Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


martedì 28 febbraio 2012

UE-BIELORUSSIA: La Slovenia salva Lukashenko per 150 milioni

27 febbraio 2012 - Gazeta Wyborcza  - Secondo Gazeta Wyborcza con ogni probabilità la Slovenia ricorrerà al veto per bloccare le sanzioni contro la Bielorussia discusse oggi nella riunione dei ministri degli esteri Ue. Il quotidiano polacco cita fonti non ufficiali da Bruxelles, sottolineando ironicamente che  il veto di Lubiana  coincide stranamente con un appalto concesso alla società slovena Riko Group per la costruzione di un hotel di lusso a Minsk e di diverse strutture per la produzione di energia in Bielorussia. 

I due contratti, dal valore complessivo di circa 150 milioni di euro, sono stati firmati dall'oligarca Yuri Chizh, considerato "il banchiere non ufficiale" del presidente Alexander Lukashenko. Da tempo ci si aspetta che il leader bielorusso sia inserito nella lista nera dell'Ue, ma ogni proposta di sanzioni contro il governo di Minsk viene regolarmente ostacolata da uno dei 27. Secondo Gazeta Wyborcza  
la Slovenia si prepara a rovinare la politica Ue nei confronti di Lukashenko per 150 milioni di euro. Il regime di Minsk ne sarà entusiasta. Ai prigionieri politici non resta che accettare che per l'Europa in crisi gli affari sono più importanti dei valori e dei diritti umani.  

lunedì 27 febbraio 2012

USA 2012: Santorum “Non credo a separazione fra Stato e Chiesa”

Agli antipodi con Jfk: "Per un suo discorso ho quasi vomitato"

New York, 27 feb.  - In vista delle primarie in Arizona e Michigan (domani), il candidato repubblicano Rick Santorum si è espresso sul rapporto tra Stato e Chiesa: "In che razza di Paese viviamo se solo chi non è fedele può esprimere la sua opinione in pubblico?" si è chiesto Santorum ai microfoni di Abc News. Riferendosi a un importante discorso pronunciato da John Fitzgerald Kennedy, che sosteneva la separazione netta fra potere secolare e religioso, ha poi aggiunto che "gli è venuto da vomitare" leggendolo, perchè "non credo in un'America dove la separazione tra Stato e Chiesa sia assoluta".

L'ex senatore della Pennsylvania, cattolico praticante, ha affermato inoltre che l'ambiente accademico non sarebbe più "un ambiente neutrale" per i fedeli. Invitato da Abc a ribadire perchè considera il presidente Barack Obama uno "snob", ha poi risposto che la ragione è che "vuole tutti gli americani all'università". "Ci sono molte persone in questo Paese che non hanno desiderio né aspirazione di andare all'università, ma hanno altre doti e sogni che non la contemplano" ha detto Santorum.

Il New York Times nota che, sebbene Michigan e Arizona abbiano sofferto pesantemente la crisi economica, sembra che le questioni al centro del dibattito repubblicano a ridosso delle elezioni siano slittate dalla sfera economica a quella sociale. Anche il principale avversario di Santorum, l'ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, intervistato domenica da Fox News, ha infatti insistito sul rafforzamento delle leggi sull'immigrazione e sull'opposizione ai matrimoni tra omosessuali.

UCRAINA: Vitali, dal ring alle urne

In Ucraina il pugile Klitschko si candida al parlamento.
 Kiev 27 Febbraio 2012  - Più moderato e meno arrogante di Derek Chisora, Vitali Klitschko non ha avuto problemi a prolungare il suo regno nel pugilato. Sabato 18 febbraio a Monaco di Baviera il colosso ucraino ha mantenuto la corona dei pesi massimi nella versione Wbc battendo ai punti in 12 round l'avversario (di 12 anni più giovane), raggiungendo così la sua 44esima vittoria in carriera.
ALLE ELEZIONI CON L'UDAR. Archiviato l'ennesimo pretendente al titolo, la prossima battaglia di Klitschko è su un altro ring, quello della politica. Il pugile è infatti pronto alla nuova sfida con il suo partito Udar in vista delle prossime elezioni parlamentari in programma in autunno.
Il nome è tutto un programma, visto che l’acronimo sta per Alleanza democratica ucraina per le riforme, ma significa anche «colpo». Ed è con un paio di questi che Vitaly vuole mandare al tappeto i suoi avversari, il primo dei quali dovrebbe essere Popov, l’attuale sindaco di Kiev, nella tornata elettorale fissata per l'estate.

Nel 2005 il tentativo fallito alla corsa di sindaco di Kiev

A dire il vero non è la prima volta che Klitschko tenta la scalata al vertice della capitale ucraina: ci aveva già provato sei anni fa, quando - dopo aver annunciato il suo ritiro dalla boxe a novembre 2005 lasciando vacante il titolo mondiale Wbc - si era impegnato direttamente in politica.
Allora perse di fronte a Leonid Chernovetsky, oligarca potente e un po’ strambo (fondatore della Pravex Bank successivamente passata al gruppo Intesa Sanpaolo e fervente membro dell’Ambasciata di Dio, chiesa evangelica fondata da un pastore nigeriano emigrato in Ucraina) che riuscì a ottenere la maggioranza. Klitschko si piazzò al secondo posto con un cittadino su quattro della capitale che votò per lui.
SCONFITTA ALLE URNE ANCHE NEL 2008. Anche alle elezioni anticipate del 2008 che confermarono Chernovetsky nonostante sospetti di corruzione l’esperienza fu la stessa e l’aspirante borgomastro, nel frattempo tornato sul ring, fu costretto ad arrendersi.
A distanza di quattro anni le cose potrebbero andare diversamente, considerando il fatto che Popov (subentrato di fatto a Chernovetsky dopo il commissariamento voluto dal presidente Viktor Yanukovich) non è molto amato dai suoi concittadini ed è considerato quasi un corpo estraneo (arriva da Donestk, metropoli industriale nel Sud del Paese), mentre l’immagine del pugile è più affascinante.
DAL KIRGHIZISTAN ALL'UCRAINA. Il gigante buono - pur essendo nato in Kirghizistan dove suo padre, ufficiale dell’esercito, era allora stazionato - è considerato uno di casa sulla Kreshchatik. La sfida tra Popov e Klitscko non è però ancora sicura, dato che la data delle elezioni non è stata ancora fissata e in un Paese come l’Ucraina tutto è possibile (potrebbe essere spostata al 2013).

