Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


sabato 28 aprile 2012

120 ANNI DEL PSI: IL RICORDO DELLA SOCIETA’ CIVILE

Il 15 agosto del 1892 nacque a Genova, nella sala Sivori, il Partito dei Lavoratori Italiani, unione della corrente riformista di Filippo Turati e di tutti quei movimenti operai di ispirazione marxista che si battevano per l’uguaglianza e la giustizia sociale. Un anno dopo, durante il congresso di Reggio Emilia, il partito assunse finalmente il nome che porterà con orgoglio per più un secolo, quello di Partito Socialista Italiano. A cento eventi anni di distanza, sabato 28 aprile 2012, il PSI sceglie di celebrare quello storico evento a Genova, nella stessa sala che diede la luce a cuore ed anima del riformismo italiano. Il nostro giornale Avanti! ha voluto ricostruire un affresco con il ricordo di quanti tra i più importanti giuristi, storici e sociologi italiani hanno vissuto in prima persona gli anni critici del socialismo italiano.
Augusto Barbera, direttore della rivista Quaderni Costituzionali e professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Bologna dal 1994, ha elencato alcuni dei contributi più importanti realizzati dal PSI in Italia. «Non è possibile ricostruire in poche righe il ricordo di un partito così importante per la storia del nostro Paese. Tra i tanti meriti del PSI non possiamo dimenticare il contributo dato alla nascita della democrazia nel nostro Paese, essendo  stato il primo partito di massa nella storia italiana; la battaglia, importantissima, per sconfiggere il fascismo; l’apporto alla Costituente; la modernizzazione del Paese con le riforme del  primo centrosinistra; il rafforzamento della politica di cooperazione atlantica con i governi Craxi; l’aver posto il tema delle riforme istituzionali, pur se mai riuscito e mai perseguito fino in fondo, con l’eccezione del superamento del voto segreto. Manca, purtroppo, tra i successi del PSI il tentativo di unificare la sinistra dopo la caduta del muro di Berlino. Sarà questo insuccesso politico, e non Tangentopoli, la causa di fondo della sua crisi».
Il professor Giuseppe Tamburrano, storico dirigente del PSI e attuale presidente della Fondazione Pietro Nenni, auspica un ritorno agli ideali che sono stati alla base della fondazione del partito, augurandosi che i giovani riescano oggi a portare avanti un testimone importante e a lungo trascurato. «Il centoventesimo anniversario è un evento straordinariamente rilevante. Il PSI è il partito più importante della storia d’Italia, un partito che ha lottato per cause giuste. Ha, certo, commesso degli errori ma ha amato profondamente ciascuno dei suoi compagni. Per me, come la crisi del capitalismo dimostra, non è morto. Sono morti forse i socialisti ma spero che le nuove generazioni saranno in grado si riprendere in mano quella bandiera gloriosa, per battersi per quegli stessi ideali all’insegna dei quali è nato il partito nel lontano 1892. Ideali di fratellanza, uguaglianza e libertà per tutti. Ideali dei quali oggi più che mai si sente il bisogno, particolarmente in Italia. Ricordiamo questo anniversario non come una commemorazione di un caro estinto ma come un impegno per riunire chi aderisce a quegli ideali degli inizi (ovviamente calati nel mondo moderno e attualizzati), per dare maggiore giustizia libertà e uguaglianza a tutti gli uomini e a tutte le donne italiane».
Il sociologo Francesco Alberoni ha voluto invece ricordare l’importanza del socialismo come peso sullo scacchiere internazionale, in un momento in cui il riformismo veniva piuttosto messo in disparte. «Il partito socialista è stato il grande protagonista del riformismo. È vero che in questo senso c’è stata anche una grande tradizione nell’area cattolica ma di fatto il vero riformismo è figlio del socialismo. In questo senso il Psi non ha mai avuto dubbi: non ha mai voluto eliminare il capitalismo e creare un “sistema perfetto” ma riformare nel concreto, partendo dal basso. Aveva una vena marxista ma non era dominante, non riduceva la vita all’economia. C’è una grande tradizione, quella riformista, che è stata il lievito fecondante delle migliori riforme che abbiano condizionato l’equilibrio europeo, proprio nel periodo in cui erano dominanti gli estremismi. Il socialismo ha avuto la consapevolezza dei limiti e degli estremi, ed è stato proprio questo a renderla un’ideologia degna di rispetto, odiata da tutti coloro che idolatravano l’eccesso. Anche per questo i socialisti sono stati massacrati da nazisti, dai comunisti, dai fascisti. E non si può dire che loro abbiano massacrato mai qualcuno. Quindi, a mio avviso, è giusto ricordare i socialisti e la loro storia, una storia che merita e che è di grande valore, ingiustamente bistratta dalla storia».

EUROZONA: Il fronte del rigore perde pezzi

Con la probabile sconfitta di Nicola Sarkozy e la caduta del governo olandese, la Germania ha perso due alleati chiave. Il dogma dell’austerity imposto da Berlino comincia a traballare.
24 aprile 2012 The Guardian Londra

