Pensare Globale e Agire Locale

PENSARE GLOBALE E AGIRE LOCALE


mercoledì 21 dicembre 2011

ROMANIA: La rivoluzione non è mai successa

Dicembre è il mese in cui i paesi dell'Europa centro-orientale celebrano la caduta dei regimi comunisti. Ma a parte il consumismo e la televisione il 1989 sembra aver lasciato loro ben poco.

La rivoluzione non è esistita veramente, è solo un racconto di un altro mondo, più irreale della Quarta dimensione. Un mondo pieno di giovani trimbulinzi ("eccentrici") che scrivevano poesie d'amore e si tenevano per mano. Un mondo di bontà, in cui la gente viveva giorno per giorno, in attesa che un biglietto di auguri scritto a mano finisse nella buca delle lettere, del momento che mette fine all'attesa.
La rivoluzione non è esistita, così come la vita non esisteva prima dell'iPhone, così come i giornali prima dei blog o gli oracoli prima di Facebook. Oggi abbiamo un Tarzan [autista che guida con i piedi], un Sile Camataru e un Bercea Mondial [due famosi usurai]; abbiamo la veggente Vanessa [molto nota nel mondo dello spettacolo romeno]; abbiamo delle Cassandre che sanno prevedere i terremoti e l'Apocalisse. Abbiamo anche dei parlamentari che sbavano dormendo e degli zombi senza sentimenti o risentimenti. Ma se vi bastano questi trastulli, allora noi prendiamo i nostri giocattoli e andremo a giocare altrove.
La rivoluzione non è mai esistita. È stata solo una serie di decessi teatrali, filmata sequenza per sequenza con fermo immagine sul dolore dei parenti. La rivoluzione è un caso diventato anniversario, meticolosamente analizzata dal punto di vista mediatico, come il tentativo di suicidio di un popolo che non aveva accesso al Furadan [un potente insetticida]. Non c'era neanche solidarietà nella sofferenza. Né Babbo Natale né "Compagna amata" [Elena Ceausescu, moglie del dittatore Nicolae]. Né "Eugenia [biscotto dell'epoca comunista] né il cibo razionato né la marmellata sul pane né Radio Free Europe né il fazzoletto dei pionieri.
Quello che è esistito, ne sono certo, era l'immensa voglia di carne di maiale vietnamita e di manzo argentino, di soufflé di avocado e di pomodori ciliegini, di M&M di H&M e di Wtf e di Omg. Di illusioni a buon mercato e di vita inspirata a pieni polmoni fumando una sigaretta.
Credetemi, il mondo nel quale le persone si guardano negli occhi e non osano toccarsi, senza carte di credito, senza sms né pin, senza silicone, plasma o cristalli Swarovski, il mondo nel quale le puttane non darebbero mai autografi per strada e nel quale nessuno oserebbe sperperare la sua vita e il suo cervello ascoltando conferenze di qualche semianalfabeta, questo mondo non può essere esistito. No. Una semplice ricerca su Google vi farà capire meglio la situazione: si trattava di un mondo senza centri commerciali, senza prestiti in banca, senza Jean de Craiova e i suoi manele [miscuglio tra pop-folk e musica gitana], senza sederi coperti di crema, senza uno spazio virtuale pieno di perversi.
La rivoluzione e il mondo in cui si è prodotta non avrebbero potuto esistere. Perché una Romania eroica non avrebbe potuto trasformarsi in una sola notte in una Romania erotica, e nevrotica. È meglio credere che la piazza dell'Opera di Timisoara [dove è cominciata la rivoluzione del 1989] e i morti che giacevano sui gradini della cattedrale siano delle immagini di un mondo utopico. Delle immagini bloccate nel tempo, così come quelle dei morti della piazza dell'Università a Bucarest, delle piazze di Cluj, di Sibiu o di Brasov.
Dicembre 1989? Un 'invenzione del calendario. Un periodo durante il quale abbiamo dormito e dal quale ci siamo risvegliati improvvisamente, navigando su internet. Senza vivere. Senza sperare. Perché veniamo dal nulla e non andiamo da nessuna parte. Non potremo più essere gli stessi. Oggi non ci sono più saggi o trimbulinzi capaci di offrire i loro petti nudi ai proiettili.  
( Adriana Oprea Popescu ) 21 dicembre 2011 - Jurnalul Naţional - Bucarest

martedì 20 dicembre 2011

PSI: Modifiche all’art.18? Introdurre l’articolo 18 bis

 “Per riprendere a crescere il Paese deve necessariamente investire sui lavoratori e sui loro diritti: la teoria che per far ripartire lo sviluppo occorra spianare la strada alla dilagante precarietà che già affligge il nostro Paese è tutta da dimostrare”. Lo dichiara Marco Di Lello, coordinatore della segreteria nazionale del Psi, “Al di là della riflessione politica e di sviluppo - continua Di Lello - noi socialisti che abbiamo scritto lo Statuto dei lavoratori non alziamo barricate a proposte di modifiche, ma il punto di partenza non può essere che l’estensione delle tutele ai 3,5 milioni di lavoratori precari oggi privi di garanzie nel nostro paese. Anziché discutere di abolizione dell’articolo 18 sarebbe giusto iniziare con il ragionare dell’introduzione dell’articolo 18 bis, prevedendo diritti e non solo doveri per i lavoratori “flessibili”, attuando anche in questa parte  - conclude l'esponente del Psi - la nostra stessa Costituzione che sottolinea l'importanza del lavoro come base della nostra democrazia”. martedì 20 dicembre 2011

PSI: Gil emendamenti del PSI alla manovra finanziaria del Governo martedì 20 dicembre 2011