Il pugile sfida l'uomo del presidente Yanukovich 

È invece certo che a fine ottobre si svolgono le elezioni parlamentari e allora lì Udar vuole far sicuramente sentire la sua presenza.
Il duello è ovviamente sul modello di quello con Popov, e cioè da una parte il potere attuale - rappresentato dal Partito delle regioni del presidente Yanukovich - dall’altra la variegata opposizione, di cui Klitschko rappresenta probabilmente l’elemento più nuovo.
IN POLITICA DALLA RIVOLUZIONE DEL 2004. A dire il vero è dalla rivoluzione del 2004 che Vitaly si impegna sul fronte arancione, ma la sfida fondamentale è proprio quella in arrivo, perché se i sondaggi che danno Udar oltre il 5% (superiore per esempio a Forte Ucraina, il partito del vice premier Sergei Tigipko) dovessero essere confermati alle urne, è possibile che le forze di opposizione ottengano un risultato sorprendente.
INCERTA LA PRESENZA DI TYMOSHENKO. Il condizionale è d’obbligo, dato che a più di sei mesi dal voto non si sa ancora se l’opposizione si voglia presentare unita e se soprattutto Yulia Tymoshenko abbia la possibilità di scendere in campo. Allo stato attuale delle cose pare difficile ed è appunto per questo che Klitscho ha deciso di combattere la battaglia contro il sistema Yanukovich e a favore di un’Ucraina più libera.
VERSO UN MODELLO OCCIDENTALE. «Nel nostro Paese molte cose non vanno, dobbiamo costruire un modello democratico come quello occidentale» ha detto recentemente il pugile campione del mondo, riferendosi al modello autocratico introdotto Yanukovich.
Si tratta ovviamente degli avversari che finiscono dietro le sbarre, ma anche della campagna che proprio in vista della tornata elettorale è cominciata a colpi bassi.
BUGIE PER METTERLO IN CATTIVA LUCE. Sono infatti state diffuse voci sul fatto che si sia ammalato di Parkinson e suo padre (morto nel 2011) sia stato coinvolto in traffici illeciti di armi sono gli esempi con quali armi venga anche preparata la sfida delle urne.
«Tutte bugie su di me, provano solo a mettermi in cattiva luce» ha risposto alle accuse che incontrollate stanno facendo il giro del mondo.
La situazione nel Paese è comunque tesa, forse più di come lo è normalmente per Klitschko quanto si mette i guantoni, e difatti ha messo in guardia da quello che potrebbe succedere, con uno scenario ucraino simile a quello della Primavera araba. Per ora, almeno seguendo ciò che sondaggi recitano, il potenziale rivoluzionario rimane molto basso. Vitaly si prepara in ogni caso, poiché «senza battaglia, non c’è vittoria». (
Stefano Grazioli)

GRAN BRETAGNA: Pronta ad attaccare l'Iran

Lo dice una fonte del Sun. Israele discute di Teheran con Obama
La Gran Bretagna avrebbe già pronti i piani di guerra per un eventuale conflitto con l'Iran. A rivelarlo è stato il domenicale Sun on Sunday che ha citato fonti governative. Stando al domenicale si tratterebbe solo di una questione di tempo e l'inizio delle ostilità è previsto tra «i 18 e i 24 mesi».
FANTERIA NEGLI EMIRATI. I piani prevedono di inviare un battaglione di fanteria negli Emirati Arabi Uniti, che si trovano al di là dello stretto di Hormuz, per difendere l'alleato da eventuali attacchi. Sette navi da guerra e un sottomarino nucleare della Royal Navy si trovano d'altra parte già nell'area del golfo persico.
Un secondo sommergibile armato di missili Tomahawk sarebbe inviato nell'area in caso di ostilità. La Raf, forza aerea britannica, invierebbe poi Typhoon, Tornado ed elicotteri d'assalto a sostegno delle truppe già dislocate in Qatar, Oman, Emirati Arabi e Bahrain.
CONFLITTO INEVITABILE. «Gli strateghi del ministero della Difesa hanno innestato la quinta marcia all'inizio dell'anno», ha detto la fonte al Sun, aggiungendo: «Il conflitto è visto come inevitabile se il regime non abbandona le sue ambizioni atomiche».
Il bombardamento dei siti nucleari iraniani da parte di Israele è visto come «l'incidente più probabile per l'inizio del conflitto» insieme a un probabile attacco ai danni delle truppe britanniche di stanza in Afghanistan da parte dell'Iran. «Al ministero elaboriamo piani di emergenza per diversi possibili scenari in giro per il mondo», ha commentato un portavoce della Difesa che ha però assicurato: «Vogliamo una soluzione diplomatica e non militare».

E Israele discute di Teheran con Obama

Il premier israeliano Benyamin Netanyahu si accinge a sollevare la 'questione iraniana' nell' incontro con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che è previsto a Washington il 5 marzo.
«L'Iran continua a compiere rapidi progressi nei propri programmi nucleari», ha detto Netanyahu il 26 febbraio al Consiglio dei ministri, proseguendo poi: «Quel Paese sfida ed ignora in modo smaccato le decisioni della comunità internazionale».
Il premier ha aggiunto che il rapporto della Aiea (Agenzia internazionale per l'energia nucleare) pubblicato venerdì 24 febbraio «rappresenta una conferma ulteriore della attendibilità delle valutazioni di Israele» circa la serietà dei progetti atomici di Teheran. Netanyahu ha detto ai ministri che con Obama intende fare il punto anche sulla situazione regionale in Medio Oriente, e in particolare sulla Siria.
PREGARE E AVERE FIDUCIA. Nel frattempo il rabbino Ovadia Yosef, leader spirituale del partito ortodosso Shas, ha preso posizione contro un possibile attacco di Israele nei confronti della infrastrutture nucleari in Iran. «Dobbiamo affidarci al Signore Onnipotente», ha detto il religioso in un sermone tenuto il 25 febbraio nella sua sinagoga di Gerusalemme. «Noi dobbiamo limitarci a pregare l'Altissimo e avere fiducia. Il dittatore scellerato (cioè il presidente Mahmud Ahmadinejad, ndr) oggi c'é ma domani svanirà, finirà all'Inferno».

Smentito blocco di forniture alla Grecia

Fonti del ministero del Petrolio avrebbero smentito la notizia, data il 26 febbraio dall'agenzia Fars, che l'Iran ha rifiutato la consegna di 500.000 barili di petrolio destinati a una raffineria della Hellenic Petroleum in Grecia. Lo si è appreso da ambienti diplomatici europei.
COINVOLTA L'ITALIA. Se confermata, la notizia avrebbe implicato che l'Iran, in risposta alle sanzioni decise a Bruxelles, ha intenzione di tagliare subito le sue forniture non solo alla Francia e alla Gran Bretagna, come già fatto il 19 febbraio scorso, ma anche ad altri Paesi europei. A sei dei quali, compresa l'Italia, era stato chiesto di dissociarsi dalle sanzioni decise il 23 gennaio a Bruxelles, firmando contratti di lungo periodo con Teheran.
STOP A NUOVI CONTRATTI. Intanto l'Isna ha riportato che Ahmad Ghalebani, direttore generale della Compagnia nazionale per il petrolio, ha smentito notizie di stampa secondo cui il denaro dovuto per le importazioni del petrolio iraniano sarebbe bloccato in Europa, e ha assicurato che l'Iran non ha alcun problema nel ricevere i pagamenti. Le sanzioni decise a gennaio a Bruxelles prevedono uno stop a nuovi contratti e un blocco definitivo delle importazioni di greggio entro il primo luglio, ma anche nuove misure contro il sistema finanziario iraniano, dopo quelle che quelle che già da due anni rendono già difficili le transazioni bancarie con Teheran.

