Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


martedì 28 agosto 2012

EU - Appello per un piano di salvataggio europeo per i giovani

16 agosto 2012 De Volkskrant

Dieci influenti personalità olandesi (politici, scrittori, cominci e sindacalisti) lanciano un grido d’allarme sulla questione della disoccupazione giovanile in Europa, in forte crescita. In una rubrica pubblicata dal Volkskrant in occasione del lancio della campagna “Fermiamo la disoccupazione giovanile in Europa”, presentata il 16 agosto dal sindacato Fnv Jong, hanno chiesto ai leader europei di organizzare al più presto un vertice per salvare il futuro dei giovani.

In un momento in cui gli occhi di tutti gli europei sono rivolti ai piani di salvataggio per le banche e i paesi, in Europa è in atto un dramma sociale che esige un salvataggio immediato: la disoccupazione dei giovani ormai alle stelle. […] Il prezzo che pagheremo come società per una generazione perduta supera di gran lunga i miliardi spesi per salvare le banche.

In Europa 5,5 milioni di minori di 25 anni sono senza un lavoro, quasi il doppio rispetto al totale dei disoccupati oltre i 25 anni. Queste cifre sono in aumento in tutti i paesi, compresi i Paesi Bassi, dove, nonostante il tasso di disoccupazione sia ancora relativamente basso, si registra un 25 per cento di giovani disoccupati in più rispetto all’anno scorso. Gli autori dell’appello puntano il dito contro i tagli al bilancio dell’istruzione per i giovani:

Non possiamo permettere che il loro capitale umano sia svalutato e perduto. Per questo ci vuole una mutua solidarietà. A causa dell’austerity di bilancio questa fratellanza è spaccata e si è trasformata in un conflitto generazionale latente e in un terreno fertile per la radicalizzazione.

ITALIA – Coppie di fatto? Solo per i parlamentari!

Dal 1990 ai conviventi “more uxorio” (e ai figli minorenni) di deputati e senatori sono riconosciuti assistenza sanitaria, pensioni di reversibilità, vitalizi… peccato che poi si voti no ai diritti dei cittadini “comuni”

Spero lo sappiate: molti dei nostri parlamentari che votano contro i diritti alle coppie di fatto sono essi stessi conviventi fuori del matrimonio, ma, non si sa perché, godono di un trattamento legislativo di favore, che si sono fatti ad hoc, per cui i loro conviventi sono trattati con gli stessi diritti che avrebbero dentro un matrimonio regolare: assistenza sanitaria, quota contributiva doppia, reversibilità della pensione…

È dal 1990 che i parlamentari si sono fatti una legge apposita, per cui basta che il partner dichiari di convivere more uxorio da almeno tre anni e la legge lo tratta come uno sposo legittimo (Regolamento di assistenza sanitaria integrativa dei deputati, art. 2, lettera d). Il 25% dei parlamentari e del personale della Camera usufruisce di questi trattamenti di favore. La differenza tra gli eletti e gli impiegati di Montecitorio sta nel fatto che per i primi il diritto può estendersi anche oltre il convivente (ad esempio ai figli, anche quelli nati «fuori dal matrimonio», ma fino al raggiungimento della maggiore età), mentre per i secondi ci si limita al partner.

Ultimamente ai partner di fatto è stato riconosciuto anche il vitalizio. Ma non basta: il diritto al vitalizio è riconosciuto anche al partner di fatto dei consiglieri regionali! Ecco dove arriva l’ipocrisia di costoro: negare agli altri quello che si è votato allegramente per se stessi da vent’anni! E poi non dovremmo chiamarli una Casta?

Tullio Marra

lunedì 27 agosto 2012

SPAGNA - Deputato choc: «Pochi 5 mila euro»

Collarte del Pp: «Fatico ogni mese, mi adatto».