L’Europa sta cambiando. L’autobus Merkozy sta per perdere le ruote posteriori, e intanto altri esponenti dell’universo tecnico-conservatore stanno lottando per mantenere in vita l’ibrido. A causa di una guida imperfetta i passeggeri sul retro – Spagna, Italia, Portogallo e Grecia – cominciano ad avere la nausea. Persino copiloti affidabili come gli olandesi, che si sono opposti al taglio del debito da parte dei finanziatori privati della Grecia, non riescono a orientarsi nel loro paese, dove in teoria le strade dovrebbero essere facili. Mercoledì il loro governo è crollato.
L’estrema destra è tornata alla ribalta in Francia, dove il Front national (Fn), la cui immagine è stata depurata dalla figlia del fondatore, ha ottenuto il suo migliore risultato di sempre. Le cifre di Fn sono in crescita costante da tempo, ma nel 2007 Sarkozy era riuscito a conquistare il voto di gran parte degli elettori dell’estrema destra. Un voto che ha clamorosamente perso al primo turno, e che cercherà di riconquistare in due settimane. Tuttavia, anche se ci riuscisse, dovrà comunque virare ulteriormente a destra, e comunque vada il prossimo presidente francese non sarà un partner attraente per la signora Merkel.
La cancelliera tedesca è impegnata in una corsa contro il tempo per iscrivere i provvedimenti di rigore nelle leggi europee, ma le istituzioni, i funzionari e i politici di alcuni stati stanno remando contro. Che arrivi dagli estremi o dal centro, dalla destra o dalla sinistra, il messaggio del popolo è chiaro: l’austerity voluta dalla Germania compromette la nostra sovranità, distrugge il futuro dei nostri giovani e – aggiungono dal centro e da sinistra – favorisce la destra neofascista.
Merkollande, se mai esisterà, sarà un’automobile elettrica, un’utilitaria senza fronzoli e poco scintillante. Ancora però non esiste nessun disegno chiaro, figuriamoci i test su strada. E le batterie potrebbero rappresentare un problema. Nicolas Sarkozy non ha accettato l’offerta di Angela Merkel di aiutarlo nella campagna elettorale. La cancelliera starà tirando un sospiro di sollievo. Sarkozy, famoso in Germania per essere un divisore e un polarizzatore, ha tutto l’interesse a drammatizzare la scelta dell’elettorato francese nelle due settimane che lo separano dal secondo turno. Angela Merkel, anche lei alle prese con importanti appuntamenti elettorali, probabilmente ha altri obiettivi politici.
I democratici dell’Spd sono divisi sul programma di riforma in 60 punti presentato da Hollande. Alcuni esponenti di spicco del partito, come l’ex ministro delle finanze Peer Steinbrück, hanno definito ingenua la richiesta di Hollande di una revisione del patto di bilancio. Altri, come il leader dell’Spd Sigmar Gabriel, sono d’accordo con il progetto del candidato socialista francese di affrontare la crisi dell’eurozona stimolando la crescita. Insieme, hanno dichiarato i due in un’intervista congiunta, si possono “cambiare le cose”.
Dietro alla maggioranza
Quasi certamente Merkel è d’accordo con questo tipo di approccio collettivo. La cancelliera tedesca è una persona pragmatica. Da tempo in Germania ci si chiede perché i tedeschi dovrebbero utilizzare il denaro guadagnato con il duro lavoro per salvare gli scriteriati paesi dell’Europa meridionale. La contro-argomentazione – se il mercato unico crolla, precipiterà anche il suo principale produttore di beni – non è stata ancora sostenuta con sufficiente forza.
Quando la situazione sarà più chiara, comunque, Merkel si adeguerà alla posizione prevalente. L’unico interrogativo riguarda l’eventualità che l’attuale cancelliera abbia ancora una maggioranza alle sue spalle. In ogni caso è chiaro che Merkel, animale politico estremamente cauto, andrà dove la porta la sua maggioranza.
Chiunque abbia a cuore il progetto europeo deve riflettere attentamente sul messaggio lanciato dal primo turno delle presidenziali francesi. Andare avanti sulla strada di un programma economico che intacca la sovranità, abbandona i giovani alla disoccupazione e trascina l’Europa verso un decennio di stagnazione significa distruggere la fiducia nella solidarietà sociale su cui si basa l’Unione europea. Economicamente l’idea che la crescita vada stimolata anche rischiando un’impennata dell’inflazione non è ancora prevalente. Politicamente, sta diventando un’ovvietà.
Irlanda

L’ombra di Hollande sul referendum

La possibilità che François Hollande sia il prossimo presidente francese ha grande rilevanza in Irlanda, dove ci si prepara al referendum del 31 maggio sul trattato fiscale voluto da Merkozy. Il candidato socialista ha apertamente contestato il trattato che iscriverebbe nelle leggi Ue le misure di austerity. Secondo l’Irish Times

Hollande non vuole affatto cambiare la sostanza del trattato, come ha suggerito in campagna elettorale – un incubo per le altre capitali, non ultima Dublino – ma intende semplicemente aggiungere un protocollo. Alcuni analisti tedeschi suggeriscono che Merkel sarebbe disposta a consentire una forma di “patto di crescita” come aggiunta al trattato. In questo caso tra i paesi favoriti ci sarebbero anche Spagna e Italia.

Cambiare i contorni del trattato, o anche solo ipotizzare che si possa farlo, non aiuta il tentativo dell’Irlanda di far passare il referendum, mentre l’alternativa di un “protocollo di crescita“ ha un certo appeal. Per far passare il trattato – che i sostenitori del no hanno definito semplicemente ed efficacemente il trattato dell’austerity – il governo irlandese e gli altri governi europei devono vendere l’idea di un trattato e di un’unione monetaria come motore della crescita, e non soltanto come strumento di tortura economica, per quanto necessaria.

