Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


sabato 28 gennaio 2012

DEMOCRAZIA: Dieci pensieri su un mondo assurdo

Ogni giorno l'ideologia dominante ci presenta come normalità la soppressione della democrazia, la svendita dei beni comuni e i soprusi contro la collettività. Dobbiamo ricominciare a porci domande semplici. Estratti.

Non scrivo un articolo da qualcosa come tre anni, perché non sapevo cosa scrivere. È tutto così palese: la soppressione della democrazia, l'aumento del divario sociale ed economico tra poveri e ricchi, il disfacimento dello stato sociale, la privatizzazione e la conseguente applicazione delle norme del mercato a tutte le sfere della nostra vita, e così via.
Quando l'assurdo ci viene propinato ogni giorno come normale, è solo una questione di tempo prima che uno si senta malato o anomalo. Di seguito provo a riassumere alcune idee che ritengo fondamentali.
1. Parlare di assalto alla democrazia è un eufemismo. Una situazione in cui alla minoranza di una minoranza è consentito nuocere al bene di tutti per l'arricchimento di pochi, è postdemocratica. La colpa è della collettività, perché non è stata in grado di eleggere persone che tutelassero i suoi interessi.
2. Ogni giorno sentiamo che i governi dovrebbero "riconquistare la fiducia dei mercati". Con "mercati" si intendono prima di tutto le borse e i mercati finanziari, ossia quegli attori che speculano per i propri interessi o per conto di altri, con l'obiettivo di ottenere il più alto profitto possibile. Non sono gli stessi che hanno alleggerito la collettività di una quantità inimmaginabile di miliardi? È la loro fiducia che i nostri sommi rappresentanti dovrebbero cercare in ogni modo di ottenere?
3. Ci indignamo, a ragione, per la "democrazia guidata" di Vladimir Putin. Ma perché ad Angela Merkel non è stata chiesto di dimettersi, quando ha parlato di "democrazia conforme al mercato"?
4. Con il crollo del blocco orientale, alcune ideologie hanno raggiunto un'egemonia talmente incontestata da essere percepite come normali. Un esempio di questo potrebbe essere la privatizzazione, vista come qualcosa di completamente positivo. Tutto quello che possedeva la collettività era ritenuto inutile e dannoso per i clienti. Così è emerso un clima che, presto o tardi, avrebbe portato per forza all'esautorazione della collettività.
5. Un’altra ideologia che ha avuto enorme fortuna è quella della crescita: "Senza crescita non c'è nulla", ha decretato già diversi anni fa la cancelliera tedesca. Senza parlare di queste due concezioni, non si può neanche affrontare un discorso sulla crisi dell'euro.
6. Il linguaggio dei politici non è più in grado di rappresentare la realtà (avevo già vissuto una situazione simile nella Ddr). È un linguaggio che esprime sicurezza di sé, che non si sottopone più alla verifica di un interlocutore. La politica è degenerata fino a diventare uno strumento, un soffietto usato per attizzare la crescita. Il cittadino è ridotto a consumatore. Crescita di per sé non significa nulla. L’ideale della società sarebbe un playboy che nel minor tempo possibile consuma il massimo. In questo senso, una guerra comporterebbe un'impennata vertiginosa della crescita.