Lunedì, 27 Agosto 2012 - Gli indignati cittadini italiani, esasperati da spocchia e privilegi della Casta, si consolino: in Spagna non se la passano poi tanto meglio.
Nel ciclone di una crisi lacrime e sangue, con pensioni da tagliare, consumi in calo e disoccupazione galoppante, anche a Madrid ci sono parlamentari che istigano sentimenti astiosi di anti-politica.
SOLO 5 MILA EURO. È il caso di Guillermo Collarte, conservatore del Partido popular e consigliere regionale in Galizia che guadagna oltre 5.100 euro, ma ha assicurato di faticare ad arrivare a fine mese. Povero.
Solo che il popolo spagnolo, alle prese con la morsa dei sacrifici, non ha provato tanta compassione.
«MOMENTI DIFFICILI». In un'intervista al quotidiano La Voz de Galizia Collarte si è lamentato di «passare momenti difficili», non riuscendo a far quadrare i conti. La polemica si è accesa su tutti i media.
AIUTI STATALI DI 400 EURO. In un Paese con 5,7 milioni di disoccupati, in cui molte famiglie senza nessun sussidio vivono con gli aiuti statali di 400 euro al mese, le dichiarazioni di Collarte hanno suscitato un'ondata di indignazione, che si è riversata nelle Reti social.
«Poveretto, che pena», i commenti su Twitter dove l'hashtag #verguenza (vergogna) è diventato 'trendic topic', uno degli argomenti più trattati.
DUE CASE E TRE AUTO TEDESCHE. Anche perché nell'ultima dichiarazione dei redditi il signor Collarte ha denunciato la proprietà di due case a Madrid, ciascuna con due posti auto e cantina; oltre all'acquisto, negli ultimi tre anni, di tre macchine: una Wolkswagen Eos, una Golf e un'Audi A3. Il rigore tedesco, almeno nei motori, è apprezzato.

Il Pp del premier Mariano Rajoy ha chiesto scusa


E così il Pp del premier Mariano Rajoy - colui che impugna la forbice dei tagli - ha dovuto chiedere scusa a nome del deputato, che a sua volta ha tentato di rettificare, buttando benzina sul fuoco: «Guadagnavo 12 mila euro al mese e la mia famiglia deve adattarsi alla nuova situazione economica», ha spiegato Collarte in un'intervista radiofonica.
E lo ha fatto pensando di risultare più umano agli occhi dei cittadini.
Solo che gli indignados pare non abbiano gradito la precisazione.
IN ITALIA VERDINI E STRACQUADANIO. In Italia c'è Denis Verdini, quello che ha ricordato: «Casta? Forse molti non sanno che la politica è rinuncia. Si rinuncia a giocare a tennis, ad andare a cavallo, ad andare in vacanza a Ferragosto».
Oppure Giorgio Stracquadanio, secondo cui «prendere 500 euro è da sfigati». Entrambi del Popolo della libertà, l'omologo del Partido popular.
Tutti che si fregiano del nome del 'popolo' nella sigla, salvo poi tenersi a distanze siderali dal Paese reale.
Oltre al rischio contagio, Roma e Madrid hanno altre (brutte) cose in comune.

ITALIA - Sulcis, i traditi dalla Regione

Viaggio tra gli operai nella miniera occupata.

Lunedì, 27 Agosto 2012 - Da lontano si vedono le colline nere e le pale eoliche. E poi la Carbosulcis, l’ingresso verso la terra in cui si estrae ancora carbone, l’unica miniera in Italia, dove lavorano 470 persone.
Lo sfondo è quello della provincia del Sulcis-Iglesiente, a Gonnesa, qualche chilometro appena da Carbonia, dove ovunque si vedono le tracce di scavi e archeologia mineraria, nonché montagne di detriti e ceneri. Lì, nel sottosuolo, dalla serata di domenica 26 agosto ci sono circa 60 operai. Sono rimasti lì alla fine del loro turno a 373 metri di profondità nel pozzo numero uno. Lunedì 27 se ne sono aggiunti 80. E resteranno lì, dicono i loro compagni di lavoro, a oltranza fin quando non si avranno risposte concrete dal governo sul progetto di rilancio del sito di Nuraxi Figus, quello che prevede l’integrazione tra l’estrazione del carbone e una centrale termoelettrica, ma soprattutto lo stoccaggio dell’anidride carbonica per 200 milioni di euro. Da qui l’etichetta di «carbone pulito».
BLITZ DEI MINATORI PER PROTESTA. Così dopo giorni di agitazione è partito il blitz e i minatori che avevano finito il turno non sono risaliti e hanno trascorso la prima notte in galleria. Si daranno il cambio, dicono in crocchio all’ingresso, dove ci sono tre enormi cumuli di carbone che bloccano l’accesso ai mezzi pesanti.
Sopra sono piantate le bandiere dei sindacati confederali, di lato due lenzuoli con la scritta in rosso: «Non fateci perdere la ragione e la ragione di vivere» e poi «Enel (principale cliente della Carbosulcis, ndr) è nemica del Sulcis».
VIA GLI INVESTITORI DALLA SARDEGNA. Il rischio è quello che nessuno voglia investire sulla Sardegna sudoccidentale, terra di miniere dismesse e multinazionali in fuga dal polo di Portovesme (si veda il caso Alcoa).
L’Unione europea dovrebbe finanziare sei progetti del tipo Carbon capture and storage, di cui solo uno in Italia. Da qui la competizione con il sito di Porto Tolle in Veneto, dove dovrebbe essere convertita una centrale: da olio a carbone pulito, attività considerata strategica dai vertici Enel e quindi privilegiata.
Ma in Sardegna si è ancora allo stadio embrionale, nessun bando internazionale e lo stesso governo che ha storto il naso. Con una scadenza vicina: il 31 agosto c’è un incontro al Mise a Roma. Dove i vertici di Carbonsulcis, Provincia e soprattutto Regione (azionista unico) dovrebbero avere delle risposte e convincere gli scettici.