BERLINO: Il Bundestag dice sì a 130 milardi alla Grecia

Merkel: «Se falliscono è grave anche per noi».
Lunedì, 27 Febbraio 2012 - La Germania ha detto 'sì' alla Grecia, e ora spera di poterne trarre vantaggio. Il via libera dal Bundestag al nuovo pacchetto di aiuti da 130 miliardi di euro ad Atene è arrivato con un'ampia maggioranza. Angela Merkel era stata chiara da subito, già prima del voto: «Non c'é garanzia di successo al 100%, ma le chance superano i rischi». La Germania non può permettersi di veder crollare Atene, e un fallimento della Grecia avrebbe: «Conseguenze incalcolabili anche per i tedeschi».
LA GERMANIA NON PUÒ LASCIAR FALLIRE LA GRECIA. Per questo la Merkel ha voluto l'approvazione del piano d'aiuti: «In qualità di cancelliera posso assumere dei rischi, ma non intraprendere percorsi avventurosi». Uno dei nodi è il fondo salva Stati europeo sul quale proprio oggi è arrivato l'avvertimento di Standard and Poor's, che ha rivisto l'outlook in negativo. Una decisione dovuta alle prospettive negative di Francia e Austria, secondo quanto riferito dall'agenzia di rating.
La Merkel ha invece escluso, davanti al Bundestag, un aumento del fondo salva Stati Efsf-Esm: «Al momento non ne vedo il motivo». Anche perché, ha detto la cancelliera tedesca, Roma e Madrid hanno migliorato le loro condizioni di rifinanziamento grazie alle riforme intraprese.
«L'ITALIA STA FACENDO LE RIFORME GIUSTE». La Merkel ha speso parole d'elogio per i passi avanti fatti dai Paesi dell'euro più colpiti dalla crisi. In particolar modo, dell'Italia ha citato «Le misure di risparmio che porteranno al pareggio di bilancio già l'anno prossimo, le riforme strutturali che stimoleranno produttività e competitività, e le liberalizzazioni».
La crisi non è ancora sconfitta, ma la direzione imboccata sembra quella giusta, e la Merkel non ha alcuna intenzione di fare dei passi indietro sotto il profilo europeista: «Se fallisce l'euro fallisce l'Europa, se vince l'euro vince l'Europa».
COALIZIONE DISUNITA. Il Parlamento l'ha applaudita, ma alla fine alla cancelliera sono mancati 7 voti per raggiungere la sua maggioranza: non un buon segno per la coalizione che sostiene la Merkel, e soprattutto nella sua Unione, (Csu-Cdu). Dei 630 parlamentari tedeschi 496 hanno votato a favore, 90 contro e 5 si sono astenuti. Questo però, secondo la Bild, non dovrebbe indebolire la cancelliera, rafforzata proprio dalla sua gestione della crisi. E secondo il Tagesspiegel la maggioranza del governo tecnicamente c'è stata, visto l'alto numero di assenti, anche per malattia.
In realtà che sul nodo di Atene la maggioranza non fosse in pieno accordo era stato palesato da una dichiarazione del ministro dell'Interno Hans-Peter Friedrich, secondo il quale la Grecia avrebbe più possibilità di ripresa uscendo dall'euro. Parole ridimensionate oggi dal suo portavoce in conferenza stampa: «Le ha dette come esponente del Csu, non come ministro».
I messaggi del governo tedesco ad Atene, nel giorno in cui il presidente della Commissione José Manuel Barroso ha scritto al premier Lucas Papademos per incontrarlo mercoledì a Bruxelles, in vista del vertice, sono chiari: «Atene ha preso decisioni molto importanti e adesso deve metterle in pratica», ha detto la cancelliera. Adesso si tratta di rispettare gli impegni presi. Potendo ancora contare sull'aiuto di Berlino: il ministero delle Finanze, ad esempio, ha messo a disposizione 160 esperti volontari per sostenere la Grecia nelle attività di riscossione delle tasse, «Nell'ambito di un programma della Commissione europea e del Fmi».

