Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


mercoledì 25 luglio 2012

ITALIA – Crisi del lavoro

Crisi, Bridgestone a terra
A Bari l'azienda taglia 122 precari.

Mercoledì, 25 Luglio 2012 - Bridgestone è a ruote sgonfie. Almeno è questa l'impressione che i mille lavoratori dell'unico stabilimento italiano nella zona industriale di Bari-Modugno hanno ormai da mesi. Dopo che a giugno la più grande azienda di pneumatici giapponese ha lasciato a casa 122 lavoratori precari, somministrati dall'agenzia interinale Manpower, che venivano occupati da tre anni con contratti che andavano da un minimo di 10 giorni a un massimo di tre mesi, ora anche i dipendenti temono un dimezzamento del personale.
PER ORA NESSUNA RISTRUTTURAZIONE. «Per ora l'azienda ha escluso un piano di ristrutturazione», racconta a Lettera43.it Giuseppe Altamura, segretario generale Federazione italiana lavoratori chimici energia manifatture (Filcem) di Bari, «ma visto il momento di crisi tutto è possibile».
Nonostante il taglio dei lavoratori esterni, infatti, dal quartier generale europeo di Bruxelles non sono arrivate buone notizie: i magazzini sono ancora pieni di prodotti invenduti e la produzione deve diminuire.

Circa 60 operai coinvolti in una cassa integrazione a rotazione


Se infatti i dati del mercato dell’auto in Europa non sono confortanti, quelli italiani sono catastrofici: -24,4% di vendite a giugno. E se non si comprano le macchine, gli pneumatici restano nei magazzini.
E così per smaltire le scorte, per tutto giugno e luglio è scattata la cassa integrazione a rotazione: circa 60 gli operai coinvolti. Ma il numero potrebbe presto aumentare.
IL 25 LUGLIO INCONTRO CON L'AZIENDA. Tra i corridoi si parla già di un ulteriore calo della produzione o dell'abbassamento dei giorni di lavorazione a cinque. Ed è proprio per questo che in fabbrica lo spettro della chiusura aleggia come un fantasma: «Se si va sotto un certo standard produttivo alla fine lo stabilimento chiuderà», dicono alcuni operi. Che intanto attendono l'esito dell'incontro tra azienda e sindacati: «Il 25 luglio Bridgestone ci dovrà dire come gestirà lo stabilimento ad agosto e settembre».
Ormai le decisioni «sono prese al massimo di tre mesi in tre mesi», dice rassegnato Altamura. Bridgestone non ha nessun piano a lungo termine. La crisi non lo permette.
L'ANSIA QUOTIDIANA DEGLI OPERAI. Ed è proprio la mancanza di prospettive a spaventare di più i lavoratori: «L'incertezza dei volumi produttivi ci crea uno stato di ansia quotidiana», racconta a Alfredo Rossigno, operaio 36enne. «Ormai funziona così: arriva una email da Bruxelles che dice di ridurre i volumi e la programmazione cambia ogni mese, a volte ogni giorno».
TUTTA COLPA DELLA CRISI DELL'AUTO. Una precarietà difficile da accettare per lavoratori che sino a poco tempo fa pensavano di diventare uno degli stabilimenti più importanti del gruppo in Europa. «Nel 2007-08 si parlava di un ampliamento della fabbrica e dell'arrivo di nuove produzioni a valore aggiunto». L'obiettivo era aggiudicarsi tutta la partita di pneumatici per la Bmw, «l'unico cliente che insieme con Volkswagen continua a chiedere gomme», spiega l'operaio. Poi la crisi del 2008, «ma anche allora era diverso, vedevamo l'uscita dal tunnel, ora no», continua Rossigno.

Costi e produttività: la concorrenza delle fabbriche polacche


Dall'inizio del 2012 l'azienda parla solo via email e per dare brutte notizie. Il progetto di espansione non è stato più menzionato. A Bari si costruiscono ancora le gomme per la Bmw «ma solo piccole unità di produzione, la parte più grande la fanno in Polonia».
LA MINACCIA DELL'EST. Le fabbriche dell'Est giocano ormai la parte del gigante «siamo uno dei sei stabilimenti in Europa e sentiamo sempre più forte la competizione con gli altri, soprattutto con la Polonia». Una concorrenza che si basa «sulla riduzione dei costi e l'aumento della produttività a livelli a volte esasperati», spiega l'operaio.
LA NUOVA FABBRICA IN VIETNAM. Per questo le ultime scelte aziendali preoccupano non poco i lavoratori. «Abbiamo saputo che il 1 luglio Bridgestone ha posato la prima pietra per una fabbrica in Vietnam, ormai stanno spostando i capitali dall'Europa occidentale a quella orientale e verso l'Asia», dice rassegnato Rossigno, «e noi siamo lasciati soli con la paura di un futuro che non c'è».

Antonietta Demurtas



«Esodati senza risorse»

Un allargamento del numero «è difficile».