7. Domande ovvie come "a chi giova?", "chi ci guadagna?", sono diventate sconvenienti. Non siamo tutti sulla stessa barca? Chi dubita di ciò minaccia la pace sociale. La polarizzazione economica della società è avvenuta mentre si predicava a gran voce che abbiamo tutti gli stessi interessi. Basta fare un giro per Berlino. Nei quartieri più belli, i pochi edifici non restaurati di regola sono scuole, asili, case di riposo, piscine o ospedali. Nelle zone cosiddette "problematiche" gli edifici pubblici in rovina si notano di meno. Lì sono le fessure tra i denti che suggeriscono il livello di povertà. Oggi si dice, non senza demagogia: abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, siamo stati ingordi.
8. I nostri rappresentanti, come in passato, sbattono sistematicamente la collettività contro il muro, derubandola delle sue entrate. Il governo Schröder ha abbassato l’aliquota massima d’imposta dal 53 al 42 per cento, mentre l'aliquota per le imprese tra il 1997 e il 2009 è stata quasi dimezzata, arrivando al 29,4 per cento. Nessuno quindi dovrebbe meravigliarsi se le casse dello stato sono vuote, anche se il nostro pil cresce di anno in anno.
9. Una storia: quello che un tempo spacciavano come contrasto tra Germania dell'est e dell'ovest, oggi ci viene descritto come differenza tra paesi. Nel marzo scorso ero a Porto, in Portogallo, per la presentazione di un mio libro. A un certo punto l’atmosfera, fino a quel momento cordiale e interessata, è stata cambiata da una domanda del pubblico. Così, improvvisamente, non eravamo altro che tedeschi e portoghesi seduti gli uni di fronte agli altri che si guardavano in cagnesco.
La domanda era sgradevole: se noi, e cioè io, un tedesco, non tentassimo ora, con l’euro, quello che non eravamo riusciti a fare un tempo con i nostri panzer. Nessuno tra il pubblico ha protestato. E io ho reagito d’istinto, come era prevedibile, vale a dire da tedesco. Offeso, ho risposto che nessuno è costretto a comprarsi una Mercedes e che loro avrebbero dovuto essere contenti di ottenere prestiti più vantaggiosi di quelli privati. Mentre pronunciavo queste parole, ho colto tra le labbra il fruscio della stampa tedesca.  
Nello scalpore che è seguito, sono tornato in me. E visto che avevo il microfono in mano, ho balbettato in un inglese stentato che la mia reazione era stata stupida quanto la loro, che eravamo caduti tutti nella stessa trappola, che da portoghesi e tedeschi ci eravamo schierati impulsivamente con i nostri colori nazionali, come a una partita di calcio. Come se si trattasse di tedeschi e portoghesi e non di chi sta in alto e in basso, insomma, di coloro che in Portogallo come in Germania hanno provocato questa situazione e ne hanno tratto e continuano a trarne profitto.
10. Sarebbe democrazia se la politica intervenisse con tasse, leggi e controlli sulla struttura economica esistente e costringesse gli attori dei mercati a seguire binari compatibili con gli interessi della collettività. Sono domande semplici: a chi giova? chi ci guadagna? è un bene per la collettività? E soprattutto: quale società vogliamo? Questa per me sarebbe democrazia.
Mi fermo qui. Vorrei raccontarvi altro, di un professore che ha detto di esser tornato a vedere il mondo come lo vedeva a quindici anni, o di una ricerca del Politecnico federale di Zurigo, che ha esaminato gli intrecci tra gruppi industriali per individuare a 147 compagnie che si sono spartite il mondo, e le 50 più potenti sono banche e assicurazioni. Mi piacerebbe dirvi anche che tutto dipende dal recupero del buon senso e dal trovare chi ha idee affini alle nostre, perché uno non può parlare una lingua diversa da solo. E vi direi che anch’io ho ritrovato la voglia di aprire bocca. (Ingo Schulze - 27 gennaio 2012 Süddeutsche Zeitung Monaco )