Il minatore che occupa: «È un segnale per dire che siamo stufi dei rinvii»


Nella mensa è ora di pranzo: panini, salame, mortadella e qualche sottiletta. Alle spalle i murales che descrivono il lavoro durissimo, si parla dei vertici della società, da sempre nomine politiche, ma soprattutto si aspetta l’assemblea dove i rappresentanti sindacali hanno poi riferito dell’incontro in Regione, a Cagliari. Tutti sono convinti.
Il 52enne Luigi Manca ha trascorso quasi 30 anni a lavorare nel sottosuolo. «C’è un ritardo fortissimo», spiega a Lettera43.it il minatore, «l’occupazione della miniera è un segnale per dire che siamo stufi dei soliti rinvii. Il progetto deve andare avanti, noi ci crediamo e abbiamo sempre lottato».
Lui è un veterano delle proteste, anche nel sottosuolo, a centinaia di metri di profondità. L’ultima è stata nel 1995 quando i minatori hanno resistito per più di tre mesi.
«Scendere sotto non vuol dire rinchiudersi, nascondersi è un atto estremo, perché lì abbiamo l’esplosivo che usiamo per i pannelli delle coltivazioni, dove i macchinari non riescono», dice ancora Manca e racconta che ci sono 350 chili di dinamite, divisa in candelotti.
«Abbiamo manifestato qui, a Cagliari e a Roma. Abbiamo beccato le manganellate e lì ci schernivano: 'Venite fin qui a protestare per lavorare sottoterra'». Eh sì, questo è il loro lavoro.
PER I GIOVANI NON C'È ALTERNATIVA. Con lui Andrea Pinna, 51 anni, altro minatore storico. E c’è pure voglia di scherzare, nonostante tutto: «Ora spieghiamo ai giovani i trucchi delle lotte e poi andremo in pensione». Peccato che dovrebbero passare vari anni, nonostante il lavoro usurante e i cosiddetti scivoli.
Quattro anni fa sono stati assunti circa 100 giovani, tutti arrivano dai centri vicini: Gonnesa, Iglesias, Carbonia.
Fabio Ariu ha 25 anni, è stato assunto alla Carbonsulcis quando ne aveva 20, dopo sei mesi di apprendistato. Ora ripara i mezzi meccanici, prima li guidava nelle gallerie. Dice di guadagnare circa 1.200 euro, con il lavoro nel sottosuolo qualche centinaia di euro in più.
«Ma è un buon lavoro», spiega, «e in ogni caso non si trova tanto qua in giro. Anzi, nulla. Solo padri cassintegrati. Se non ci sarà un vero rilancio non vedo prospettive, se non quella, di partire. Sono stato un anno a Belluno, ma ora andrei via, all’estero. Altrimenti qui, a vivere con pane e acqua».
LA PROTESTA COINVOLGE TUTTI. Altro tavolo, altri umori: la divisa per alcuni è la stessa, tuta e scarpe antinfortunistiche. Sono i tecnici della miniera: geologi e ingegneri. Dicono di aver saputo dell’occupazione solo nella mattinata di lunedì 27 all'ingresso dell'azienda.
«La lotta è di tutti, perché l’interesse è comune», spiegano, «ora dobbiamo essere coinvolti anche per le altre forme di protesta e vogliamo capire il punto di vista del principale azionista, ossia la Regione Sardegna». E parlano anche di altri progetti di rilancio interni accantonati: temono che aggrapparsi a un’unica via d’uscita sia molto rischioso.
Il Sulcis-Iglesiente è infatti la Provincia più povera d’Italia e con un'altissima percentuale di disoccupati ed ex lavoratori che vivono di ammortizzatori sociali. E la deindustrializzazione in corso non ha lasciato alcuna prospettiva.