Un ulteriore allargamento della platea dei salvaguardati tra gli, oltre i 55 mila per i quali sono già state individuate le risorse, «è difficile».
Lo ha detto il relatore al decreto spending review, Gilberto Pichetto Fratin del Pdl, a margine dei lavori in Senato affermando che non ci sono le risorse. «Finora l'esecutivo non si è espresso e non ci sono argomenti per dare spazio a questa richiesta di allargamento della platea».
RICERCA, SALTA IL TAGLIO FONDI. Pichetto Fratin ha spiegato inoltre che, in un emendamento che dovrebbe essere presentato dai relatori tra il 24 e 25 luglio, è previsto che «salti il taglio dei fondi alla ricerca previsto per quest'anno e pari a 30 milioni di euro».
Potrebbero anche sopravvivere gli enti finiti nella tagliola: Promuovi Italia, Arcus, l'Istituto per il Mediocredito.
Tra le altre novità del decreto tempi un po' più lunghi per l'accorpamento delle province, mentre sui tagli alla sanità le valutazioni sono ancora in corso.
Meno automatismi e più selettività nei tagli alle società in house degli enti locali.
Ancora allo studio invece come mettere risorse al credito di imposta per le zone dell'Emilia. Nel dl Sviluppo i fondi sono passati da 100 a 10 milioni di euro e il governo si è impegnato a risolvere la questione nella spending «ma ancora si sta ragionando», ha fatto presente Pichetto Fratin.
«RISARCIRE LE SPESE PER LA NEVE». Il 24 luglio il Senato ha lanciato anche un appello bipartisan per rimborsare gli enti locali che nel corso dell'inverno hanno affrontato le spese per la neve.
«Basta con gli ordini del giorno, il governo mantenga gli impegni», ha detto Filippo Saltamartini del Pdl a nome dei senatori delle Marche.
Intanto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, ha precisato le sue dichiarazioni del 23 luglio, quando aveva auspicato che il Senato potesse essere più «saggio» del governo nella valutazione dei tagli: nessun «duello» all'interno dell'esecutivo ma il testo «può essere migliorato nel corso dell'iter parlamentare».
Il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, invece ha sottolineato: «Con Monti voglio parlare anche di spending review perché ci sono alcune cose che vanno bene ma altre no: sugli enti locali le misure non vanno bene, sono misure pesanti e in alcuni casi irrazionali».
DECRETO IN AULA IL 26 LUGLIO. Il decreto è atteso in Aula a Palazzo Madama nella giornata di giovedì 26 luglio.
Il voto in Commissione Bilancio è cominciato il 24 luglio partendo dalle questioni meno controverse, con l'accantonamento dei temi più impegnativi, come sanità, ricerca, enti locali, per citarne alcuni.
Il 25 luglio con gli emendamenti dei relatori e con la riformulazione di emendamenti già presentati dai gruppi si dovrebbe chiudere il cerchio. L'ok in Commissione dovrebbe arrivare in serata-nottata, mentre in Aula è probabile il ricorso alla fiducia.
Nei settori della ricerca e della cultura si può tirare un sospiro si sollievo. Quello che si prospetta, se non si presenteranno problemi di copertura, è infatti l'eliminazione del taglio, almeno i 30 milioni di euro del 2012.

martedì 24 luglio 2012

ITALIA – Rivoluzione cercasi disperatamente ……

«Voglio un’estate spericolata» si potrebbe cantare, parafrasando il vecchio Vasco. Spericolata ma tutt’altro che spensierata, e non solo per le batoste che ci arrivano ormai con ritmo quotidiano dal governo Goldman-Monti: stangata Imu, pressione fiscale al 55% (record mai raggiunto in Italia), approvazione del Fiscal Compact (45 miliardi di euro all’anno sulla gobba degli italiani).
L’estate sta diventando spericolata anche a livello politico, visto che a margine del governo Monti – e in attesa di Grillo – è tutto un rincorrersi di voci, indiscrezioni, tentazioni e ipotesi di rimodellamento del vecchio scenario politico pressoché spazzato via dall’ascesa dei tecnocrati. Riassumendo sinteticamente: il Pdl non c’è più, come già avevano sancito gli elettori. Forse ritorna Forza Italia, magari si ricompone una specie di An più piccola e imbolsita, Fini starebbe per lanciare il suo ennesimo partitucolo personale (si accettano scommesse sui tempi dell’ennesimo fallimento) e la Lega Nord, dopo la cura dimagrante delle ultime elezioni, passa dalle mani incerte di Bossi a quelle di Maroni, anche se il vecchio e tremolante senatùr non vuole mollare la presa.

Intanto c’è chi cerca la via di ritorno alla petrosa Itaca, ma l’isola – come ha scritto qualcuno – è affollata di proci e francamente non si vede all’orizzonte un valente arciere, così come fu Ulisse, in grado di poterli infilzare come tordi. Meglio girare al largo oppure, pietra per pietra, rimanere «… ai sassi aridi della mia Troade, alle memorie del mio Ettore domatore di cavalli, al riflesso della pira ardente che ne ha disperso per sempre le ceneri nel cielo», per dirla con le parole di Franco Cardini.

Nel tourbillon di partiti che vanno e che vengono e nelle giravolte delle alleanze effimere come gli amorazzi da spiaggia, sembra di leggere le famose parole del principe di Salina: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». L’eterno immobilismo dell’eterna Italietta, ogni giorno meno Italia ma pur sempre piccina piccina.

Eppure non occorre essere profeti per vedere il baratro che si appropinqua. I nostri vicini greci già ci sono, nel baratro. E non hanno avuto la forza, il coraggio o l’incoscienza di scartare all’ultimo per evitare il precipizio, affidandosi invece al paracadute fallato della Trojka e degli avvoltoi di Bruxelles. Forse la caduta sarà un po’ rallentata, ma non è detto che faccia meno male.

Sono in pericolo anche i cugini spagnoli, che dopo anni di fiesta e di movida oggi scoprono con orrore che si trattava di balli sul ponte del Titanic. Farebbero ancora in tempo a reagire e ci sono piccoli segnali che lasciano sperare che il popolo, i cittadini iberici, non si vogliano rassegnare: la marcia dei minatori, le maxi manifestazioni, spontanee e apartitiche, organizzate da professori, medici e impiegati pubblici, la protesta – magari pittoresca – dei pompieri, che posano nudi per dimostrare che è stato loro tolto ormai tutto. Ma anche la vibrata reazione dei rappresentanti delle forze armate di Madrid, che si sono associate alla protesta generale contro «lo smantellamento dei diritti che non avremmo mai dovuto perdere». Non solo una questione di soldi, quindi. Hanno capito che qui entrano in gioco diritti sociali che si pensavano acquisiti, per noi e per le generazioni future. E che invece vengono messi in discussione dai tecnocrati delle banche. E che dire della polizia che a Madrid, invece di manganellare, si toglie il casco e solidarizza con i manifestanti? Segnali di vita, speriamo.

Da queste parti, invece, regna una rassegnazione tombale. Sarà che non ci hanno ancora tolto le tredicesime, né hanno cominciato a mandare a casa i dipendenti pubblici (ma quelli privati ormai è anni che sono espulsi dalle fabbriche con metodica e impressionante regolarità), però a leggere i giornali sembra che i veri problemi siano le ondate di caldo, il dibattito sulle coppie gay nel Pd, le telefonate del Quirinale, le cervellotiche estorsioni fra Dell’Utri e Berlusconi, la presunta gravidanza di Belen Rodriguez, l’addio di Ibrahimovic al calcio italiano.