EUROZONA: Salviamo l’euro, cacciamo la Germania

La vera minaccia alla sopravvivenza dell'unione monetaria non sono i debiti dei paesi mediterranei, ma l'intransigenza di Berlino. Il resto d'Europa dovrebbe allearsi per sbarazzarsene.
27 gennaio Londra - Il mondo segue con apprensione, paura e fascinazione le indagini in Italia sulle cause di un naufragio decisamente evitabile. Nel frattempo si va chiarendo la causa di un insuccesso molto più grave.
Mentre la Grecia si avvicina al default, mentre Francia, Italia e Spagna subiscono il declassamento del rating, mentre i negoziati del mese scorso sul trattato fiscale si arenano, l’euro si avvicina pericolosamente agli scogli trascinato da una forza sempre più evidente. La vera causa del disastro dell’euro non è la Francia, non è l’Italia, e neppure la Grecia: è la Germania.
Il problema di fondo non sta nell’efficienza dell’economia tedesca, quantunque essa abbia contribuito allo squilibrio delle fortune economiche, bensì nel comportamento della classe politica tedesca e dei banchieri centrali.
Non soltanto il governo tedesco si è  sistematicamente opposto alle uniche misure che avrebbero potuto riportare la crisi dell’euro sotto controllo – garanzie europee congiunte per i debiti nazionali e interventi su vasta scala da parte della Banca centrale europea – ma è anche responsabile di quasi tutte le sconsiderate politiche attuate dalla zona euro, dal folle aumento del tasso di interesse applicato l’anno scorso dalla Bce alle eccessive pretese in fatto di austerity e di perdite per le banche che adesso rischiano di esporre la Grecia a un caotico default.
Mario Monti, il primo ministro italiano nominato da Berlino, è stato esplicito: ha chiaramente messo in guardia che la Germania potrebbe subire un “forte contraccolpo” se continuasse a bocciare i provvedimenti in grado di alleviare le pressioni finanziarie a cui sono soggetti gli altri membri della zona euro, per esempio l’emissione di eurobond con garanzie congiunte. Nel frattempo, molti degli economisti più importanti, degli ex banchieri centrali e dei massimi esponenti dell’imprenditoria caldeggiano vivamente il ritiro dall’euro partendo dal presupposto che le politiche tedesche siano incompatibili con quelle di altri paesi membri.
La nascente consapevolezza che il vero "diverso" della zona euro è la Germania rende più facile comprendere la sconcertante altalena della crisi dell’euro e come possa andare a finire. Come gli euroscettici sostengono dai primi anni novanta, in fin dei conti ci sono soltanto due possibili conclusioni per il progetto della valuta unica. O l’euro si disintegra, oppure la zona euro si trasforma in una federazione fiscale e in una unione politica.
Di questa dicotomia si è ormai pienamente consapevoli. C’è da chiedersi, tuttavia, che cosa si intenda esattamente con la definizione di “federazione fiscale”. Ed è questa l’origine della responsabilità tedesca nella crisi attuale.
La sopravvivenza dell’euro dipende da tre condizioni. La prima, su cui la Germania continua a insistere, è l’imposizione della disciplina di bilancio, che può essere fatta rispettare soltanto dal controllo centralizzato dell’Ue sulle politiche fiscali e di spesa dei governi nazionali.
La seconda è una responsabilità europea congiunta per i debiti dei governi nazionali e le garanzie bancarie. Questo supporto reciproco di fatto costituisce l’altra faccia della medaglia del federalismo fiscale, come ha detto chiaramente Monti, ma è un quid pro quo che i tedeschi si sono costantemente rifiutati perfino di discutere.
La terza condizione è l'aiuto della Bce alla federazione fiscale, equiparabile all’aiuto monetario fornito dalle banche centrali ai mercati pubblici indebitati di Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Svizzera e tutte le altre economie avanzate. È proprio in ragione di questo aiuto delle banche centrali ai mercati dei bond pubblici che Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone sono riusciti a finanziare deficit molto più grandi di Francia e Italia senza temere un downgrade del credito.
Bivio storico
Il problema fondamentale della zona euro è che la Germania si concentra interamente sulla prima condizione, costringendo gli altri governi ad adottare misure di austerità draconiane e irrealistiche e rifiutandosi di discutere sulle garanzie congiunte del debito e l’intervento delle banche centrali. A causa dell’intransigenza della Germania su queste due questioni, il nuovo trattato sull’euro approvato il mese scorso è come uno sgabello a tre gambe che si regge su una soltanto.
Ciò premesso, dobbiamo desumere che l’euro è destinato a disintegrarsi? Non necessariamente, e per due ragioni opposte. L’alternativa più ottimistica considera che l’insensato “trattato fiscale” del mese scorso fosse di fatto un semplice diversivo nell’attesa che Angela Merkel preparasse l’opinione politica e pubblica tedesca a compromessi da stabilire in futuro sulle garanzie congiunge del debito, mentre la Bce si impegna in un alleggerimento quantitativo in stile anglosassone.
Secondo l’alternativa più pessimistica, invece, la Germania sarebbe effettivamente determinata a scongiurare l'alleggerimento monetario e fiscale che è l'unica chance di salvezza dell’euro. In questo caso gli altri membri della zona euro si troveranno presto davanti a una scelta storica: dovranno lasciare l’euro o espellerne la Germania? E nel secondo caso, dovranno farlo limitandosi a chiederle di andarsene oppure, come è più verosimile, accordandosi tra loro per una strategia monetaria e fiscale che provochi la Germania al punto che sia essa a scegliere di andarsene?
Francia, Italia, Spagna e i loro partner della zona euro hanno i mezzi per salvare l’euro, e così facendo sottrarsi all’egemonia economia tedesca.
L’unica domanda irrisolta è se hanno abbastanza fiducia in loro stessi e la consapevolezza economica di volersi coalizzare contro la Germania.
In ogni caso, per i leader europei si avvicina il momento in cui dovranno smettere di addebitare la crisi dell’euro all’economia mondiale, alle banche o agli sprechi dei governi precedenti. Come scrisse Shakespeare “La colpa, caro Bruto, non è delle nostre stelle, ma di noi stessi, che siamo dei subalterni”.(Traduzione di Anna Bissanti) The Times – Londra - Anatole Kaletsky