L'ex presidente della Sardegna Pili fa visita ai minatori


Il via vai dei caschetti gialli all’ingresso del pozzo è continuo: chi scende nel sottosuolo, chi esce e chi controlla. Qualche donna addetta alla sicurezza, ma sono davvero poche. Dalla mattina c’è anche il deputato del Popolo della libertà ed ex presidente della Regione, Mauro Pili, che sostiene la protesta dei minatori e nel primo pomeriggio non è ancora uscito.
L’arganista muove la macchina e con un rumore sordo porta giù tutti. Dall’assemblea con le rappresentanze sindacali Cgil, Cisl e Uil arriva la decisione unanime: si va avanti, occupazione a oltranza. E ci si prepara per la seconda notte da trascorrere a meno 373 metri «parlando e giocando a carte» dice Manca, arrivato a occupare domenica nonostante il giorno di riposo.
VENERDÌ 31 L'INCONTRO CON IL GOVERNO. Si aspetta venerdì 31, giorno dell’incontro a Roma. E si aspettano risposte certe dal governo: sì o no al progetto, come spiega anche Sandro Mereu, Rsu: «Sarebbe dovuto partire a dicembre 2011».
«La Regione», prosegue, «lo aveva presentato alla Commissione europea che, però, ha chiesto integrazioni e nuova documentazione. Nel frattempo siamo venuti a sapere che il governo non vuole prendere in considerazione l'idea di una centrale nel Sulcis per privilegiare quella dell'Enel di Porto Tolle. Non siamo disposti ad aspettare ancora vivendo nell'incertezza».
Sostegno anche dalla Regione, ma secondo molti all’interno della Carbosulcis non ha mai fatto abbastanza o non ha avuto il peso politico adeguato per trattare a livello nazionale. (Monia Melis)

ITALIA - Quando la religione sottomette la politica

In Italia il potere del sistema religioso dominante ai sensi dell’art. 7 della Costituzione, la Chiesa Cattolica, ha un potere pari a quello civile.

Il sindaco Pisapia è stato contestato da una parte dei musulmani milanesi, cui ha dato voce l’imam della moschea di Via Jenner, perchè non ha partecipato alla festa religiosa della fine del ramadan. In questo articolo su panorama.it viene giustamente notato che un sindaco dovrebbe partecipare solo a cerimonie ed eventi di carattere civile. Ma in Italia il potere del sistema religioso dominante ai sensi dell’art. 7 della Costituzione, la Chiesa Cattolica, ha un potere pari a quello civile, e la commistione fra i due poteri costringe tutte le autorità politiche, civili e amministrative, a lavorare in simbiosi con le autorità religiose. Non c’è evento pubblico in cui i rappresentanti dei due poteri non si presentino appaiati. Pensate ai preti, vescovi e cardinali sempre in prima fila sia che gli eventi pubblici si svolgano al Quirinale o in qualsiasi sala del più sperduto comune d’Italia. Da Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia, ai Palazzi della Giustizia non c’è inaugurazione annuale in cui vescovi e cardinali non rosseggino in bellavista con i loro mantelli e copricapi porpora e cremisi. Dalla liquefazione rituale del sangue di San Gennaro alla processione del santo patrono non c’è sindaco italiano che si astenga dal partecipare alle relative cerimonie e processioni, con fascia tricolore bene in vista a testimoniare che l’autorità civile è li a capo chino in coda all’autorità religiosa. Con questi meccanismi consolidati come conseguenza di quel famigerato art. 7 come si poteva evitare che una comunità religiosa emergente e prepotentemente sorretta da un cospicuo seguito di fedeli non pretendesse che il sindaco Pisapia partecipasse alla loro importante cerimonia religiosa ? Se non entriamo nell’ordine di idee di sbattere fuori i sistemi religiosi, tutti i sistemi religiosi, dalle ingerenze nella vita civile saremo costretti presto a fare il ramadan obbligatorio per tutti anche in Italia come nei paesi islamici dove chi mangia in pubblico nelle ore di digiuno viene arrestato.

Claudio C. Vallocchia

CITTA’ DEL VATICANO - Quella nomina vaticana che umilia Israele.

La decisione di papa Benedetto XVI di nominare l’arcivescovo Giuseppe Lazzarotto come nuovo ambasciatore pontificio in Terra Santa costituisce per Israele una vergogna e un’umiliazione. Il nuovo nunzio apostolico (così viene chiamato l’ambasciatore del Vaticano), rappresentante del papa in Australia dal 2007, succede al nunzio uscente mons. Antonio Franco, in servizio a Gerusalemme negli ultimi sei anni.