PSI: Cap. 2 - Breve storia del Partito Socialista Italiano

2 - LA PACE E LA GUERRA

Nel 1900 si inaugurò quella che si suol chiamare “l’età giolittiana” e che, dal punto di vista socialista, si potrebbe chiamare “l’età turatiana”.
Per dodici-quattordici anni il paese progredì in prosperità e civiltà; per un tempo corrispondente il partito socialista ed il movimento operaio si fecero più forti e più estesi, le libertà democratiche più ampie e più salde.
Il nuovo secolo vide anche la nascita del sindacato unitario dei lavoratori, la CGdL, Confederazione Generale del Lavoro, fondata a Milano il primo ottobre 1906; in essa prevaleva la componente riformista sulla corrente anarchico-rivoluzionaria, impegnata a raggiungere risultati pratici e graduali a favore dei lavoratori che versavano ancora in condizioni oggi inimmaginabili.
Nel 1886 apparì una conquista il divieto di impiegare in “opifici, cave e miniere” fanciulli con meno di nove anni e nel 1902 la limitazione della giornata di lavoro a 11 ore per i minorenni e di 12 ore per le donne. Nel 1889 i lavoratori ottennero il diritto di associarsi e di scioperare ma ancora molte lotte e molto sangue li separava da una vera tutela sindacale.
“Non è lotta solo per qualche soldo in più e qualche ora in meno, è lotta per la personalità civile del lavoratore” così commentava nel 1898 l’Avanti! lo sciopero nelle risaie di Molinella.
Anche il movimento cooperativo si sviluppava e dal primo “magazzino di previdenza” sorto a Torino nel 1854 sulle idee mazziniane e garibaldine, dalla prima cooperativa di lavoro dei vetrai di Altare (Savona) del 1856, alle case del popolo nell’Emilia di Andrea Costa e di Camillo Trampolini.
Lo stesso Turati, a Genova, al congresso di fondazione del partito, era delegato di una cooperativa.
Fu la belle epoque del nostro paese, ma il progresso non è mai senza mescolanza di dramma.
Nel paese fermentavano profondi scontenti e rivolte, lo stato appariva inefficiente e corrotto, molto restava da fare per allargare lo spazio dei diritti civili.
Nel 1882 il diritto al voto fu concesso a quanti avevano frequentato le scuole elementari quando nel solo meridione il 75% della popolazione era analfabeta; solo nel 1912 si voterà a 21 anni, solo se si è fatto il servizio militare, altrimenti si voterà a 30 anni. Le donne avranno riconosciuto il diritto di voto solo nel 1919 ma in realtà, a causa di difficoltà burocratiche e successivamente del fascismo, potranno votare solo nel 1946.
Se il voto è lo strumento formale per raggiungere le conquiste sociali, l’istruzione è lo strumento sostanziale che trasforma le plebi in cittadini coscienti.
Nel 1894 ben 900 mila lavoratori che avrebbero voluto votare furono respinti dal seggio elettorale perché non dimostrarono un livello sufficiente d’alfabetizzazione. Solo nel 1904, grazie alla lotta del partito, l’obbligo scolastico verrà portato a 12 anni, ma senza un effettivo adempimento da parte delle autorità.
Emergono così schiere di maestri socialisti, come narrerà De Amicis, impegnati in un’opera d’insegnamento a giovani e adulti, con l’Avanti! (intorno al 1914 il giornale diffondeva 400.000 copie!) che, letto collettivamente nei circoli, diventa ben presto la “bibbia” laica dei poveri con le sue campagne contro l’alcolismo, la bestemmia, il maltrattamento degli animali, per l’emancipazione della donna, il controllo delle nascite ed il rispetto delle più elementari regole igieniche.
Mentre al Nord il movimento si organizzava nelle prime grandi fabbriche, al Sud la questione meridionale appariva drammatica, con gli eccidi periodici di contadini e la manipolazione delle elezioni da parte dell’autorità.
Anche nel partito socialista emersero le prime difficoltà e divisioni.
E’ l’era di Turati, eppure il dominio di Turati sul partito è interrotto dopo quattro anni dal pittoresco interludio della maggioranza di Enrico Ferri e Arturo Labriola e dopo una ripresa riformista, dalla maggioranza massimalista che, composta di onesti e probi dottrinari elementari, come Lazzari e Serrati, ha tuttavia alla sua testa il direttore dell’Avanti!, un giovane professionista della politica, ex maestro elementare, dagli atteggiamenti tribunizi ed insurrezionali, Benito Mussolini.
Nell’era di Turati il partito è uscito dalla forzata illegalità, lo stato ha proclamato la sua neutralità nei conflitti di lavoro, le organizzazioni di categoria e la Confederazione Generale del Lavoro diventano grandi istituzioni nazionali; le cooperative di lavoro sono una forza decisiva nella colonizzazione del suolo italiano e nei lavori pubblici, quelle di consumo una delle più moderne componenti della quotidiana vita operaia.
Dove esiste un più ricco terreno culturale e dove la rivoluzione industriale ha formato una classe operaia matura ed una classe media aperta alle innovazioni, i socialisti ottengono la guida delle prime amministrazioni comunali.
La Milano del sindaco Caldara, conquistata nel 1914, entra nel mito del riformismo socialista e i socialisti guideranno la città con il sindaco Filippetti sino al 3 agosto del 1922 quando le squadre fasciste arringate da D’Annunzio cacceranno gli amministratori socialisti dichiarati poi decaduti da Vittorio Emanuele III perché colpevoli “dell’abbandono delle loro funzioni” !
Tutte le concrete politiche sociali che oggi appaiono consuete vengono concepite e realizzate dai socialisti in quegli anni tra mille resistenze e difficoltà.
Nascono le mense popolari, i ricoveri per i vecchi bisognosi, le aziende municipalizzate per fornire il latte, il pane ed i trasporti a prezzi accessibili, la refezione scolastica, le case popolari; si conducono per la prima volta campagne di vaccinazione e di prevenzione contro pellagra, tubercolosi e sifilide.
Qualche anno dopo Lenin rimprovererà con disprezzo ai dirigenti socialisti italiani di esitare nel lanciare la rivoluzione per il timore di perdere i loro municipi, ma questi municipi sono rimasti nella storia come isole di progresso, esempi insuperati per decenni, seme di una tradizione riformista duratura.
Eppure il terrore continua a dominare molti strati della borghesia nei confronti del socialismo, come si vede dopo gli scioperi del 1904 e le intermittenti fiammate rivoluzionarie come negli scioperi di Parma del 1913. Non a caso il decennio che era cominciato con la restaurazione delle libertà democratiche terminava con una guerra coloniale, la guerra di Libia e preparava lo scoppio della prima guerra mondiale.
Nel 1914, un velleitario e disordinato tentativo di rivoluzione delle forze massimaliste ed anarchiche, “la settimana rossa”, produceva uno scontro molto duro tra le forze popolari ed il governo.
Il 7 giugno, ad Ancona, i carabinieri aprono il fuoco sui partecipanti ad un comizio antimilitarista provocando tre morti tra i manifestanti; la protesta, sostenuta dal PSI, guidato dai massimalisti rivoluzionari, e dalla CGdL, esplode in tutto il paese con scioperi e scontri che lasciano sul terreno quattordici morti (uno delle forze dell’ordine) e la sensazione d’essere all’inizio di un moto rivoluzionario.
Dopo una settimana di lotta la dirigenza riformista della CGdL, di fronte alle divisioni esistenti nel movimento socialista ed all’impossibilità di dare uno sbocco politico agli avvenimenti, revocava lo sciopero generale; due settimane dopo i colpi esplosi a Sarajevo da Gavrilo Princip che provocano la morte dell’erede al trono austriaco, l’arciduca Francesco Ferdinando, aprono di fatto le porte alla Grande Guerra.
Il quattordicennio giolittiano vide, proprio nel 1914, un grande successo del PSI alle elezioni amministrative, ma anche le prime scissioni nel socialismo italiano.
La prima, dopo il 1907, fu l’uscita dal partito dei sindacalisti rivoluzionari, la seconda, nel luglio del 1912, fu l’espulsione, voluta da Mussolini, dei cosiddetti “riformisti di destra” Bissolati, Bonomi e Podrecca, colpevoli di “ministerialismo e bellicismo libico”.
E’ comunque da notare come queste scissioni, che pensavano di contrapporre al partito l’organizzazione sindacale, non intaccassero l’egemonia del partito sul sindacato e sulle masse popolari. La situazione paradossale, prima del 1914, era che il partito, pur modesto in confronto al sindacato ed al ruolo dei gruppi parlamentari, in definitiva era sempre esso a prevalere. Nel partito e nella sua continuità il proletariato socialista vedeva il depositario della sua fede.
Ciò spiega anche quel che accadde al socialismo durante la prima guerra mondiale.
I giovani, i dirigenti più audaci, nemici di Giolitti e della borghesia, poterono inclinare per un momento all’interventismo o legarsi definitivamente ad esso; ma il partito e le masse rimasero fermamente aderenti al principio della pace.
Non ci fu in questo differenza tra Turati o Modigliani, cioè i riformisti, oppure Serrati o Angelica Balabanov, i massimalisti.
Comprensione di ciò che veramente è la civiltà, sogno di un ideale finale di redenzione, scarsa adesione alle necessità di stato, ideali internazionalisti, tutto contribuiva ad ancorare il pacifismo nelle masse come nei capi del socialismo italiano che alla fine seppero coniugare il no alla guerra con l’esigenza di non entrare in conflitto con un diffuso sentimento popolare di difesa della patria, nella formula “nè aderire nè sabotare”.
Coloro che avevano preso sul serio i temi della violenza e dell’attivismo, con cui avevano galvanizzato le folle, come Mussolini, entrarono malamente in rotta con il partito e furono espulsi.
Alcune delle iniziative pacifiste più importanti della prima guerra mondiale, come le conferenze internazionali di Zimmerwald e Kienthal, ebbero i socialisti italiani per attori e iniziatori. Su questa fondamentale unanimità di avversione alla guerra si svilupparono diversi atteggiamenti.
Da una parte c’era il cauto atteggiamento dei Turati e dei Treves, che dell’avversione socialista alla guerra intendevano fare uno strumento di ricostruzione per il futuro, e pertanto erano attenti a non colpire il paese in un momento tragico – quando anche per loro la patria era, come appunto ebbe a dire Turati, sul Grappa – dall’altra c’era l’atteggiamento sempre più rivoluzionario dei giovani che, sulle sofferenze delle masse, costruivano un piano o un sogno di violento spodestamento della borghesia, specie dopo quel 1917 che vide la rivolta operaia di Torino , la crisi militare di Caporetto, ma soprattutto gli avvenimenti russi della rivoluzione proletaria.
Ma l’atteggiamento di “guerra alla guerra” era comune in fondo all’intero partito e spiega i drammatici successi, le drammatiche illusioni, le speranze e la crisi del 1919. (continua)

POLITICA: L’inesistente DNA del PD

«In questi ultimi giorni il PD è stato oggetto di contese che poi alla fine in un certo qual modo rilanciano la mai sopita “questione socialista”