PSI: La foto di Vasto è palesemente datata

sabato 28 gennaio 2012 - Parlando a Castrovillari, in provincia di Cosenza, per sostenere la candidatura a sindaco di Carletto Sanguineti nelle locali elezioni primarie del centrosinistra, Bobo Craxi ha dichiarato in queste ore che “la fase che stiamo attraversando obbliga tutte le forze politiche a fare i conti, in maniera autocritica, con il ventennio appena trascorso.
Credere -  ha affermato l'esponente socialista - di poter ricominciare da capo con le coalizioni ‘posticce’ incollate assieme dal maggioritario è pura illusione. L’alleanza a sinistra di Vasto”, ha proseguito, “tramonta innanzi all’atteggiamento equivoco e diverso delle forze politiche che la sostengono. Bisogna saper scegliere tra la comoda rendita della protesta e l’occasione, irripetibile, di cambiare l’Italia e l’Europa”.
“Il nuovo Governo - ha proseguito Craxi - non faccia scomparire dall’agenda politica il Mezzogiorno”.
“Esso rappresenta più che mai un’opportunità: quella di riprendere con vigore il rilancio delle infrastrutture e gli investimenti per l’occupazione. Solo così - ha spiegato il dirigente del Psi - si debella la povertà e la criminalità organizzata. La politica dev’essere all’altezza di tali compiti e, per far questo, c’è una grande occasione socialista nel nuovo centrosinistra. Evitiamo di regalare il centro moderato alle destre e ricostruiamo un pilastro autenticamente socialista e riformista europeo. Le crisi globali”, ha concluso Craxi, “non si affrontano con alleanze politiche provinciali frutto di epoche superate: la formula di Vasto è palesemente datata”.

venerdì 27 gennaio 2012

ITALIA/CENTROSINISTRA: Di Pietro e Vendola rilanciano il patto di Vasto e Bersani detta le condizioni

D'Alema: Responsabilità fase transizione riguarda tutti

Roma, 27 gen. - Idv e Sel lanciano un appello al Pd per chiedere che si riapra il cantiere dell'alternativa di governo ma Pier Luigi Bersani pone un aut aut ad Antonio Di Pietro: basta con le accuse di inciuci o l'alleanza salta.

Il governo Monti sta diventando la cartina di tornasole dei rapporti tra i partiti del centrosinistra e, alla vigilia della tornata elettorale di amministrative, gli alleati minori cercano di rinsaldare i rapporti con i Democratici. Il problema, a ben vedere, riguarda soprattutto Di Pietro. Il leader di Sel, infatti, consapevole che la fase di transizione rischia di modificare l'intero assetto politico, si mostra meno duro nei confronti dei 'tecnici' e soprattutto più "rispettoso" verso il Pd che li sostiene. Il leader di Idv invece in questi mesi ha usato parole pesanti verso il Pd, lo ha accusato di 'inciucio' e spesso ha attaccato le misure più dure del governo per intercettare il malcontento di una parte dell'elettorato di sinistra. Una linea che Bersani ora non è più disposto a tollerare, soprattutto pensando alle alleanze future, pur non volendo davvero rompere a sinistra.

"A Di Pietro lo dico amichevolmente, malgrado qualche volta si sia lasciato andare a termini come inciucio: sia chiaro, noi questo atteggiamento ad un alleato non lo consentiamo. Ciascuno si prenda le sue responsabilità per quello che dice", ha scandito il segretario del Pd in un'intervista all'Unità uscita proprio nella giornata che Di Pietro e Vendola avevano scelto per rilanciare la proposta di alternativa di governo al Pd. "Invece di tirare per la giacca me e lavarsene le mani, sarebbe meglio se si impegnasse anche lui in Parlamento - ha insistito Bersani rivolto all'ex pm -. Se tutti dicessimo 'voto solo quello che mi piace' saremmo al punto di partenza. Io accetto tutto, ma non le furbizie".