Francia: L’uomo più pericoloso d’Europa


Con ogni probabilità il candidato socialista sarà il prossimo presidente francese. Il suo totale rifiuto verso le riforme e i tagli alla spesa potrebbe avere effetti disastrosi sull’intera eurozona.
27 aprile 2012 The Economist Londra

Rappresenta metà del motore franco-tedesco che spinge l'Unione europea. Lungo il corso della crisi è stata l’ago della bilancia, sospesa tra il prudente nord e lo scriteriato sud, tra i creditori e i debitori. Inoltre è la seconda economia del continente. Se la Francia fosse il prossimo paese dell’eurozona a finire nei guai, metterebbe a repentaglio la sopravvivenza stessa della moneta unica.
Per questo motivo la vittoria del socialista François Hollande nella corsa all’Eliseo avrebbe ripercussioni enormi. Al primo turno del 22 aprile Hollande ha superato di poco il presidente in carica, Nicolas Sarkozy. A meno di cataclismi, come una disfatta nel dibattito televisivo in programma la prossima settimana, Hollande dovrebbe vincere il secondo turno del 6 maggio e sigillare il trionfo alle legislative di giugno.
Nel 2007 questo giornale ha appoggiato Sarkozy quando con coraggio disse agli elettori francesi che non c’era alternativa al cambiamento. L’attuale presidente ha avuto la sfortuna di dover affrontare la crisi economica globale appena un anno dopo. Sarkozy ha ottenuto alcuni buoni risultati: ha scalfito il dogma socialista delle 35 ore lavorative, ha liberalizzato le università e ha innalzato l’età pensionabile. Tuttavia le sue politiche si sono dimostrate imprevedibili e inaffidabili come l’uomo che le ha concepite. Detto ciò, se potessimo votare il 6 maggio, voteremmo ancora per Sarkozy. Non per i suoi meriti, quanto per impedire che Hollande diventi il prossimo presidente francese.
Va detto che con un socialista all’Eliseo la Francia potrebbe difendere una causa encomiabile: Hollande si oppone al duro rigore fiscale imposto dalla Germania, che sta compromettendo le possibilità di ripresa dell’eurozona. Il problema è che lo fa per il motivo sbagliato, e sta portando avanti molte altre idee discutibili. Se eletto, potrebbe mettere a repentaglio la prosperità della Francia e dell’eurozona.
Hollande parla molto di giustizia sociale, ma quasi mai della necessità di creare benessere. Vuole tagliare il deficit di bilancio, ma ha intenzione di farlo aumentando le tasse anziché tagliando la spesa. Ha promesso di assumere 60mila nuovi insegnanti. Secondo i suoi stessi calcoli, per realizzare le sue proposte bisognerà spendere altri 20 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. L’influenza dello stato, insomma, è destinata a crescere.
Sembra davvero troppo ottimistico presumere che in qualche modo, nonostante quello che ha detto, nonostante ciò che ha promesso, Hollande alla fine farà la cosa giusta. Il candidato socialista mostra un’evidente atteggiamento anti-business. Negli ultimi mesi, come nel resto della sua carriera, non ha mai dimostrato di essere abbastanza coraggioso da mettere da parte il proprio manifesto e cambiare la Francia.

Problemi di coppia
E il resto d’Europa? Il rifiuto di Hollande verso qualsiasi forma di tagli alla spesa ha avuto una piacevole conseguenza a breve termine: il candidato socialista ha saggiamente chiesto di rivedere il “patto di fiscale” dell’eurozona in modo che non imponga soltanto una riduzione del deficit ma anche l’attenzione alla crescita. La proposta di Hollande risponde al coro di protesta contro l’austerity voluta dalla Germania che si sta diffondendo in tutto il continente, da Irlanda e Paesi Bassi a Italia e Spagna.
Soltanto che diversamente da quello di altri, per esempio di Mario Monti, il rifiuto del patto fiscale di Hollande non si basa su sottigliezze macroeconomiche come il ritmo del rafforzamento fiscale. Il candidato socialista si oppone al cambiamento tout court, e vuole conservare il modello sociale francese costi quel che costi. Non suggerisce un processo di transizione più graduale verso le riforme, è proprio contrario alla loro realizzazione.
Storicamente tutti i cancellieri tedeschi alla fine sono riusciti a domare il presidente della porta accanto, e Hollande sarà un partner sicuramente meno volubile rispetto a Sarkozy. Tuttavia, considerando il suo rifiuto di avviare qualsiasi riforma strutturale, per Hollande sarà molto difficile convincere Angela Merkel a tollerare un aumento dell’inflazione o considerare una forma di mutualizzazione del debito. Perché mai gli elettori tedeschi dovrebbero ingoiare una pillola amara quando i francesi non hanno alcuna intenzione di fare lo stesso?
È concepibile che il presidente Hollande chieda in questo momento di allentare la morsa dell’austerity. Ma così facendo potrebbe spingere i tedeschi nella direzione opposta. In ogni caso una cosa è certa: un presidente francese così ostile al cambiamento comprometterebbe il cammino dell’Europa verso le riforme necessarie per salvare l’euro. Ed è per questo che Hollande è un uomo pericoloso. (Traduzione di Andrea Sparacino)

venerdì 27 aprile 2012

PAESI BASSI: Geert Wilders scopre l’Europa

Il leader populista ha fatto cadere il governo rifiutando di sostenere l’austerity chiesta da Bruxelles, che ha sostituito l’islam come bersaglio dei suoi attacchi. Ma questa scossa potrebbe avere effetti positivi.

Lex Oomkes 25 aprile 2012 Trouw Amsterdam


Se le elezioni future permetteranno di frenare la dissoluzione politica e l'esodo degli elettori verso le forze politiche radicali, la crisi in corso nei Paesi Bassi avrà avuto un ruolo positivo. Ma bisogna essere molto ottimisti per sperare in una tale soluzione, perché i segnali non lasciano presagire nulla di buono. Nulla sembra indicare che la situazione politica si vada indirizzando verso una coalizione solida e omogenea. Al contrario è molto più probabile che si vada verso un clima ancora più instabile.

In dieci anni – dal 2002 – abbiamo avuto cinque governi. In questo periodo di tempo il centro è quasi scomparso dal panorama politico. Con ogni probabilità i tre grandi partiti tradizionali – il PvdA [socialdemocratico], il Cda [democristiano] e il Vvd [liberale] – non riusciranno a ottenere anche riuniti la maggioranza al parlamento in occasione delle prossime elezioni [che potrebbero tenersi in settembre].