La valutazione complessiva dell’azione di governo verrà data soltanto quando Monti presenterà riforme sul welfare e sul lavoro

Dopo l’approvazione alla Camera, l’esame di conversione in legge del decreto “Salva Italia” è passato in discussione alle commissioni Bilancio e Finanze del Senato. Il Psi ha presentato tre emendamenti per apportare delle modifiche alla manovra economica del Governo Monti, chiedendo che vengano presi in esame e approvati una volta in Aula. Gli emendamenti, presentati dal Sen. Carlo Vizzini, Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato,  riguardano alcuni temi discussi nel corso dell’ultima riunione della segreteria nazionale:
Il primo esclude dal ripristino dell’ICI sulla prima casa le abitazioni principali che costituiscano l’unica e sola proprietà immobiliare perché questa “rappresenta il solo salvadanaio sicuro per molti italiani”- commenta il segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini. A questo si aggiunge la contestuale abrogazione dell’esenzione dell’imposta a favore degli edifici di proprietà di enti religiosi adibiti anche ad attività commerciale (quindi “non esclusivamente” commerciali) , “perché – aggiunge il Segretario - in un momento simile tutti sono chiamati a fare dei sacrifici”.  ‘L’esercizio a qualsiasi titolo di un’attività commerciale – si legge nell’emendamento-  anche nel caso in cui abbia carattere accessorio rispetto alle formalità istituzionali dei soggetti e non sia rivolta a fini di lucro, comporta la decadenza immediata dal beneficio delle esenzioni dell’imposta’.
Il secondo emendamento introduce nell’ordinamento il cosiddetto “prestito forzoso”a carico dei detentori dei grandi patrimoni: ‘in considerazione della eccezionalità della situazione economica e tenuto conto della esigenza di raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea, ai soggetti che detengono attività finanziarie di importo superiore a 1milione di euro, è fatto obbligo di sottoscrivere, nella misura dello 0,5% del patrimonio, titoli del debito pubblico poliennali. Sui titoli è corrisposto un tasso di interesse corrispondente all’indice dei prezzi al consumo applicabile su base annua- si legge nell’emendamento’.
Il terzo emendamento interviene sui cosiddetti “costi della politica” eliminando la disposizione che consente ai privati, che contribuiscono a favore dei partiti per importi fino a 50.000 euro, di rimanere occulti. Inoltre, nel medesimo emendamento, si prevede per i contributi ai partiti politici la medesima detraibilità spettante alle Onlus. martedì 20 dicembre 2011

lunedì 19 dicembre 2011

PSI: Intenzione di voto. Per Tecnè il PSI al 2%

lunedì 19 dicembre 2011
Nel consueto sondaggio mensile sulle intenzioni di voto per L'Unità, l'Istituto Tecnè stima il Psi al 2%, un dato che contraddice nettamente alcune rilevazioni diffuse nell'ultima puntata di Porta a Porta da altri istituti demoscopici e che conferma il trend positivo che Tecnè segnala ormai da mesi
L’indagine è stata realizzata da Tecnè su un campione rappresentativo di italiani maggiorenni.
Sono state intervistate telefonicamente, con metodo CATI, mille persone tra il 14 e il 15 dicembre 2011)