Nella conferenza stampa congiunta Vendola e Di Pietro hanno deciso di leggere come un'apertura al dialogo le parole di Bersani: "Riapriamo subito il cantiere del centrosinistra, a prescindere da come ci si posiziona rispetto al governo Monti o rischiamo di far rinascere i populismo", ha detto il governatore pugliese. Di Pietro invece ha preso un impegno: non accuserà più il Pd di inciucio. "Rispettiamo la loro scelta - ha aggiunto il leader di Idv - ma loro rispettino la nostra, non votiamo sì a priori senza leggere i provvedimenti". Parole, anzi "buoni propositi" che Bersani ha detto di "apprezzare" ma ribadendo la sua linea: "Penso a un centrosinistra che si rivolge ai moderati, per fare questo ci vuole un centrosinistra di governo che dia garanzie di stabilità e coerenza. Questo passaggio è un banco di prova", ha avvertito.

Massimo D'Alema è ancora più esplicito: "Noi non vogliamo dilapidare il rapporto con le altre forze di centrosinistra ma è chiaro che, in questa fase di transizione ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità, non lasciarle solo a noi, per poi attaccarci" e poi Sel e Idv devono capire che "il Pd lavora anche per allargare il campo ai moderati". E' noto inoltre che nel Pd ci sono opinioni diverse sulle alleanze future, anche se ogni posizionamento sconta l'incertezza del quadro che emergerà alla fine dell'esperienza del governo Monti, della possibile riforma della legge elettorale e della eventuale scomposizione e ricomposizione del centrodestra. Per gli ex Ppi come Fioroni o come Marco Follini però la cosiddetta foto di Vasto è ormai superata e si deve puntare ad un patto con il terzo polo, ma anche pezzi della maggioranza del Pd come Enrico Letta sono da tempo insofferente verso le posizioni 'estremiste' di Idv. Infine i veltroniani, grandi sostenitori del governo Monti, sembrano non voler rinunciare all'idea della vocazione maggioritaria. "Il Pd sta sostenendo un governo serio che sta cercando di salvare e cambiare l'Italia - spiega Walter Verini -, un progetto di medio periodo basato su crescita, equità e rigore, questa è la bussola, che tra l'altro viene premiata dai sondaggi, sui cui può essere impostato ogni dialogo".

Turchia: Ancora sotto accusa per libertà stampa,Erdogan si difende

Premier: Giornalisti appoggiano i golpe

 

Istanbul, 27 gen.  - Torna in primo piano il dibattito sulla libertà di stampa in Turchia, dopo la nuova sonora bocciatura, questa volta di Reporters sans Frontieres, e la vivace presa di posizione del premier Recep Tayyip Erdogan, che ha difeso a spada tratta il suo paese, sostenendo che i giornalisti finiti in carcere nei mesi scorsi sono golpisti. Nei giorni la ong con base a Parigi ha pubblicato una classifica sulla libertà di stampa in cui la Turchia nel 2011 ha perso 10 posti rispetto all'anno precedente, finendo 148ma su una classifica di 179 Paesi, peggio della Russia, al posto 142, e seguita dall'Afghanistan. Sotto accusa gli arresti e i licenziamenti eccellenti nel settore dei media. Il rapporto descrive una Turchia "lontana dal mantenere le riforme promesse, dove il sistema giudiziario ha lanciato un'ondata di arresti senza precedenti dai tempi della dittatura militare".

Una pessima pubblicità per un paese che ha fatto della democrazia una bandiera, si candida a potenza regionale e spera ancora di entrare nella Ue. "La Turchia non merita l'immagine negativa offerta al mondo dall'opposizione e da alcuni giornalisti e scrittori" ha subito reagito il premier, aggiungendo che il suo partito Akp, "non ha mai cercato vendetta nei confronti dei media ostili". Erdogan ha anche detto che verranno lasciate cadere le indagini nei confronti dei giornalisti accusati di reati che prevedono pene inferiori a 5 anni di carcere. Si tratta i reati connessi alla pratica giornalistica, da cui rimangono fuori gran parte dei quasi cento reporter in carcere, accusati di avere collusioni con organizzazioni golpiste o terroristiche curde.