Nel frattempo abbiamo assistito alla comparsa di piccole meteore. Nelle sue spiegazioni sul suo singolare comportamento a Catshuis [la residenza del primo ministro], Geert Wilders ha dichiarato il 21 aprile che l'Europa è la causa di tutti i mali. Per lui Bruxelles ha costretto la "coalizione della tolleranza" [Cda-Vvd-Pvv] a nuovi, pesanti tagli.

Per quanto insensata, questa dichiarazione non è però senza interesse. Il Pvv [populista] ha fatto dell'Europa il suo capro espiatorio. Il prossimo mese assisteremo senza dubbio a una campagna elettorale molto vivace.

Se si fa riferimento all'ideologia del partito nazionalista, questa strategia ha una sua spiegazione. La singolare posizione del Pvv – molto a destra sulle questioni sociali, molto a sinistra sulla difesa delle strutture in dissoluzione dello stato assistenziale – ha un avversario logico: Bruxelles. L’Ue vuole che i Paesi Bassi rispettino gli accordi di libera circolazione dei lavoratori, che per il Pvv costituiscono una minaccia al tempo stesso per lo stato assistenziale e per la purezza della società olandese. Wilders è arrivato alla conclusione che era molto più facile mobilitare i suoi elettori contro l'Europa che contro un'islamizzazione dei Paesi Bassi.

Per tutta una serie di (cattive) ragioni il nostro futuro in Europa non è mai stato al centro delle campagne elettorali dai tempi del referendum [del 2005 sulla costituzione europea, che fu rifiutata]. Wilders vuole porvi rimedio e speriamo che ci riesca, perché le forze politiche hanno posizioni diverse sull'Europa e sui temi tradizionali come l'economia (nazionale). In questo caso la divisione tradizionale sinistra-destra è largamente superata.

Non appena si presenta il problema di sapere quello che vogliamo fare con l'Europa ecco apparire altre controversie. Era tempo ormai di mettere l'Europa al centro del dibattito politico, perché questo argomento potrebbe portare a un cambiamento radicale dei rapporti di forza sulla scena politica.

Wilders è convinto che questa crisi gli sarà favorevole. Ma gli altri partiti non hanno alcuna ragione per non raccogliere la sfida e per non dimostrare che il futuro dei Paesi Bassi risiede in un rafforzamento della cooperazione europea. Questa sarebbe anche un'occasione per il centro di ridiventare un attore importante del panorama politico e di contribuire a rendere questo paese governabile. (Traduzione di Andrea De Ritis)

Commento

La lezione di Wilders

“È un sollievo che Geert Wilders se ne sia andato”, scrive il direttore di De Volkskrant Philippe Remarque. Secondo lui il capo del Partito per la libertà (Pvv, populista) non è soltanto “un uomo politico velenoso, ma anche un governante poco affidabile”, perché ha lasciato che l’esecutivo crollasse in piena crisi finanziaria, proprio nel momento in cui Bruxelles si aspettava un nuovo piano d’austerity per riportare il deficit al di sotto del 3 per cento del pil.

Ma Remarque sottolinea che “la politica farebbe meglio a non dimenticare la lezione” di Wilders, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione europea.

È grazie al populismo che questi argomenti hanno uno spazio importante non soltanto nell’agenda politica dei partiti populisti ma anche in quella dei partiti tradizionali.

La spaccatura politica sul ruolo dell’Europa si riflette sull’opinione pubblica olandese, aggiunge Remarque.

Da un lato ci sono gli olandesi che nell’Europa vedono opportunità, all'interno di un mondo globalizzato e di uno stato assistenziale meno presente, mentre dall’altro ci sono quelli che la considerano una minaccia.

REPUBBLICA CECA: Il valzer delle poltrone

Il governo conservatore di Petr Nečas è appeso a un filo. Con ogni probabilità la serie di rimpasti che va avanti dal 2006 è destinata a continuare.
Ondřej Neumann 27 aprile 2012 Ekonom Praga


Il ritmo del ricambio dei governi e dei ministri ha superato i limiti accettabili. Dalla formazione del primo governo Topolánek nel settembre 2006 siamo al sesto ministro dei trasporti, al quinto ministro dell’agricoltura, e ben presto avremo un quinto ministro dell’istruzione e un quarto ministro dell’industria e del commercio. Inoltre dal 2006 si sono succeduti tre primi ministri. Tutto questo in cinque anni e mezzo.

Con ogni nuovo ministro la linea politica assume un orientamento diverso. L’ordine delle priorità è completamente stravolto e molto del lavoro fatto – spesso bene – viene completamente azzerato. Ai vertici dei ministeri quello che conta è la fedeltà al nuovo capo e non la competenza e la lealtà allo stato. Un nuovo capo che peraltro deve soddisfare gli appetiti degli alleati politici del momento, che vogliono approfittare del denaro pubblico. Il nuovo ministro non fa in tempo a liberare le scrivanie dei dirigenti nominati dal suo predecessore, che deve già prepararsi ad andare via.

Da due settimane la sorte dell’intero governo è in bilico. Un nuovo rimpasto ministeriale è all’ordine del giorno. Inoltre le simpatie degli elettori si sono fortemente spostate a sinistra. Di conseguenza si potrebbe assistere non solo a un rimpasto, ma a una revisione completa degli orientamenti del governo su numerosi argomenti, dall’economia alla crisi del debito, dall’Unione europea all’euro, dalle sovvenzioni alla strategia di sostegno alle esportazioni e così via [se si dovesse arrivare a delle elezioni anticipate, un sondaggio recente mostra che il Čssd, il Partito socialdemocratico ceco, otterrebbe il 37 per cento dei voti. E il Čssd non esclude una collaborazione con il Partito comunista, accreditato del 20 per cento delle intenzioni di voto].