L'ANALISI DI CARLO BUTTARONI, PRESIDENTE TECNE'
La seconda Repubblica chiude i battenti. Per ra- gioni diverse rispetto alla precedente stagione politica, ma con modalità che ne ricordano, per molti aspetti, l’epilogo.
Ora come allora c’è un tecnico a guidare la transizione, con Monti nel ruolo che fu di Ciampi; c’è la crisi valutaria, con l’euro al posto della lira e c’è il ridimensionamento politico di leader e partiti.
L’abbandono della liturgia berlusconiana è solo il segno più evidente della fine di un’epoca. I numeri sono eloquenti e particolarmente evidenti sia nella progressiva riduzione della partecipazione elettorale, che nella perdita di con sensi del Pdl (- 12% rispetto alle ultime politiche e -9% rispetto a un anno fa).
Un terremoto che ha come epicentro la coalizione guidata da Silvio Berlusconi, ma i cui effetti riguardano l’intero sistema politico: a dicembre il Partito Democratico si conferma primo partito, ma a ben guardare il primato deriva da una tenuta dei voti più che da un’espansione dei consensi. Il voto si disperde in nuovi invasi e cala la tensione bipolare: se si votasse oggi, le due principali coalizioni perderebbero il 10% dei voti rispetto al 2008 e più del 20% se il calcolo si estende a tutto il corpo elettorale.
Prende corpo la convinzione che fra i partiti non ci siano differenze chiare e sostanziali dal punto di vista deiprogrammi e dei valori.E l’accumularsi delle delusioni e delle disillusioni, provocate dalla crisi del modello economico, si sposa con  l’idea che non esistano vere alternative politiche. D’altra parte, per anni, si è predicato che si potesse fare a meno dei  partiti e della politica.
Negli anni del berlusconismo il bisogno di “qualcosa di nuovo” si è sposato con il suo contrario, dando forma a confronti spogliati di ogni connotato poitico, slegati da valori e ideali di tipo sociale e civile. Nella seconda repubblica la dicotomia politica, non è stata più tra destra e sinistra, ma tra dentro e fuori, tra inclusi ed esclusi. E, infatti, oggi, mentre cresce il numerodi coloro che si collocano nella fascia di povertà, cresce anche il numero di quanti scelgono di non votare.
In realtà non è l’assenza di differenze politiche e valoriali che disorienta i cittadini – differenze che ci sono e sono sostanziali - quanto la sintassi che si è sovrapposta tanto da confondere i rispettivi elettorati.
Negli ultimi anni il dibattito politico si è concentrato non tanto sulle finalità della vita sociale, quanto sui mezzi migliori per raggiungere gli obiettivi individuali. Una dinamica che si è sposata con l’iperpersonalizzazione della vita politica, dove i leader venivano “lanciati” come pro- dotti da promuovere con collaudate tecniche pubblicitarie.
I leader della prima repubblica, dai forti connotati politici e valoriali, sono stati sostituiti, nella secon da, da leader di prodotto, con specifiche caratteristiche di mercato.
Era quasi inevitabile che sostituire la sintassi politica con più generici “consigli per gli acquisti” avrebbe dato origine a un cortocircuitare del promettere e del mantenere.
I leader hanno meno capacità di attrazione: pesano di più valori e programmi
Perché i sogni sono belli finché rimangono chiusi nel cassetto, ma è difficile do- ver passare dalle enunciazioni ai fatti. Ma la comunicazione ha saputo porre rimedio anche a questo: da un lato rielaborando in continuazione i sogni, e alzando continuamente il livello delle promesse, dall’altro promuovendo il rito compensatorio del nemico, della battaglia, della solitudine del leader che si accompagna a uno smisurato bisogno di attenzione e di affetto, di amore e riconoscenza.
Finisce un’epoca. E cresce il desiderio di una politica ancorata ai valori e alle scelte.
Un rovesciamento che segnala la necessità di un recu- pero di missione: far tornare la politica e l’economia a favore dell’uomo, visto non più come strumento, ma come fine. Il sapersi far carico, per ciascuno, dell’idea di bene comune, vuol dire tornare a una dimensione naturale dell’uomo-sociale. Perché nell’eclissi degli dèi non c’è l’eclissi dell’uomo, ma nell’attesa cresce, per dirla con Bauman, “la solitudine del cittadino globale”, la sua insicurezza di fronte alle nuove incertezze annunciate nell’orizzonte del nuovo millennio. Vi è una parte importante della società che esprime un’ansia di rinnovamento e di riscatto, il sentimento di un “nuovo inizio”, dove il senso del “progetto” non sia solo nelle regole scritte, ma nel comune sentire di una civile appartenenza. Chi a lungo ha predicato di poter fare a meno della politica ha fatto male i suoi conti.
La promessa che la deregolamentazione dell’economia e la globalizzazione dei mercati avrebbe liberato l’individuo e risolto i grandi problemi dell’umanità non si è realizzata, e la politica, piaccia o no, resta l’unico strumento di regolazione delle contrapposte spinte sociali.
La ricerca di un “uomo forte” che sappia farsi interprete di una “politica forte” è stata la risposta incompleta di un sistema che ha vissuto gli affanni dell’inadeguatezza. La sfida vera alla quale oggi la politica è chiamata, è quella di sapersi ricostituire in agenzia di senso. Anche se inespresso, o sot- taciuto, o sussurrato, si sente il bisogno di una politica che sappia progettare e farsi carico di quella rappresentazione della complessi- tà che la società richiede. E ciò è necessario proprio oggi, nel momento in cui il regno dell’economia volge al termine e la razionali- tà progressiva del neoliberismo si  è dimostrata inadeguata.

domenica 18 dicembre 2011

PSI: LA SCOMPARSA DI VACLAV HAVEL, UN UOMO CHE FU SIMBOLO DI LIBERTA'

domenica 18 dicembre 2011
Esprimiamo  la commozione dei socialisti italiani per la scomparsa di Vaclav Havel. alla notizia della morte, avvenuta oggi, dell'ex presidente della Repubblica Ceca.
Egli, insieme ad Alexander Dubcek, ed altri protagonisti della primavera di Praga, tra cui Jiri Pelikan, rifugiatosi in Italia e divenuto eurodeputato socialista, è stato il simbolo dell'opposizione ad uno dei peggiori regimi filosovietici che fu imposto alla Cecoslovacchia dopo l'invasione e l'occupazione nell'agosto del 1968.
Fondatore di Charta ‘77 il manifesto contro l'occupazione sovietica,  Havel pagò la sua fiera opposizione con l'emarginazione dalla vita culturale e soprattutto con lunghe detenzioni che minarono la sua salute ma non piegarono il suo indomito spirito di libertà che ha trasfuso nelle sue importanti opere letterarie.
I socialisti  che furono attivi sostenitori del dissenso cecoslovacco, lo ricordano con affetto e ammirazione