Russia: Nuova settimana proteste infiammerà il Paese

Nel week end il "Cerchio bianco": auto anti Putin sul raccordo


Mosca, 27 gen.  - Russia in fermento politico verso le presidenziali del 4 marzo: da domani inizia una nuova decade infiammata da proteste anti Putin e pro elezioni libere, ma anche da megaraduni a sostegno del premier e candidato al Cremlino per il terzo mandato non consecutivo. E con lui si comincia domani 28 gennaio, quando la città russa di Ekaterinburg ospiterà una maxi manifestazione a favore di Putin. L'evento sarebbe stato organizzato da Uralvagonzavod di Nizhny Tagil, fabbrica che produce attrezzature militari. Potrebbe essere la manifestazione a partecipazione più massiccia dal punto di vista sociale e politico degli ultimi anni nella capitale degli Urali. Secondo gli organizzatori, ci si aspettano 8-15.000 partecipanti da 22 insediamenti della regione.

Domenica 29 gennaio l'opposizione si moltiplica in numerose iniziative. A Mosca si formerà il "Cerchio bianco" di automobili per circondare il Cremlino e rivendicare il diritto ad elezioni libere. Questa volta non a piedi, ma in auto. E forse nella fredda Mosca di Putin, con 15 gradi sotto lo zero, può essere anche una buona idea per la prossima manifestazione dell'opposizione, la 'Rivoluzione della neve' che non ha ricevuto il permesso del sindaco nell'itinerario auspicato. Gli organizzaztori il 4 febbraio volevano un corteo in nome di "elezioni oneste" sul Sadovoe Kolzo, il primo anello viario attorno a Mosca, ma il municipio ha detto che è impossibile: non si può bloccare il traffico. "E allora ci andiamo in macchina!", è la replica.

Maxi manifestazione negli Urali pro Putin

Mosca, 27 gen.  - Domani 28 gennaio, la città russa di Ekaterinburg ospiterà una maxi manifestazione a sostegno di Vladimir Putin. L'evento sarebbe stato organizzato da Uralvagonzavod di Nizhny Tagil, fabbrica che produce attrezzature militari. Mentre l'opposizione denuncia che gli uomini del candidato alle presidenziali Vladimir Putin e l'amministrazione del Cremlino stanno preparando una serie di meeting per contrastare le proteste.

Resta il fatto che per la città negli Urali sono state prese misure di sicurezza senza precedenti: potrebbe essere la manifestazione a partecipazione più massiccia dal punto di vista sociale e politico negli ultimi anni nella capitale degli Urali. Secondo gli organizzatori, ci si aspettano 8-15.000 partecipanti da 22 insediamenti della regione

ITALIA: Il Giornale risponde a Der Spiegel, embè quando ci vuole ci vuole!

Il quotidiano di Sallusti replica al settimanale tedesco che dava dei codardi agli italiani e parlava dei tedeschi come una razza

Roma, 27 gen.  - Il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, va giù duro nel rispondere al settimanale tedesco Der Spiegel, che nella copertina dell'ultimo numero, sul caso del naufragio della Costa Concordia all'isola del Giglio, titola "Italiani mordi e fuggi" intendendo per Sallusti "italiani codardi". Secondo Der Spiegel - stando a Sallusti - siamo un popolo di Schettino e non c'è da meravigliarsi di ciò che è successo al largo del Giglio. Di più: siamo tutte persone da evitare, un peso per l'Europa, un ostacolo allo sviluppo della moneta unica. Loro, i tedeschi, sì che sono bravi, 'con noi certe cose non accadono perché a differenza degli italiani siamo una razza'".

Il Giornale concorda su questa affermazione: "Che i tedeschi siano una razza superiore lo abbiamo già letto nei discorsi di Hitler. Ricordarlo proprio oggi, giorno della memoria dell'Olocausto, quantomeno è di cattivo gusto. È vero, noi italiani alla Schettino abbiamo sulla coscienza una trentina di passeggeri della nave, quelli della razza di Jan Fleischauer (autore dell'articolo) di passeggeri ne hanno ammazzati sei milioni. Erano gli ebrei trasportati via treno fino ai campi di sterminio. E nessuno della razza superiore tedesca ha tentato di salvarne uno. A differenza nostra, che di passeggeri ne abbiamo salvati 4.200 e di ebrei, all'epoca della sciagurate leggi razziali, centinaia di migliaia. Era italiano anche Giorgio Perlasca, fascista convinto, che rischiò la vita per salvare da solo oltre 5mila ebrei. È vero, noi italiani siamo fatti un po' così, propensi a non rispettare le leggi, sia quelle della navigazione che quelle razziali. I tedeschi invece sono più bravi. Li abbiamo visti all'opera nelle nostre città obbedire agli ordini di sparare su donne e bambini, spesso alla schiena. Per la loro bravura e superiorità hanno fatto scoppiare due guerre mondiali che per due volte hanno distrutto l'Europa.