Josef Pravec [giornalista economico di Ekonom] ha fatto una lista di tutto quello che il Čssd vuole proporre di diverso rispetto al governo di centrodestra.

Secondo Pravec “i sindacati farebbero pressione su un governo di coalizione Čssd-comunisti per avviare un vero programma di sinistra. Le riforme adottate e le misure dirette a lottare contro gli effetti della crisi sarebbero quindi molto diverse da quelle attuali. In primo luogo si metterebbe fine ai tagli di bilancio e verrebbe data la precedenza alle politiche di sostegno della domanda. L’aumento delle imposte dovrebbe però essere la prima fase di questa politica. E Bohuslav Sobotka, capo del Čssd, che dovrebbe diventare il nuovo primo ministro, continua a parlare di un aumento progressivo di almeno il 3-4 per cento delle aliquote fiscali".

Le dichiarazioni dei leader socialdemocratici indicano chiaramente la volontà di formare, al più tardi fra due anni [alla fine della legislatura attuale], un governo sostenuto dai comunisti. Se si dà un’occhiata al programma presentato da questi ultimi in occasione delle elezioni del 2010, fin dalle prime righe si può leggere la seguente affermazione: “L’obiettivo fondamentale del programma del Ksčm [Partito comunista di Boemia e Moravia] è il socialismo, […] con una funzione fondamentale attribuita alla proprietà collettiva”. Non so voi, ma io in ogni caso io preferisco ancora il governo di Nečas. (Traduzione di Andrea De Ritis)

Contesto


Il peso degli scandali
“Ultima chance per il governo di Petr Nečas”, titola Mladá Fronta Dnes mentre l’esecutivo conservatore chiede la fiducia al parlamento, a due anni dalla fine del suo mandato. A causa di uno scandalo di corruzione che ha travolto il partito Affari pubblici (Vv), il 24 aprile la coalizione tra Ods, Top09 e Vv si è sciolta.

Il governo dovrebbe ottenere il sostegno di 11 ex deputati di Vv raccolti attorno all’ex vicepresidente del partito e vicepremier Karolína Peake, conquistando in questo modo la maggioranza in parlamento. “Ma per quanto tempo durerà?”, si domanda il quotidiano di Praga. Secondo Mladá Fronta Dnes il governo potrebbe avere grossi problemi a trovare il sostegno necessario a far passare provvedimenti come la riforma delle pensioni, la restituzione dei beni della chiesa confiscati dai comunisti nel 1948 o l’elezione a suffragio diretto del presidente della repubblica.

La manifestazione contro la politica di austerity che il 21 aprile ha radunato in piazza circa centomila persone dimostra che il governo Nečas sta perdendo anche il sostegno dei cittadini, stanchi dell’instabilità politica provocata dagli scandali, sottolinea Mf Dnes che li ha rivelati.

Francia: La rivoluzione di Hollande

Il grigio e moderato candidato socialista è quanto di più lontano dall’immagine del leader visionario. Eppure se vincerà le elezioni sarà il fulcro di uno sconvolgimento continentale.

Javier Valenzuela 24 aprile 2012 El País Madrid

Solo poco tempo fa se qualcuno avesse detto che François Hollande avrebbe potuto significare per milioni di europei la speranza di un inizio di rivolta contro uno status quo asfissiante, lo avrebbero preso per pazzo.
Con la sua aria da funzionario o da onesto commerciante, con la sua personalità pragmatica e consensuale e le sue idee moderate, François Hollande non ha nulla del genio di Cyrano de Bergerac, di una figura storica come De Gaulle o di un politico esperto come Mitterrand. Tuttavia, a dimostrazione dei tempi tristi e mediocri in cui viviamo, il candidato socialista è ormai considerato in tutta Europa l’unico capace di incarnare Asterix: l’uomo che nel suo irriducibile villaggio della Gallia continua a resistere all’impero germanico del rigore e delle restrizioni. Per lui stimolare la crescita e l’occupazione dovrebbe essere il principale obiettivo europeo in materia economica.
Per quanto possiamo ricordarci, nessuna elezione presidenziale aveva avuto una tale dimensione continentale. Berlino, Francoforte, Bruxelles, Parigi, Londra, Roma, Madrid, tutte le altre capitali europee, le piazze finanziarie più importanti e un numero consistente di cittadini sono consapevoli di quello che significa questo scrutinio: la continuazione del regno di Merkozy, con il suo dogma dell’equilibrio di bilancio a ogni costo, oppure il primo vero tentativo di integrare nella politica economica europea l’espansione e il rilancio economico, creatore di occupazione. Si tratta di un punto fondamentale non solo per i paesi sotto tutela o sotto sorveglianza – la Grecia, il Portogallo, la Spagna, l’Italia e la stessa Francia – ma anche per la Germania.
Come ha detto Thomas Paine, uno dei padri dell’indipendenza degli Stati Uniti, il senso comune deve talvolta diventare rivoluzionario. Ecco quello che sta succedendo in un moderato come Hollande. Nessuna delle sue proposte è motivata da un estremismo di sinistra ideologico, da uno sciovinismo francese, da una voglia di rompere l’asse Parigi-Berlino o da un sentimento anti-europeo. Al contrario il suo obiettivo è evitare quello che Paul Krugman chiama il “suicidio economico dell’Europa”, come ha spiegato l’Fmi.
Hollande è tra le persone convinte che è stato fatto un grave errore di diagnosi e che quindi la terapia è sbagliata. Il malato europeo soffre di un grave tumore (la crescita e l’occupazione), ma l’équipe medica diretta da Angela Merkel si impegna a curare solo una delle sue conseguenze, cioè il sovrappeso (il deficit e il debito). E ovviamente il drastico regime dimagrante che viene imposto al paziente non fa che aggravare il vero problema, che nessuno ha mai cercato di risolvere. Così alla malattia si sono aggiunti gli interessi finanziari (i famosi mercati), il fondamentalismo ideologico neoliberista (limitare al massimo l’intervento dello stato) e le ossessioni ideologiche in materia di contabilità (bassa inflazione e pareggio di bilancio).
Fare la storia
Hollande ha rotto il dogma. Qualche anno fa le sue idee sarebbero state considerate timide, ma oggi sembrano rivoluzionarie. Nell’Ue il leader socialista difenderà due idee che danno particolarmente fastidio al cancelliere tedesco: la tassa sulle transazioni finanziarie e la creazione degli eurobond.
Come ha scritto Miguel Mora su El País, Hollande è l’uomo che “molti europei considerano capace di cambiare il corso della storia”. La sua rivolta contro la Germania di Angela Merkel potrebbe portargli numerosi alleati, in modo più o meno esplicito. Questa situazione farebbe senz’altro comodo alla Spagna, per non parlare della Grecia o del Portogallo. 
Ma la sua ribellione potrebbe fare degli adepti anche in Germania, dove il Partito socialdemocratico chiede un’inversione di rotta europea in materia di crescita e di occupazione. Inoltre questo partito potrebbe uscire vincitore dalle elezioni che si terranno in Germania nel 2013 o ottenere abbastanza voti per costringere Angela Merkel a formare un governo di coalizione.
Difficile dire che cosa succederà, per ora tutto è nelle mani degli elettori francesi. Paradossalmente proprio scegliendo Hollande, l’uomo meno carismatico sulla piazza, la loro decisione potrebbe avere un impatto considerevole nell’intera Europa. E scrivere una nuova data nella storia.(Traduzione di Andrea De Ritis)
Economia