Scongiurata l’eventualità di elezioni in autunno, si andrà a rieleggere il Parlamento nella primavera del 2013 e forse – dipenderà dalla legge elettorale – anche a indicare coalizione e premier del futuro governo. Cioè il governo che raccoglierà i cocci di un’Italia salassata e prostrata dai tecnocrati ma tutt’altro che salva. Tempo sei mesi, quindi, e comincerà una delle campagne elettorali più delicate della storia repubblicana. Con quali prospettive? È presto detto: sarà anche peggio dell’ultima volta…

Rubiamo ancora un’opinione di Franco Cardini, espressa in una recente intervista [LEGGI QUI]: «I parametri di destra e sinistra sono fluidi, interscambiabili, relativi ai contesti in cui vengono utilizzati. Il dramma è che oggi la sinistra non vuole distinguersi dai propri avversari né sul piano economico, visto che appoggia le privatizzazioni e lo smantellamento dello Stato sociale; né in ambito internazionale, essendo in prima linea nel rivendicare la saldatura tra Ue e Usa attraverso la Nato. Mentre l’emancipazione dell’Europa passa per la fuoriuscita dall’Alleanza atlantica».

Al di là della destra e della sinistra? Se ne discuteva già trent’anni fa ma oggi sembra che finalmente ci siamo arrivati. Non per merito dei protagonisti, naturalmente, ma perché la realtà intorno a loro ha reso del tutto inutili i miseri distinguo ideologici, le nostalgie partitiche, gli orticelli elettorali, i piccoli interessi di bottega. Prima la Grecia, oggi la Spagna, domani l’Italia e dopodomani il resto d’Europa: c’è un continente al bivio e finora nessuno che si azzardi a dare risposte che non siano tardo ottocentesche o, nella migliore delle ipotesi, primo novecentesche.

Prendiamo in prestito le parole di un altro “saggio”, che rispetto a Cardini politicamente proviene dalla sponda opposta. Di recente l’economista e sociologo francese Serge Latouche ha concesso a un giornale online un’intervista che brilla per lucidità, coraggio e anche spregiudicatezza. Vale la pena leggerla (Martedì 17 luglio leggi  la versione integrale “Serge La Touche”]. Ecco uno dei passaggi salienti:

Ma lei che cosa farebbe se fosse il premier italiano?
L’Italia dovrebbe andare in bancarotta.

Che cosa intende?
Pensi al debito.

Secondo l’Fmi quello italiano è quasi al 140% del Pil.
Appunto: non sarà ripagato, lo sanno tutti. Ne è consapevole anche Mario Monti. Il problema, per l’attuale classe dirigente, non è ripagare il debito. Ma è fingere di poter continuare il gioco: cioè ottenere prestiti e rilanciare un’economia che è solo speculativa.

Quali sono le prime cinque misure che adotterebbe al posto di Monti?
Innanzitutto, cancellerei il debito. Parlo come teorico, so che ci sono cose che Monti non potrebbe fare comunque, neppure se fosse di sinistra o un decrescente. Ma sto parlando di bancarotta dello Stato.

La bancarotta è la soluzione?
È più che altro la condizione per trovare le soluzioni.

In che senso?
Non porta necessariamente alla soluzione, anzi in un primo momento le cose possono peggiorare. Ma non c’è altro modo, perché non esiste via d’uscita dentro la gabbia di ferro del sistema attuale. L’Italia non sarebbe la prima né l’ultima. Tutti quelli che l’hanno fatto si sono sentiti meglio, da Carlo V all’Argentina.

Più avanti Latouche sfata anche il tabù del protezionismo, un altro dei dogmi imposti dalla cultura della globalizzazione liberista. Alla perplessa giornalista italiana risponde così: «Devo usare una parola che in Italia fa sempre paura: serve una politica risolutamente protezionista. Esiste un cattivo protezionismo, è vero. Ma c’è anche un cattivissimo libero scambio. Mentre esiste un buon protezionismo, ma non un buon libero scambio. Perché? Perché la concorrenza leale sempre invocata non esiste. E non esisterà mai. Semplicemente perché tutti i Paesi sono diversi. Come si può competere con la Cina? È una barzelletta». Parla come uno della Lega Nord, ribatte l’intervistatrice. Ma il teorico della decrescita, che nasce come marxista, non si scompone: «Lo so, lo so. E anche come uno del Front National. Sa perché ha successo l’estrema destra? Perché non tutto quel che dicono è stupido. C’è una parte insopportabile, ma se sono popolari – e lo saranno sempre di più – è perché hanno capito alcune cose, hanno ragione. È questo che fa paura».

Altro che tecnici, economisti e professoroni della Bocconi. Ciò che servirebbe all’Italia, ma in ultima analisi all’Europa intera, sarebbe un rivoluzionario. Attenzione, niente a che vedere con i guerriglieri o i bombaroli del secolo passato: a noi servirebbe un leader (o una leader, perché no?) rivoluzionario nel pensiero e soprattutto nell’azione politica ed economica. Uno capace di dare il giro al tavolo, visto che la roulette è palesemente truccata. In grado di dire con chiarezza che cosa ci aspetta e come si potrebbe provare a uscire dal tunnel, invece di prolungare l’agonia di un Paese cancellando i diritti, prosciugando i risparmi delle famiglie, azzerando lo stato sociale, cedendo la sovranità nazionale e svendendo a pezzi il patrimonio pubblico. Senza peraltro lasciar intravedere neppure una speranza di sviluppo e di ripartenza.

Basterebbe arrivasse un esempio concreto, anche dall’estero. Qualcuno che avesse il coraggio di gridare che «il re è nudo» e desse un calcio alla prima tessera; con la speranza di far venire giù tutto il percorso del domino. E che naturalmente riuscisse ad avere un seguito popolare sufficiente a imprimere la svolta in modo democratico e possibilmente pacifico, anche se le rivoluzioni non sempre sono del tutto incruente. Il problema è che all’orizzonte si vedono solo mezze figure: senza idee, senza sogni, senza coraggio. E per trovare un leader, purtroppo, non si può mettere un annuncio sul giornale, organizzare un reality o pubblicare un appello su internet.