PSI:Quei socialisti a cui una certa sinistra dovrebbe chiedere scusa

Il nostro giovane e bravo compagno Andrea Natalini ha scritto una bella nota sul Melograno Rosso (consiglio vivamente di leggerla) che invita post-comunisti ed ex Psi a mettere da parte i rancori reciproci . E lo fa con argomenti seri. Nel senso che affinchè certi rancori possano farsi da parte e guardare al futuro della sinistra, occorre scavare a fondo le radici di tali atteggiamenti. La rimozione dei problemi non è il modo migliore per risolverli. Freud ci insegna che le rimozioni provocano nevrosi individuali. Le rimozioni politiche provocano nevrosi collettive. E con le nevrosi collettive non si costruisce il futuro. Né si può uscire fuori da esse con la trovata postmoderna del superamento del 900 (come se una semplice data potrebbe fare da spartiacque radicale nella storia) né con la favola della sinistra senza aggettivi.
Ma mi preme citare una frase rivolta da Andrea agli ex militanti del Psi : “A voi compagni socialisti, per dirvi che è vero ne avete passate di tutti i colori, sbeffeggiati e annichiliti da una crudele superiorità morale dalla continua critica di essere quelli della "Milano da bere", quelli che facevano patti per restare al governo oppure che facevano leggi a favore di qualcuno sempre perché siete stati considerati traditori e ladri. Riformisti per vocazione in un periodo storico in cui chi lo è stato sicuramente non poteva essere benvoluto politicamente. Vi conforti che oggi va di moda il termine riformista, tanto che si fa a gara per intestarsi l'appellativo. Voi che siete 'sparsi' nell'intero arco costituzionale in cerca di gloria e di un tempo che non c'è più. Tra una sinistra in cerca d'autore ed una destra che nel dna non vi appartiene. Perché ancora tentennate nel costruire una futura sinistra? Oggi chi siete e cosa volete essere?”
Ma chi sono i militanti socialisti sbeffeggiati ed annichiliti? Non certo coloro che alla fine degli anni 80 non erano più socialisti e molti dei quali sono transitati con Berlusconi, dove sono stati lautamente compensati con incarichi e ricche prebende! Altro che sbeffeggiati! Non lo sono quelli che hanno creato una piccola cooperativa a numero chiuso con l’uso strumentale di un marchio che serviva loro per conservare qualche scranno e qualche indennità facendo i camerieri a Prodi o a Veltroni (o in Toscana). Costoro se ne fottono di essere sbeffeggiati.
Lo sono stati piuttosto quei tanti (sono molti di più di quello che si crede) militanti socialisti che sono rimasti a sinistra, magari in una pessima sinistra (qual è quella della II Repubblica). Ma può essere pessima e lo è, ma è il posto naturale dove sono collocati i socialisti autentici.
E vedete, giornalacci come il “Fattaccio Quotidiano” avallano la grave disonestà intellettuale dei Sacconi, Brunetta tascabile, Cicchitto, facendo credere che gli eredi di Nenni, Lombardi e Brodolini stanno nel PDL. Ma questi cialtroni del giornalismo li conosciamo bene.
Si dimenticano di dire che uomini come Ruffolo, Spini, Amato, i compianti Aniasi, Arfè, Vittorelli, ex autorevoli dirigenti come Formica e Signorile (qualcuno ha militato in un partito, altri no) sono sempre stati nell’area di sinistra, come lo sono stati ovviamente due socialisti doc come gli ultimi due segretari generali della CGIL come Epifani e la Camusso, che nonostante le cazzate che dice Cremaschi, sono stati i due segretari di una CGIL che in questi ultimi anni ha costituito l’unico punto di riferimento certo a sinistra. Sono rimasti a sinistra anche due craxiani doc come Intini e Tognoli (quest’ultimo vittima di un linciaggio infame da parte della marmaglia giustizialista prima di essere completamente assolto).
Sono questi (insieme a tanti militanti anonimi, come quelli che stanno nel Network o nelle Leghe) che sono sempre stati considerati cittadini di serie b in una sinistra ipocrita e talvolta stupida.
Ed a costoro quella parte di postcomunismo occhettoide-veltronoide (nonché scalfarizzato) dovrebbe chiedere scusa in ginocchio. Ma già so che non lo faranno mai. Questi non riconosceranno mai i loro gravi errori, neanche se gli punti una pistola alla tempia.
Il caso Penati è l’ennesima dimostrazione che non esiste nessuna diversità morale. Sia ben chiaro, io mi auguro che Penati possa uscire bene dalla vicenda giudiziaria, e comunque bisogna attendere il processo prima di giudicare (cosa che in Italia non vale mai). Lo stesso mi auguro per Tedesco verso il quale molti “sinistroidi per caso” hanno già emesso una sentenza di condanna preventiva.
Ma non sono certo i casi Tedesco e Penati quello che rivelano i processi di collusione ambigua tra politica ed affari esistenti nel PD (e prima ancora nei Ds e nella Margherita). Così come non occorreva attendere Mani Pulite per capire che nel PSI di fine anni 80 si erano innescati gravi inquinamenti. Sono processi politici negativi che vanno letti al di là dalla pura cronaca giudiziaria. E rappresentano l’emergere di una profonda crisi della politica che non sarà certo combattuta con le grida moralistiche che servono solo a costruire carriere politiche a chi cavalca la più squallida demagogia.
Negli anni 80 fu l’incancrenirsi del consociativismo e del sistema bloccato che trasformò la pratica storica del finanziamento illecito ai partiti in un meccanismo cumulativo di malversazione. Nella II Repubblica è l’esistenza di soggetti politici senza identità che provoca la feudalizzazione della politica e la sua degenerazione affaristica. Se non si interviene sui meccanismi strutturali che generano tali fenomeni, le grida solleveranno un nuovo gran polverone che una volta dissolto favorirà la ripresa dei fenomeni degenerativi.
Ma io non generalizzo. Ovviamente non mi occupo della degenerazione della destra. Sia perché non è il mio campo politico, sia perché questa destra nasce intorno ad un plutocrate avventuriero ed ha quindi la degenerazione nei suoi cromosomi.
Dicevo non generalizzo. Non credo affatto che il PD sia un partito di affaristi a 360°. Così come il Psi di fine anni 80 era pieno di dirigenti e militanti seri ed onesti. E lo è anche il PD.
Sono i processi di demonizzazione che distorcono i processi comunicativi e la corretta informazione.
Purtroppo la demonizzazione ha radici antiche a sinistra. Ed ha il suo nucleo duro nella cultura comunista ortodossa. Se qualcuno ha letto Lenin se ne rende facilmente conto. Il termine social-traditore non lo hanno inventato i socialisti o i socialdemocratici. E tale termine, attenzione, non fu applicato solo verso coloro (come Noske) che effettivamente potevano essere definiti quali traditori del socialismo, ma a tutti i socialisti che non vollero aderire alla III Internazionale ed al programma comunista. Anzi i bolscevichi ritenevano più pericolosi  i socialdemocratici di sinistra (come Kautsky, Bauer, Turati) che i rappresentati dell’ala destra del socialismo.
Da questo nucleo duro (primo fra tutti Gramsci che mai condivise la teoria del social-fascismo) molti comunisti si allontanarono progressivamente. Alcuni sia dal programma che dalla forma-mentis. Altri rinnegarono completamente il programma ma non la forma-mentis giacobina che informa la mentalità comunista.Tra questi ci metto Occhetto.
Claudio Signorile (l’ho più volte citato) spiegava che la difficoltà principale per cui non si diede vita, dopo il 1989, ad un partito socialdemocratico unificato, era che nel Psi esisteva una area (Martelli ed altri) che non si identificava più nel socialismo e nel PCI c’era chi tendeva ad una operazione nuovista (cercando di occultare il fallimento del socialismo reale dietro un presunto parallelo fallimento della socialdemocrazia) che privilegiava la “questione morale” rispetto alla questione sociale. Signorile aggiungeva che occorreva che le forze che nel Psi e nel Pci si opponevano alla liquidazione del socialismo, avrebbero dovuto generare una separazione per interessi politici diversi, dando luogo ad un processo di scomposizione e ricomposizione. Ma di questo abbiamo già parlato.
Oggi la ricostruzione della sinistra non può prescindere da un pieno recupero di cittadinanza politica della tradizione socialista. Questa è la battaglia a cui sono interessato. Non perché consideri le altre tradizioni non degne di cittadinanza, ma perché la nostra è stata cancellata e deformata; ed anche perché è difficile immaginare una forza collocata nella prospettiva di un nuovo socialismo democratico senza la linfa vitale di quella. Ho già detto che la prospettiva di una sinistra senza aggettivi non mi interessa. E non mi interessa perché non porta da nessuna parte. (Peppe Giudice)