Svolta pericolosa

“Diversamente dagli altri pesi del Mediterraneo, la Francia continua ad aggrapparsi all’idea che la crisi europea sia stata provocata dalla globalizzazione, dal mercato libero e dal capitalismo anglo-sassone”, scrive Rzeczpospolita. Nonostante le differenze che li separano, tutti i candidati alla presidenza francese condividono la convinzione che “aumentare le tasse, vendere più bond e combattere gli idraulici polacchi (o i rom che chiedono l’elemosina o i disoccupati turchi) sia il modo migliore di combattere la crisi”.
Secondo il quotidiano conservatore polacco questo approccio potrebbe rivelarsi dannoso per l’Europa soprattutto se a vincere sarà François Hollande, che ha una visione dell’Europa diametralmente opposta a quella di Angela Merkel e intende stimolare l’economia aumentando le tasse e la spesa pubblica. La vittoria di Hollande, sottolinea Rzeczpospolita, potrebbe “stuzzicare l’appetito della sinistra europea”, e provocare “una virata politica radicale [a sinistra] in Europa” in vista delle prossime elezioni in Grecia e successivamente nei Paesi Bassi e in Germania, nel 2013.

Eurozona: Basta con il feticismo dell’austerity

Nonostante il fallimento delle politiche di rigore a oltranza sia ormai evidente, la Germania continua a imporle. È ora di opporre dei contrappesi al suo strapotere.

José Ignacio Torreblanca 26 aprile 2012 El País Madrid

Jens Weidmann, il giovane economista diventato presidente della Bundesbank dopo una carriera politica folgorante all’ombra di Angela Merkel e membro (di sicuro il più influente) del Consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce), sostiene che i tassi d’interesse al 6 per cento non sono “la fine del mondo” e non giustificano un intervento della Bce per alleviare la pressione che la Spagna sta subendo nei mercati del debito.
Sarebbe interessante sapere fino a che punto Weidmann è consapevole del fatto che Spagna e Germania fanno parte di un’unione monetaria, e quanto condivida il timore che una tale differenza nei tassi d’interesse possa comprometterne il senso e addirittura l’esistenza.
Possiamo immaginare che per Weidmann, le cui competenze non comprendono la crescita e l’impiego ma soltanto la stabilità dei prezzi, un’inflazione al 6 per cento sarebbe in effetti la fine del mondo. Ma per sua fortuna può dormire sonni tranquilli, perché l’inflazione media dell’eurozona è al 2,7 per cento. In Spagna, poi, l’inflazione è appena all’1,8 per cento, mentre in Grecia è all’1,4 per cento. Entrambi i dati sono inferiori a quello della Germania (2,3 per cento).
La dichiarazione di Weidmann, così sincera e allo stesso tempo così maldestra, illustra in maniera cristallina ciò che sta succedendo in Europa e in particolare in Spagna. La mancanza di visione e sensibilità che affligge il vecchio continente riporta alla memoria la cecità mostrata dalle élite francesi dopo la Prima guerra mondiale. All’epoca si decise di soffocare la crescita economica della Germania imponendole pesantissime sanzioni. Punire la Germania era giusto, perché era responsabile dello scoppio della guerra, ma quelle sanzioni crearono il miscuglio di populismo e irredentismo che favorì l’ascesa del nazismo e lo scoppio della Seconda guerra mondiale.
È sorprendente che la Germania, che ha superato con virtù il suo passato oscuro, non abbia saputo fare lo stesso con il ricordo dell’inflazione che portò al collasso la Repubblica di Weimar. Se alla fine il progetto europeo e l’euro crolleranno, non c’è dubbio che gli storici useranno frasi come questa per spiegare gli errori dell’Europa.
Oggi il governo tedesco, con la sua cecità e con un atteggiamento simile (pereat mundus, fiat iustitia), non soltanto mette a repentaglio il progetto europeo, ma alimenta l’emergere di sentimenti anti-tedeschi. Un esempio: nonostante in Spagna l’immagine della Germania sia ancora positiva, l’ultimo rapporto dell'Instituto Elcano mostra che tre spagnoli su quattro (73 per cento) sono convinti che Berlino non tiene conto degli interessi della Spagna, mentre l’87 per cento pensa che “il paese che comanda in Europa sia la Germania” (notare bene, non il paese che comanda “di più”, ma il paese che comanda, punto).
Ritrovare gli equilibri
È arrivato il momento di dire “basta” a Berlino? Sì, senza alcun dubbio. Ma come? Coordinando da Bruxelles l’agenda delle riforme nazionali e quella della crescita in Europa. Per farlo è necessario ripristinare gli equilibri politici e istituzionali in Europa, che sono ormai saltati per aria.
Da un lato la Commissione europea, che dovrebbe parlare a nome di tutti, è stata eliminata come attore politico. All’inizio del suo secondo e ultimo mandato il presidente della Commissione Barroso aveva promesso di convertirsi in un vero leader. Eppure quando le cose si sono messe male si è disfatto rapidamente dell’agenda di crescita che aveva sostenuto per anni.
Dall’altro lato la Francia, che ha sempre esercitato un potere di contrappeso nei confronti della Germania, è oggi in mano a un uomo come come Sarkozy, statista del Toson d’Or che compensa il fallimento della sua agenda riformista sul fronte interno con l’indegna e tipica pratica del servilismo verso i più forti (Germania) e dell’arroganza nei confronti dei più deboli (Spagna).
Questa Francia, irriconoscibile, è diventata un problema per il futuro dell’Europa tanto quanto lo è il rigorismo che domina la Bundesbank. A questo punto Hollande potrebbe essere una panacea per i mali della Francia, della Commissione e persino della Germania.(Traduzione di Andrea Sparacino)
Opinione