Antonio Franco, che cinque anni fa minacciò di boicottare la cerimonia della Giornata della Memoria della Shoà, sarà ricordato a Roma come l’inviato che ha condotto la battaglia della Chiesa Cattolica per riscattare il nome di papa Pio XII al Museo di Yad Vashem: una campagna salutata come un successo, in Vaticano, quando il Memoriale del Museo della Shoà di Gerusalemme ha accettato di modificare una didascalia in cui si indicava che Pio XII non fece abbastanza per fermare il genocidio di sei milioni di ebrei ad opera della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale.

Lazzarotto è invece collegato allo scandalo dei preti pedofili che ha scosso la Chiesa Cattolica irlandese nel 2005. E’ stato infatti accusato d’aver fatto tutto ciò che era in suo potere per proteggerli. Si ritiene che Lazzarotto, all’epoca ambasciatore della Santa Sede in Irlanda, abbia capeggiato la politica di papa Benedetto XVI di non cooperazione con il giudice Yvonne Murphy, capo della Commissione incaricata dal governo irlandese di indagare sullo scandalo degli abusi sessuali nell’arcidiocesi cattolica di Dublino. Il rapporto della Commissione concludeva che “almeno fino alla metà degli anni ’90, la preoccupazione dell’Arcidiocesi di Dublino nel trattate i casi di abusi sessuali su minori è stata quella di mantenere la segretezza, evitare lo scandalo, proteggere la reputazione della Chiesa e preservare il suo patrimonio.

Ogni altra considerazione, compreso il benessere dei bambini e il rendere giustizia alle vittime, era subordinata a queste priorità”. La Commissione criticava l’arcivescovo Lazzarotto per il suo rifiuto di rendere note informazioni dai rapporti circa gli abusi sessuali del clero su minori.

Nel 2008, un anno prima che la Commissione d’inchiesta inoltrasse le sue conclusioni incriminanti alla Corte Supreme irlandese, il Vaticano decideva di nominare Lazzarotto suo rappresentante in Australia.

Con un attacco senza precedenti alla Santa Sede, l’allora primo ministro irlandese Enda Kenny affermava: “Lo stupro e la tortura di bambini sono stati minimizzati o ‘gestiti’ pur di sostenere il primato dell’istituzione, il suo potere, il suo rango e la sua reputazione”. Enda Kenny terminava denunciando “elitarismo, separatezza, disfunzione e narcisismo in Vaticano”. Lo scorso novembre Dublino ha deciso di chiudere la sua ambasciata presso al Santa Sede.
Ed ora il Vaticano decide di nominare Lazzarotto suo ambasciatore in Israele. Gli ebrei, devono essersi detti al Segretariato di Stato pontificio, hanno già problemi per conto loro: i preti pedofili non sono all’ordine del giorno, nel tumultuoso Medio Oriente, così possiamo dimostrare il nostro apprezzamento per la lealtà di Lazzarotto durante lo scandalo in Irlanda conferendogli la prestigiosa carica di rappresentante del Vaticano a Gerusalemme.
 
La nomina suona come uno schiaffo in faccia a Israele e sottolinea i rapporti tesi fra Santa Sede e stato ebraico, basati soprattutto su gesti simbolici.

Per questo Israele dovrebbe chiedere chiarimenti a Vaticano e Irlanda circa la condotta dell’arcivescovo durante lo scandalo dei preti pedofili, prima che abbia inizio il suo mandato come ambasciatore in Israele. Facendolo, Israele manderebbe al clero in tutto il mondo un chiaro messaggio: Gerusalemme considera gli abusi sessuali su minori un reato grave e coloro che ratificano tali reati non possono trovare rifugio in Israele, nemmeno come rappresentanti del papa (Menachem Gantz)

M.O. - Gaza, Onu lancia allarme su degrado condizioni vita

Da qui al 2020 popolazione crescerà e servizi non miglioreranno

Gerusalemme, 27 ago. - Le condizioni di vita degli abitanti della Striscia di Gaza sono destinate ad aggravarsi da qui al 2020 se non saranno prese misure correttive. E' l'allarme lanciato da responsabili delle Nazioni Unite.

"La popolazione di Gaza aumenterà di mezzo milione di persone entro il 2020 mentre la sua economica crescerà solo lentamente. Di conseguenza, la gente di Gaza conoscerà periodi ancora più duri per avere accesso sufficiente all'acqua, all'elettricità o per mandare i bambini a scuola", ha affermato in un comunicato Maxwell Gaylard, responsabile dell'Onu per l'aiuto umanitario e allo sviluppo dei territori occupati palestinesi.