Giorgio Ballario

LAVORO - Electrolux licenzia col bonus

L'azienda: 15 mila euro a chi assume gli ex dipendenti.
Martedì, 24 Luglio 2012 - Licenziamenti sì, ma col bonus. Non solo al lavoratore che viene 'tagliato' ma anche all'azienda disposta ad assumerlo. È questa la strategia messa in campo da Electrolux Italia, ramo nazionale del gigante svedese tra i leader mondiali nella produzione di elettrodomestici.
CONTRIBUTO DIRETTO. L’azienda, in pratica, ha deciso di assegnare un contributo diretto (bonus o incentivo, la sostanza non cambia) di 22 mila euro al dipendente in esubero e di 15 mila all’impresa che vorrà offrirgli una nuova occupazione.
Sono quattro, in tutto, gli stabilimenti della Electrolux attivi nel nostro Paese: Solaro, in provincia di Milano; Forlì; Susegana, in provincia di Treviso; e Porcia, in provincia di Pordenone.
CIRCA 850 ESUBERI. Nel complesso, dunque, si parla di 5 mila persone impiegate: tra queste, circa 850 sono destinate a finire sotto la voce “esuberi”.
Così, la multinazionale ha deciso di elargire incentivi economici per favorire il loro reingresso nel mercato del lavoro.
La nuova azienda, però, dovrà rispettare alcuni requisiti indispensabili: nello specifico, la nuova occupazione dovrà trovarsi nel raggio di 30 chilometri rispetto all’abitazione del lavoratore, o rispetto alla sede Electrolux in cui egli era impiegato.
Inoltre, le condizioni normative ed economiche di cui il lavoratore potrà beneficiare nella nuova azienda dovranno essere le stesse, o comunque equiparabili, rispetto a quelle garantite dalla multinazionale fino al licenziamento. Infine, la nuova azienda dovrà avere un numero minimo di 20 dipendenti.

L'azienda offre un contributo di 37 mila euro a chi vuole avviare un'attività


Insomma, un piano sociale che si propone di stabilire una sorta di collaborazione tra le imprese di uno stesso territorio, grazie al quale i nuovi datori di lavoro potranno usufruire - oltre che delle agevolazioni fiscali che già la legge prevede solitamente per chi assume dipendenti che si trovano in mobilità - di un contributo in più, un «dono» una tantum finalizzato a rendere meno traumatico il licenziamento (per il lavoratore) e meno dispendiosa l’assunzione (per il nuovo datore di lavoro).
IL VINCOLO DELLA PROSSIMITÀ. Il piano prevede, come si legge nel volantino distribuito tra i lavoratori dell’azienda, che «i posti di lavoro in questione vengano proposti ai lavoratori secondo le seguenti priorità: volontarietà, profili professionali compatibili, prossimità alla sede di lavoro».
Inoltre, «l’accettazione avverrà dopo due mesi di assunzione nella nuova impresa durante i quali il lavoratore sarà collocato in aspettativa».
Ma questa non è l’unica iniziativa messa in pratica da Electrolux: l’azienda di elettrodomestici da un lato ha favorito l’uscita volontaria incentivata dei dipendenti in esubero, concedendo un incentivo economico (30 mila euro lordi per chi accettava entro il 30 giugno, 22 mila euro per chi lo farà entro il 30 settembre, 15 mila euro da ottobre in poi), e dall’altro lato ha cercato di re-inserirli immediatamente nel mondo del lavoro, permettendo loro di ricevere un contributo per dare il via a nuove attività imprenditoriali in proprio: 37 mila euro, erogati in parte al lavoratore stesso - come incentivo all’esodo - e in parte alla nuova attività, rientrando così nel regime fiscale della nuova attività stessa.
L'IPOTESI DI METTERSI IN PROPRIO. Dallo scorso 30 marzo, data in cui è stato raggiunto l’accordo sindacale, già diversi dipendenti hanno potuto aprire un’attività, contando anche sul supporto informatico messo a disposizione da Electrolux: negozi di abbigliamento e gelaterie, ma anche bar o attività di consulenza on line.
Il piano, tuttavia, per il momento ha avuto risultati contrastanti.
Come spiega Sebastiano Puglisi, communication and media relations manager di Electrolux, «su circa 850 esuberi nei quattro stabilimenti dell'elettrodomestico, sono già usciti circa 150 dipendenti: la maggior parte con la classica buonuscita e solo una decina per nuove iniziative imprenditoriali. L'accordo è stato raggiunto il 30 marzo e il piano sociale sta cominciando a sviluppare la potenzialità più innovativa, con particolare interesse per l'autoimprenditorialità».
Come dire che, per ora, non sembra semplice trovare aziende disposte ad assumere i “tagliati”. Nemmeno con un regalo di 15 mila euro.

Simone Morano


SIRIA - l'opposizione apre: uomini di Assad guidino la transizione

Il consiglio nazionale si dice pronto ad accettare le autorità del regime per un trasferimento di poteri. "Spostate armi chimiche"
Damasco 24 lug. - L'opposizione siriana si è detta pronta ad accettare che "una personalità del regime" di Bashar al Assad guidi il paese durante un periodo di transizione dopo la partenza dell'attuale presidente.

"Siamo d'accordo sulla partenza di Assad e il trasferimento dei poteri a una personalità del regime, per guidare un periodo di transizione sul modello di quanto è avvenuto nello Yemen", ha detto Georges Sabra, portavoce del Consiglio nazionale siriano (Cns), che riunisce i principali movimenti di opposizione a Damasco.I ribelli siriani, intanto, hanno accusato oggi le autorità di Damasco di avere trasferito armi chimiche alla frontiera. Ieri Damasco ha fatto sapere che non avrebbe utilizzato il suo arsenale chimico contro la popolazione locale, ma che ne avrebbe fatto uso in caso di attacco militare straniero. Una minaccia che ha suscitato la viva condanna della comunità internazionale. Si tratterebbe di "un tragico errore", ha commentato in particolare il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Secondo quanto riferito dai ribelli, le armi chimiche del regime sarebbero state trasferite verso alcuni aeroporti alla frontiera.

"Noi dell'Esercito siriano libero sappiamo perfettamente dove si trovano queste armi e la loro posizione e possiamo rivelare che Assad ha trasferito alcune di queste armi e l'equipaggiamento per la miscela di componenti chimici in aeroporti alla frontiera", si legge in un comunicato dei ribelli.