Un’Europa hobbesiana

Nella versione integrale dell’articolo pubblicata dal Financial Times, José Ignacio Torreblanca si spinge oltre nel suo attacco all’austerity e conclude il suo ragionamento con quello che potrebbe diventare un invito a ribellarsi nei prossimi mesi:
Il patto fiscale, il più sbilanciato e asimmetrico trattato che gli stati dell’Ue abbiamo mai firmato, è la migliore testimonianza della nuova Europa: l’austerity viene pesantemente rafforzata e la crescita è solo una vaga promessa.
Nella vecchia Europa gli stati erano uguali, e i trattati rappresentavano un compromesso tra visioni differenti sul futuro del vecchio continente. Oggi l’Europa è caratterizzata dalle asimmetrie di potere e dalla paura per il futuro.
Oggi l’europa somiglia alla descrizione di Thomas Hobbes della vita dell’uomo allo stato brado: “solitaria, povera, brutale e breve”. Da due anni non è stato approvato un singolo provvedimento per stimolare la crescita. È ora di dire basta.

FRANCIA: Merkel prende le distanze da Sarkozy

La cancelliera: «Lavorerei bene anche insieme a Hollande».
Venerdì, 27 Aprile 2012 - Angela Merkel ha cominciato a prendere le distanze dal fido Nicolas Sarkozy. A pochi giorni dal ballottaggio delle elezioni francesi in cui il capo dell'Eliseo è sfavorito nello scontro col socialista Francois Hollande, la cancelliera ha affermato: «Lavorerò bene insieme al futuro presidente francese, chiunque esca vincitore».
ASSE BERLINO-PARIGI PRIORITARIO. Merkel, spiegando che la sua decisione è richiesta dalla «responsabilità di entrambi i nostri Paesi», si è così riavvicinata a Hollande dopo le indiscrezioni di questi giorni sul pericolo di rottura dell'asse Berlino-Parigi.
Ma lo stesso candidato socialista, in precedenza, aveva dichiarato che «la Germania non può decidere per tutta l'Europa».

SPAGNA: Taglia sugli ex presidenti, ma moltiplica i consulenti

I quattro ex presidenti del governo spagnolo da quest’anno riceveranno uno stipendio ridotto del 5,6% pari a 74,580 euro ciascuno, come ha annunciato mercoledì il sottosegretario alla presidenza del governo, Jaime Pérez Renovales.
Durante la sua comparizione davanti alla commissione Bilancio del Congresso ha annunciato in dettaglio i conti del suo dipartimento, Renovales Perez ha spiegato che quest’anno, il gabinetto della presidenza del governo nonostante la crisi si sia visto obbligato ad aumentare la propria dotazione nei conti perché gli ex presidenti sono aumentati di numero, annoverando tra le fila uno in più: José Luis Rodríguez Zapatero.


TAGLI AGLI STIPENDI – Tuttavia, questo aumento di budget è stato compensato da una riduzione sullo stipendio individuale di 5,6% per tutti, in modo da passare da uno stipendio di 79.000 euro a 74.580 euro per ex presidente del consiglio. Uno stipendio quello da ex presidente che va ai quattro presidenti che hanno governato la Spagna democratica dal 1976, Adolfo Suárez (UCD) presidente dal 5 luglio 1976 – 25 febbraio 1981, il socialista Felipe González (PSOE) in carica per 4 legislature consecutive dal 2 dicembre 1982 al 5 maggio 1996, José María Aznar (PP) presidente del consiglio dal maggio 1996 per due mandati fino al 2004 e José Luis Rodriguez Zapatero (PSOE) primo ministro dal marzo 2004 fino alle elezioni dello scorso novembre 2011.

E ARRIVA ANCHE IL TICKET SANITARIO – Intanto in Spagna la crisi non la pagheranno solo i quattro ex presidenti “in pensione”, ma è notizia di oggi anche l’introduzione di un nuovo ticket sanitario. I pensionati spagnoli che attualmente non pagano nessun ticket sui farmaci, dovranno sborsare un 10% del costo del farmaco con limite tra i 10 e i 20 euro mensili. Una nuova misura economica, annunciata a sorpresa dal governo conservatore, che insieme ai tagli nel settore della sanità e della istruzione pubblica dovrebbero portare al risanamento dei conti statali.