Secondo le stime Onu, la popolazione di Gaza passerà da 1,6 a 2,1 milioni di abitanti nel 2020, il che porterà la densità della popolazione a 5.800 abitanti per chilometro quadrato. Le infrastrutture per l'elettricità, l'acqua, l'igiene pubblica e i servizi municipali e sociali non si svilupperanno allo stesso ritmo della popolazione, ha aggiunto il comunicato.

Cosa è entrato a Gaza nell’ultima settimana


agosto 18, 2012

Per chi fosse interessato, la lista settimanale delle merci in entrata a Gaza, richieste dall’Autorità palestinese e “scortate” da Tzahal in modo che Hamas non ne approfitti per fare entrare armi. La maggior parte dei prodotti è destinata a commercianti e grande distribuzione; una parte è divisa tra le organizzazioni di assistenza, Croce Rossa e Unrwa
 

EUROZONA - Merkel vuole l'Ue federale

Ispirata al modello Usa. Unione fiscale e più autonomia alla Bce.

Lunedì, 27 Agosto 2012 - Un nuovo trattato per favorire l'integrazione politica e mettere fine alle polemiche sollevate dalla Bundesbank  e dai politici, tedeschi e non.
È questo il progetto di Angela Merkel che, tra gli obiettivi, si pone anche una netta ripartizione di competenze tra Francoforte e Bruxelles.
Per ora non è chiaro in che modo il nuovo trattato dovrebbe convivere con il fiscal compact di prossima attuazione, ma già si parla di dicembre come termine ultimo per la sua realizzazione. Se dovessero coesistere, potrebbe essere complessa l'opera di selezione delle norme Paese per Paese.
Il progetto Merkel, in ogni caso, si articola in tre, principali, direzioni: unione fiscale, bilancio federale e autonomia della Bce.
UNIONE FISCALE. Il bilancio federale dell'unione politica che la cancelliera ha in mente dovrebbe essere la base per realizzare l'unione fiscale. Dovrebbe concretizzarsi non tanto con la messa in comune delle tasse, se non quelle indirette come l'Iva, quanto attraverso la creazione di parametri di copertura statale per sanità, welfare e pensioni. Significherebbe, sostanzialmente, maggiore solidarietà tra gli Stati membri e più difficoltà nell'astenersi dall'aiuto reciproco.
STATO FEDERALE. L'unione politica, nei progetti della Merkel, equivale alla trasformazione dell'Unione europea in uno Stato federale a tutti gli effetti. La Germania, da mesi, ha tracciato questa strada per la risoluzione della crisi del debito. Il timore di molti Paesi, tuttavia, è che Berlino, assieme ad altre potenze, assuma un ruolo ancor più preponderante all'interno dell'Unione.
AUTONOMIA DELLA BCE. Cambierebbe decisamente anche il ruolo della Bce, non più sottoposta alle decisioni dei vari consigli e ministri finanziari, ma in possesso di totale autonomia. Una vera e propria banca capace di garantire efficacia e rapidità decisionale. Con decisioni prese a maggioranza e slegate da ogni vincolo politico. Una banca in grado di acquistare titoli sul mercato, primario o secondario, con maggiore libertà e nell'interesse della stabilità dell'Eurozona.
La Merkel ha recentemente ribadito, per l'ennesima volta, la necessità dell’unione politica come presupposto per gli eurobond. Come ogni Stato federale, la nuova Unione sarebbe in grado di emettere titoli. Eurobond che renderebbero obsoleti, in diversi casi, i vari meccainismi di intervento predisposti dai fondi Salva-Stati.
Sullo sfondo, il modello restano sempre gli Stati Uniti. Non è un caso che a Berlino il politico più citato continui a essere Alexander Hamilton, primo segretario al Tesoro Usa, artefice del 'voluntary compact' da cui nacque lo stato federale.

RUSSIA - Putin, stratega d'autunno

I primi 100 giorni .Gli obiettivi futuri del presidente russo.