UE: La Polonia minaccia di non firmare il patto fiscale

Premier Tusk: Vogliamo partecipare al processo decisionale

Varsavia, 26 gen. - La Polonia non firmerà il patto fiscale europeo se Varsavia non sarà inclusa nel processo decisionale. Lo ha detto oggi il primo ministro polacco Donald Tusk. "La Polonia deve far parte del processo decisionale riguardante le attività e le funzioni del patto fiscale. E se constateremo che non ci sarà riconosciuto un ruolo vero, non firmeremo il patto", ha detto Tusk ai giornalisti al termine di una riunione del suo gabinetto.

Il premier polacco ha detto di aver informato oggi "tutti gli interessati", e di averne parlato con la cancelliera tedesca Angela Merkel e con il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. "La Polonia chiederà in modo molto fermo il mantenimento dell'unità europea. Il patto fiscale non deve portare alla divisione durevole dell'Unione europea in due clubs, l'euro e gli altri", ha affermato Tusk, per il quale un tale scenario sarebbe "nefasto per la Polonia come per l'insieme dell'Europa". (fonte Afp)

CROAZIA: Governo presenta pacchetto di misure per la crescita

Ma nell'ambito di un bilancio con tagli e nuove tasse

Roma, 26 gen. - Il nuovo governo croato ha annunciato oggi una serie di misure di stimolo alla crescita, investimenti e sgravi per gli imprenditori.

"Dobbiamo inviare ai mercati dei messaggi intellegibili per dire che siamo seri. Semplicemente ci si attende che la Croazia sia dinamica", ha dichiarato il primo ministro Zoran Milanovic a margine di una conferenza stampa.

Il premier, arrivato al governo dopo le politiche di dicembre, ha spiegato che il governo punta auna crescita dello 0,8 per cento nel 2012 e dell'1,5 per cento nel 2013.

Il governo, che intende diminuire le sue spese di 608 milioni di euro nel 2012, portandole a 15,5 miliardi di euro. L'obiettivo è un deficit pubblico del 2,8 per cento del Pil, ha spiegato Milanovic. Nonostante questa contrazione del budget, tuttavia, il governo intende devolvere un miliardo di euro a investimenti. Per stimolare le imprese a creare lavoro, visto che il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 17,9 per cento, il governo intende ridurre i contributi e cancellarli per i primi due anni per ogni nuovi assunti. Inoltre, prevede la cancellazione di alcuni obblighi parafiscali, che dovrebbero far risparmiare alle aziende 360 milioni di euro all'anno.

Per recuperare il mancato gettito, il governo dovrà aumentare il tasso generale dell'imposta di valore aggiunto dal 23 al 25 per cento e portare quello relativo ad alcuni generi alimentari e alla fornitura di acqua al 10 per cento.

(Fonte Afp)

RUSSIA: Lo spin doctor di Putin “Medvedev non si impegna abbastanza”

"Ho la sensazione che voglia... tenere la bocca chiusa”

Mosca, 27 gen. - Non si impegna abbastanza il leader del Cremlino Dmitri Medvedev. Almeno secondo il direttore della campagna per le presidenziali del 4 marzo per il primo ministro Vladimir Putin: Stanislav Govorukhin ha detto che trova strano che il presidente Medvedev non giochi un ruolo più attivo. Vorrebbe vederlo mostrare un maggiore sostegno. "Ho la sensazione che voglia... tenere la bocca chiusa. E mi sembra che sarebbe più appropriato se attivamente si impegnasse nella campagna per la persona che lui stesso ha proposto come candidato alla presidenza", ha detto Govorukhin in un'intervista pubblicata dalle Izvestia.

Sarà. Di fatto Medvedev avrebbe potuto correre per un secondo mandato nelle presidenziali del 4 marzo, ma ha annunciato nel mese di settembre che avrebbe lasciato il posto a Putin. Il motivo del suo gesto è stato giustificato con il fatto che Putin è il politico più popolare di Russia. Tuttavia negli ultimi mesi, le proteste contro Putin non gli hanno dato ragione. E ora le autorità russe si trovano ad affrontare un movimento di protesta senza precedenti, dopo le legislative del 4 dicembre vinte con quasi il 50% dei voti dal partito di governo Russia Unita, tra accuse di frodi dall'opposizione e gli osservatori.