Spagna - La Bce sostiene la politica del peggio

Pressione dei mercati, manifestazioni contro l’austerity, semi-fallimento delle regioni: il governo di Mariano Rajoy non ha più molto margine di manovra. E la Banca centrale europea, che potrebbe aiutarlo, sembra fare di tutto per favorire un salvataggio globale che implicherebbe una messa sotto tutela del paese.
Ignacio Camacho23 luglio 2012 ABC Madrid

Nel documento che contiene le conclusioni  dell’ultimo Consiglio europeo  c’è un paragrafo dedicato all’accordo per l’intervento della Banca centrale in caso di crisi irreversibile del debito sovrano. Non è un sottinteso, sta scritto nero su bianco in un foglio che Rajoy si porta appresso nella ventiquattrore come fosse un salvacondotto morale. Per questo il primo ministro osserva con perplessità l’andamento degli indici finanziari e in privato si strugge per quello che considera un clamoroso inadempimento. In parole povere, la sua irritazione è evidente: ha capito che le istituzioni europee non si prendono sul serio.

Forse in queste ore, con lo spread e i bond che sono ormai al punto di fusione, Rajoy ha capito che il problema non è tanto la negligenza dell’Ue quanto l’intenzione non dichiarata ma salda di forzare un piano di salvataggio per la Spagna.

L’impassibilità di Mario Draghi è chiaramente strategica: al di là dei gesti e delle decisioni, sembra avere un piano a cui Madrid non può sottrarsi, e la Spagna appare condannata a un intervento formale  sotto la minaccia di una sospensione dei pagamenti.

Se lunedì la Bce non effettuerà un acquisto massiccio di debito spagnolo [oggi lo spread è al massimo, 6,40 per cento, e non ci sono stati annunci di un acquisto delle obbligazioni spagnole da parte della Bce] sarà perché Merkel ha mostrato in privato il pollice verso mentre in pubblico fa l’opposto e difende davanti al Bundestag la necessità di aiutare il sistema finanziario spagnolo.

Pur con il ritardo dovuto agli errori iniziali, il governo spagnolo ha fatto sostanzialmente la sua parte: ha improvvisato – proprio così: improvvisato – un durissimo aggiustamento che ha scatenato la protesta della piazza; si è inimicato la sua base elettorale aumentando nuovamente le tasse e ha predisposto un budget ancora più limitato per il 2013. Eppure non è cambiato niente. I mercati hanno agevolmente infranto ogni speranza senza che nessuno a Francoforte muovesse un muscolo per interrompere la punizione inferta alla Spagna. La sfiducia è sempre più profonda. Oltre al governo e allo stato, ormai colpisce l’intero paese.

Bisogna ammettere che ci sono molte ragioni che giustificano questa diffidenza viscerale: l’economia sovra-indebitata, l’indolenza del governo a potare la struttura amministrativa, la rivolta delle regioni davanti all’esigenza di abbassare il deficit, il fallimento tecnico di alcune comunità, la bandiera bianca issata a Valencia il 20 luglio [la regione ha chiesto aiuto allo stato spagnolo] e l’enorme e pesante apparato di poteri territoriali e locali. Per non parlare del malessere civile mostrato da una società incapace di comprendere la gravità dell’emergenza.

Tuttavia va detto che questi aspetti erano già presenti quando il Consiglio europeo, l’Eurogruppo, l’Ecofin e gli altri dei dell’Olimpo si sono impegnati ad agire attraverso l’unico strumento possibile della politica monetaria. È stato raggiunto un accordo, ma con fredda indifferenza una delle due parti si è tirata indietro. Forse questo silenzio rimbomberà durante il fine settimana nella verdeggiante solitudine di La Moncloa [la residenza del capo del governo]. Il presidente ha 48 ore di tempo per capire se è stato abbandonato, se siamo stati tutti abbandonati.

Traduzione di Andrea Sparacino


Finanza

Tre mesi di tempo


“La Spagna ha liquidità sufficiente per resistere 3 mesi”, titolava La Vanguardia il 22 luglio riportando le dichiarazioni anonime di un ministro. Mentre il costo del debito cresce a dismisura con tassi che superano largamente il 7 per cento, il quotidiano definisce questo margine

un sottile materasso con cui superare i ‘50 giorni maledetti’. Così viene chiamata in Italia la proroga [fino al 12 settembre] che si è auto-concessa la Corte costituzionale tedesca per decidere se l’ampliamento delle attribuzioni del nuovo Meccanismo europeo di stabilità (Mes) (che sarà in grado di acquistare obbligazioni dei paesi in difficoltà) è conforme alla Costituzione della repubblica federale. Fino ad allora bisognerà resistere nella tempesta che i mercati hanno scatenato sulla Spagna puntando sempre di più sul default del paese e sullo scioglimento dell’euro. […] Quanto tempo può durare questa situazione?

EUROZONA - Moody's taglia la Germania

Outlook negativo anche per l'Olanda.
Lunedì, 23 Luglio 2012 - Moody's ne ha per tutti. Per l’Italia, già colpita dall'accetta, per Nokia, declassata ulteriormente il 23 luglio, e addirittura per la Germania.
L'agenzia internazionale di rating ha rivisto al ribasso l'outlook della Germania, dell'Olanda e del Lussemburgo a 'negativo' da 'stabile'.
Un'altra brutta notizia per Berlino, dopo le prime avvisaglie di crisi rilevate da Creditreform.
FINLANDIA SOLIDA. Confermato invece il rating 'Aaa' della Finlandia con outlook stabile.
Moody's ha puntato il dito contro la «vulnerabilità del sistema bancario tedesco al rischio di un peggioramento della crisi del debito dell'area euro», con le banche tedesche esposte ai paesi più in difficoltà, soprattutto Italia e Spagna.
Immediata la reazione tedesca. «La Germania si trova in una situazione economica e finanziaria solida. È l'ancora di stabilità della zona euro. La capitalizzazione del settore bancario è sensibilmente migliorata e le prospettive di crescita dell'economia tedesca sono solide», ha detto il ministero delle Finanze, guidato da Wolfgang Schaeuble.
«Il Paese lavorerà con i suoi partner per superare il più rapidamente possibile la crisi del debito europeo».
GLI AIUTI ALL'EUROZONA ORA PESANO DI PIÙ. Con la revisione al ribasso dell'outlook di Germania, Olanda e Lussemburgo ora le «prospettive sono negative per tutti i paesi AAA dell'area euro sui cui bilanci potrebbero pesare maggiormente» gli aiuti all'area euro, siano questi legati alla «necessità di ampliare l'European Stability Mechanism o sia la necessità di sviluppare forme di liquidità ad hoc».
Ma a tenere banco è ancora la situazione della Grecia. Una sua eventuale uscita dall'area euro avrebbe un «ampio impatto sugli altri Paesi membri, soprattutto Spagna e Italia».
Insomma, Moody's ha avvisato tutti: meglio salvare Atene.
RISCHIO CHOC GRAVISSIMI. Un'uscita della Grecia dall'area euro rappresenterebbe una minaccia reale per Eurolandia. Secondo l'agenzia di rating, infatti, questo innescherebbe choc che potrebbero essere contenuti solo ad alto prezzo.
«Se dovessero fallire in questo, il risultato sarebbe una graduale chiusura dall'area».
Anche se la Grecia restasse nell'area euro, i costi di cui i Paesi più forti si dovrebbero far carico sono in aumento e questo anche a causa del processo politico europeo.
«Il deterioramento macroeconomico e di finanziamento di Italia e Spagna ha di fatto aumentato il rischio» che i due Paesi «richiedano qualche forma di supporto esterno».