La sola ipotesi che circolasse un qualche documento dei “giovani turchi” che rivendicava in qualche modo il legame stretto tra PD e socialismo europeo, ha fatto iniziare a prudere il sedere a qualche democristiano (Castagnetti e Marini), alla pasionaria giustizialista Rosy Bindi ma soprattutto al grande simulacro del giornalismo falsamente progressista: Eugenio Scalfari che in nome del suo liberalismo neo-azionista (magari ex monarchico) ha lanciato strali contro la pretesa di stravolgere in senso socialista l’identità del PD. Vi sono state poi sia una interessante puntualizzazione di Emanuele Macaluso  che un pesante e bizantino intervento di Alfredo Reichlin il quale riprende temi cari a D’Alema sul progressismo che ingloba il socialismo; peccato che non si sappia indicare quali siano in Europa gli eventuali progressisti inglobatori. Infine Stefano Fassina è dovuto intervenire con un tono fortemente “giustificatorio” che però nella sostanza non rinnega la propria posizione.
E comunque se a distanza di quasi cinque anni ci si interroga sulla identità di un partito vuol dire che ad esso manca completamente un DNA. Un po’ come tutti i partiti della II Repubblica del resto.
Insomma l’identità del PD nasce da fatti estemporanei ed artificiosi:
1.    Dare un partito ad un premier senza partito: Prodi
2.     Voler imporre uno schema bipartitico artificiale ed estraneo alla storia politica italiana (Veltroni)
I partiti europei (e non solo) nascono da eventi storici corposi e complessi. Il socialismo dalla nascita del movimento operaio; il comunismo da una scissione del socialismo dopo la Rivoluzione Russa; il liberalismo ha addirittura le sue radici nel '700 contro l’assolutismo. Gli stessi populismi latino-americani, il “Getulismo” brasiliano, ed il peronismo argentino dalla esigenza di dare una identità a nazioni caratterizzata da forte immigrazione e dall’integrazione di questa con il paese coloniale preesistente. I partiti democristiani per contrastare socialismo e liberalismo.
Ed il PD? Per dare un partito a Prodi…..Forza Italia per rappresentare direttamente in parlamento gli interessi di una potente lobby economica, Di Pietro come espressione del canagliume giustizialista e qualunquista. Forse solo Casini è in qualche modo rappresentante di una tradizione politica europea. Dato che Rifondazione difficilmente può essere collegata al comunismo del '900.
Di Nencini non parlo dato che è assessore esterno in quota PD.
Il grande e gravoso problema dell’Italia è quello di ricostruire completamente un sistema politico fondato su culture politiche omogenee all’Europa, con soggetti collettivi che sappiano ripristinare i primato della politica con autorevolezza. Il tutto all’interno di una gravissima crisi del capitalismo e dall’impegno di uscire da essa da sinistra. E’ un compito che fa tremare i polsi. Sinceramente non credo che il PD sia in grado di assolvere a tali compiti, anzi. E’ un partito che sta stabilmente sul 28% delle intenzioni di voto. Ma credo che sia frutto di rassegnazione piuttosto che di convinzione.
E’ un partito che ha governato malissimo nel Sud: il crollo in Campania e Calabria lo testimonia. Pieno di notabili in cui l’arroganza si coniuga spesso all’ignoranza. E che pertanto è soggetto a forti degenerazioni sul piano morale. In cui il rampantismo è di casa. Così come gli scontri improntati al personalismo. Genova è un esempio evidente. A Taranto il PD appoggia il candidato di SeL perché non è in grado di esprimere nessuno.
Al di là delle percentuali virtuali ci troviamo con un partito senza identità che in molte realtà locali è in dissoluzione, in preda ad enorme confusione.
E però (pur essendo stato sin dall’inizio un avversario del progetto PD) non mi auguro certo una pura e semplice implosione del PD. Sia perché una implosione non governata non farebbe altro che disperdere una vasta area di elettorato progressista. E sinceramente non credo proprio che SeL, che pure svolge una funzione essenziale, sia in grado di intercettare l’elettorato in uscita. A SEL mancano ancora identità e radicamento. Per questa ragione guardo con interesse a ciò che di positivo si muove nel PD. Dal gruppo Fassina-Orfini a quello Ghezzi-Damiano-Epifani. Vale a dire a coloro che si pongono il problema della presenza di una forza laburista in Italia, in linea con il PSF e la SPD, e quindi della costruzione su basi maggioritarie di una alternativa al modello liberista nel senso del socialismo democratico.
Ma per avere forza tale area del PD (in questo condivido quello che dice il caro compagno Giulio Cerchi) deve strutturarsi politicamente ed organizzativamente , non può svolgere solo un ruolo di testimonianza. Ed aiuterebbe molto coloro che in SeL si battono per evitare pericolose contaminazioni od infezioni con Di Pietro o Emiliano.
Il rischio reale oggi per il PD è che si trasformi l’attuale maggioranza estemporanea attorno a Monti in una maggioranza politica valida anche per la prossima legislatura. E’ quello che vogliono i Veltroni, i Letta, i Boccia. Un “governassimo” con il crisma della Merkel e di politiche conservatrici e neoliberiste. A cui si contrapporrebbe l’Italia dell’antipolitica, delle liste civiche nazionali, degli Emiliano, De Magistris, e perché no, dei Celentano! E’ inutile sottolineare il disastro che si produrrebbe. Con una eventuale III Repubblica in preda ad una nuova transizione infinita ed un paese alla deriva. Per questo è vitale che il PD assuma piena autonomia politica dal governo Monti pur nella necessità di sostenerlo fino al 2013. Ma è proprio su questa idea di autonomia che probabilmente si aprirà lo scontro interno al PD. Ed è uno scontro da cui il partito non ne uscirà nel modo in cui è entrato.
Il tema dei cattolici è un falso problema. Intanto bisogna distinguere nettamente i cattolici progressisti dai democristiani. La DC ha svolto una funzione in Italia finchè c’è stata la guerra fredda. Era un partito che aveva il suo collante nell’anticomunismo. Emilio Colombo e Donat Cattin erano entrambi anticomunisti, per il resto non c’era nessun punto che li unificasse. Una funzione resa più netta dal fatto che il PSI dal 1948 al 1956 si rese subalterno al PCI ed a Mosca. Negli altri paesi europei i cattolici ed i cristiani progressisti (soprattutto dopo Bad Godesberg) si sono collocati tutti nei partiti socialisti e socialdemocratici.
E del resto già negli anni '70 iniziò ad entrare in crisi il concetto di unità politica dei cattolici. Distinguere quindi questione cattolica da questione democristiana è essenziale. I cristiano-democratici in Europa sono nel PPE e rappresentano la destra moderata. I cristiano-sociali stanno nel PSE. Voler ancora tenere aperta la questione democristiana in Italia è indice del voler far permanere la anomalia italica rispetto all’Europa. Se i compagni e gli amici della sinistra PD vorranno dare battaglia nel partito su questi temi, renderanno un grande servizio alla causa della ricostruzione della sinistra. Se la annacqueranno avranno difficoltà ad essere riconosciuti come credibili.
Il compagno Paolo Borioni diceva che oggi l’interlocutore della CGIL è il PD. E’ vero. Un sindacato non può fare opera di testimonianza, deve ottenere dei risultati tangibili per i suoi iscritti. Non dialogare con il PD significherebbe isolarsi. SeL non è presente in parlamento e certo la Camusso non dialoga con il canagliume dipietrista. Ma credo che la Camusso e gli altri compagni della CGIL preferirebbero qualcosa di un po’ meglio del PD attuale. Soprattutto nella ipotesi sciagurata di un “governissimo”. A quel punto la CGIL dovrebbe costruirsi un interlocutore politico. Vedete, la uscita di Berlusconi di scena potrebbe avere delle conseguenze anche sulla struttura del potere mediatico. La lobby di Scalfari-DE Benedetti punta ad uscirne rafforzata. Essa ha comunque fortemente condizionato il centrosinistra della II Repubblica.
E certo vorrà svolgere un ruolo di primo piano anche oltre.
Repubblica ed il Fatto sono i due lati della sua possibile azione. Da un lato sostenere la bontà del governissimo e dall’altro appoggiare l’antipolitica di possibili liste civiche. Santoro-Travaglio-il Fatto quale eventuale trio di un fascismo postmoderno.
Il problema che si porrà per chi ha interesse a costruire una sinistra di governo di ispirazione socialista sarà quella di garantirsi l’autonomia rispetto ai poteri forti.(Peppe Giudice)