PES: La lezione di Ed Milliband alla Sinistra italiana

Dicevano che era troppo di Sinistra, troppo intellettuale, troppo anticonformista. E che il Labour era destinato a scomparire per lasciare il posto ad una nuova sinistra, quella dei liberal-democratici di Nick Clegg. Cosa che, ovviamente, un anno fa ha fatto scatenare la curva destra del Pd e tutti i terzopolisti alla Rutelli e alla Casini, che con la Sinistra non hanno mai avuto a che fare.
Il Socialismo è morto”, ci hanno ripetuto per mesi. “Non vedete che accade in Europa?
Verrebbe da dire, visti i risultati delle elezioni in tutta Europa, anche elettorali, “Il Socialismo è vivo, quando lo faremo rinascere in Italia, magari escludendo dal pantheon chi lo ha ucciso con una dose letale di tangenti?
Ebbene, mentre in Italia la classe dirigente erede del più grande partito comunista d’Occidente, per sopravvivere a se stessa, ha cambiato tra partiti e coalizioni ben 4 volte nome, mantenendo la stessa classe dirigente (esclusi i deceduti), in tutta Europa, guarda un po’, sono talmente strani che cambiano la classe dirigente mantenendo lo stesso partito, rafforzandone e rinnovandone tuttavia l’identità e la tradizione. Consci del fatto che un partito, senza memoria e senza radici, non esiste. E che la Sinistra, senza valori ideali, non vive e non vince.
E difatti, è bastato spazzare via l’impresentabile classe dirigente logorata da 13 anni di esercizio del potere e tutti i disastrosi postumi e mutazioni genetiche del blairismo, che se si andasse a votare oggi, il Labour otterrebbe una schiacciante maggioranza di 100 parlamentari.
Ed Milliband, che qualcosa di sinistra (o anche solo di civiltà) la dice, ha portato il Labour nei sondaggi al 45%, con 10 punti di vantaggio sui conservatori, riducendo al lumicino i lib-dem, che rischiano di sparire dal parlamento con il 9% dei voti. Tutto questo in 6 mesi. Fortuna che il Labour era morto e che senza Blair non avrebbe avuto alcuna speranza di resuscitare (Blair in compenso è stato avvistato l’ultima volta rincorso da schiere di elettori che gli lanciavano uova marce).
Nell’intervista che ha rilasciato ad Enrico Franceschini su Repubblica, il leader labourista, 41 anni, dice: “Basta con la politica elitaria, bisogna aprirsi alla gente, uscire dalla bolla del potere, da Westminster, per capire cosa vuole la società.”
In Italia gli avrebbero già dato del grillino fautore dell’anti-politica, uno che fa il gioco di Berlusconi e tutte le altre amene balle che usano schiere di trinariciuti e presunti riformisti per difendere la classe dirigente esistente (che sistematicamente fa il gioco di Berlusconi).
La questione chiave è un’altra e a mio parere è finora rimasta senza risposta: l’ineguaglianza. Non più solo la vecchia ineguaglianza tra ricchi e poveri, ma anche quella tra chi sta al vertice della scala sociale e chi sta nel mezzo ma si sente sempre più schiacciato.”
Ecco, un leader della Sinistra che parla di ineguaglianza, cita Gramsci (prima di Sanremo, si intende), partecipa alle manifestazioni pubbliche contro i tagli, se la prende con i “white collars” e la corruzione che ha danneggiato anche il suo partito, chiude i conti con il passato e apre una nuova pagina del progressismo britannico. C’è chi, due anni fa, cercava l’Obama italiano: se è troppo Obama, si faccia avanti il Milliband italiano. Perché noi Italiani ne abbiamo proprio bisogno.