CUBA - Giallo sulla morte di Payà

Il governo: «Incidente». Dissidenti: «Omicidio».

Lunedì, 23 Luglio 2012 - A Cuba è mistero e scontro tra autorità e dissidenti sulla morte il 22 luglio in un incidente stradale, di Oswaldo Payà.  Secondo il governo di Raul Castro si tratterebbe semplicemente di quello che sembra, una morte in strada, senza niente di intenzionale.
Ma i familiari di Payà sono convinti che l'incidente sia stato provocato dal regime.
Payà, un ingegnere di 60 anni, era uno dei più noti esponenti della dissidenza e leader del Movimiento cristiano liberacion (Mcl).
MORTO UN ALTRO ATTIVISTA. Non è stato l'unico a perdere la vita a Bayamo, circa 900 chilometri dall'Avana. Nell'incidente è morto anche un altro attivista dell'Mcl, Harold Cepera, e due stranieri simpatizzanti di Payà sono rimasti leggermente feriti.
La versione delle autorità è semplice e lineare. «Due persone sono morte in un grave incidente d'auto nella provincia Granma», è il titolo della breve notizia riportata stamane dal sito ufficiale Cubadebate, ricordando che l'uomo alla guida dell'auto «ha perso il controllo e la vettura si è quindi schiantata contro un albero».
Nel titolo non vengono nemmeno citati i nomi di Payà e Cepera, mentre nell'articolo viene spiegato che sulla dinamica dell'incidente «le indagini sono in corso».
«UN CAMION GLI È ANDATO CONTRO».Dichiarazioni diametralmente opposte quelle rilasciate da una parte consistente della dissidenza sia dai familiari di Payà.
Già il 22 luglio, quando la notizia è iniziata a rimbalzare sui social network , la nota blogger anti-Castro Yoani Sanchez aveva riferito che un camion aveva urtato la vettura di Payà e dei suoi amici.
È quanto afferma anche la figlia del leader dissidente Rosa Maria, secondo la quale il camion avrebbe tamponato la vettura per farla uscire dalla carreggiata.

Il fratello: «Riceveva minacce frequenti»


Il fratello di Payà, Carlos, ha denunciato le continue minacce ricevute da Oswaldo, raccontando che qualche giorno prima della sua morte, all'Avana, la sua macchina si era ribaltata dopo lo scontro con un'altra vettura. In quell'occasione il dissidente era uscito illeso.
Ma secondo alcuni testimoni, tra cui una donna che abita nell'area dell'incidente, a Bayamo, al momento dello schianto «c'era una forte pioggia. La strada ha dei tratti molto pericolosi».
LA SPAGNA VUOLE LA VERITÀ. A voler vederci chiaro è ora anche il ministero degli esteri spagnolo, il quale ha chiesto all'Avana «tutte le informazioni disponibili».
Anche perché a bordo dell'auto c'era uno spagnolo, Angel Carromero, accompagnato dallo svedese Jens Aron Modig, entrambi politici cattolici vicini a Payà.
Carromero è tra l'altro dirigente di un movimento giovanile del Partido Popular, la formazione del premier Mariano Rajoy.
Secondo alcune fonti dell'Avana, alla guida della vettura c'era proprio lui.
IL CORDOGLIO CONTINUA IN TUTTO IL MONDO. La morte del leader dissidente cattolico continua d'altra parte a essere al centro di centinaia di messaggi Twitter, testi scritti soprattutto da alcune delle 'capitali' estere dell'anti-castrismo, per esempio Madrid o la Florida.
In Italia, l'aula della Camera ha ricordato con un minuto di silenzio e con un applauso Payà, mentre in una nota il presidente dell'Internazionale Democristiana, Pier Ferdinando Casini, ha chiesto «immediata chiarezza sulle modalità di questo strano incidente che ha tolto di mezzo un testimone scomodo per il regime».
Per la Casa Bianca, Payà è stato «un campione dei diritti civili e umani a Cuba».

lunedì 23 luglio 2012

ITALIA - Sinistra, guardati da Monti

Da dove viene e perché bisogna temere l'agenda del tecno governo
La concertazione delegittimata (coerenza trentennale), il modello Craxi, la lezine inascoltata di Carniti

Il discorso di Mario Monti ai banchieri è un intervento politico a tutto tondo che merita attenzione e rispetto. Monti ha disegnato uno scenario di guerra e ha dato inizio a una preparazione psicologica degli italiani perché siano pronti a subire gli effetti di “uno stato d’eccezione continuo”.
Monti ha voluto contrapporre la sua versione “dolce” dell’accettazione della sovranità limitata a quella rassegnata imposta a Silvio Berlusconi con lo “schiaffo umiliante di Cannes”. Sino a questo punto tutto rientra nella tecnica usuale utilizzata dai governanti chiamati a navigare in un mare ignoto e tempestoso. Ma Monti sa che presto sarà chiamato a dare anima politica a un governo tecnico freddo e amorfo. Ed è così che Monti, denunciando il paralizzante rito della concertazione governo-parti sociali, indica nel potere sindacale la sorgente di tutti i mali nazionali.

Sarebbe errore grave classificare questa puntuale denuncia come atto di fastidiosa insofferenza di chi governa. La concertazione fu tentata negli anni Sessanta dai governi Dc-Psi con la politica dei redditi e con la programmazione economica. Essa fallì e si aprì la strada alla tragica radicalizzazione dei conflitti politici e sociali degli anni Settanta. La concertazione tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta fu un espediente tecnico-politico per inserire nelle decisioni di governo il diritto di veto sindacale. Tale diritto garantiva il Pci, chiamato a sostenere i governi di unità nazionale in Parlamento e nel paese senza essere nell’esecutivo.