ITALIA: Governo

Bersani:Monti?Fatico a sapere cosa farò io fra un anno
Casini farà ciò che vuole, nella vita ciascuno libero di farlo
Palermo, 27 feb. - "Nella vita ognuno fa quello che vuole. Casini farà ciò che vuole, e noi faremo ciò che vogliamo. Faccio fatica a sapere quello che farò io". Con questa battuta il segretario del Pd Pierluigi Bersani, oggi pomeriggio a Palermo per sostenere la candidata alle primarie del centrosinistra Rita Borsellino ha commentato le parole del leader Udc sulla possibilità di un secondo tempo politico per Mario Monti anche nella prossima legislatura

Berlusconi: Piena fiducia in Monti, io mai più premier

"Monti fa le riforme che io ho avviato senza poter finire"

Roma, 27 feb.  - "Non governerò mai più l'Italia", sollecitando "tutti i politici italiani che siedono in Parlamento da 30 anni a fare un passo indietro". Lo afferma Silvio Berlusconi in un'intervista al quotidiano svizzero Il Corriere del Ticino. Il Cavaliere, in un lungo colloquio, rafforza la fiducia al premier Mario Monti, garantendola fino alla fine della legislatura: "sono necessari sacrifici per risolvere l'emergenza economica e quella istituzionale. Il presidente del Consiglio - afferma - sta realizzando le riforme che il mio esecutivo aveva avviato senza poterle portare al termine".

E agli italiani che sono tentati di lasciare il Paese, magari fuggendo proprio in Svizzera dice: "Sbagliano, l'Italia ce la farà. E l'euro non crollerà". Secondo Berlusconi, infatti, "gli italiani capiranno e, passata l'emergenza, premieranno il Pdl per il senso di responsibilità dimostrato in questi mesi".

Fini: Questa fase non durerà oltre legislatura

A prossime elezioni con rassemblement repubblicano

Roma, 25 feb.  - "Mario Monti oggi ha detto che la sua è un'esperienza a termine. Coloro che pensano che questa fase possa durare oltre la legislatura non hanno compreso che Monti è una persona seria e, se dice una cosa, la dice con consapevolezza e la mantiene". Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, parlando alla manifestazione organizzata da Generazione Futuro dal titolo 'Liberalizziamo l'Italia'.

"Bisogna chiedersi - ha aggiunto - come proseguire questa esperienza ma toccherà farlo comunque con un governo espressione della volontà popolare e politica". Alle prossime elezioni politiche - Fini è certo - "non si ripeterà il derby: Berlusconi non si ricandida, quindi non ci sarà la contrapposizione tra pro e contro" anche perché "se si proponesse lo stesso schema più della metà degli italiani non andrebbero a votare. Chi sogna un confronto tra Alfano e Bersani non ha capito che sono gli italiani che non vogliono che tutto torni come prima".

E allora, secondo il leader di Fli, "bisogna rivolgersi a tutti gli italiani che condividono ora l'azione del governo Monti e che magari prima erano divisi in centrodestra e centrosinistra". Occorre costituire "un grande rassemblement repubblicano che non si basi su un miracolistico programma o su un libro dei sogni, ma abbia un progetto".

Monti: Diritto-dovere decidere a esecutivo e Parlamento

"Le tante categorie e forze devono essere ascoltate"

Milano, 25 feb. - Le categorie e le forze sociali vanno ascoltate, poi il diritto-dovere di decidere spetta a governo e Parlamento. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Mario Monti, nel corso del suo intervento all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università Bocconi.

"Siamo sempre coinvolti in modalità e riti collegiali di presa delle decisioni come è giusto in un Paese in cui ci sono tante categorie e forze che devono essere ascoltate - ha detto Monti - ma il diritto-dovere di decidere spetta essenzialmente al governo e al Parlamento".

Grillo: Nel 2013 la stagione delle bombe potrebbe tornare

Disordini sociali alle porte, i partiti si stanno preparando

Roma, 27 feb. - "I disordini sociali sono alle porte e i partiti si stanno preparando. Nella primavera del 2013 può succedere di tutto" perchè ci saranno "elezioni incandescenti" e "non escludo la possibilità di uno slittamento se la situazione sfuggisse di controllo: la stagione delle bombe potrebbe tornare". Lo sottolinea Beppe Grillo in un lungo articolo nel suo blog in cui, dopo aver fatto il punto sulla situazione economica e sociale dell'Italia, spiega che "le elezioni sono uno spartiacque. Ci sono varie ipotesi di lavoro per impedire un cambiamento radicale e la scomparsa degli attuali partiti".

Fra questi, il comico annovera "lo sbarramento alla Camera all'8% e al Senato al 12%. Un premio raddoppiato di coalizione", ma anche "la nascita di un Partito Unico, il 'Partito della Nazione', composto da Pdl, Pdmenoelle e Udc nello stesso cartello. Più o meno quello che avviene adesso con il voto unificato a Rigor Montis di Berlusconi, Bersani e Casini. Una sostanziale ufficializzazione di uno stato di fatto per un'altra legislatura con il mantenimento di un miliardo di finanziamenti pubblici e la bocciatura di qualunque risultato referendario e di leggi popolari. Come prima, più di prima". Insomma, per Grillo "loro non si arrenderanno mai (noi neppure). Ci vediamo (in ogni caso) in Parlamento".

Si unanime della commissione Senato a Imu Chiesa

Monti: non pagheranno scuole cattoliche che non fanno profitto

Roma, 27 feb.  - Via libera della commissione Industria del Senato alla norma inserita nel decreto liberalizzazioni sull'Imu per la Chiesa cattolica. L'approvazione è arrivata dopo l'intervento del premier Monti che aveva chiarito alcuni aspetti della norma. Ad iniziare dall'esenzione dall'imposta per le scuole cattoliche che, ha detto Monti, "svolgono la propria attività con modalità concretamente ed effettivamente non commerciali". Questa, ha detto Monti, è la risposta "chiara e inequivoca".

Il presidente del Consiglio ha invitato a non avere approcci "ideologici" su temi come l'Imu per la Chiesa cattolica. Il governo vuole "considerare i problemi per la loro esatta portata, senza pregiudizi, pretesti o approcci ideologici", ha tenuto a sottolineare Monti, il quale ha rivendicato da parte del governo "serietà e impegno" nell'affrontare i problemi.

Monti, prima del voto in commissione, ha altresì invitato a non modificare la norma inserita nel decreto liberalizzazioni poiché "informalmente" la commissione europea ha dato la sua "assicurazione che la procedura (d'infrazione, ndr) possa essere chiusa".