PSDI: L'Italia di Alberto Sordi e la socialdemocrazia

A costo di essere pedante, e soffrendo come una bestia per quello che sto per scrivere, ho deciso di affrontare un annoso problema della sinistra italiana. E cioè perché l’ex PCI  non può dirsi socialdemocratico e al tempo stesso non può non dirsi socialdemocratico. Detto altrimenti, perché è stata creata quella creatura meravigliosa fatta “della stessa consistenza di cui sono fatti i sogni” (o gli incubi?) che si chiama Partito Democratico (PD)? E prima di esso perché è stato immaginato un Partito Democratico della Sinistra (PDS) e poi i Democratici di Sinistra (DS)? C’è qualcosa che manca in tutti questi bei nomi e in queste belle sigle. La parola socialismo. Ora, può esserci in Italia, in Europa,  una sinistra senza socialismo? La risposta storica e politica è, ovviamente, no. Una sinistra senza socialismo esiste solo negli USA e paesi affini. Nella tradizione storico-politica europea, sinistra e socialismo vanno a braccetto almeno dalla seconda metà dell’Ottocento. E allora perché l’ex partito comunista, cambiando nome, non ha tuttavia mai usato quella parola, identitaria quanto mai altre per la sinistra? Io credo che la causa di questo strano comportamento, di questa avversione a definirsi socialisti, come fa invece tutta la sinistra riformista europea, derivi ancora una volta dalla storia.
Il PCI è stato probabilmente fin dall’inizio della nostra vicenda democratica e repubblicana un partito socialdemocratico, cioè un partito riformatore nella tradizione socialista europea, ma non poteva e non voleva dirlo. Perché sulla socialdemocrazia pendeva una dura accusa di origine marxiana: i socialdemocratici erano social-traditori, erano cioè un avamposto perversamente camuffato del capitalismo e dei suoi interessi. I socialdemocratici infatti preferivano le riforme parlamentari alla rivoluzione. E che cos’era secondo Marx il parlamento, se non il luogo dove si realizzava la dittatura della borghesia? La sequenza del suo ragionamento, come si capisce, è terribilmente logica:
a)  il parlamento è il luogo istituzionale in cui la borghesia esercita il suo dominio di classe;
b)  i socialisti riformisti (cioè il socialdemocratici) agiscono in parlamento per le riforme e quindi vogliono potenziare la funzione del parlamento come organo deliberativo;
c)  ergo i socialdemocratici vogliono il rafforzamento della dittatura del capitalismo borghese.
Di qui l’accusa ai socialdemocratici di essere social-traditori, accusa che i comunisti italiani, da buoni marxisti, condividevano. Salvo poi diventare a loro volta socialdemocratici, e non più rivoluzionari, da Togliatti in qua…
Le varie formule che storicamente il comunismo italiano ha utilizzato nel corso del tempo per dire che sì, voleva non la rivoluzione ma  le riforme, e tuttavia non era socialdemocratico, si sprecano: policentrismo (Togliatti) e compromesso storico (Berlinguer) sono due delle formule più eclatanti. Con esse i due leader del PCI volevano dire che l’opzione rivoluzionaria non si addiceva ad un partito comunista occidentale, bensì quella delle riforme relative al welfare, esattamente come qualunque partito socialdemocratico in Francia, in Inghilterra, in Germania voleva. Ma non si poteva dire, perché essere socialdemocratici non stava bene, era sbagliato, trasformava i difensori della classe operaia in suoi antagonisti. E comunque i tempi di Togliatti e Berlinguer erano altri tempi e va di certo lodato il  coraggio dei comunisti che, in piena guerra fredda, pensavano ad un progressivo e definitivo allontanamento da Mosca.
Ma poi è venuta la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo nella versione sovietica. A quel punto, essendo i tempi completamente cambiati,  sarebbe stato semplice, decoroso, storicamente fondato, per il PCI,  rivendicare la sua tradizione implicitamente socialdemocratica e proclamare la continuità storica di tale tradizione con il futuro radioso che al mondo si prospettava. Ma il PCI non lo fece, tacque sulla sua socialdemocrazia ed evocò una non meglio identificata identità democratica. Oggi anche la parola “sinistra” è sparita dalla sigla, ma il senso della cosa è iniziata con Achille Ochetto e il cambiamento del nome da lui realizzato nel 1989. Definirsi Partito Democratico di Sinistra ovviamente era, oltre che cacofonico, anche poco sensato politicamente. Cosa voleva dire evocare la democrazia di sinistra? In che cosa si distingueva da una eventuale democrazia di destra? O forse si voleva dire, senza dirlo, che i propri avversari erano da considerarsi non democratici? Insomma della parola democrazia il PDS faceva lo stesso uso smodato e privo di senso che Forza Italia faceva della parola libertà (appartiene a noi, non a loro, punto e basta).
Nel corso degli anni a venire, in preda alla foga democratica e scusandosi per tutto quello che i comunisti avevano fatto di male dappertutto fuorché in Italia, seppellendo per sempre il loro glorioso passato di partito riformatore, gli ex comunisti non hanno mai usato la parola socialdemocrazia come simbolo distintivo della loro sigla. E oggi il Partito Democratico nega per lo più di appartenere alla tradizione socialdemocratica, e se si dice di sinistra (qualche volta, non sempre) lo fa pensando ad Obama e ai democratici americani.
Tu vo’ fa’ l’americano, ma sei nato in Italy diceva una canzone di tanti anni fa. E pare che da allora nulla sia cambiato. Va in scena il Democratic Party che sostituisce le Feste dell’Unità, si festeggia quando i fratelli democratici americani vincono le elezioni come se le avessimo vinte noi in Italia, e così via di amenità in amenità.
Per carità , anche lo spettacolo servile di Berlusconi con Bush Jr. ai tempi della guerra in Iraq evocava l’Alberto Sordi di “Un americano a Roma” e la sua bislacca adorazione del mito americano casareccio.
Ma che questo debba diventare anche il modo con cui la sinistra italiana cerca un’identità politica lascia a dir poco perplessi.
Maccarone” diceva Alberto Sordi nel film, fronteggiando aggressivo un piatto di spaghetti "mi hai provocato e io te magno.
Viva (almeno di questi tempi) la socialdemocrazia!  (La Maestrina dalla penna rossa)