Kiev, Lunedì 27 Agosto 2012 - Per la terza volta in 12 anni Vladimir Putin ha girato la boa dei «primi 100 giorni» al Cremlino. A maggio 2012, l’inaugurazione del suo terzo mandato come presidente era stata segnata dalle marce di protesta dell’opposizione extraparlamentare.
IL CONTENIMENTO DEL DISSENSO. Il recente processo alle Pussy Riot e la relativa condanna per il gruppo punk a due anni in un campo di lavoro hanno gettato un’ulteriore ombra sul leader e sulla strategia di contenimento del dissenso che sta prendendo forme preoccupanti.
L'OMBRA DELLA REPRESSIONE. Fuori dai confini di Mosca, infatti, la visione sul ritorno dello zar nelle stanze del potere è legata a doppio filo con la repressione.
Ma la realtà interna è stratificata e complessa e Putin ha pensieri più stringenti delle ragazze incappucciate, su cui peraltro ha tenuto un basso profilo, intervenendo solo a Londra durante la sua visita alle Olimpiadi e chiedendo, per di più, un giudizio clemente.

Il 65% dei russi approva il presidente


L’ultimo sondaggio del Levada Center (il più indipendente istituto di ricerche russo), pubblicato il 19 agosto, si concentra sulla figura del capo dello Stato e indica che solo quattro russi su 100 provano antipatia o avversione per il presidente. Il 65% dei cittadini infatti lo vede in maniera positiva, il 32% è indifferente, l’8% non può dire nulla di buono.
LE PRIORITÀ DEL PAESE. Così, nei suoi primi 100 giorni al Cremlino Vladimir Vladimirovich - che un po’ di smalto ha comunque perso, se è vero che la popolarità non è più quella record dei mandati precedenti - si è preoccupato di riordinare un po’ le cose nella nuova casa, dove resterà per i prossimi sei anni, concentrandosi sui temi fondamentali per il Paese.
LA MESSA A PUNTO DELLA STRATEGIA. Secondo gli osservatori il nuovo Politburo 2.0 al vertice del quale è tornato Putin è ancora alla ricerca di una strategia ad ampio raggio che incida veramente sul piano politico, sociale ed economico.
Mentre la precedenza è stata data al riassetto degli equilibri interni e dei gruppi di potere che gravitano intorno al Cremlino, gli obiettivi devono ancora essere stabiliti con chiarezza così come le modalità per raggiungerli.

Economia e geopolitica in cima all'agenda del nuovo Politburo


Soprattutto per quanto riguarda l'economia: il rischio che un’eventuale bancarotta europea abbia effetti in Russia è lontano, ma il ricordo del default del 1998 non può essere dimenticato.
IL DOSSIER SIRIANO. Anche la scacchiera geopolitica internazionale è in cima ai pensieri di Putin. La Russia vuole recuperare terreno: il dossier Siria sta allungando le distanze con Washington, anche se al Cremlino sa che Oltreoceano i toni sono quelli della campagna elettorale. Il presidente sta infine cercando un nuovo assetto anche per i rapporti con le ex repubbliche dell’Urss, Ucraina e Bielorussia in primis.
OPPOSIZIONE IN SECONDO PIANO. Il duello con l’opposizione, sempre sotto i riflettori internazionali, è invece al momento un tassello secondario del mosaico. Già da maggio la Duma ha completato le riforme avviate con Dimitri Medvedev: la nomina dall’alto dei governatori regionali è stata abolita e la legge per la registrazione dei partiti semplificata (adesso ne esistono 39 e 190 sono in lista d’attesa).
Ma a questi progressi si contrappone l’aumento della pressione esercitata dallo Stato come dimostrano le nuove leggi sulle Ong e la stretta sul controllo di internet.

Pussy Riot, isteria mediatica occidentale


La Russia si muove e reagisce secondo ritmi e regole diversi da quelli dell’Occidente.
Sempre citando la ricerca del Levada Center, alla domanda su chi potrebbe sostituire Vladimir Putin al Cremlino il nome più citato è quello del numero uno del partito comunista Gennadi Zyuganov (12%), seguito da Medvedev (10%).
NAVALNY E NEMZOV IN CALO. Il blogger Alexey Navalny e l’ex viceprimo ministro Boris Nemzov, che i media internazionali definiscono leader dell’opposizione, hanno ottenuto meno dell’1% dei consensi.
Mentre per quanto riguarda l’opposizione, tra i leader in testa c’è sempre Zyuganov (16%) a braccetto con il populista Vladimir Zhirinovski (12%).
Ecco perché Putin se ne è stato tranquillo e non ha reagito a quella che è percepita come un’isteria mediatica tipicamente occidentale sul caso Pussy Riot.
L'ATTESA PER I RISULTATI ELETTORALI. Per il presidente è stata tutto sommato un’estate tranquilla. E anche in vista dell’autunno, nonostante la manifestazione annunciata dall’opposizione a Mosca per il 15 settembre, non si scomporrà, rimanendo in attesa dei risultati delle presidenziali Usa. E, soprattutto, di quelli che arriveranno dai «giardini di casa»: Bielorussia, Ucraina e Georgia. (Stefano Grazioli)

FRANCIA - Socialisti, il raduno del malumore

Il congresso estivo della Rochelle non fa breccia nel cuore dei militanti, infastiditi dalla politica del presidente Hollande.