Nel 1984, sotto il governo Craxi, il giocattolo della concertazione con diritto di veto si ruppe. Così Carniti seppe spiegare con straordinaria sintesi il valore politico della decisione governativa: “Il Pci era convinto che le grandi decisioni che riguardano la sinistra e la società italiana dovessero passare, esplicitamente o implicitamente, sul tavolo o sotto il tavolo, attraverso la sua intermediazione. Il nodo che è venuto al pettine è la pretesa del Pci di voler dimostrare che è la forza egemone ed esclusiva nella sinistra e a livello sociale. E’ un errore di valutazione. Spero che prima o poi venga il momento in cui si possa ragionare con il Pci. Ora i comunisti sprecano molte forze per cercare di dimostrare questa egemonia. E le altre forze progressiste, tra cui la Cisl, devono sprecarne altrettante per contrastarla”.

Lo stesso Carniti volle spiegare che la concertazione del gennaio 1982 (governo Fanfani, accordo Scotti) non fu bloccata da alcun veto: “Noi abbiamo fatto un accordo quando era presidente Fanfani e uno, più avanti, con Craxi presidente. Si potrebbe trarre la conclusione che i comunisti che accettarono l’accordo con Fanfani non vogliano fare accordi col presidente socialista. Quando si sceglie si decide. Decidere significa letteralmente dividere. Abbiamo scelto noi, ha scelto Craxi, ha scelto il governo che non è socialista, ma di coalizione”. Fu così che la concertazione, dagli anni Sessanta agli anni Novanta, apparve e scomparve dall’agenda dei governi e delle rivendicazioni sindacali e seguì le oscillazioni della sinistra politica e sociale. Quando si era più vicini al governo si concertava, quando si era più lontani dal governo la concertazione saltava per l’uso sindacale del diritto di veto.
E veniamo al dunque. Due domande: la concertazione è un bene o un male? A chi serve la concertazione?
La concertazione è un bene se non paralizza, con l’uso del diritto di veto, la parte dissenziente. Non si può impedire al governo di decidere se consideri oneroso il patto, non si può impedire alle parti sociali di condurre altre forme di lotta se ritengano insopportabile il peso dell’accordo.

Alla seconda domanda si può rispondere che la concertazione negli stati democratici serve soprattutto alla parte debole della società perché così può contare sul sostegno del governo.
Non è dato conoscere se la cosiddetta “agenda Monti”, che buona parte della sinistra vorrebbe attiva anche nella prossima legislatura, contiene anche l’idea (liberale? liberista?) della “concertazione”, come recentemente espressa dal presidente del Consiglio. Del resto si tratta di un’idea nient’affatto inedita per il professor Monti, il quale sin dal famoso decreto sulla scala mobile del 1984 ebbe modo di esprimere opinioni, sul rapporto concertativo parti sociali-governo, del tutto riversabili nel dibattito contemporaneo. In una intervista alla Voce repubblicana del 20 marzo del 1984, Monti concludeva il suo pensiero sugli effetti deleteri di una politica contrattuale all’insegna del “salario variabile indipendente”, con un approccio di tipo costituzionale: “Una più precisa distinzione di ruoli è possibile e decisamente auspicabile. Anzi, credo che non sia più lecito e utile discutere i provvedimenti di politica economica soltanto secondo il loro contenuto tecnico, che probabilmente non è il vero responsabile dell’inflazione italiana. Penso piuttosto che le cause debbano essere ricercate in una confusione istituzionale di ruoli sulla quale è altrettanto necessario meditare. E’ vero che il decreto (sulla scala mobile) è disceso da uno stato di necessità, ma credo che continui a essere irrazionale che i pubblici poteri si occupino di intervenire sul salario e sulla scala mobile e lascino, magari, inattuati gli articoli 39 e 40 della Costituzione”.

Ora come allora Monti ha voluto dire che la politica economica, la politica monetaria, la politica di bilancio e quella fiscale sono di competenza esclusiva del governo nazionale o sovranazionale che non concertano e non mediano con le parti sociali.
Il sindacato, per Costituzione (articolo 39), gode della riserva contrattuale che regola salari e tutela le professionalità. Il Parlamento interviene nel conflitto sociale con la regolamentazione dello sciopero (articolo 40 della Costituzione).
I sindacati sono avvertiti. Monti la pensa così da 30 anni. E allora chiediamoci: per la sinistra non c’è alternativa tra una concezione totale della concertazione, quale si ebbe negli anni Settanta sotto la spinta dei governi di unità nazionale, che assegnava ai sindacati un ruolo politico di veto (senza che i sindacati disponessero però della rappresentanza politica e della responsabilità di gestione dell’interesse generale), il “modello Ciampi” nel quale la concertazione si realizzava in un clima di riformismo passivo (e di veto sindacale passivo) per via delle gravissime condizioni del paese e della debolezza contrattuale delle parti sociali e, infine, il modello Monti, di destrutturazione delle relazioni contrattuali tra pubblico e privati e della loro subordinazione al quadro delle relazioni e dei condizionamenti internazionali? Oppure l’alternativa è da cercare in quel riformismo attivo, del quale il governo Craxi (e quella stagione) fu esempio e che si cercò, tra mille difficoltà e impedimenti, di introdurre nelle calcificate relazioni politiche e sociali dell’Italia degli anni Ottanta? Una politica riformista (meglio dire: una ispirazione riformista) che sì toglieva ai sindacati l’uso dell’arma impropria del veto ma li sospingeva verso approdi di riforme strutturali, di soggettività e responsabilità politiche che, in una dialettica forte e autonoma con i partiti, avrebbe cambiato il volto arretrato del paese, sfigurato dalla permanente eccezionalità delle condizioni del governo. Un riformismo attivo, è bene ricordarlo, che non fuggiva di fronte alla sfida del consenso popolare, come mostrò la verifica referendaria sulla scala mobile.