sabato 17 dicembre 2011

PSI: news in primo piano

L'ARROGANTE INDIFFERENZA DELLA POLVERINI DI FRONTE ALLA CRISI ECONOMICA
Estesi i vitalizi e congelati gli stipendi dei consiglieri regionali
sabato 17 dicembre 2011
La commissione Bilancio del Consiglio regionale del Lazio, con il solo voto dei partiti di centro destra e dell'Udc, ha approvato la notte scorsa una manovra finanziaria nella quale si prevede l'estensione  del vitalizio anche ai consiglieri e gli assessori in carica o cessati dal mandato della legislatura in corso, tutti esterni al consiglio regionale. E' stata anche approvata la norma sugli stipendi dei consiglieri che sono stati "congelati" alla data del 1 dicembre scorso (pari all'80% degli stipendi dei parlamentari) e verranno equiparati al costo della vita.
Per Gerardo Labellarte della segreteria nazionale del Psi e responsabile nazionale EELL: " Il caso dei provvedimenti assunti dalla maggioranza di Centro destra alla Regione Lazio è di una gravità inaudita poichè offre la cifra dell'indifferenza della presidente Polverini e delle forze politiche di centro destra che la sostengono a fronte di una situazione economico finanziaria del Paese drammatica.
Mentre ieri sera - prosegue Labellarte - la Camera dei deputati ha votato la fiducia al Governo Monti che con una manovra "lacrime e sangue" impone misure draconioane al Paese per far fronte alla situazione, il centro destra della Polverini, alla Regione Lazio, che versa in una crisi profonda alla quale occorrerebbe mettere mano adottando comportamenti improntati al rigore e alla sobrietà, fa spallucce e si comporta - conclude l'esponente del Psi - con arrogante indifferenza come se la crisi non lo riguardasse". 
Per Luciano Romanzi capogruppo del Psi alla Regione, che ha abbandonato l'aula dopo che i suoi emendamenti volti a sventare quanto accaduto, erano stati respinti: "Si è preferito fare un costoso regalo di Natale agli amici della giunta regionale non abolendo ma allargando, agli assessori non eletti, gli improponibili privilegi dei vitalizi"
Voce dal sottoscala:Bravo al compagno Luciano, ma mentre lui si è sgolato ed esaurito e in un gesto di protesta abbandona sconfitto l’aula,  i compagni del PD che gesto hanno fatto? (Carmelo De Rosa)

IL RIFORMISMO SOCIALISTA E' INCOMPATIBILE CON IL PROGETTO BERLUSCONIANO
sabato 17 dicembre 2011
“Comprendiamo le ragioni che hanno portato Stefania Craxi a lasciare il Pdl e ad aderire al gruppo misto della Camera anche perché dal 1994 sottolineiamo l’incompatibilità di fondo del riformismo socialista con il progetto berlusconiano”.
Così il commento di Riccardo Nencini, all’intervista apparsa oggi sul Corriere della Sera.
“Anche nel recente congresso di Fiuggi, - prosegue Nencini - abbiamo ribadito ‘per amore dell’Italia’ l’assoluta necessità di un serio progetto riformista che si prefigga di sciogliere i nodi che impediscono a questo Paese di crescere e di tenere il passo con le democrazie più avanzate. Dalla giustizia alle riforma elettorale e a quelle istituzionali, dal welfare alle politiche di sostegno per l’occupazione giovanile, dalla scuola alla laicità dello Stato, i socialisti sono pronti con le loro idee a confrontarsi con tutte le forze politiche che oggi sostengono il governo di emergenza europea di Mario Monti e a maggior ragione – conclude il leader socialista - con chi, pur avendo stesse radici e stesse passioni, ha percorso fino a oggi strade diverse”.
Voce dal sottoscala: comprendiamo la dimostrazione di buona volontà del compagno Nencini e anche l’opportunità politica, magari questa un po’ meno, e diamo anche noi un benvenuto ai compagni che hanno collaborato e preso medaglie e prebende dai berluscau, ma prima di entrare in casa riformista un bagno di umiltà e senza greche da generale. Ultimo inter pares. Non per livore ma per correttezza. Nella nostra storia di queste scene di grande buonismo ne abbiamo già viste molte. (Beppe Vijno)