Nencini: IMU Chiesa è un orimo passo verso l’equità

Domenica 26 febbraio 2012 "Negli ultimi quindici anni i finanziamenti pubblici alle scuole paritarie sono arrivate a pesare sulle casse dello Stato fino a 520 milioni di euro l'anno, a fronte di tagli pesantissimi alle nostre scuole pubbliche". A dirlo è Riccardo Nencini, segretario nazionale del Psi. "A pagare - aggiunge il segretario- fino ad ora sono stati solo i cristiani; da questo momento in poi a pagare sarà anche la Chiesa". Sulla decisione del governo di inserire un emendamento nel ddl liberalizzazioni che reintroduce l'Imu sugli immobili di proprietà della Chiesa ad uso commerciale, Nencini crede che sia "una prima svolta per ristabilire equità e un bel passo in avanti. Lo è - conclude- per i tanti soldi che rientreranno nelle casse dello Stato".

Bossi:Berlusconi serve a Monti, ma non è più nostro alleato

Ora raccolta firme per una legge di iniziativa popolare

Sassuolo (Modena), 27 feb.  - Alle prossime elezioni la Lega non sarà più alleata di Silvio Berlusconi. Umberto Bossi non ha cambiato la sua linea strategica e, dopo la bocciatura dei referendum, ha annunciato una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare.

"Non ce l'ho con Berlusconi - ha detto Bossi ieri sera a Sassuolo, nel modenese, davanti ad un centinaio di persone a conclusione del corso per Guardie Ecozoofile promosso da Anpana - ma spero che sia stato assolto" al processo Mills "perché non c'entrava niente veramente", perché su questa vicenda dal di fuori si ha "una brutta impressione": si è capito che "i magistrati non vivono in una tomba, lui serviva con i suoi voti a passare le leggi del Governo Monti, quindi non andava condannato".

EUROPA NEWS: Serbia, Ucraina, Polonia, Russia

Serbia: A un passo da candidatura Ue, ma due Paesi frenano

In consiglio ministri Esteri Ue riserve da Romania e Lituania

Roma, 27 feb.  - La Serbia dovrebbe farcela a raggiungere l'obiettivo di ottenere dal consiglio dei ministri degli esteri Ue lo status di candidato all'Unione europea, ma per l'intesa preannunciata qualche ora fa dal ministro degli Esteri francese Alain Juppé occorre ancora sciogliere le riserve di Romania e Lituania, spiega una fonte diplomatica europea all'Afp. "La maggior parte delle questioni sono state risolte, ma non abbiamo ancora un accordo" a causa delle obiezioni di Bucarest e Vilnius, ha detto la fonte. La decisione formale sullo status di candidato di Belgrado è attesa per domani, mentre il verdetto finale è in programma con il vertice dei capi di stato e di governo dell'1 e 2 marzo. Stasera sono in programma negoziati a livello di ambasciatori presso la Ue per superare i problemi posti dalla Romania, ma soprattutto dalla Lituania, che secondo una fonte "rischia di far saltare l'intesa".

La Romania vuole garanzie sulla tutela delle minoranze romene in Serbia, mentre la Lituania è nel pieno di una rovente polemica con Belgrado sulla presidenza dell'assemblea generale dell'Onu e su questioni commerciali. Secondo una fonte diplomatica, Vilnius teme anche l'amicizia della Serbia con la Russia. "Vedono la Serbia come una parte di Russia nella Ue. E' un problema reale per la Lituania".

Ucraina: Condanna a 4 anni di carcere per ex ministro Interni

Ex alleato Tymoshenko colpevole di abuso d'ufficio

Roma, 27 feb. (TMNews) - Il tribunale Pecherskiy di Kiev ha condannato l'ex ministro degli Interni ucraino del governo di Yulia Tymoshenko, Yuriy Lutsenko, a quattro anni di carcere con l'accusa di abuso d'ufficio. Il giudice Sergiy Vovk ha annunciato che la sentenza tiene conto del periodo già trascorso in carcere dall'ex ministro e ha ordinato anche la confisca dei beni di Lutsenko. "Abbiamo visto che non c'è giustizia equa in Ucraina" ha detto Lutsenko dalla gabbia di imputato dopo la lettura della sentenza. "Questa decisione mira a distruggermi come politico" ha aggiunto.

Il processo è stato seguito da vicino dall'Unione europea, che dopo la condanna a sette anni della Tymoshenko, ha messo un macigno sulla strada dell'adesione di Kiev alla Ue. Il presidente Viktor Yanukovych sostiene di non avere nulla a che fare con i processi, ma secondo Tymoshenko i procedimenti a carico suo e dei suoi alleati sono una vendetta politica perseguita a ogni costo dal nuovo regime ucraino. Lutsenko, che nel 2004 partecipò alla rivoluzione arancione filooccidentale al finaco di Tymoshenko, è accusato di abuso d'uffico per aver contribuito alla concessione al suo autista di una pensione e di un alloggio a cui non aveva diritto. Inoltre l'ex ministro è stato ritenuto colpevole di malversazione dei fondi per la celebrazione della giornata del polizia nel 2008 e 2009.

Polonia: Spiegel rivela Signora Thatcher aveva sospetti su Solidarnosc

Avrebbe valutato anche possibilità di aiutare regime Varsavia

Roma, 27 feb. - Margareth Thatcher, l'ex primo ministro britannico, aveva profonde riserve sul sindacato polacco Solidarnosc, protagonista dei processi che portarono la Polonia fuori dall'orbita comunista e diedero il via alla disgregazione del blocco sovietico, e sul suo leader Lech Walesa. Lo rivela il settimanale tedesco Spiegel.

Il giornale tedesco ricorda che un altro grande protagonista dei primi anni '80, il cancelliere tedesco Helmut Schmidt, era scettico su Solidarnosc.

Un documento del ministero degli Esteri tedesco, finora secretato, racconta che a settembre 1981 Thatcher avrebbe valutato l'ipotesi di aiutare il regime polacco a soffocare Solidarnosc.

Russia: Khodorkovsky “Presidenziali occasione di vero cambiamento”

L'ex oligarca: Votare gli altri, per mandare Putin a ballottaggio

Roma, 27 feb. - Le presidenziali del 4 marzo possono davvero cambiare le cose radicalmente in Russia e offrono "una reale possibilità di porre fine al monopolio del probabile presidente" Vladimir Putin, sostiene l'ex magnate del petrolio Mikhail Khodorkovsky, in carcere con due condanne ampiamente considerate conseguenza di uno scontro frontale con l'attuale premier e prossimo capo di stato russo.

L'ex patron della compagnia petrolifera Yukos ha scritto un articolo pubblicato oggi da The Guardian, Le Monde e International Herald Tribune, in cui esorta i suoi concittadini a recarsi in massa alle urne e scegliere uno degli altri quattro candidati al Cremlino, anche se lontano dall'essere figure ideali. "L'ultima volta che si è candidato Putin ha vinto con ampio margine al primo turno. Se fosse costretto al ballottaggio questa volta - ha scritto Khodorkovsky - allora la situazione sarebbe del tutto diversa" e la Russia "si metterebbe sulla buona strada".

La conseguenza concreta di una vittoria di Putin solo al secondo turno, secondo l'ex oligarca, sarebbe l'avvio di "una vera transizione, senza scossoni", tramite negoziati inevitabili con l'opposizione.

