solo con una efficace dimostrazione muscolare, ha lasciato intuire quel che potrebbe accadere.
LUOGHI STRATEGICI. La scelta non è stata probabilmente dettata dalla fretta (cioè colpire un bersaglio a portata di mano) perché la milizia si era insediata in una vecchia struttura dell'esercito, posizionata lungo la strada verso l'aeroporto, cioè in un punto strategicamente molto delicato.
Questo a Tripoli, dopo che a Bengasi a fare pulizia ci hanno pensato gli abitanti (o presunti tali) che si sono scatenati contro i miliziani islamici, davanti ai militari dell'esercito che si sono tenuti alla larga, lasciando a loro il lavoro 'sporco'.
TENSIONE IN TUTTO IL PAESE. L'operazione di pulizia potrebbe dimostrarsi più complessa in altre zone del Paese, dove magari la presenza dell'esercito è meno evidente e i miliziani possono godere di appoggi tra la popolazione, in cui a giocare un ruolo importante sarebbero i nostagici del vecchio regime di Muammar Gheddafi che stanno lavorando da mesi in un lento processo di disgregazione.
A Bengasi alcune milizie hanno annunciato il loro scioglimento e, con esso, l'abbandono delle strutture che occupavano. Il problema è ora capire cosa faranno in futuro, se cioé, come chiesto dal governo, cancelleranno definitivamente la loro presenza o se invece preferiranno perdersi strategicamente nell'anonimato.