DALLE PAROLE AI FATTI? MACCHE’ – Al sottosegretario della presidenza del governo ha risposto il portavoce del PSOE, Ignacio Sánchez Amor, lamentando che i tagli hanno colpito anche del 60% la legge sulla memoria storica (che condanna il franchismo e intende ridare dignità alle vittime e alle loro famiglie), riceverà meno di 700.000 euro, e ha anche sottolineato che analizzando i dati si nota che l’ufficio del Presidenza del Governo di Mariano Rajoy in soli quattro mesi ha aumentato di quasi il 50% il numero di consulenti, dai 56 attivi nell’era Zapatero agli attuali 82 del governo austero di Rajoy. Il PSOE descrive l’accaduto come difficilmente giustificabile, denunciando così il contrasto tra le parole del Partito Popolare quando sedeva all’opposizione e i fatti da quando è al governo. (Sara Pasquot)

ITALIA: Berlusconi teme le elezioni anticipate e sfodera una “nuova” strategia

«Dopo le amministrative il Pd potrebbe avere la tentazione di andare al voto ad ottobre», elezioni che «potrebbe vincere con l’attuale sistema elettorale». Lo ha dichiarato il leader del Pdl Silvio Berlusconi durante una riunione con i coordinatori regionali del partito, a Montecitorio. In una fase delicatissima per il Popolo delle Libertà, l’ex premier cerca di mettere sull’attenti i suoi fedelissimi. Quelli, cioè, che ancora non si sono lasciati incantare dal secessionismo della “corrente Pisanu” o dal nuovo-vecchio progetto centrista che Pierferdinando Casini proporrà dopo le amministrative.

DOPPIA STRATEGIA – Il timore è che l’attuale porcellum, la legge elettorale approvata sotto Berlusconi dall’allora ministro Calderoli, possa favorire la sinistra. I timori vengono espressi senza mezzi termini da Berlusconi, che ne indica poi sicuro le cause dell’insicurezza pidiellina su eventuali elezioni anticipate: «La Lega – dice Berlusconi – masochisticamente ha deciso di andare alle amministrative da sola e Fini è andato via». Per scoraggiare gli “eretici” che in questi giorni si stanno facendo tentare dal riformismo di Giuseppe Pisanu, Berlusconi ha in mente una doppia strategia.

UNA VENTATA DI FRESCHEZZA – Da una parte, il Cavaliere recepisce la “fame” partitica e si ripropone di svecchiarne l’immagine. «Al prossimo Congresso del Pdl – afferma l’ex premier – sottoporremo l’ipotesi di un nuovo nome per il partito, ma la struttura resterà la stessa, con gli stessi uomini che credono nelle nostre idee». Lo scopo è ovvio ma Berlusconi gioca a carte scoperte: «Rilanceremo con il nuovo nome una grande confederazione dei moderati di centrodestra, ospitando tutti quelli che vogliono contribuire a battere la sinistra». L’idea è quella di muovere guerra alle ambizioni di Casini e puntare sul piatto centrista usando una ricetta simile a quella del leader Udc, ovvero un mix di tradizione con quel tanto di “nuovo” (a cominciare dal nome stesso del partito) che basta per accalappiare gli elettori dell’ultima ora. «L’acronimo Pdl – sottolinea Berlusconi – non suscita emozione».

MENO MALE CHE ANGELINO C’È – «A una formazione politica per vincere occorrono i soldati, ma anche un segretario capace di mangiarsi tutti gli altri segretari». La seconda parte della ricetta di Silvio per prevenire i disastri di eventuali elezioni a ottobre prevede quindi la scelta di un buon “generale” che quidi i suoi “soldati”. Il cavaliere sceglie così di riconfermare Angelino Alfano a capo della segreteria pidiellina perché Angelino, secondo il premier, avrebbe un “qualcosa in più” rispetto agli altri. «Io Alfano lo conosco bene – dice Berlusconi -  lavoro con lui da oltre dieci anni. È dotato di quel quid in più che solo lui ha e di cui c’è bisogno».
RIPENSAMENTI – Intanto, mentre Casini pensa al dopo-Udc, Pier Luigi Bersani ha annunciato che presenterà una proposta di riforma del finanziamento ai partiti, chiedendo esplicitamente il dimezzamento dei fondi pubblici, dopo averlo difeso nell’asse “ABC”. Un asse che oggi rischia di sfaldarsi proprio sullo scacchiere dei moderati.(Raffaele d’Ettorre)

COMMENTO

A nostro avviso il primo imperativo è la riorganizzazione della sinistra troppo frastagliata e che non sa trovare il bandolo della matassa.
Berlusconi è fermo sul bipolarismo coatto ed ha finito di combattere i comunisti, che secondo lui era tutta la sinistra, ora cerca altri nemici da combattere mandando avanti i suoi delfini, ma si sa che a muovere i fili è ancora lui.
Ora il quadro europeo probabilmente si sta modificando mentre noi abbiamo l’elefante PD che plaude al socialismo francese, ma non fa nulla nè in Italia nè in Europa che possa avvicinarsi a quell’esperienza. Lo stesso dicasi per Vendola troppo impegnato nei suoi personalismi edonistici e offuscato dal sentore delle primarie, che pure lui plaude al socialismo francese ma se ne guarda bene dall’aderire al PSE.
Se qualcuno di questi personaggi avesse il coraggio di fare un salto di qualità e di coerenza intellettuale deciso e senza infingimenti, guardando all’Europa con altri occhi, in quanto è quello alla fin fine il nostro futuro, dovrebbe aderire definitivamente alla grande famiglia socialdemocratica e questo provocherebbe effettivamente uno scossone nella politica italiana ed in più avere il suo peso nella modifica del sistema europeo che oggi penalizza non soltanto noi socialisti italiani.