Russia: A vigilia voto tv annuncia: Sventato attentato a Putin

Intelligence: Terroristi ceceni dovevano colpire dopo elezioni

Mosca, 27 feb. - Un attentato a Vladimir Putin, sventato proprio alla vigilia delle elezioni presidenziali russe, fa esultare in tv i servizi di Intelligence e mormorare su Twitter gli esponenti dell'opposizione. "L'obiettivo finale era andare a Mosca e tentare di assassinare il primo ministro", ha confessato il terrorista Adam Osmaev, nelle immagini dell'interrogatorio mostrate dal primo canale. E torna dunque d'attualità la 'pista cecena', destinata inevitabilmente a rinfocolare l'odio nei confronti degli abitanti della piccola repubblica caucasica, già travagliata da due guerre sanguinose dopo il crollo dell'Urss.

Secondo la tv russa, il piano doveva scattare subito dopo le elezioni presidenziali del 4 marzo, dove Putin è favorito, ma per la prima volta in 12 anni incontra un fortissimo dissenso e una raffica di proteste di piazza. Osmaev sarebbe stato incaricato di addestrare i terroristi a Odessa, in Ucraina, destinati a Mosca. Tra i materiali trovati in un pc, tutte le informazioni necessarie per un attacco al corteo blindato di Putin, che in auto attraversa ogni giorno la città con una notevole scorta di uomini armati. Il primo canale ha inoltre sottolineato la coordinazione dei servizi segreti ucraini e russi per sventare il complotto terrorista. A Odessa, in particolare, sono stati catturati alcuni uomini che erano sulla lista internazionale dei ricercati, come lo stesso Osmaev, indagato per aver progettato un attentato anche a Ramzan Kadyrov, presidente ceceno e fedelissimo di Putin.

GRECIA: Bild dice "Stop!" ad aiuti e lancia appello a deputati

Oggi Bundestag chiamato a votare su pacchetto aiuti

Roma, 27 feb.  - Sulla homepage della Bild di oggi campeggia a caratteri cubitali un grosso "STOP!" al pacchetto di aiuti alla Grecia che dovrà essere approvato oggi dal Parlamento tedesco. E il tabloid più diffuso in Germania lancia un appello ai deputati del Bundestag affinché fermino questo ennesimo spreco di denaro, "130 miliardi di euro buttati in un pozzo senza fondo".

Bild non solo chiama a conforto un sondaggio, diffuso sulla sua edizione domenicale, in cui l'80% dei cittadini tedeschi si dice contrario a nuovi prestiti alla Grecia. Ma fa parlare 10 top-economisti tedeschi, tutti contrari all'ipotesi di un salvataggio. Inoltre, aggiunge Bild, "molti politici della stessa maggioranza pensano la stessa cosa, ma solo pochi osano dirlo apertamente o votare contro".

In un'intervista al settimanale Der Spiegel il ministro degli Interni teesco (Csu), Hans-peter Friedrich, afferma che Atene ha più possibilità di tornare competitiva al di fuori dell'Eurozona. Un'opinione condivisa anche dal segretario generale del partito gemello della Cdu di Angela Merkel, Alexander Dobrindt: "Un'uscita della Grecia dall'euro non deve essere considerata un tabù".

Grecia: 160 esattori tasse tedeschi volontari contro l'evasione

Una mossa che rischia di riaccendere tensioni contro Germania

Roma, 27 feb. - Un piccolo esercito di volontari rischia di riaccendere le tensioni antitedesche in Grecia. Dalla Germania i governi locali hanno infatti reclutato circa 160 volontari, esperti di riscossioni fiscali che dovrebbero essere inquadrati in un programma congiunto tra Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale per migliorare la gestione delle entrate in Grecia.

Gli esperti - riporta il Financial Times citando il ministero delle Finanze tedesco - potrebbero essere dislocati nei prossimi giorni per condurre seminari per progetti "a breve o a lungo terne".

Positiva la reazione di un dirigente governativo greco: "tale assistenza - ha dichiarato - con il miglioramento della qualità e dell'efficienza della pubblica amministrazione greca, è molto gradita".

Ma c'è anche chi la pensa diversamente, e crede che la proposta possa risvegliare il sentimento antitedesco che è stato innescato da una recente proposta di nominare un "commissario al bilancio" per controllare le finanze greche. Tutti i volontari fiscali tedeschi parlano l'inglese ma solo una dozzina conoscono anche il greco. "Una forza d'assalto di esattori fiscali tedeschi", ha titolato oggi protoThema, un tabloid di Atene. E tale sentimento appare diffuso anche tra le fila della pubblica amministrazione greca: "Non abbiamo bisogno di aiuto esterno - dichiara un alto dirigente dell'amministrazione fiscale greca - ma migliori sistemi informatici e più collaborazione con gli altri dipartimenti governativi".

Grecia: Atene ribadisce rifiuto di abbandonare eurozona

Dopo appello di ieri del ministro degli Interni tedesco

Atene, 26 feb. - Ghikas Hardouvelis, consigliere economico del primo ministro greco, ha ribadito la scelta di Atene di restare nell'euro. Il responsabile greco ha rilasciato questa intervista all'indomani dell'appello lanciato dal ministro degli Interni tedesco per un abbandono della moneta unica da parte del paese.

"Lasciare uscire la Grecia dall'eurozona non farebbe che portare inflazione, un calo molto consistente dei salari, la distruzione di numerose istituzioni e imprese sane, e perdite di patrimoni", ha affermato Hardouvelis in un'intervista al settimanale To Vima. "Vogliamo ricostruire il Paese e non permettere che sia saccheggiato da furbetti. Un'uscita dall'eurozona sarebbe una sconfitta strategica", ha insistito questo banchiere e il professore d' economia, consigliere di Lucas Papademos da quando quest'ultimo è stato designato alla guida del governo a novembre.

Il ministro degli Interni tedesco, Hanspeter Friedrich, si era da parte sua espresso, in un'intervista pubblicata ieri dal settimanale Der Spiegel, per un'uscita della Grecia dalla zona euro. "Non parlo d' escludere la Grecia (...) ma di riuscire a creare incentivi per un ritiro che non possono essere rifiutate", aveva affermato, giudicando che "oltre all'Unione europea monetaria, le possibilità della Grecia di rigenerarsi e diventare competitiva sono indubbiamente più grandi di quante (ne avrebbe) se restasse nella zona euro".

Ministro Interni tedesco: La Grecia è meglio che esca dall'euro

In questo modo la sua economia ha maggiori chances di rigenerarsi

Berlino, 25 feb.  - Il ministro degli Interni tedesco, Hans-Peter Friedrich, si è espresso a favore di un'uscita della Grecia dall'Eurozona, affermando che in questo modo le possibilità che l'economia di Atene ridivenga competitiva sarebbero maggiori. "Non sto dicendo di escludere la Grecia" dall'euro, ha detto Friedrich al settimale Der Spiegel in edicola lunedì, "ma di riuscire a creare degli incentivi verso un ritiro che non potrebbero essere declinati".

"Al di fuori dell'Unione economica monetaria, le chances della Grecia di rigenerarsi e di diventare competitiva sono sicuramente più grandi che se restasse all'interno della zona euro", ha proseguito il ministro, esponente della Csu, il partito conservatore bavarese gemello della Cdu di Angela Merkel, quest'ultima favorevole invece alla permanenza di Atene nell'euro.

Lunedì il Bundestag, la camera bassa del parlamento tedesco, è chiamato a votare sull'ultimo pacchetto di aiuti alla Grecia.