 Lunedì, 27 Agosto 2012 - Il congresso estivo del Partito socialista (Ps) registra un record di presenze ma non fa breccia tra il cuore dei militanti. Nonostante i 5 mila partecipanti, il tradizionale raduno socialista tenutosi alla Rochelle nel week-end del 25 e 26 agosto non è riuscito a entusiasmare la folla socialista.
PROMESSE DIMENTICATE. Le promesse fatte da Francois Hollande solo qualche mese fa sembrano dimenticate e sono pochi quelli che ancora vogliono credere a un reale «cambiamento».
Ma, a infastidire l'attivissimo popolo socialista non è stato unicamente il bilancio «modesto» dei primi 100 giorni del governo Ayrault. L'altro grande tema dell'incontro della Rochelle doveva essere la successione di Martine Aubry alla testa del Ps, ma la segretaria socialista ha puntualmente rimandato la questione al congresso di Toulouse, che si terrà in ottobre: «Ho ancora un po' di lavoro per assicurarmi che il Ps mantenga la direzione giusta, ma le cose avanzano bene».
Troppo poco per calmare i presenti che, approfittando della presidenza di Hollande, hanno voluto riportare «la democrazia interna al partito alla luce del giorno».
«UNITÀ INDISPENSABILE». Come fosse ancora in campagna elettorale, il governo ha richiamato l'attenzione dei presenti «sull'unità indispensabile» per compiere il cambiamento: «Ci sono delle impazienze, certamente sono legittime. Noi abbiamo una doppia responsabilità, far fronte alle urgenze e portare avanti allo stesso tempo riforme profonde per inscrivere la sinistra nel lungo termine», ha spiegato Ayrault. Aggiungendo però che la Francia attraversa «un periodo difficile».
Riprendendo il leitmotiv di campagna dell’acerrimo rivale Sarkozy, Ayrault ha insistito sull'importanza «di dire la verità ai francesi», ma il primo ministro ha assicurato di non voler essere a capo del governo «che imporrà l'austerità» alla Repubblica.

A fine settembre si attende il voto sul trattato europeo rinegoziato da Hollande


Il meeting, intanto, è stato anche l'occasione per alcuni ministri di scaldare la voce in attesa del grande rientro politico di settembre. E mentre il ministro delle finanze Moscovici ha annunciato «un abbassamento del prezzo della benzina nelle prossime settimane», il ministro del tesoro Jerome Cahuzac ha spento le polemiche sul ritorno della pubblicità sui canali della televisione di Stato.
A ricevere un’«inaspettata» standing ovation è stato il ministro degli interni Manuel Valls. Il primo poliziotto di Francia ha saputo conquistare il pubblico assicurando «di voler continuare lo smantellamento dei campi rom» e «di voler riaffermare la laicità della Repubblica», prima di invitare tutti i cittadini francesi «a incoraggiare il lavoro delle forze dell'ordine su tutto il territorio».
NUOVI ARRIVATI. Quest'anno, alla Rochelle «non ci sono stati grandi assenti, ma tantissimi nuovi arrivati poco interessati per i dibattiti portati avanti», ha attaccato Libération.
Ma, nonostante il crollo della popolarità del presidente nei sondaggi e il malumore dei militanti, i membri del governo hanno trovato ancora le parole per difendersi: «Non dobbiamo essere in imbarazzo per quello che è stato fatto in questi primi tre mesi, è strano questo malumore che si è creato quest'anno», ha minimizzato un ministro a cui Libé ha voluto garantire l'anonimato.
NOIA E IMBARAZZO. E a chi gli ha fatto notare che il pubblico si annoiava, il ministro Lamy ha risposto che non si trattava «di uno spettacolo deprimente, ma al contrario molto serio».
Ayrault voleva «iscrivere il suo governo nel futuro, ma si ricordi che prima c'è anche il presente», ha ironizzato Le Figaro. A fine settembre, il governo dovrà far votare al parlamento il trattato europeo rinegoziato da Hollande, e «l'ala di sinistra del Ps e alcuni alleati del partito minacciano già di astenersi o votare contro», ha avvertito il Figaro.

(Paolo Saccò)