Per concludere. Se l’orizzonte politico del paese è occupato, indistintamente a sinistra come a destra, dai montiani e anti-montiani, c’è spazio per riprendere quello spirito riformista, quella idea liberale e solidale dell’Italia, che sembra essere stato (e ancora essere) il vero obiettivo dell’offensiva conservatrice che ha sempre accompagnato la storia nazionale?
La linea di frontiera tra montiani e antimontiani non corre lungo le pagine del galateo né va disegnata con la penna a colori di un ritrattista. Essa separa due grandi modelli di società. Accettazione di un sistema di appartenenza politica e di relazioni sociali fondato sulla rigida applicazione delle leggi di mercato (tutto si scompone e tutto si ricompone sotto l’effetto virtuoso della concorrenza libera e assoluta), oppure il riconoscere che l’organizzazione dei grandi soggetti politici e sociali e dei mondi vitali dei corpi intermedi tra persona e istituzione è il modello possibile per una grande comunità sovranazionale europea che, nonostante l’immensa dote di cultura e di sapere accumulato nei secoli, attraversò la tragedia di due guerre mondiali e le barbarie delle ideologie totalizzanti.

A questo punto mi piace chiudere con le parole usate da Carniti sui movimenti di piazza contro il decreto sulla scala mobile, perché è in quella immaturità che ritroviamo i veri mali di oggi. Non è il potere sindacale l’origine dei mali, è, piuttosto il deficit riformistico della sinistra italiana. Ecco le parole di Carniti: “Il ‘Movimento’ di questi giorni è un movimento triste. Perché non ha un orizzonte di speranza. Un movimento triste è un movimento conservatore perché è senza proposte e senza iniziativa. Convoglia motivi di protesta, anche di rabbia, che ci sono tra i lavoratori al di là di questa vicenda. Ma qual è lo sbocco? L’accordo che abbiamo fatto è il più vantaggioso possibile per i lavoratori. Nei paesi dove governa la sinistra i provvedimenti sono stati ben più pesanti. Mi fa piacere che il Pci abbia deciso di mettersi esplicitamente alla testa della manifestazione del 24 marzo. Un po’ perché sono convinto che lo spontaneismo senza padri e con molti padrini apra la strada a soluzioni reazionarie; e poi perché così dovrà spiegare ai lavoratori quali sbocchi politici propone”.
Con il discorso ai banchieri Monti non solo ha dato una base ideologica al gelido tecnicismo dei suoi ministri, ma ha inviato un messaggio ai partiti: il dopo Monti sarà la linea Monti. La linea Monti senza trucchi e senza veli è una linea di destra pulita e di dura destra. A sinistra sono avvertiti. I diversivi su primarie e matrimoni gay non bastano.

di Rino Formica

Mercoledì, 18 Luglio 2012: Il Foglio

GERMANIA - La Bundesbank apre alla 'riduzione' dell'Eurozona

«Politiche responsabili o alcuni Paesi lascino la moneta unica».
Lunedì, 23 Luglio 2012 - La Bundesbank non esclude che il numero dei Paesi dell'Eurozona possa presto ridursi. Secondo la banca federale tedesca, «la sola idoneità strutturale non può più assicurare una partecipazione senza problemi all'unione monetaria».
Ecco allora che la permanenza nella moneta unica deve essere condizionata all'adempimento di «una politica economica e finanziaria responsabile, che soddisfi i requisiti di una valuta comune e una politica monetaria condivisa».
Solo così «si possono evitare tensioni eccessive nell'Eurozona».
UN MESSAGGIO A GRECIA, CIPRO E SPAGNA? Da Francoforte non si cita esplicitamente nessun Paese, ma secondo il quotidiano economico Handelsblatt «lo sviluppo della crisi del debito in Grecia, Cipro e Spagna lascia supporre a chi ci si riferisca».

ITALIA - Abc, legge elettorale subito


I partiti premono per le elezioni in autunno.
Lunedì, 23 Luglio 2012 - I partiti hanno iniziato a giocare la partita più importante per mantenere salda la loro maggioranza: si tratta delle grandi manovre per arrivare al voto in autunno anzichè in primavera, con contrattazioni che dovrebbero chiudersi nei primi giorni di agosto.
Ora, quindi, è solo questione di attendere pochi giorni.
Infatti qualora alle Camere dovesse essere presentata la riforma del Porcellum starebbe a indicare che Abc (Angelino Alfano, Pier LUigi Bersani e Pier Ferdinando Casini) avrebbero trovato l'accordo sulla legge elettorale che, di conseguenza, sancirebbe l'inizio della campagna verso il voto.
DIFFICILE TROVARE UN'INTESA. Ma trovare un'intesa è un nodo difficile da sciogliere.
Come fa notare il Corriere della sera, da una parte c'è Casini che spinge perchè la linea Monti abbia un seguito, dall'altra c'è Bersani che, anche se non esclude un'ipotesi di grande coalizione, preferisce che il leader del primo partito formi una maggioranza e assuma l'incarico di guidare l'esecutivo.
E poi, dulcis in fundo, si piazza Silvio Berlusconi che si propone disponibile a qualsiasi mediazione pur di rimanere in campo.
Intanto, al centro del dibattito, continua a farla da padrone il nuovo modello elettorale.
SISTEMA PROPORZIONALE CON LISTINO BLOCCATO PER IL 25%. Tra le ipotesi più accreditate il sistema proporzionale fissato su collegi più piccoli, tre preferenze, un listino bloccato per il 25% degli eletti e una legge sui tetti di spesa per la campagna elettorale.
Ma per il momento, nulla è certo.
Anche se i partiti spingono fortemente al voto in autunno perchè nei sondaggi Pdl, Pd e Terzo polo, che occupano attualmente l'85% dei seggi parlamentari, arrivano appena al 55% e questo spaventa seriamente i leader della cosidetta 'strana maggioranza'.
STABILITÀ DEL GOVERNO PER EVITARE ATTACCHI SPECULATIVI. D'altro canto nè il premier Monti nè il capo dello Stato Giorgio Napolitano si sono opposti a tanta fretta, anzi sono consapevoli che la stabilità politica è necessaria per rispondere a eventuali attacchi speculativi dei mercati.
Senza contare che, ora, i partiti sono stretti tra la necessità di appoggiare le riforme dei tecnici e conquistare il gradimento dell'elettorato.
Insomma, mentre il Professore sostiene che «servirà del tempo per raccogliere i frutti delle riforme», i partiti si scervellano sulla necessità di una nuova legge elettorale, e soprattutto su un'intesa che stabilizzi gli assetti futuri del governo.