UE: rassegna stampa

FRANCIA: Il caso Chirac scuote la repubblica

Presseuro
Libération, 16 dicembre 2011
Il 15 dicembre, per la prima volta nella storia della Francia, un ex presidente della repubblica – Jacques Chirac – è stato condannato a due anni di prigione con la condizionale per "abuso di fiducia, malversazione e appropriazione indebita", scrive Libération. Il caso riguarda dei finti posti di lavoro al comune di Parigi che permettevano di finanziarie l'Rpr, il partito di Chirac al tempo in cui era sindaco di Parigi.
A 79 anni e sofferente di disturbi neurologici, Chirac ha deciso di non fare appello. Per Libération questa sentenza, arrivata dopo 16 anni di indagini, solleva il problema dello status penale del presidente e della sua immunità durante lo svolgimento delle sue funzioni:
Difficile ipotizzare che il capo dello stato possa essere condannabile come un semplice cittadino. Ma fra questo principio e la quasi immunità di cui ha beneficiato Chirac per quasi 20 anni vi è un margine di manovra. Nessuno dubita che i migliori esperti della giustizia e della Costituzione sapranno immaginare – come del resto hanno già fatto – un altra soluzione legale per il presidente. Uno status giuridico che permetta di evitare di interrogarsi sull'influenza di questa stranezza istituzionale sul corso della democrazia.
Sulla stessa lunghezza d'onda Le Monde, per il quale
questa condanna simbolica, anche se rafforza la giustizia e la democrazia, dovrebbe portare i politici, a quattro mesi dalle elezioni presidenziali, a rimettere in discussione la totale immunità del presidente della repubblica. [...] Garante dell'indipendenza della giustizia, il presidente è inattaccabile ma al tempo stesso ha la facoltà di denunciare chi vuole. Un potere del resto già utilizzato da Sarkozy. Un'evidente anomalia che deve essere corretta.

Svezia: Reinfeldt tace sull’unione fiscale

16 dicembre 2011
Presseurop
"Qual'è l'opinione del primo ministro Fredrik Reinfeldt sul nuovo patto fiscale dell’Ue? La Svezia vi deve prendere parte? È preoccupato per la possibile spaccatura dell’Unione?”. Nessuna risposta è stata ancora data a queste domande, constata Dagens Nyheter. Secondo il quotidiano, la Svezia sta per allontanarsi ulteriormente dal centro decisionale dell’Ue. "Il primo ministro dovrebbe spiegare chiaramente le conseguenze di un ‘no’ e se il governo è sempre convinto che la Svezia debba trovarsi al centro dell’Europa dovrà convincere il parlamento ad accettare tale accordo".
DN ricorda che la Svezia ha detto no all’euro con il referendum del 2003 e teme di vedere presto
un gruppo di paesi che viaggiano in prima classe e che prenderà le decisioni importanti, e altri che viaggiano in seconda classe e sono influenzati dalle decisioni dei primi ma non avranno alcuna voce in capitolo. E la Svezia, in compagnia di qualche altro paese, rischia di ritrovarsi sulla banchina a riflettere sul da farsi.
Anche Expressen si lamenta dell’indecisione del primo ministro:
Reinfeldt intende dire no ai membri del club dell’euro, ma con dolcezza. Più di ogni altra cosa non desidera che la Svezia si ritrovi in terza classe, dove David Cameron ha già messo la Gran Bretagna.
Aftonbladet si preoccupa per le possibili conseguenze dell'accordo e auspica che la Svezia ne resti fuori:
Tagli ai salari, tagli alle pensioni, più disoccupazione e più poteri delegati a Bruxelles: niente di tutto questo servirà a risolvere la crisi dell’euro. L’unica cosa che ha senso in questa crisi è l'intervento della Bce.


Presidenza polacca Ue – senza luci né ombre

Il semestre di turno della Polonia volge al termine. La stampa nazionale valuta i successi e i fallimenti di Varsavia alla guida dell'Unione.  
“La Polonia ce l’ha fatta”, è il titolo dell’editoriale di Gazeta Wyborcza. Secondo Jacek Pawlicki tra i risultati più importanti ottenuti dalla presidenza polacca ci sono “l’accordo sui brevetti unici nell’Ue e la firma del trattato di adesione della Croazia”, mentre il fallimento maggiore è l’insuccesso della politica orientale dell’Ue – dimostrato dall’inerzia nei confronti del regime di Lukashenko in Bielorussia e del processo a Yulia Tymoshenko in Ucraina.
Ma la Polonia ha fatto un buon lavoro
nei panni di uno degli ultimi guardiani dell’Unione della Comunità europea. La crisi ha messo in luce una spaccatura in Europa, e una deriva continentale verso un’unione intergovernativa che lascia presagire un ritorno della preminenza degli interessi nazionali su quelli europei. […] I sei mesi della presidenza polacca del Consiglio europeo probabilmente sono stati il periodo più difficile nella storia del progetto europeo a causa della crisi della zona euro. Non si sono fatte faville, ma non ci sono stati nemmeno scivoloni.
Sul quotidiano conservatore Rzeczpospolita Igor Janke sostiene che quella polacca è stata una “presidenza di facciata”, dato che  il centro decisionale non era nel paese che ne aveva la presidenza, né nel Consiglio dell’Unione europea, e neppure nella Commissione europea o nel Parlamento europeo, bensì in due capitali: Berlino e Parigi. 
Ormai sappiamo che per sei mesi la Polonia è stata soltanto un grande centro conferenze dove si sono svolti incontri, summit e vertici. Abbiamo svolto un bel po’ di lavoro d’ufficio, ma questo non significa governare davvero.
L'editoriale di Dziennik Gazeta Prawna ritiene che il governo polacco
abbia inutilmente attizzato l'interesse sulla presidenza. Non ha senso alimentare grandi aspettative su una funzione che, per sua stessa definizione, è priva di qualsiasi fascino. […] Un solo esempio per coloro che ingenuamente credono che la Polonia in questi sei mesi sia stata l’ombelico dell’Ue: venerdì scorso, i più importanti network televisivi globali stavano trasmettendo la conferenza stampa congiunta di Tusk, Barroso e Van Rompuy […] quando Angela Merkel ha cominciato il suo incontro personale con i giornalisti. Anche Euronews, la più filo-europea delle emittenti, è subito passata dalla conferenza dei tre a quella della cancelliera.